Lavoro, domanda e offerta

Visto e fotografato su un muro a Firenze. Non so se questo particolare accostamento abbia un’etica, ma sono sicuro che i commentatori sapranno trarne una morale.

Se non si legge bene, potete ingrandire l’immagine facendo clic.

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35 Responses to Lavoro, domanda e offerta

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  2. Francesco says:

    ci sono un sacco di posti come saldatore e panettiere liberi

    fine della morale

    ciao

    • Marcello Teofilatto says:

      Ooh, ma io ho studiato! Voglio fare almeno il consulente saldatore o il consulente panettiere! :-)
      Saluti da M.T.

  3. Francesco says:

    sì che hai studiato, ma scienze della comunicazione!

    quindi sveglia alle 4 e vai a fare pane

    e sei pure fortunato che qualcuno ti dica cosa fare!!

    ;)

    • Andrea Di Vita says:

      Per Francesco

      ”e sei pure fortunato che qualcuno ti dica cosa fare!!”

      Concordo al 1000%. :-)

      In realtà quello che manca è una formazione seria, perchè in troppi sotto sotto pensano che ‘le competenze si trovano fuori dalla porta’. Semplificando, dicendo che:

      a) O ci sono imprenditori troppo piccoli per fare formazione sul serio, che più che apprendisti vogliono schiavetti precari a cottimo e che non ci pensano nemmeno a consociarsi per creare un’istituzione ad hoc,

      b) oppure ci sono grandi aziende che per il lavoro vero tengono da una parte i dipendenti pensionandi più raccomandati come consulenti a vita a fare il lavoro che i dirigenti non vogliono fare e dall’altra parte una massa di impiegati sottoutilizzati che fanno i corsi obbligatori ‘sulla sicurezza antincendio’ previsti dalle varie ISO9000.

      Per esempio, da una parte conosco consulenti che in pensione da diciannove anni prendono seimila euro netti al mese per mantenere in ordine i registri del magazzino di un’officina. Dall’altra parte se si deve fare un lavoro prima si traccheggia in mille riunioni a parlare di fuffa poi si paga l’Università per far fare a un tesista una qualche relazione da rifilare all’ufficio vendite o (grasso che cola) a qualche pubblica amministrazione (nel secondo caso l’ora dello stagista con la laurea viene fatta pagare come quella del ‘pofessional’, cioè dai sessanta ai cento euro lordi). In certi uffici si è arrivati ad avere cinquantasette fra borsisti e stagisti su centodue impiegati, tanto che quando capita di dover fare ad esempio un pacco di fotocopie si alzano gli occhi al cielo e si sbuffa: ‘voglio un tesista…!’.

      In tutti i casi la formazione seria latita perchè farla richiede un dirigente che si assume la responsabilità di farla fare. E -schettino docet- una seria assunzione delle proprie responsabilità è più rara dei contanti.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

      • Francesco says:

        qualcuno le ha ammazzate, le grandi imprese, private e pubbliche, trasformando le superstiti in semplici elargitrici di posti (forse di lavoro)

        e penso proprio ai progressisti, che non sopportavano l’esistenza di un contropotere reazionario come la grande impresa privata o che hanno volentieri ceduto la gestione della grande impresa pubblica alle ragioni del sindacato e del clientelismo

        un giorno dovrò verificare questa mia ipotesi, caro Andrea

        nel piccolo, ci sono ancora gli apprendisti-schiavi che imparano l’arte e se ne vanno a vare i padroncini?

        saluti

        • Andrea Di Vita says:

          Per Francesco

          Non c’entrano qui progressisti o conservatori. Quando la ricchezza la fai più scommettendo in Borsa e/o lucrando con gli interessi dei BOT acquistati coi soldi dei sussidi statali allora la competenza è davvero un optional. Alla lunga, anche fare il padroncino conviene solo se ci si riesce ad evadere le tasse. In ultima analisi è la serietà che viene meno.

          Insisto: oggi la serietà (e a maggior ragione la competenza) è più rara dei contanti.

          Ciao!

          Andrea Di Vita

        • Francesco says:

          piano con le assoluzioni

          1) il nanismo delle imprese italiane è ANCHE conseguenza della troppo poca finanza e Borsa che ha caratterizzato la nostra storia economica. non esiste solo il “troppa finanza” USA e UK ma anche il troppo poco.

