La rosa più selvatica che si sia mai vista

Un elemento cruciale di ogni sistema (credo che Foucault amasse il curioso ma utile termine “dispositivo” per indicare il complesso delle forze che agiscono su di noi) è il tipo umano che tende a produrre.

Tra i commenti all’ultimo post, si discuteva del curioso immaginario contemporaneo della bambola killer, la donna dall’aspetto insieme artificiale, provocante e potenzialmente omicida: tempo fa abbiamo analizzato un esempio di questa figura nell’elaborazione che la rivista Maxim fece – dietro commissione del governo israeliano – delle donne dell’esercito israeliano.

 Una tipologia che si vede nel vasto mondo dei film d’azione, ma trasborda anche nelle figure che l’industria culturale propone come modello alle bambine.

La bambola-killer non è solo transessuale (nel senso che mescola elementi tradizionalmente maschili e femminili), ma è soprattutto virtuale, nel senso che il suo vero mondo è quello dei fumetti; solo con un elaborato lavoro cosmetico, ginnastico, chirurgico e fotografico, alcune donne reali possono essere ricostruite in modo da somigliare al virtuale.

Un paio di anni fa, Valerio Mele mise insieme alcuni indizi per capire meglio questa sorta di generale “transessualizzazione” dei corpi ai nostri tempi.

La bambola-killer ribalta i ruoli solo in apparenza: falsifica quindi tutti coloro, che in altri tempi e luoghi, sono sfuggiti al ruolo assegnato loro.

Un bell’esempio della donna che sfugge realmente al ruolo assegnato, e dell’intensa vita che le ruota attorno, ce lo dà la figura della Wilde Rose, della Rosa selvatica, cantata dai Wolfenmond.

I Wolfenmond sono un gruppo di Marburg,in Germania, fondato alcuni anni fa da Sonja Saltara e Christo de Marmedico, che se non sono nomi d’arte, sono piuttosto insoliti da quelle parti.

La parola che traduciamo con “selvaggio” o “selvatico” è wild, che ha rimandi piuttosto diversi dei nostri termini, in una cultura che da almeno duecento anni privilegia l’immaginario della natura incontaminata su quella della città ordinata.

Fatemi sapere se riuscite a sentire bene la canzone, si tratta di un esperimento.

 

Sie ist wild und ungezähmt.
Sie tut, was sie will, auch wenn’s den Vater grämt.
Sie reitet, treibt die Schafe ein.
Am liebsten ist sie mit den Pferden allein.Im Dorf wird geredet, sie erntet nur Spott.
Sie geht nicht zur Kirche und glaubt nicht an Gott.
Verbrennt jedes Essen, verzieht das Gesicht.
Man sah sie nie tanzen, spinnen kann sie nicht.Sie ist mehr Kerl, als ein Weib.
Schlank und rank voller Kraft ist ihr Leib.
Die Zunge ist dornig, doch die Knospen so zart,
Eine Rose von wilder Art.

Mancher Bursche hätt es gewagt,
Den Vater um die Hand gefragt.
Ein Schwiegersohn ist nicht in Sicht,
Denn heiraten will sie noch lange nicht.

Sie reitet, hält die Zügel in der Hand,
Die wildeste Rose, die man je fand.
Sie reitet, zieht die Zügel an,
Mit den Pferden, wie jedermann.

Für den Vater eine Schand,
Die wildeste Rose, die man je fand.
„Wer ist denn hier der Herr im Haus?“
Die Leute im Dorf, ja die lachen ihn aus.

So packt den Vater einst die Wut,
Er wirft seine Tochter voller Zorn vom Gut.
Fortan soll sie ihre Wege gehn,
Er will sie nie mehr wiedersehn.

Der Winterhimmel ist sternenklar,
Die Nacht wird so kalt, wie sie es lange nicht war.
Der Wind pfeift eisig um das Haus.
Gen Morgen treibts den Vater hinaus.

Von Sorge geplagt in die Berge hinein.
Hier ließ er die Tochter allein.
So ist sie doch sein einziges Glück.
„Oh bitte Kind, komm nach Hause zurück!“

Sie reitet, hält die Zügel in der Hand,
Die wildeste Rose, die man je fand.
Sie reitet, zieht die Zügel an,
Mit den Pferden, wie jedermann.

Eilig läuft der Vater hinauf,
Ihren Spuren nach, er gibt nicht auf.
Doch sieht er nur jenen Garten,
Voll wilder Rosen, die am Wegesrand warten.

Die neugierig ihre Stängel recken,
Die vorwurfsvoll ihre Dornen strecken.
Doch schwächer ihr Blick, je weiter er geht.
Blasse Blüten, deren Schönheit verweht.

Der Frost kriecht glitzernd über das Land,
Knospen vertrocknet, der Kopf hängt matt.
Die Kälte hat die Rosen verbrannt,
Auch die wildeste, die man je fand.

Sie reitet, hält die Zügel in der Hand,
Die wildeste Rose, die man je fand.
Sie reitet, zieht die Zügel an,
Mit den Pferden, wie jedermann.

Der Frost hält nun die Zügel in der Hand,
Hat jede Farbe aus dem Dorf verbannt.
Der Winter zieht die Zügel strenger an.
In seiner Faust erfriert Frau wie Mann.

E’ selvaggia e non domata.
Fa ciò che vuole, anche quando fa soffrire suo padre.
Fa ciò, che vuole, sospinge a casa le pecore.
Soprattutto, le piace star da sola con i cavalli.Nel paese si chiacchiera, si guadagna solo scherno.
Non va in chiesa e non crede in Dio.
Brucia sempre il mangiare, storce il viso.
Nessuno l’ha vista ballare e non sa filare.E’ più un ragazzo che una donna.
Snella e agile, forte è il suo corpo.
La lingua di spine, ma i boccioli così teneri,
una rosa di tipo selvatico.

Vari ragazzi hanno osato
chiederne la mano al padre.
Un genero non è in vista
perché lei da tempo non si vuole sposare.

Lei cavalca, tiene in mano le redini
la rosa più selvatica che si sia mai vista.
Cavalca, tira le redini,
con i cavalli come chiunque.

Una vergogna per il padre,
la rosa più selvatica che si sia mai vista.
“Chi è l’uomo in casa qui?”
lo deride la gente al paese.

E così un giorno il padre si fa prendere dalla collera,
pieno d’ira caccia sua figlia dai loro beni.
Da ora in poi dovrà andare per la sua strada,
lui non la vuole più rivedere.

Il cielo d’inverno è chiaro di stelle,
la notte così fredda come da tempo non lo è stata.
Il vento fischia ghiacciato attorno alla casa
verso mattino il padre si avventura fuori.

Preoccupato va verso i monti.
Lì ha lasciato sola sua figlia.
E lei è il suo unico bene.
“Ti prego, bambina, torna a casa!”

Lei cavalca, tiene in mano le redini
la rosa più selvatica che si sia mai vista.
Cavalca, tira le redini,
con i cavalli come chiunque.

Veloce sale correndo il padre
sulle sue tracce, non si arrende.
Ma vede solo quel giardino
di rose selvatiche che attendono sul ciglio del sentiero.

Curiosi allungano i loro gambi
pieni di rimprovero tendono le loro spine.
Più debole il loro sguardo, più lontano lui va.
Pallidi fiori, la cui bellezza svanisce.

Il gelo striscia scintillante sulla terra
secca le gemme, la testa pende stanca.
Il freddo ha bruciato le rose
anche le più selvatiche che si siano mai viste.

