Silenzi

Per la seconda volta in due giorni, il sito è sparito a lungo (da ieri mattina verso le 9, credo, fino a stamattina verso le 2) segnalando un enigmatico Errore 503.

Non ho idea cosa significhi, e non mi importa  più di tanto. Presumo che sia collegato, però, al fatto che in questi giorni, decine di migliaia di utenti sono passati al mio server, a causa della sua posizione relativamente libertaria, un effetto della discussione in questi giorni di leggi repressive contro la libertà di rete.

Insomma, potrebbe essere semplicemente un effetto del sovraccarico per un server volenteroso, ma piccolo.

Abbiate pazienza, e segnatevi eventualmente il mio indirizzo e-mail, muqawama@gmail.com.

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34 Responses to Silenzi

  1. mirkhond says:

    Oppure potrebbe essere che a qualcuno questo blog dia fastidio e stia tentando di farlo tacere, come è accaduto altre volte….

  2. Pingback: Silenzi - Kelebek - Webpedia

  3. miguelll says:

    MIGUEL MARTINEZ invece non è ne un capro espiatorio ne tanto meno un eroe ma neanche un caprone ma semplicemente uno che se gli sputi, prendi in faccia solo chi gli stà dietro. Una nullità che però in questa occasione ha assunto una certa corposità attraverso quella sparuta marmaglia che ritiene attendibile ciò che scrive e che rappresenta metaforicamente una “tipicità sociale italiana” (forse importata dai luoghi di emigrazione di Martinez) ancora più infima e subdola di quella che attribuisce a Schettino responsabilità ancora tutte da provare.Una corposità che non vanifica quindi lo sputacchio. Di Martinez è pieno il mondo e sono i primi ad uscire fuori dalla melma delle stive delle navi prima che affondino . I Martinez sono quelli che calpestano i cadaveri ma anche i compagni ,sperando che l’abisso nasconda poi i misfatti della propria misera esistenza .
    From deep of the abysses a silent recall….

    • Peucezio says:

      Ma la scoreggia più sopra da che culo è uscita?
      Questo ha pure meno fantasia: erano più simpatici quelli del complotto islamo-nazi-comunista che si infiltra fra i cattolici tradizionalisti, che lo infiltrano fra i massoni ecc. ecc.

      • Manuel says:

        È lo stesso commento che apparve jeri su comedonchisciotte, e che oggi risulta cancellato. So che non ajuta molto, ma la provenienza è quella, per cui non mi sorprendo. A essere linkati di là si rischia sempre che arrivi qualche minus habens…

      • Francesco says:

        io non ho capito bene: sta insinuando che siamo un gruppo di messico-usani?

        facciamo io USA e tu MEX, ok? poi ci si trova in Texas a mangiare fagioli …

    • Buleghin il vecio says:

      Et ei col cul facean trombetta

    • Ciao, Criticattivo; un vero piacere apprezzare la tua profondità argomentativa e la tua cognizione di causa!

  4. Peucezio says:

    Ma è quella legge americana di cui si lamenta Wikipedia?

  5. Per Peucezio

    “MIGUEL MARTINEZ invece non è ne un capro espiatorio “

    Sì, ogni tanto ne capita di questa strana gente. Che si firma nel modo più anonimo possibile (questa qui, per farsi approvare, ha messo l’email “miguell@virgilio.it”) e non si sa bene cosa dicano, se non qualcosa di vago tipo “calpestano i cadaveri ma anche i compagni”, poi non si sa più niente. Il tono è di quelli un po’ mafioso di coloro che sanno “grandi segreti” di qualche tipo, però non viene mai fuori nulla.

    E’ difficile comunicare con individui simili, in effetti. Comunque sono sostanzialmente innocui, almeno per gli altri – per loro stessi, non saprei.