          2) chi ha dato sussidi statali? chi ha portato l’economia a uno stato tale da dover pagare interessi esorbitanti sui BOT (e parlo degli anni ’70)? chiaro che l’occasione fa l’uomo investitore ma l’occasione la crea la politica

          3) “fare il padroncino” credo abbia più a che fare con l’antropologia che con l’economia. anche troppo, come si vede dalla struttura corporativa e iper-regolata dei nostri mercati. evadere le tasse è solo un dettaglio – come pure sperperarle da parte dello Stato, in questo senso

          4) gli ultimi conservatori italiani credo siano defunti negli anni ’60, da allora è tutto in mano a diverse sfumature di progressisti, il che spiega molte cose.

          ciao

        • Andrea Di Vita says:

          Per Francesco

          Non mi risultano lustri consecutivi di governi di sinistra in Italia. Infatti risale almeno al pentapartito del preambolo post-zaccagnini, ossia a ben prima di Prodi e D’Alema, persino la degenerazione del sistema delle Partecipazioni Statali -sistema che di per sè è cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza.

          Quanto alla stomachevole immaginetta-santino dell’imprenditore che preferisce il lavoro autonomo a quello dipendente statale, la dobbiamo alla buonanima in einaudi. Poverino: ha fatto in tempo a non vedere le dichiarazioni dei redditi dei proprietari di ristoranti… :-)
          Del resto è cronaca, non storia, quella dei tassisti e dei farmacisti che gridano allo ‘stato di polizia fiscale’. Altro che liberisti.

          Ciao!

          Andrea Di Vita

        • Francesco says:

          Bel tentativo ma ti andrà meglio la prossima volta.

          Non esiste la degenerazione di una oscenità, quindi le Partecipazioni Statali vanno aborrite ab origine, del resto avrei qualche problema a citare un loro merito. In senso di beneficio apportato alla collettività.

          >> Non mi risultano lustri consecutivi di governi di sinistra in Italia

          da De Gasperi a Berlusconi a me risultano sì, eccome. Ne sia riprova l’avvicinamento progressivo dei comunisti (!!!) all’area di governo e la concorrenza a sinistra tra PCI-sinistra DC e centro-DC e altri partitini. Si vede che non hai mai cercato un partito conservatore da votare!

          Sull’imprenditore psicopatico e onanista lavoratore indefesso non credo ci siano dubbi. Solo uno stalinista di stretta osservanza può immaginare che voglia pagare le tasse allo Stato italiano.

          Pensa che ogni volta mi viene il dubbio che dovrei confessarmi perchè io lo faccio, di pagarle, in quanto lavoratore dipendente. C’è mica un girone dantesco per chi butta via le palanche?

          Ciao

      • Ottimo esempio quello delle cosulenze esterne.

        Ricordo un amico anni fa dirmi che durante il suo servizio civile, in una segreteria di una facoltà a L’Aquila, ebbe a che fare con un signore, il quale prossimo alla pensione e unico in grado di gestire l’ufficio, ripeteva che appena in pensione sarebbe stato sicuramente chiamato dalla segreteria come consulente esterno, e a quel punto l’avrebbe fatta pagare cara e amara.

        L’accumulo di ricchezze quasi mai è opera di neri geni del crimine, qunato piuttosto della balordaggine della massa (e pure io ci sto dentro, inutile scappare).

  4. Moi says:

    @ FRANCESCO

    I “Padrunz’éin” sono una realtà economico-sociale molto diffusa in EmiliaRomagna:
    si tratta(va) di operai specializzati altamente competenti che però erano stati perseguitati-lincenziati per “ovvi motivi politici” … tuttavia, pur continuando a votare PCI nonché a fare volontariato alle Feste dell’ Unità, dovettero improvvisarsi imprenditori. Molti ebbero un insperato successo, facendo molta più “pilla” che NON invece continuando a fare gli operai, contribuendo decisivamente a sviluppare il sistema delle cosiddette “Cooperative Rosse” … a differenza dei “Padrón Bón” si tratta(va) di gente nata povera e di cultura “genuinamente popolare”, molto lontano dalla “Massoneria al Ragù” di stampo “SocialDemocratico” delle cosiddette “Cooperative Gialle” …

    Mentre i “Padrunz’éin” sognavano (ad occhi aperti) Mosca, i “Padrón Bón” idealizzavano (ma con molta più cognizione di causa) Parigi.

    • PinoMamet says:

      ” facendo molta più “pilla” ”

      Non so se in Lombardia si usa il termine; mi sa che glielo devi spiegare!