Lei cavalca, tiene in mano le redini
la rosa più selvatica che si sia mai vista.
Cavalca, tira le redini,
con i cavalli come chiunque.

Il gelo ha ora le redini in mano
ha cacciato ogni colore dal villaggio.
L’inverno tira più strette le redini
nel suo pugno gela l’uomo come la donna.

 

 

 

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100 Responses to La rosa più selvatica che si sia mai vista

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  2. rossana says:

    Esperimento riuscito, direi: la musica si sente molto bene.

    L’argomento è invece, ovviamente, “spinoso”.
    La “bambola killer” è – come giustamente scrivi – “ricostruita in modo da somigliare al virtuale. Un mix fra il manga e lo stereotipo pubblicitario che ha cambiato l’immaginario non solo femminile, ma anche maschile. Come se l’aver trascorso l’infanzia davanti ai cartoni animati e agli spot pubblicitari avesse depositato nella mente di un paio di generazioni l’identificazione di sé con quel mix.
    La “rosa selvatica”, quella che non si adegua, è per questo pericolosa.
    Ascolta solo la propria natura selvaggia, si fida solo del proprio giudizio e quindi del proprio corpo reale.
    Una donna che ha il coraggio di sé, cioè di persistere nell’esibire la propria autentica faccia, senza cedere alla tentazione di “ritocchi”, è schernita più per auto difesa che per consapevolezza del potenziale rivoluzionario che esprime.
    Il tema è trattato in modo esauriente in un testo, ormai un classico, della letteratura femminile: Donne che corrono con i lupi, di Clarissa Pinkola-Estés, psicanalista junghiana. Una bibbia per le “rose selvatiche” che l’immaginario odierno – femminile e maschile – ha declassato come inattuali proto-femministe. Senza andare mai più in là di un giudizio a spanne: troppo inquietante per il modello manga/cartone animato capirne il valore.
    In realtà, poi, appena gratti la superficie ed entri in contatto più intimo con donne e uomini manga, scopri che questo immaginario è un adeguamento che fa fare alla loro psiche dei salti schizofrenici.
    Rari i maschi che non sognano la donna-manga e altrettanto rari quelli che nel quotidiano non la apprezzano altro che come ornamento sociale e riproduzione plastificata del proprio ideale da spot pubblicitario.
    In ogni donna, più o meno consapevolmente, si nasconde in realtà una “rosa selvatica”. E questo crea in molte donne una sindrome dissociativa fra ciò che sentono di essere e il come sentono che la società (e i desideri maschili) chiede loro di rapprsentarsi.
    Forse, mi auguro, la crisi che incombe ci aiuterà a liberarci dei cartoni animati che ci coltiviamo dentro la testa.
    Forse, un po’ alla volta, ci consentiremo di essere interamente tutta la forza e la bellezza che già siamo, quando osiamo resistere alla tentazione di omologarci a modelli virtuali.
    A volte penso che l’indistruttibilità della plastica che zavorra le nostre vite, abbia influito sulla nostra idea di eternità.
    Che sia per questo che la plastica (e il silicone, il botulino, i tiranti sottocutanei per gli zigomi, ect) ci risultano più belli della nostra vera faccia?

  3. serse says:

    Che belle le rose selvatiche. Il testo mi ha richiamato alla mente la Idgi di “pomodori verdi fritti alla fermata del treno”.

  4. mirkhond says:

    Interessante e molto condivisibile la riflessione di Rossana.
    Io per età, appartengo alla prima generazione cresciuta con gli anime giapponesi, ed inoltre con l’esplosione negli anni ’80 delle terribili virago di plastica di tanta cinematografia usana….
    E, trovandole orripilanti, me ne sono difeso con un contro-immaginario preso anche dagli anime, tipo le mamme-matrone formose e abbondanti di alcuni di quegli stessi anime, oppure guardando le contadine toscane delle pubblicità del mulino bianco tipo gli abbracci, e sempre altre contadine toscane pubblicitarie, con tanto di “hijab cristiano” di spot di questo o quell’olio o vino (bella una in cui compare come testimonial il celebre attore Enzo Cerusico, in una delle sue ultime apparizioni prima della sua prematura scomparsa….).
    O ancora, come detto ieri, immergendomi nelle immagini di libri scolastici e non, di paesaggi anatolici, iraniani, centroasiatici, russi, magrebini, palestinesi, siriani, iracheni, ecc., e sempre con donne che sono l’esatto opposto di quelle dell’immaginario costruito e fatto proprio dai miei coetanei maschi….
    E questo non per ideologie politiche, ne per fare il bastian contrario, ma proprio perchè questo immaginario non occidentale nel senso in cui oggi si ritiene che sia l’occidente, quel “controimmaginario” rispondeva e risponde al mio profondo….

  5. mirkhond says:

    Sempre a proposito di immaginari femminili

    Un paio d’anni fa nella trasmissione L’infedele di Gad Lerner, si parlava dell’ormai annosa tematica dello scontro tra occidente e Islam.
    Una signora italiana intervenne dicendo di provare una profonda ammirazione per alcuni aspetti delle realtà musulmane, soprattutto quelle arabe e maghrebine.
    Lei provava ammirazione proprio per la femminilità di queste terre, una femminilità sana, non costruita su un artificioso culto dello sfilatino, della mazzezza androgina, vera camicia di forza in cui tante franche sono costrette a chiudersi, facendo violenza alla loro psiche oltre che ai loro corpi…
    Alchè il tollerantissimo Gad Lerner ebbe un moto di stizza indignata e secondo la sua solita tradizione di rispetto verso chi non la pensa come lui, le tolse bruscamente il microfono e la parola….
    Forse anche per un ebreo che si considera aperto, in osmosi col Medio Oriente e il Maghreb, come Lerner dice e vuol far credere di essere, ciò che questa signora disse, era davvero un ‘ “eresia” per un immaginario occidentale in cui in moltissimi sono così immersi da non rendersi conto delle catastrofi che hanno provocato e provocano in tante giovani donne, che per anni hanno rovinato l’esistenza propria e quella dei familiari, con inutili, assurde diete fai da te, che hanno inciso anche sulla salute psicologica…..

    • rossana says:

      @Mirkhond

      Non solole diete. Nell’immaginario ormai troneggia la donna iper attiva, sportiva all’accesso (ricordi quello spot sugli assorbenti dove c’è quella che si butta con il paracadute esibendo con questo un’idea maschile di giorni tutti uguali ?), che ha successo nel lavoro quanto e più di un maschio e come quello esibisce “muscoli” e potere. Pare che l’idea di poter scegliere una vita casalinga, di madre o moglie con passioni altre dall’ambizione sociale o la carriera, sia un di meno, una cosa sconveniente al punto che (anche su questo fronte) molti sono i maschi che misurano l’appeal femminile anche su questi parametri. Come se l’indubbio sex-appeal di una donna bella, sportiva, magra, in carriera (e ovviamente anche colta, femminile nei momenti giusti, madre eccellente quel tanto che basta) misurasse non tanto un proprio gusto personale, ma il proprio successo in società come maschio “arrivato”.
      Il che può anche andare bene, non c’è dubbio; non fosse che questi modelli sono artefatti, costruiti e nutriti al punto da contagiare l’immaginario di ogni ceto sociale così che anche l’istinto sano del maschio di periferia, abituato a lottare per farsi strada e a sudare per portare a casa uno stipendio, sogna la supr manager che porti a casa quanto epiù di lui.
      Cosa che si rispecchia, inevitabilmente, sulle ragazze di periferia, pronte a indebitarsi per somigliare a quel modello e finendo per trasformarsi in sotto prodotti cinematografici di terza mano: abiti di firma comprati all’outlet, tette rifatte a suon di finanziamenti, palestra obbligatoria a costo di mangiarsi un quarto di stipendio, ect.
      Eppure, quando mi capita di guardare qualche vecchia foto in bianco e nero di donne di periferia degli anni ’50/’60, vi vedo un’eleganza scomparsa, una dignità dritta e consapevole che non vedo nelle fotocopie di Angelina Jolie, la quale è bella perché non ha bisogno di camuffarsi se non sul set.
      Ho scolpita nella mente una donna conosciuta in uno sperduto villaggio berbero, in
      Tunisia, fra i monti. Abitava in una grotta di tufo, e la cosa che per prima mi colpì entrandovi, fu la pulizia, la totale assenza di cattivi odori (che invece immaginavo), gli occhi limpidi e lo sguardo dritto, fiero. Una specie di “regalità” che emanava e impregnava di sé ogni cosa intorno. Come se il suo senso di appartenenza determinasse in lei una forza di fronte alla quale mi sentivo improvvisamente piccola, un po’ taroccata, un po’ fotocopia anch’io, che pure mi picco di non piegarmi all’essere un cartone animato.
      Insomma, attraverso i modelli che rappresentiamo a noi stessi, forse ci siamo persi un’autenticità di cui non sembriamo conoscere più l’sistenza. Tranne quando veniamo sommersi dalle crisi di panico o dall’ansia, che ci trova impreparati al punto da ricorrere subito all’altro supporto plastificato dell’umano -manga: il farmaco per ogni emozione bloccata.

      • mirkhond says:

        Per Rossana

        Un mio cugino si recò anni fa in Tunisia con l’allora fidanzata poi moglie.
        Al ritorno mi parlò della Tunisia come di un paese bellissimo, tranne per le donne che a suo giudizio (non condiviso da me) NON Si CUREREBBERO (eufemismo per dire che non cercano di diventare degli sfilatini androgini come nell’immaginario maschile occidentale di massa)….

        un’altra chicca:

        Anni fa, si era all’epoca dell’invasione usana dell’Iraq del 2003, si esce con amici.
        Il sottoscritto accenna ad un controverso video in cui una donna irachena godrebbe nell’essere “stuprata” da un paio di marines (si scoprì poi che lo pseudo video-denuncia era in realtà un film porno ungherese…).
        Si apre il dibattito, e il sottoscritto e un amico che elogiano la bellezza formosa e abbondante di molte arabe e maghrebine.
        Alchè un’amica non magra, scioccata dice:
        – ma come facciamo di tutto per CURARCI, e qui ci sono uomini che NON apprezzano la magrezza?-

        Peccato che i due amici in questione le stiano ancora cercando le spose dei loro sogni, in quanto per vari problemi esistenziali, non sono stati capaci di andarsene nel Maghreb e nel Medio Oriente….
        ciao

        • mirkhond says:

          Riguardo alle diete e alle virago, esse solo l’altra faccia della medaglia della civiltà turbo in cui viviamo.
          C’era una volta una famiglia, come tante nel Frangistan, in una città di provincia.
          Una famiglia normale, composta di padre, madre e due figli, un maschio e una femmina.
          I due figli appartengono alla prima generazione la cui infanzia e adolescenza viene profondamente segnata dagli anime e dalla crescente influenza di una cinematografia usana molto aggressiva, sia nei modelli maschili che in quelli femminili; cinematografia certo di rottura col western alla John Wayne, dei dandy alla Cary Grant, e inizialmente anche piacevole per quella continua raffica di battute condite con abbondanti turpiloqui…..
          Ora questo immaginario con gli anni diventa sempre più invadente e invasivo, al punto da abbassare e di molto, il livello della tivù italiana, e con una mediaset che diventa sempre più merdaset, con l’ingresso di maria de filippi e i vari amici, uomini e donne, tronisti, isole di fumosi, vecchi ridicoli e rincoglioniti che vogliono fare i 16-18 di oggi, ecc. ecc.
          Di fronte a questo immaginario sempre più invadente e invasivo dicevo, i due fratelli di prima, reagiscono con strategie opposte: il maschio si rifugia in un suo controimmaginario, aiutato dall’amore per la storia e per civiltà inesistenti e/o fraintese nell’immaginario frangistano degli anni ’80-’90 e non solo.
          Reagisce chiudendosi in un’altera e “snobistica” solitudine che paga tutt’ora, come per chiunque rifiuti scientemente i codici cencelli delle società in cui vive…
          La sorella no, è più fragile, più indifesa, il suo disagio non viene capito, e col tempo diventa un’angoscia, un disperato bisogno di accettazione sociale, di essere come le altre, se per altre intendiamo il modello immaginario cinematografico….
          Da qui una serie di diete fai da te, che sfociano in gravi problemi di salute che le rovinano irrimediabilmente l’esistenza, con crolli fatali con la malattia e la morte quasi in contemporanea dei genitori….
          Ieri, guardando su rai tre uno splendido documentario sui matrimoni nei villaggi berberi del Marocco, questa giovane donna la cui vita è stata rovinata dalla fragilità di fronte a certi modelli consumistici, guardando dicevo quel villaggio, quelle donne bellissime e tutte colorate (altro che islam femminile bacucco di certi pregiudizi!), ha detto che avrebbe voluto essere una di quelle donne lì, e che a quasi 40 anni le sarebbe piaciuto essere già nonna….
          Una donna di oggi, nell’occidente di oggi, con i suoi tanti rovesci di medaglia, i suoi volti oscuri e sconosciuti schiacciati nella corsa all’oro, al number one, come si usa dire….
          Scusate lo sfogo….

      • Andrea Di Vita says:

        Per rossana

        ‘Angelina Jolie’

        Ma non si era rifatta il seno giusto per somigliare di più a quel personaggio dei videogiochi, Lara Croft, che avrebbe dovuto interpretare al cinema?

        Ciao!

        Andrea Di Vita

        • Sì, ma il chirurgo ha sbagliato, operando le labbra! :D

        • PinoMamet says:

          Offendo qualcuno se dico che la Jolie non mi è mai piaciuta?
          Ha sempre la faccia da incazzata, con chi ce l’ha di preciso, si può sapere? Forse pensa di risultare più interessante?
          E cos’è ‘sta mania hollywoodiana di fare collezione di bambini??

          “Bradde, che dici, soo compramo n camboggiano?”
          “Angelì, er camboggiano già ce l’avemo”
          “Ma no te stai a sbajjà, c’avemo un thailendese!”
          “Nonee! Er camboggiano ce l’avemo doppio! Scommetti? Damme er nummero daa babysitter che mo’ vedemo…”

        • rossana says:

          Non ne ho idea,potrebbe essere. Diciamo che il “corpo” di un’attrice è la sua “macchina” da lavoro, e immagino alcuni ritocchi siano ormai quasi un obbligo, per chi con il corpo lavora. In ogni caso, ho visto alcune foto della Jolie al naturale: mi pareva una faccia (e uno sguardo) non banale.

        • rossana says:

          Che ne so? Immagino sia così: ilcorpo di un’attrice è la sua “macchina da lavoro”, no? Tuttavia, ho visto una foto della Jolie al naturale, credo in un servizio sulle sue attività umanitarie. Ciò che si nota, nella sua faccia nuda, è uno sguardo fiero e consapevole. Vero. E’ in questi sguardi che intuisci una “rosa selvaggia” autentica. I dettagli (plastica & son on) diventano tragici quando rivestono un corpo dallo sguardo perso. Vuoto. Senza altra traccia di sé che la taglia che indossa e le proporzioni dei pezzi che tengono insieme quel vuoto.