    • Peucezio says:

      Credo che il meccanismo sia più o meno questo: se sono abituato ad avere una cosa davanti agli occhi, se anche non la vedo più, penso di ingannarmi e che in realtà c’è ancora. Per un italiano medio è impensabile che uno scriva senza voler sostenere un’ideologia o un orientamento politico, senza essere di parte insomma. E le posizioni di parte sono fatte per reagirvi, per scagliarvi insulti in nome della parte opposta.
      Per loro è come se tu scendessi sul ring, coi guantoni e tutto, ma poi vedono che non dai pugni a nessuno: ci dev’essere sotto chissà quale micidiale tattica, chissà che colpi bassi hai in serbo: nel dubbio meglio colpire per primi e alla cieca, con tutta la veemenza possibile.

  6. lamb-O says:

    Non ne so praticamente niente, ma l’errore 503 indica un errore del server.

    • lamb-O says:

      In compenso è rientrato il baco del codice di sicurezza, che era sempre sbagliato ma faceva sempre passare il commento. Che sia stato un arresto per manutenzione?

  7. Per Peucezio

    “Per loro è come se tu scendessi sul ring, coi guantoni e tutto, ma poi vedono che non dai pugni a nessuno”

    Più banalmente, credo che in questo caso si tratti di uno dei numerosi personaggi di cui abbiamo parlato qui, su questo blog. E che invece di rispondere per le rime sui propri media, arriva qui.

    Almeno il fatto che scriva anonimamente indica che riesce a rendersi conto della figura che fa, e questo è già positivo.

    • Peucezio says:

      In genere il livello di istruzione di questi soggetti è quello che è e d’altronde è un errore che fanno tanti laureati, ma io mi chiedo se sia così difficile capire che “dà” (verbo “dare”) vuole l’accento per distinguerla da “da” preposizione, mentre “sta”, “va”, “fa”, “qui”, “qua”, non ce l’hanno perché non vanno distinti da un cavolo di niente. Eppure non è un concetto difficile e di solito si fa in prima elementare.

  8. jam says:

    ..comunque é anche il senso della frase e non soltanto l’accento che ci fa capire se “da” é verbo o preposizione, se é da o dà, e quindi io l’accento lo metterei non per distinguere un significato già chiaro, ma una tonalità pronunciativa. Quando dico vengo da te al più presto, o quando dico, lei non dà seguito al mio polemizzare, quel “da” non lo pronuncio nello stesso modo,o si?

    • PinoMamet says:

      Jam
      a me pare di sì, e io sento distintamente la differente intonazione, ma stando alle grammatiche italiane il suono dovrebbe essere lo stesso.

      Ma, quando mai le grammatiche hanno davvero capito qualcosa?

      • PinoMamet says:

        Perchiarezza: a me pare che “dà” e “da” siano pronunciati in modo chiaramente diverso
        (a meno che non si parli proprio proprio velocemente, allora vabbè).

        credo dipenda dalla posizione nella frase, dalla costruzione sintattica, che influenza l’intonazione.

        Non escludo (ma non lo so: boh?) che questo possa essere uno dei fattori che hanno fatto sorgere i toni nelle lingue appunto tonali.

      • lamb-O says:

        Infatti io inizio a trovare accettabile, pur non usandolo, il “dò”, sempre per una questione tonale. Ma rivedrei molto dell’ortografia italiana (molto più razionale di tante altre, ma migliorabile).

        • Peucezio says:

          Io invece rivedrei la pronuncia.
          La pronuncia affricata della ‘c(i)’ palatale derivante da -SJ- latina non ha nessuna giustificazione e nasce da un equivoco, da un modo errato di intendere la corrispondente grafia. Siamo cioè al paradosso che invece di essere la scrittura a rappresentare il parlato, è il contrario.
          Si tratta di una pronuncia che, prima dell’affermazione di una lingua libresca fatta quasi a tavolino, non era mai esistita in nessun luogo.
          Sarebbe molto più logico pronunciare “bacio” e “camicia” alla maniera toscana (come d’altronde si fa anche a Roma e nella maggior parte dell’Italia centro-meridionale) e tenere l’affricata solo per C originaria, come in “pace” ecc.