      • Moi says:

        Penso che sia … contestualmente intuitivo ! ;-)

        • Francesco says:

          confermo entrambe le cose

          per la cronaca: adesso votano ancora PCI-PD o si sono spostati sulla Lega?

        • PinoMamet says:

          Francè, non so come spiegartelo meglio…

          la Lega, quaggiù, è una cosa falsa. Ecco, credo che la definizione giusta sia questa. Non è autentica, è uan roba di importazione, e si sente parecchio.

          Perciò prende solo i voti di:
          -persone abbastanza stupide per bersi di tutto, “identità padane” comprese; e queste, immaginerai bene, sono poche;
          -scontenti di turno che “sono tutti ladri”, tra i quali non escludo molti “padronzèn”, ma in ogni caso, passato lo scontento, passata la Lega.

        • Francesco says:

          credo in parte valga anche qui nel profondo Nord, dove infatti la Lega ha scelto di cavalcare l’anti-islamismo piuttosto che la secessione

          purtroppo, che l’anti-islamismo è una puttanata, la secessione sarebbe un’occasione d’oro

          ma probabilmente la Lega è una cosa finta e basta

          ciao

        • Andrea Di Vita says:

          Per Francesco

          ‘probabilmente la Lega è una cosa finta e basta’

          Grande! Ma togli pure il ‘probabilmente’ :-)

          Ciao!

          Andrea Di Vita

  5. Peucezio says:

    Sì, infatti.
    Comunque da noi è “la pile”, con una ‘l’ sola (e ovviamente con la vocale indistinta).

    • PinoMamet says:

      Da voi dove? Puglia o Lombardia?
      (“Si ringrazia la regione Puglia per averci fornito i milanesi”) ;)

      • Peucezio says:

        Prevedevo questa domanda. :-)
        Diciamo a Bari e dintorni (in senso lato: anche a Matera per esempio, mentre non l’ho mai sentito dire per esempio a Minervino, dove la pèile si limita ad essere, come da etimologia, la tradizionale vasca, in genere l’abbeveratorio in pietra per gli animali).

        A proposito, ma quel film del grande Porcaro, che ha inventato la parlata di Abatantuono, non c’è modo di trovarlo in qualità guardabile. :-(

        • PinoMamet says:

          Fantastico! La mia teoria della parentela adriatica ;) tra Puglia e Emiliaromagna
          (voi avete i salentini, noi i romagnoli a rompere le balle con questioni di identità)
          si rafforza sempre di più!

          E onore al merito per la menzione del dimenticato Porcaro!!

        • Peucezio says:

          In realtà la Romagna è un’identità molto più fittizia del Salento.
          Linguisticamente (ma anche in molti aspetti della mentalità e anche sul piano dell’arte) il Salento non ha granché a che spartire con la Puglia stricto sensu (anche se “strictiore sensu“, per così dire, sarebbe Puglia solo il Tavoliere, nell’uso dei nostri contadini), mentre la Romagna non si può dire distinta dall’Emilia linguisticamente e, di massima direi anche nel carattere della gente (ma non lo conosco bene).
          La Puglia in effetti è lunghissima e ci sarebbe da stupirsi se fosse omogenea, anche se bisogna dire che questo vale anche per l’Emilia linguistica, che va da Tortona a Senigallia, ma d’altronde le differenze linguistiche in Italia valgono molto più sull’asse nord-sud che su quello est-ovest.
          In effetti non sono molti i motivi che giustificano l’esistenza di una regione che comprenda la Puglia e il Salento, per cui, se per ragioni pratiche tale unità va bene così, secondo me sarebbe sensato dare un nome doppio, come all’Emilia-Romagna o Friuli-Venezia Giulia, e chiamarla Puglia e Salento, esattamente come la denominazione (non ufficiale e augustea in senso stretto, che era soltanto II regio) Apulia et Calabria, dove con Calabria si intendeva ovviamente non l’attuale Calabria, che era il Bruzio, ma appunto il Salento.In questo senso non solo capisco i Salentini, ma ti confesso che mi irritano un po’ quelli fra loro che si definiscono o si presentano come “pugliesi”. Intendiamoci, non è che sia una denominazione del tutto inesatta: ai tempi di Dante “pugliesi” erano addirittura tutti i meridionali continentali, esclusi cioè i Siciliani.