        • PinoMamet says:

          Sarà.
          A me me pare ‘na stronza, semplicemente, per dirla tutta.
          Ma questione di impressioni.

          Comunque lavorano tranquillamente attrici naturalissime (anche da noi, ne ho conosciute).

        • Andrea Di Vita says:

          Per Pino Mamet

          Claudia Cardinale, per esempio.

          Ciao!

          Andrea Di Vita

    • Se la femmina dovesse cominciare ad essere soddisfatta di sé per il semplice motivo di esistere, buona parte del capitalismo crollerebbe: la tv non avrebbe più la forma che conosciamo, morirebbero gli spot pubblicitari e uno come Gad Lerner dovrebbe trovarsi un lavoro degno di questo nome, lontano dalle telecamere nelle quali ama specchiarsi (e le cui lenti devono essere assai robuste!).
      E questo è il mio pensiero.

      Il pensiero di Lerner credo che fu invece assai più misero, secondo quanto hai accennato.

      Quanto all’immaginario della donna perfetta: vedo ragazzine, ragazze e donne (parlando solo anagraficamente) che sempre più, nel tirarsi indietro i capelli, serrano l’avambraccio al lato del corpo, stendono la mano a cucchiaio, piegano la testa; e non si capisce bene se sia la mano o la testa ad agire.
      Inoltre sono ingobbite, con lo sguardo assente e la bocca aperta come nei bimbi stralunati.
      Parafrasando una meravigliosa frase di De Sica nel film Il Vigile: “Hanno quella fissità nello sguardo tipica delle ottuse!”

      Direi pertanto che siano l’esatto opposto della donna macha con il petto aperto a sfidare il mondo.

  6. Sicuri che la rosa selvatica della canzone differisca sostanzialmente dalla bambola killer? A me le storie come quella della canzone sono sempre sembrate molto artefatte e poco verosimili, esattamente come non plausibile è la bambola killer dei nostri giorni. L’una e l’altra figura nascono da un’immagine che piace a noi che guardiamo da fuori. La rosa selvatica, in particolare, da noi moderni che guardiamo indietro nel passato e cerchiamo di ritrovare in esso prodromi del nostro individualismo liberale e libertario: lei è arguta e atea, può non saper cucinare, vuole essere padrona della propria vita (vuole poter scegliere se sposarsi o meno) e ritiene di poter comprotarsi da uomo fregandosene di quello che pensano gli altri.
    A noi questa piace come immagine, perché implicitamente ci dà ragione in quanto occidentali moderni, facendo diventare il nostro ideale sociale democratico-liberale astorico e assoluto. Se la rosa selvatica in un’epoca lontana dominata da convenzioni sociali molto diverse dalle nostre è approdata ad una sorta di femminismo individualista, allora questo significa che noi abbiamo ragione, che nel DNA dell’uomo c’è la società così come noi la concepiamo. Il risultato finale sono la destoricizzazione e la derelativizzazione del nostro modo di essere, che poi è il sostrato da cui escono i fautori dell’esportazione della democrazia.
    La bambola-killer, paradossalmente, è molto più innocua, perché è vuota dentro e fa solo leva sull’estetica fisica e qualche pulsione maschile. E’ la sorellina minore della prima.

    • rossana says:

      @Mauricius
      Non “la sorellina minore”; solo la rapprsentazione esteriore (appunto vuota e tesa a soddisfare qualche pulsione maschile, momentanea e quindi superficiale) della “rosa selvatica”.
      Fra questa e quella, vi è una differenza che fa tutta la sostanza.
      Ed è quella sostanza che emerge a volte nei conflitti fra uomo e donna: l’incomprensione è spesso frutto di quell’artificio per cui non si è più capaci di distinguere la realtà dalla rappresentazione.
      Ci si aspetta che nascosto dietro al gioco dell’apparenza l’altro risponda con una sostanza reale, che nel frattempo non si sa più come sia.

  7. Per Rossana

    Grazie delle belle riflessioni.

    “Un mix fra il manga e lo stereotipo pubblicitario che ha cambiato l’immaginario non solo femminile, ma anche maschile. Come se l’aver trascorso l’infanzia davanti ai cartoni animati e agli spot pubblicitari avesse depositato nella mente di un paio di generazioni l’identificazione di sé con quel mix.”

    Qui apri una serie notevole di fronti possibili:

    1) l’influenza della televisione nella costruzione delle forme umane

    2) il rapporto tra costruzione dell’uomo e costruzione della donna nel mondo attuale

    3) l’uso dell’infanzia

    A spanne veloci, e generalizzando brutalmente, mi vengono in mente queste cose, soggette poi a tutte le revisioni del caso:

    – la televisione è la principale fonte di costruzione dell’umanità dei nostri tempi, e come tale va distrutto a bastonate, come hanno fatto i taliban :-)

    – la società moderna occidentale, che non si basa su lavori di fatica e non ha bisogno di figli, offre ai generi ruoli diversi da quelli passati. Può sembrare una banalità, ma occorre studiare questi nuovi ruoli, senza lasciarsi condizionare troppo da quelli passati. La dialettica “femminismo-maschilismo” in gran parte gioca ancora le battaglie di ieri, senza capire – da una parte o dall’altra – quali siano le battaglie di oggi. “Vogliamo più donne manager” oppure “e no, rimandiamole ai fornelli!” sono discorsi entrambi sbagliati.

    – Non ci sono più luoghi esclusivi per uomini o per donne: la famiglia nucleare si trova insieme (anche come fasce di età) davanti allo stesso televisore. E questo vuol dire che ogni messaggio è ambiguo, forma insieme un tipo di uomo e un tipo di donna. Certo, è difficile che le donne guardino il calcio, o gli uomini guardino le telenovelas, ma non c’è una netta separazione.

    – il prodotto generale, maschile e femminile, è in sostanza la Jeune Fille di cui parla il collettivo Tiqqun in uno strano ma prezioso libretto. Cioè la persona, di genere fisico indefinito, che imita il virtuale ed esiste come immagine: è quindi – come dice giustamente la critica “reazionaria” – una figura femminilizzata; solo che la critica reazionaria con coglie come si tratti di un femminile costruito dall’immaginario maschile. La Jeune Fille non storce il viso, per citare la canzone, e se non sa filare (ci pensa l’industria), certamente sa ballare.

    – c’è poi l’immenso mercato dell’infanzia, cioè dell’oggetto primario di ogni manipolazione e sradicamento.

    • PinoMamet says:

      ” Certo, è difficile che le donne guardino il calcio, o gli uomini guardino le telenovelas, ma non c’è una netta separazione.”

      In realtà neanche tanto difficile, nella mia generazione c’è una caterva di donne che seguono (e qualcuna che pratica) il calcio con altrettanta o più passione (tipico dei neofiti) degli uomini.

      Mentre proprio le telenovelas no, ma i serial americani da Friends in poi (che hanno copiato dalle telenovelas l’uso dello “sviluppo orizzontale”, basato di solito su rapporti sentimentali/amorosi; un trucco che arriva da lontano, dal cosiddetto romanzo bizantino ed ellenistico) hanno un pubblico rigorosamente misto, femminile e maschile.