        • PinoMamet says:

          Peucezio

          come ebbe a dire il grande Tognazzi, a causa della mia ignoranza, non ci ho capito un cazzo ;)

          quale è la maniera toscana che dici, e quale quella ufficiale?

          a me la c di bacio e quella di pace suonano uguali
          (tranne nel romanesco e affini, dove- mi sa in emtrambi i casi- viene resa a metà tra “c” palatale e “sc”).

          Molte persone di qua- ma non tutte- hanno problemi a raddoppiare le -gn e le -gl (invece raddoppiano a cazzo le occlusive, “vettro”, “òddio” ecc.; questo lo faccio anche io).

          PS
          è raro che trovi antipatica una pronuncia locale italiana, ma proprio non riesco a reggere i romani quando parlano italiano “corretto”. Non so perchè!

        • lamb-O says:

          A far la lingua è l’uso, e l’uso dell’italiano è tale che lo standard esiste solo in astratto. Non è fattibile una revisione della pronuncia, è cambiata e pace.

        • Peucezio says:

          Hai ragione, era un po’ tecnico in effetti.
          La pronuncia tscana della ‘c’ di “bacio” è una ‘sc’ sempia, cioè non doppia come in pesce. E’ la stessa che mettono in “pace” (sempre con ‘sc’ scempia), solo che mentre la pronuncia “pasce” è più recente, mentre nel Medioevo, anche in Toscana, si pronunciava come la pronunciamo noi, la ‘sc’ in “bacio” è originaria, perché è l’esito naturale di -SJ-: basium>bascio. Ciò vale nel territorio compreso fra l’Appennino Tosco-Emiliano e la linea Gaeta-Vieste, mentre a nord e a sud di tale area il nesso -SJ- dà come esito ‘s’ (che nel nord può diventare sonoro).
          Il motivo per cui nello standard si pronuncia “bacio” e non “bascio” è legato alla grafia: siccome a un certo punto nella pronuncia toscana la ‘c’ di “pace e quella di “bacio” sono venute a convergere nella pronuncia, allora la ‘c’ davanti a ‘e’ e ‘i’ è passata a indicare sia il suono dell’una che dell’altra serie di parole.
          L’uso della lettera ‘c’ si spiegava per “pace”, perché viene direttamente dalla ‘c’ latina, che aveva sempre suono velare (k), ma che poi, nelle lingue romanze (a parte il sardo logudorese), si è palatalizzata, cioè è diventata prima una specie di ‘chj’ e poi ha assunto varie pronunce (‘s’ in ambito galloromanzo, interdentale in castigliano, ma anche in molti dialetti veneti ecc.), fra cui la nostra italiana. Nel caso di “bacio”, “camicia”, “cacio” ecc., in latino non c’era una ‘c’, ma si è semmai palatalizzata una S, in presenza di jod (j semiconsonante).
          E’ un po’ più chiaro così?

        • PinoMamet says:

          Grazie Peucezio
          mo’ ci sono arrivato, sei stato chiarissimo, e penso che in linea teorica tu abbia anche ragione.

          però penso che nella pratica abbia ragione Lamb-O, ormai c’è poco da fare, è l’uso che fa la lingua…

          Mi sovvengono del resto un paio di revisioni grafiche (le varie operate sul russo, il cinese in caratteri semplicifati della Repubblica popolare, penso una operata sui kanji giapponesi nel dopoguerra ma non sono sicuro, anche certe grafie standard dell’ivrìt che risolvono delle ambiguità di lettura…)
          ma di pronuncia non ne ho mai sentite, in effetti

          ciao!