        • mirkhond says:

          Concordo. E probabilmente gli stessi Romani dovevano essere consapevoli della DIFFERENZA etno-linguistica tra nord e sud della linea Taranto-Brindisi…
          Il Salento NON E’ Puglia e il fatto di non esserlo non ha nulla di negativo o spregiativo, è solo un’altra identità.
          Anch’io non vedo male una regione chiamata Puglia e Salento….
          Anche Longobardia Minor nei secoli bizantini significava de facto il mezzogiorno continentale, termine affiancato e poi sostituito proprio da Puglia nei secoli XI-XIV e infine da Napoli, sempre per indicare l’intero mezzogiorno continentale, estesosì però dal 1140-1150 anche all’Abruzzo annesso dai Normanni.
          ciao

        • Peucezio says:

          Già. Ricostruzione impeccabile.

        • PinoMamet says:

          Il Salento e il (resto della) Puglia hanno dialetti di gruppi diversi;
          così anche il Friuli e la Venezia Giulia.
          Sulle vicende storiche pugliesi e salentine mi fido delle vostre (Peucezio e Mirkhond) impeccabili ricostruzioni.

          Ma l’Emilia in senso stretto e la Romagna parlano dialetti dello stesso gruppo;
          e hanno fatto parte della stessa regione dell’Italia augustea, che si chiamava solo Aemilia, e prendeva il nome dalla via che l’attraversa tutta (da Piacenza a Rimini) e dal console che la fece costruire.

          Di fatto, è la via romana ad aver “costruito” la regione, creando una certa unità culturale (che persiste tuttora) tra le popolazioni varie che vi abitavano da prima;
          e- fatto da non trascurare, come si tende a fare negli ultimi decenni visto che vanno di moda le “identità locali”- è stata la colonizzazione romana, identica in tutte le città nella sua varietà di estrazione (romana in senso stretto, latina o italica in genere).
          Oltretutto le città emiliano-romagnole tuttora si assomigliano un po’ tutte, essendo basate sul classico schema “quadrato” romano, poi “arrotondato” in epoca medievale.

          Io dappertutto sento “aria di casa” nello stesso modo, e credo che questo sia frutto proprio della nascita artificiale della regione:
          fate conto che l’Emiliaromagna sia il vecchio West, o se volete le alture del Golan ;) di duemilacento anni fa ;)

          La Romagna è semplicemente la parte di Aemilia che è rimasta più lungo governata dai legittimi ;) governanti di Costantinopoli
          (e non, come molti- anche romagnoli- credono, dai papi; i papi li hanno avuti anche a Bologna, che è Emilia) ma anche questo è un concetto abbastanza aleatorio: quanto a lungo? Anche Parma, che è indubitabilmente in Emilia, ha avuto il suo periodo bizantino (quando a Parma si apriva qualcosa di fighetto, lo si chiamava sempre “Crisopoli”, nei decenni passati; adesso lo si chiama direttamente in inglese!);
          e comunque, perchè Rimini sì, e Pesaro no?

          L’unico aforisma che si cita sempre, a proposito della differenza dei caratteri, è quello, non ricordo di chi, che dice che sei in Romagna finchè se ti fermi in un casa ti offrono del vino; quando ti offrono acqua sei in Emilia.
          Simpatico come sfottò inter-regionale, ma totalmente falso.
          Da queste parti, il “contadino” (sapete che odio il termine) che avesse offerto un biccheire d’acqua, anizhcè invitato a bere “un bicchiere” (leggasi bottiglia) di vino, sarebbe stato immediatamante escluso dalla società civile.

          ciao!

        • Moi says:

          Inoltre mi pare che _a differenza della Romagna (che cmq dialettologicamente ha le sue ragioni di pretesa su Montefeltro e Marche Settentrionali fino a Senigallia, eh !)_ il Salento non abbia però retoriche “irredentiste” di pretese sulla Basilicata; anche se mi risulta che dialettologicamente il Salentino sia più simile al Lucano … ma non per questo (troppo) assimilabile.