      Che poi parlerà, il giorno dopo, della puntata vista in uffici, scuole e università, i luoghi di incontro di questa umanità non più solo mista (che non è una novità) ma anche in molte cose indefferenziata per sesso, come giustamente fai notare.

      Chissà davvero non si sviluppino modelli diversi di comportamenti “di genere”, per ora non ne ho idea.

    • Francesco says:

      1) e quelli con le ginocchia a pezzi come fanno a immaginarsi sportivi, senza TV? torniamo ad andare allo stadio e urlare BUU al giocatore negro avversario? ma fa freddo!

      2) ingenuo illuso! la famiglia nucleare, più spesso che no, dispone di un TV a crapa e si sceglie cosa guardare. ammesso che i ciofani non siano su Internet via Smartphone … quando dico che a casa ho un solo televisore passo per svitato (come uno che non beve vino in Veneto o non mangia salame in Italia)

      3) che qualcuno debba tornare ai fornelli è condizione necessaria di recupero di umanità. il suo sesso non conta mica molto

      4) i lavori di fatica sono morti nel 1700 o giù di lì coi telai automatici odiati da Ludd, stanno solo morendo più lentamente lontano dall’Europa ma solo una una nuova era glaciale potrebbe risuscitarli

      5) è tutta colpa di Jenny la tennista, concordo!

      ciao

      • PinoMamet says:

        “passo per svitato (come uno che non beve vino in Veneto o non mangia salame in Italia)”

        Sai che faccio parte della seconda categoria, e confermo!!

      • paniscus says:

        4) i lavori di fatica sono morti nel 1700 o giù di lì coi telai automatici odiati da Ludd, stanno solo morendo più lentamente lontano dall’Europa ma solo una una nuova era glaciale potrebbe risuscitarli

        Cioè, tu sei convinto che in occidente non ci sia più nessuno che faccia dei pesanti lavori manuali? Solo perché non li vedi da vicino e non sei abituato a frequentare gente che li fa, e quindi concludi che non esistano?

        Non sarebbe la prima volta, oltretutto, che cadi in un’ipersemplificazione tanto ingenua. Mi sembra un’abitudine tipica del tuo modo di ragionare: qualche settimana fa sostenevi che in Italia non ci fosse più nessuno che facesse studi tecnici o profesisonali, perché tu conosci solo laureati o diplomati di liceo. Ma il dubbio che il quartiere di casa tua o il giro dei tuoi amici possa anche non essere rappresentativo del mondo, non ti sfiora mai?

        Lisa

        • Francesco says:

          sono uno statistico

          quindi le minoranze vengono arrotondate a zero per metodologia

          comunque chiedo scusa per la perentorietà di affermazioni che andrebbero noiosamente precisate (senza che ne cambi il senso)

          tra nessuno e il 10% dei lavoratori – nella mia affermazione – non c’è una gran differenza

          e non mi baso MAI sulla mia esperienza diretta in qeusto genere di questioni

  8. Per Mauricius Tarvisii

    “La bambola-killer, paradossalmente, è molto più innocua, perché è vuota dentro e fa solo leva sull’estetica fisica e qualche pulsione maschile. E’ la sorellina minore della prima.”

    Interessante.

  9. rossana says:

    @ Miguel Martinez

    Vedo ora che stavamo postando pensieri simili in contemporanea.
    Ciò che sarebbe bello, oggi, è il saper fare una sintesi di tutto quello che in questi anni di plastica e tv abbiamoimparato su noi stessi: possiamo certo essere migliori, come uomini e come donne, rispetto ai fornelli (o alla calza). Abbiamo (credo) fatto alcuni significativi passi avanti, dal punto di vista evolutivo. Ma è come se ci fossimo incastrati sulla superficie della trasformazione. Come se non riuscissimo a far nostro il senso profondo di questa trasformazione.

  10. rossana says:

    @Miguel
    Mi scuso per alcuni commenti apparsi doppi. Forse non ho capito bene come funziona il Security Code, che mi dice “errato” e poi mi posta uualmente. Solo che me ne accorgo dopo…Perdona…

  11. Per Rossana

    Stavo pensando e ripensando a ciò che aveva detto Mauricius, e alla fine ero arrivato a una conclusione… identica alla tua:

    “Non “la sorellina minore”; solo la rapprsentazione esteriore (appunto vuota e tesa a soddisfare qualche pulsione maschile, momentanea e quindi superficiale) della “rosa selvatica””

    Nel pensare alla “rosa selvatica”, infatti, avevo in mente persone precise, molto reali e per nulla “virtuali”; e nemmeno proiezioni sul passato, a partire da mia nonna che mandava i soldi all’IRA :-) (eventuali reati saranno caduti in prescrizione con la sua morte, presumo).

  12. rossana says:

    @Miguel
    cco, volendo dei “codici”, vorrei quelli genetici di tua nonna.
    Anche se pure la mia non scherzava (e un qualche tratto del suo dna me lo sento nelle vene)…

  13. Per Rossana

    “Eppure, quando mi capita di guardare qualche vecchia foto in bianco e nero di donne di periferia degli anni \’50/\’60, vi vedo un\’eleganza scomparsa, una dignità dritta e consapevole che non vedo nelle fotocopie di Angelina Jolie, la quale è bella perché non ha bisogno di camuffarsi se non sul set.”

    Questo è un fatto reale e di cui non conosco bene la spiegazione.

    L’ho visto con certe vecchie contadine nostrane, con molte donne musulmane, con certe donne rom, e non lo vedo in quasi nessuna donna “moderna”.

    Nel senso che quelle donne fiere erano anche, indubbiamente, madri di enormi numeri di figli, mezze analfabete, cuoche e tutto il resto. Cioè esattamente le donne che appaiono private di qualcosa.

    Non voglio assolutamente trarne una lezione, tipo “le donne dovrebbero stare a fare il cuscus”, ma è una realtà.

    Mi viene in mente un personaggio letterario per me meraviglioso, che è la strega Tiffany degli ultimi romanzi di Terry Pratchett, riservata, poco disposta alla fuffa, molto abile a fare il formaggio e a condurre al pascolo le pecore, che vive molto interiormente e si mostra poco. Certo, l’autore è un uomo, ma credo che sia uno dei personaggi femminili più interessanti.

  14. Valerio Mele says:

    Molto d’accordo quando scrivi “c’è poi l’immenso mercato dell’infanzia, cioè dell’oggetto primario di ogni manipolazione e sradicamento”.
    Ci avevo fatto anche un post o due…

  15. Nella nostra famiglia, ci siamo sempre riprodotti tardi :-) Mia nonna, che faceva la pianista, nacque alla fine dell’Ottocento; e aveva una sorella, che suonava l’organetto a mano per strada, e si innamorò di una donna, con cui visse insieme per tutta la vita, che chiamavamo vagamente “Aunt Bessie”. Aunt Bessie si era recata in Tailandia, all’inizio del secolo, non so assolutamente perché, ma credo che avesse a che fare con la musica; e ci dicevano che lì fosse vissuta alla corte del re. Quando Aunt Bessie morì, ereditammo da lei delle strane figurine di bronzo provenienti dalla Tailandia, che poi sono sparite in tanti traslochi.

    Forse per non dare scandalo, la mia prozia sposò un pianista diciamo non eterosessuale, e i tre vissero per sempre nella stessa casa, felici e contenti.

    Mi ricordo ancora della prozia e di Aunt Bessie che mi indicavano gli alberi dalla finestra di un balcone, cercando di farmi vedere gli elfi, che secondo loro, li abitavano – erano entrambe teosofe.