        • Peucezio says:

          Pino,
          su ‘gn’ e ‘gli': ciò che dici accade non soltanto in Emilia-Romagna, ma in tutto il nord Italia, soprattutto in bocca alle persone di una certà età (a Milano e nelle grandi città in genere ormai i giovani tendono a pronunciare -gl(i)-, -gn- e -sc(i)- come doppie, come nello standard).
          E’ legato al fatto che nei dialetti settentrionali tali suoni raddoppiati (anzi, i suoni raddoppiati in genere) non esistono, solo che mentre le altre consonanti in italiano possono essere sia scempie che doppie (casa / cassa; fato / fatto), queste consonanti (che sono scritte con digrammi, ma dal punto di vista fonetico sono semplici consonanti, non nessi consonantici) sono sempre doppie e la grafia non lo segnala (il fatto che siano indicate da due segni non implica che siano doppie: anche ‘gh’ in “aghi” è un digramma, ma il suono ‘g’ è semplice, non doppio). Di conseguenza il parlante settentrionale non ha interiorizzato l’idea della pronuncia doppia di tali suoni, così come ha fatto per il raddoppiamento sintattico, che, benché l’ortoepia italiana lo prescirva, il fatto che la grafia non lo indichi ha fatto sì che nella pronuncia dei settentrionali non esista (e qui indipendentemente dalle classi di età: nessun settentrionale, giovane o vecchio, dice “la casa”, ma “vado a ccasa”).

        • Peucezio says:

          Pino,
          in effetti di riforme della pronuncia normalmente non se ne fanno. Qui però, visto che tanto ormai in Italia ognuno pronuncia come gli pare, col suo accento regionale e che nessuno si pone il problema di parlare in dizione (dizione che non corrisponde alla pronuncia di nessun luogo), si tratterebbe semplicemente di stabilire, fra le pronunce effettivamente diffuse, che quella corretta sia la romano-toscana, che è quella di una larghissima fetta della popolazione italiana, praticamente cioè di tutta l’Italia centrale.
          L’unico cambiamento significativo lo noteremmo nelle voci dei documentari, delle pubblicità (parlo non degli attori, ma delle voci fuori campo) e del doppiaggio, che comunque già oggi indulge, sia pure in modo appena percettibile, alla pronuncia romana, visto che la stragrande maggioranza dei doppiatori viene da lì.
          Si tratterebbe cioè di cambiare solo la teoria, non l’uso, che tanto va per i cavoli suoi.

        • PinoMamet says:

          In effetti la pronuncia cambia continuamente in Italia, non solo in senso geografico ma anche in senso diacronico
          (e tu sei uno dei pochi con cui “parlo” che lo notano, e con grande precisione!) anche tra una generazione e l’altra.

          Qua stiamo andando, forse un po’ in ritardo rispetto a Milano, verso la “normalizzazione” dei fenomeni di cui si parlava, tranne il raddoppiamento sintattico che la maggior parte delle persone non esegue non perché “non sia capace” (mentre certe persone molto anziane proprio non riescono a fare la sc- doppia; un classico esempio di shibbolet, direi), ma perché lo sente “scorretto”, visto che non corrisponde alla grafia.
          C’è anche da dire che quelli che lo eseguono, da queste parti, sono per lo più le persone provenienti dal meridione, perciò i non-taroni ;) tendono a pensare che si tratti di una pronuncia dialettale del sud, e non della norma italiana.

          Però ho anche le mie soddifsazioni ;)
          Anni fa sentivo distintamente l’accento parmigiano, notevolmente diverso da quello fidentino-salsese ecc., nei giovani del capoluogo:
          un odiosissimo strascicamento delle vocali accentate, e le aperture o chiusure delle vocali tutte “sbagliate”
          (almeno per me, non so per la norma italiana):

          “ho chiamaaaato l’ èlèttriciiiiista….”

          adesso mi pare che la differenza si sia molto ridotta (i più “parmigianofoni” a livello di accento sono gli anziani e tra i giovani quelli che hanno studiato meno), ma a vincere, stranamente, è stato il sistema vocalico fidentino!
          Forse perchè più vicino alla norma italiana, e più naturale per il vastissimo numero di non-nativi-parmigiani.

          ciao!