        • PinoMamet says:

          Mmm non so, penso che il salentino faccia gruppo coi dialetti “meridionali estremi”, cosiddetti, insieme al siciliano (cui superficialmente somiglia) invece i dialetti lucani non ricordo proprio!
          :)

        • mirkhond says:

          I dialetti lucani tendono al pugliese nella provincia di Matera, soprattutto nella valle del Bradano, e al napoletano nella provincia di Potenza (anche se, nella zona del Pollino, vi sono alcuni aspetti di tipo siciliano, forse spiegabili con la massiccia colonizzazione romaica-bizantina, attorno ad insediamenti monastici pure bizantini, nei secoli X-XI, e, almeno in parte, ancora all’epoca di Federico II nella prima metà del XIII secolo).
          Quanto al salentino è effettivamente parte del gruppo dialettale di tipo siciliano, come il calabrese centro-meridionale (mentre il calabrese settentrionale tende al tipo napoletano parlato in Basilicata).
          ciao

        • Moi says:

          I Romagnoli fanno tendenzialmente del vittimismo contro Bologna … ma non devono essere molto “fraterni” fra loto, visto che Rimini, fatta la pilla o pella di cui sopra grazie al turismo del “Divertimentifico” [sic] si è quasi subito egoisticamente staccata da Forlì !

          ;-)

        • Peucezio says:

          Sì, le cose stanno in pratica come ha detto Mirkhond.
          Circa l’area del Pollino, o meglio la Lucania meridionale in generale, per essere più precisi bisogna distinguere un’area occidentale, verso Maratea, che è in continuità con quella del Cilento più meridionale e che ha caratteristiche “siciliane” sia per il vocalismo tonico che per quello atono, che sono in discontinuità con il resto dell’area calabro-siculo-salentina, che il Calabria comincia più a sud, verso Cosenza città.
          La zona del Pollino invece è quella che viene definita “area Lausberg”, perché scoperta dal grande linguista tedesco, e più che sicula la si potrebbe definire in un certo senso “sarda”, perché si caratterizza per un vocalismo tonico di tipo arcaico, che continua il valore qualitativo anziché quantitativo delle vocali latine. Inoltre, soprattutto nella sua parte più orientale, quell’area conserva le desinenze consonantiche dei verbi latini, dando luogo a forme come càndese, càndete, “tu canti”, “egli canta” (ove le ‘e’ siano da leggersi come indistinte), anche in questo ricordando la Sardegna. Ma non si tratta ovviamente di influenze o rapporti fra quest’area e quell’isola, ma di arcaismi che si sono conservati in entrambi i luoghi in quanto più isolati e meno aperti alle innovazioni.
          Circa la realtà linguistica lucana va inoltre accennata la presenza di colonie linguistiche galloitaliche, a Potenza città e località vicine e inoltre nel sud-ovest della regione. Si tratta di dialetti in cui la coloritura settentrionale è ormai piuttosto debole, ma visibile attraverso alcune spie fonetiche (assenza di metafonesi o metafonesi asimmetrica di tipo settentrionale, lenizione delle occlusive sorde intervocaliche, per cui per esempio la -t- sonorizza in -d- ma poi, in virtù di un fenomeno autoctono abbastanza recente che interessa anche Napoli e molta parte del sud, rotacizza in -r-, e altri fenomeni). Nessun settentrionale, ammenoché non abbia serie cognizioni linguistiche, riconoscerebbe alcunché di settetrnionale in quei dialetti, ma li avvertirebbe pienamente meridionali, al pari di quelli circostanti.

  6. mirkhond says:

    Beh, i salentini da un punto di vista linguistico NON possono definirsi pugliesi…
    ciao

    • Infatti solitamente li sento dire che i baresi (leggi: quelli che stanno sopra Brindisi) non sono pugliesi veri :D

      • Peucezio says:

        Gli unici pugliesi veri in realtà sarebbero quelli della Capitanata (la provincia di Foggia), e nemmeno tutta, ma solo il Tavoliere.
        In questo senso i Salentini sono pugliesi quanto un barese può definirsi lombardo (e infatti nel Medioevo gli italiani tutti venivano chiamati “lombardi”, specialmente da bizantini e arabi, per i quali l’Italia era la terra dei Longobardi, tantevvero che proprio la Puglia bizantina del X secolo, quella catepanale, con Bari a capitale, era il Tema Langobardiae.
        Ciò non toglie che se oggi un barese dicesse di essere “lombardo” lo rinchiuderebbero e una simile misura propongo per i Salentini che si definiscono “pugliesi” (facendo oltretutto un discorso anti-identitario: sarebbe come se un nazionalista catalano o basco ci tenesse a definirsi “spagnolo”: si farebbe tagliare i coglioni piuttosto; sentono come un oltraggio persino il fatto di averlo scritto sulla carta d’identità).

  7. Francesco says:

    http://www.famigliacristiana.it/famiglia/news/articolo/giovani-e-lavoro-fuga-dai-luoghi-comuni_170112121336.aspx

    non ditemi che adesso devo cambiare opinione anche su Famiglia Cristiana!

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