    Ecco, anche questo per me è un bel modo di essere Wilde Rosen, senza alcuna concessione ai modelli dominanti di allora o di oggi :-)

    • Andrea Di Vita says:

      Per Martinez

      ‘[…] e ci dicevano che lì fosse vissuta alla corte del re. ‘

      :-) :-)

      Non è per caso che ha ispirato ‘ I and the King’ ?

      Ciao!

      Andrea Di Vita

  16. Per Valerio Mele

    Grazie della visita!

  17. Per Mirkhond

    “Riguardo alle diete e alle virago, esse solo l’altra faccia della medaglia della civiltà turbo in cui viviamo.”

    Mirkhond riesce a cogliere, nell’esperienza diretta, ciò che sfugge a molti. Grazie.

    Non conosco praticamente le anime giapponesi, per fortuna sono cresciuto totalmente senza televisione, e ammetto l’uso dell’oggetto televisore unicamente per vedere dei video registrati accuratamente scelti.

    Non credo a chi mi dice, “devi conoscere il nemico per meglio combatterlo”. Io non voglio combattere il nemico, voglio semplicemente che non uccida le persone che mi sono care.

  18. Per Andrea

    “Non è per caso che ha ispirato ‘ I and the King’ ? “

    Non saprei, sono frammenti di cose raccontatemi da persone che non ci sono più, a proposito di persone che non ci sono più.

  19. Buleghin il vecio says:

    Lapidario

    Porca troia!

  20. Alessandra says:

    D’accordo su tutto con Rossana. Sto giusto rileggendo in questi giorni “Donne che corrono coi lupi”, e mi sembra incredibile che un testo così fondamentale sia ancora così poco conosciuto…

    • Francesco says:

      non è piaciuto molto, ricordo recensioni che gli davano del fantasioso e distorto.

      io, da bravo bigotto reazionario, mi tengo rigorosamente lontano da tutto il genere (intendo sia quello psicanalitico, sia quello femminista: uno volta ho iniziato a leggere Il senso di Smilla per la neve ma non sono riuscito a proseguire, odiosissima la super-virago progressista)

      per la cronaca: la miglior bambola kller che ricordi è Red Sonia, interpretato da una giovane e stupenda Brigitte Nielsen, tutt’altro che magra :)

      • PinoMamet says:

        ” odiosissima la super-virago progressista”
        OMDAF!

        Idem per vari “Uomini che odiano le donne” (contrappasso: l’autore, ho orecchiato, è stato da moltE considerato troppo maschilista! ma ignoro i motivi della querelle).

        A parte che non è difficile trovare “donne che odiano gli uomini”, nel contrario invece non mi sono mai imbattuto.
        Ci sono uomini che menano le donne, questo sì, ma l’odio di genere credo che c’entri pochissimo.

        Forse la rilettura forzata a mo’ di “lotta di classe marxiana” dei fenomeni di questo genere da parte del Femminismo è una delle sue grosse tare di origine, ma non ne so niente, mi limito a ipotizzare.

  21. Per Rossana,

    Ti scrivo qui perché sul tuo blog non trovo un recapito (e non mi ricordo in questo momento se mi avevi scritto in privato in passato).

    Mi piacerebbe mettere insieme i tuoi interventi e farne un post, se ti va. Perché nei commenti, li vedono poche persone.

    Basterebbero alcune piccole modifiche – agganciare insieme i pezzi, distaccarli un po’ dal flusso della conversazione (ad esempio togliere la frase “Non solo le diete”) e fare quelle eventuali modifiche che vengono con il senno di poi.

    In caso, mandami il tutto a muqawama@gmail.com, e se non è il caso, non ti preoccupare!

  22. mirkhond says:

    “Io non voglio combattere il nemico, voglio semplicemente che non uccida le persone che mi sono care.”

    Condivido pienamente. Gli anime giapponesi, riguardandoli oggi mi paiono un sacco di assurde ridicolaggini, a cominciare da Goldrake, e parlo di uno dei miei PREFERITI.
    Combattimenti continui, eroi mai stressati da una lotta senza tregua e incapaci di abbandonarsi all’amore….
    Il mito di uno, massimo quattro che combattono intere flotte aliene e mostri di tale potenza, che basterebbe una sola battaglia di quelle a render non il solo Giappone ma l’intera Terra un’eterna solitudine radioattiva….
    Di quelle ridicolaggini che però mi emozionavano da bambino, salvo con piacere solo le scene bucoliche, tipo la fattoria Betulla Bianca sempre in Goldrake, oppure gli anime più contadini ancien regime come Heidi o Pepero, anch’essi con notevoli dosi di assurdità con i loro protagonisti bambini-non bambini, bambini che sono adulti in tutto e per tutto tranne che nell’età, che riescono in imprese da far tremare mille adulti, magari anche il comando del titanic de noantri….
    Ritengo perciò opera meritoria quella della compagnia della Bernarda del Levante Ligure, o i Cialtroni Animati nel doppiare e ridicolizzare i miti animati della mia generazione che, comunque erano oro rispetto a cagate come Goku, o quelle surrealtà cupe per adulti trasmesse la sera da mtv…

    • Moi says:

      @ MIRKHOND

      L’ assurdità “robotica” dei nemici che attaccano l’ eroe molto più forte uno alla volta anzicché in massa (tipo un esercito di un milione di uomini che ne affrontasse uno di diecimila uomini mandando cento uomini per volta !) mi ha sempre dato da pensare … poi credo di aver capito le ragioni di questa incongruenza madornale: quando ho scoperto che, nonostante il suo arrivo in Italia sia stato successivo, in Giappone l’ Uomo Tigre è stato fatto prima dei “Robottoni”; e quindi probabilmente i robottoni ricalcano lo schema, assolutamente verosimile invece nella lotta di tipo “gladiatorio” :-) di un solo nemico per volta.

      L’ autore, Go Nagai, deve essersene reso conto, visto che nei lungometraggi i “mostri meccanici” molto più verosimilmente attaccano in massa, anzicché fare la coglionata di andare uno alla volta sapendo di essere singolarmente più deboli !

      PS

      Mi piace il tuo “fondere” cultura cosiddetta “alta” e cosiddetta “bassa” … penso che tu lo faccia assai meglio del RadicalChic Umberto Eco !

      • mirkhond says:

        Grazie per il paragone col suddetto radicalchic!
        Mi piacerebbe che sorgesse una compagnia di simpaticoni bolognesi, che, in vernacolo sottotilato cominciasse a ridicolizzare anche Goldrake, e (perchè no?) Georgie…..
        Sa quante risate su youtube….
        ciao

      • mirkhond says:

        Parlando più (semi)seriamente

        Personaggi come Actarus o Jigen Daisuke di Lupin III, sono, a mio avviso personaggi ben costruiti soprattutto dal profilo psicologico.
        Tenebrosi che si portano dentro un trauma, un grande dolore nascosto che ha cambiato per sempre le loro vite, li ha trasformati in quelli che sono e che non erano, insomma hanno una statura degna delle migliori opere letterarie, seppur inseriti in contesti veramente assurdi anche per dei guerrieri e dei pistoleri professionisti….
        E comunque, nonostante tutto, li trovo di molte, molte, molte spanne, superiori ai poliziotti e ai brutali fighetti usani cinematografici coevi….

        • Moi says:

          Tuttavia, effettivamente, il sacrificio del proprio io (persino l’ amore per una liceale !) in nome di un fine superiore [tipo sport come se fosse guerra] fa(ceva) davvero molto … Nihon ! ;-)

        • PinoMamet says:

          Sarò strano io, ma ho sempre trovato i personaggi giapponesi più simili a noi
          (non solo a me; proprio a noi come popolo) di quelli statunitensi.