        • Peucezio says:

          Interessante. C’è chi studia questi microspostamenti di confini e fenomeni. Io non ne ho sentore, perché le aree che studio io hanno un italiano regionale piuttosto omogeneo e con scarsa interazione reciproca fra aree che sono invero piuttosto grandi.
          Si tratta di aree al cui interno i dialetti differiscono anche sensibilmente, pur mantenendo un insieme di tratti fondamentali comuni, ma in cui l’italiano dialettale è quasi identico, anche se ci sono, per sottoaree, lievi differenze prosodiche, qualche differenza sintattica e lessicale e, a volte, persino da un paese all’altro, fonetiche, ma parliamo di variazioni di poco momento in un quadro di sostanziale omogeneità.
          Nella Puglia barese e aree che ad essa linguisticamente afferiscono non esistono fra l’altro, checché ne dicono alcuni linguisti (che applicano una logica deduttiva: succede dappertutto, succederà anche lì), poli d’attrazione capaci di irradiare tendenze o di esercitare meccanismi omologanti. Per quello che io ho potuto percepire, non esiste nessuna capacità del barese di influenzare i dialetti dell’area, con l’unica eccezione di Modugno (che si trova ormai a contatto con la periferia barese), ove c’è un dialetto arcaico dei contadini più conservativo e uno invece, privo di dittongazioni, di chiara influenza barese (ma non identico al barese). Per il resto anche i paesi diventati frazioni durante il fascismo e poi formalmente quartieri, mantengono un’identità linguistica ben salda (anche se non sono sicuro a proposito di Ceglie del Campo, su cui non esiste documentazione, né ho ancora avuto modo di fare indagini dirette sul campo).

          Circa il raddoppiamento sintattico: in effetti nel nord suonerebbe come meridionale o quantomeno romano, comunque molto fortemente marcato in diatopia, cioè caratterizzato regionalmente. Il vero raddoppiamento sintattico poi, quello prescritto dalle grammatiche e dai manuali di ortoepia, ma non seguito più dai doppiatori e locutori vari (che, così come i corsi di dizione, seguono il modello romano), si verifichierebbe anche dopo “da” (vengo da tté) e altri casi e darebbe un’impronta decisamente toscana alla lingua di chi lo seguisse: uno che parlasse nella vera dizione italiana prescritta dalla norma, senz’altro udendolo lo scambierei per toscano e credo che ciò succederebbe a chiunque abbia un udito un po’ fino e una certa dimestichezza con gli accenti regionali italiani.

        • Peucezio says:

          E’ divertente però come l’articolo di Miguel riguardasse una vignetta, poi è arrivato un deficiente che si è scagliato contro di lui mettendo un accento di troppo e da lì siamo arrivati a una dotta disquisizione di ortoepia, ortografia e italiano regionale. :-)

        • Peucezio says:

          Mi correggo: non sulla vignetta, ma sul malfunzionamento del server. Anche un simile lapsus è sintomatico della libertà della piega che prendono i nostri commenti.

    • Peucezio says:

      Sì, ma infatti quell’accento non ha nessun valore prosodico.
      Comunque non è mica vero che le grammatiche dicono che i due “da” sono foneticamente identici: “da” preposizione è proclitico, mentre “dà” verbo non lo è, ha il suo accento autonomo. Ma questo è vero solo in linea teorica, perché nell’esempio portato da Jam, non c’è nulla che faccia avvertire il fatto che uno sia atono e l’altro tonico: di fatto non lo sono. Non solo, ma nella pronuncia standard, che segue le regole del raddoppiamento sintattico toscano, i due “da” raddoppiano entrambi la consonante successiva (“lei non dà sseguito”, “vengo da tte”), quindi si eguagliano anche in questo.
      Comunque, se abbiamo dubbi, facciamo dire a qualcuno le due frasi, le registriamo e facciamo un bello spettrogramma.

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