          Naturalmente i giapponesi hanno il topos del senso di sacrificio, che per chi ci fa caso (io, a dire il vero, mai più di tanto) sembra eccessivo per i nostri standard;

          ma i personaggi statunitensi hanno il topos del successo e dell’autorealizzazione assolutamente individuale, che mi sembra non solo eccessiva per i nostri standard, ma anche assai meno legata alla nostra cultura di quanto non siano i samurai ed epigoni vari.
          Anche se sembra strano dirlo.

          Insomma, non è che perché uomo si chiama Henry invece che Sanshiro vuol dire che sia più simile a un italiano.
          Il Sanshiro in questione, ne sono certo, capirebbe non solo Muzio Scevola, ma anche Marziale Ruzante e Ungaretti (dico dei nomi un po’ a caso) meglio dell’Henry di turno.

          Io poi mi spiego male, e mi aspetto valanghe di critiche. Ma non me ne frega niente: io lo so quello che sento io, e non ho bisogno che me lo spieghi qualcun altro.

          E per esempio guardando la valanga di ambientazioni scolastiche giapponesi, posso pensare a una differenza in termini di gradazione, di intensità: c’è più o meno di questo o quello. Ma è sempre una scuola.

          E non ho mai il senso di profonda alterità che ho guardando l’altrettanto notevole valanga di ambientazioni scolastiche statunitensi, che osservo e dico “ma che, è una scuola questa, o cosa? che cazzo fanno esattamente questi pirloni oltre a giocare a qualche sport, prendersi in giro e odiarsi a vicenda?”

          Insomma, a giudicare solo ed esclusivamente dal prodotto filmico (animato o meno), il figlio in una scuola giapponese lo manderei, casomai sarei preoccupato per l’eccessiva severità e la troppa standardizzazione, ma si può fare.
          In una scuola americana no, manco morto.

          Poi, per fortuna la realtà se ne frega a volte di come viene rappresentata, e capita che per sbaglio appaia in qualche film indipendente americano uno scorcio di scuola, di supermercato, di periferia, che assomigliano proprio a una scuola, a un supermercato, a una periferia, e uno dice, ah, ok, allora anche loro alla fine sono normali.
          Che poi lo sono, non quanto i giapponesi, certo, ma un pochino normali lo sono anche gli americani statunitensi.

        • PinoMamet says:

          C’è un’altra cosa.

          Se guardo un cartone giapponese “serio”, salta fuori questa cosa del sacrificio, e vabbè. Alla fine è come le versioni di latino del ginnasio, uguale.
          Ma se ne guardo uno “scemo” (e hai voglia quanti ne hanno) me faccio quattro risate sceme e sporcellone e basta.
          Mica c’erano solo i samurai: c’era anche la cultura chonin, assai più divertente, dopo tutto.
          E anche i samurai… leggetevi le robe che ha scritto “Yadonashi” Kodo, maestro zen e reduce della guerra russo-giapponese (nonchè figlio- adottivo- di puttana, letteralmente, e di ladro professionista)… diretto, volgare, sarcastico, divertente, spiazzante, insomma zen.

          Invece se guardo una roba americana, gira e rigira salta sempre fuori che il personaggio A deve avere successo nella tal cosa e B è nei piedi e alla fine A facendo le cose a modo suo riuscirà a…
          commedia, tragedia, serial, film, cartone animato serio o divertente, l’è sempar compagn (è sempre uguale)

        • mirkhond says:

          Per Pino Mamet

          Condivido l’avversione verso i modelli cinematografici usani per la rozzezza, volgarità, brutalità e pseudoanticonformismo.
          Considero come accennato, gli anime nipponici pur con le loro assurdità, molte spanne al di sopra della cultura usana, proprio perchè provenienti da una civiltà più antica e raffinata….
          E tuttavia ciò che mi affascinava da bambino e mi interroga da adulto, è proprio quella spietatezza “tartara”, “altaica”, “scitica”; insomma un Goldrake chissà perchè mi ricorda i Saka, gli Unni di Attila, i racconti degli scrittori greco-romani sui popoli di Gog e Magog, proprio per quella forza sovrumana, quello spirito di dedizione e sacrificio che certamente piacerà a Nostro Signore, morto anche Lui martire e poi Risorto, ma che non può che sgomentare chi, crescendo si sente più simile al Troisi di Ricomincio da Tre o al Totokhamen di Totò contro Maciste….
          Detto questo Goldrake continuo ogni tanto a riguardarmelo proprio per il ricordo di epoche più lontane e serene, ma non sarei certo in grado di essere forte come Actarus, che però è un personaggio con caratteristiche davvero degne di una letteratura alta, a differenza dei rambo, terminator e altre cagate usane….
          ciao

        • Francesco says:

          Mirkhond,

          anche io ero un fan di Goldrake e ne apprezzavo il senso dell’onore e del sacrificio.

          Mi piacevano meno, fin da bambino, il castismo implicito, per cui a combattere dovevano essere solo i Samurai, che se ci provano i popolani (i.e. le forze armate nipponiche) venivano spazzate via senza batter ciglio dagli stessi alieni che Actarus avrebbe sconfitto. Ero già un Piccolo Democratico e avrei poi apprezzato i film statunitensi sulla seconda guerra mondiale.

          E da subito ci si chiedeva perchè i cattivi non aspettassero di avere DUE robottoni da mandare contro Goldrake, visto che ogni volta ci andavano tanto vicino con un solo robottone. O perchè GOldrake aspettasse tutta la puntata per usare le armi “serie” e prima ci provasse, tutte le volte, con quelle inutili.

          Un’altra cosa che ogni tanto traspariva era che, nel tempo libero, i giapponesi dovevano fare un sacco di sesso con quelle popputissime figure di contorno, altro che storie!

          Ma ti scrivevo per difendere il primo Rambo, anti-eroe solitario, abbandonato, tradito e braccato da quegli stessi “civili” (nel senso di non combattenti per il loro paese) che prima lo avevano spedito in Vietnam e poi gli avevano sputato addosso. E’ un paradosso della storia che sia diventato un eroe reaganiano!

          Ciao

        • PinoMamet says:

          Mah, i samurai (anche quelli veri) erano una casta per modo di dire
          (ci si entrava- neanche troppo raramente- e ci si usciva di propria volontà- e vivi e vegeti- assai più spesso di quanto le banalizzazioni che vanno per la maggiore danno a credere).

          In realtà credo che proprio nel buttare via così ciecamente la propria vita l’esercito nipponico (sia quello vero sia quello “animato”) dimostrasse la propria “samuraità”, dal momento che in definitiva era esattamente questo che si chiedeva ai guerrieri giapponesi.
          Il che richiedeva lungo addestramento mentale ecc.
          (scuola zen Rinzai e così via; da cui il pesante coinvolgimento bellico, dalla guerra russo-giapponese in poi, e la pesanta responsabilità morale non solo dei templi shintoisti ma anche dei monasteri buddhisti specialmente zen).

        • PinoMamet says:

          E confermo il giudizio positivo sul primo Rambo, disadattato in cerca di un posto nella società che lo ha creato, usato e poi tradito.

  23. mirkhond says:

    Riguardo invece alla cinematografia usana, parlo sempre di saranno famosi e della roba che inonda la nostra tv a partire dagli ’80, dagli anni del fu reagan, coi suoi rambi e rambe, mi facevano semplicemente schifo (a parte poche battute del doppiaggio italiano di Eddy Murphy) e ho cercato di difendermene il più possibile, evitando il più possibile di guardarli.
    Mi chiedo se il povero Dante Cruciani fosse ancora vivo, cosa avrebbe detto di tali capolavori, e magari ne sarebbero nate caricature come Totò contro Maciste.
    Riguardo a quest’ultimo VERO capolavoro cinematografico, ricordo la scena in cui Maciste, a capo degli invasori Assiri dell’Egitto faraonico, ordina ai suoi uomini che nella sua tenda gli vengano portate le prigioniere più abbondanti.
    Alchè i piantoni di guardia, fraintendendo sulle intenzioni del superpompato&palestrato forzuto, dicono: – Le PIU’ BELLE se le prendono sempre i capi!-

  24. Moi says:

    @ MIGUEL (importante !)

    Premesso che io stesso non conosco la materia chissà quanto bene, mi pare che tu confonda “Pre-Kinseyanamente” i concetti di “sesso” (sex) e “genere” (gender), i quali per altro negli ultimi vent’anni hanno fatto prepotentemente ingresso nel lessico della giurisprudenza, soprattutto quella in lingua Inglese !

    rif:

    http://en.wikipedia.org/wiki/Alfred_Kinsey

  25. Moi says:

    SEMPRE @ MIGUEL

    ” La bambola-killer non è solo transessuale ” [cit.]

    —-

    Dovresti metterci “transgender”, poiché “transexual” significa fisicamente (!) ermafroditica … mediante chirurgie estetiche e “diete ormonali” atte a “invertire” il naturale dimorfismo sessuale della specie umana relativo al soggetto.

    PS

    La materia è di una complessità ben lungi dall’ esaurirsi in queste poche righe.

  26. Bambuco says:

    Miguel: Marburg si trova in Assia, in Germania occidentale.

  27. PinoMamet says:

    ” Forse, mi auguro, la crisi che incombe ci aiuterà a liberarci dei cartoni animati che ci coltiviamo dentro la testa.”

    Bellissimo! Speriamo.

  28. jam says:

    ..una settimana fa pensavo di fare una torta, invece ho fatto un quadro post-moderno, carbonizzato, apocalypse now. Gli ingredienti hanno formato una superficie come da vulcano dopo l’eruzione quando la lava solidificandosi assume forme e disegni come sculture. La farina le uova ed il resto sono diventate la mappa di un paesaggio devastato e, dopo la disperazione iniziale, ho fatto qualche fotografia al mio quadro e l’ho abbandonato in un angolo del giardino affinché in preda alle formiche si trasformi in un’altra realtà piena di tunnel e mondi che cominceranno a vivere nelle pance delle formiche come in un microcosmo che ignora la bruciatura.
    Tutto cio’ x’ nel mio quaderno di ricette ho scritto che voglio essere “donna antica”, cioé un po’ rosa selvaggia? Ma le rose selvatiche bruciano le torte???
    ciao

    • rossana says:

      Non ha importanza. Che le brucino o le sfornino fragranti, qualcuno se ne nutre comunque. Mi piace molto, ad esempio, questo tuo nutrire le formiche. Mi sembra una delle più “antiche” attitudini delle “rose selvatiche”.

  29. Moi says:

    Scusate, non ho capito il riferimento ad “I and the King” … quello della Dama Vittoriana che insegna Inglese ai figli del Re del Siam ?!

    http://en.wikipedia.org/wiki/Anna_and_the_King

    … ma che nesso v’è ?

    • Andrea Di Vita says:

      Per Moi

      Si trattava in entrambi i casi di una donna straniera di lingua Inglese che ha a che fare col Re del Siam. Non ce ne dovevano esere molte, all’epoca.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

      P.S.: e sì, io rammento il film con Deborah Kerr e Yul Brinner come un piacevole ricord d’infanzia… Stupenda la scena in cui la corte, scandalizzata, capisce grazie alla straniera che il Siam NON è il centro del mondo, e non è neanche molto più grande della vicina e nemica Birmania.

  30. jam says:

    “le donne bellissime e tutte colorate dei villaggi del Marocco”
    ..ma anche le donne afghane bellissime e tutte colorate, piene di specchietti e monili d’argento, che coi loro abiti di velluto avanzavano come regine assumendo i segreti di tutti i fiori, cioé della rosa, queste donne, sono la realtà che i talibani ed un islam troppo letteralista stà facendo scomparire. Non é soltanto la modernità dell’occidente che uccide il vissuto, ma anche l’ignoranza di un certo oriente che distrugge senza pietà i suoi fiori più profumati e belli…ma come dice ibn’Arabi, lo scarabeo non ama il profumo della rosa!
    ciao

    • mirkhond says:

      Jam ognuno parla per le proprie esperienze e i propri vissuti…
      Le donne afghane? Non saprei, credo che siano di una bellezza diversa, snella, mentre a me che sono più mediterraneo mi piacciono ritondette come diceva il Boccaccio e con i rotolini dell’amore, nascosti dietro vesti e veli bellissimi e colorati che celano tesori bellissimi, da svelare al proprio marito nel letto dell’amore, come visto in un video maghrebino e come letto da un commentatore francese sulla sua dolce e abbondante metà marocchina….
      ciao

  31. paniscus says:

    Nell’immaginario ormai troneggia la donna iper attiva, sportiva all’accesso, che ha successo nel lavoro quanto e più di un maschio e come quello esibisce “muscoli” e potere.

    Pare che l’idea di poter scegliere una vita casalinga, di madre o moglie con passioni altre dall’ambizione sociale o la carriera, sia un di meno, una cosa sconveniente al punto che (anche su questo fronte) molti sono i maschi che misurano l’appeal femminile anche su questi parametri.

    Come se l’indubbio sex-appeal di una donna bella, sportiva, magra, in carriera (e ovviamente anche colta, femminile nei momenti giusti, madre eccellente quel tanto che basta)

    Cara Rossana,

    alla tua osservazione, che sostanzialmente condivido, aggiungo un punto specifico che riguarda proprio la maternità.

    A mio avviso, non è proprio vero che la donna ideale immaginaria sia “madre eccellente qual tanto che basta”… ma se è possibile, è pure peggio: ossia, a me pare che l’eccellenza stessa della madre, in tale modello, si misuri proprio su quanto MENO la sua maternità sia evidente, su quanto poco abbia modificato gli altri aspetti della sua vita, e su quanto sia stato veloce il ritorno immediato ad essere “come prima”. Come se la riproduzione fosse una malattia, e la genitorialità fosse un breve periodo di convalescenza, che deve essere lasciato alle spalle il prima possibile.

    Andiamo a guardare una piccola carrellata di esempi famosi, di donne vip che vengono mediaticamente esaltate come “supermamme”. La parola “supermamma”, per quanto leziosa e manierata, dovrebbe stare a indicare un esempio forte di persona che eccelle nelle attitudini materne, che è particolarmente esemplare PROPRIO come madre, no? Invece, col cavolo… l’espressione è stra-abusata proprio per indicare una donna che, dopo essere diventata madre, si è affrettata a velocità vertiginosa a ritornare esattamente identica a prima (sia dal punto di vista fisico, sia da quello sociale), come se la maternità non l’avesse sfiorata per niente.

    La “supermamma”, tanto più ammirevole e tanto più “madre migliore”, è quella magra come prima, efficiente come prima, disposta a fare gli stessi movimenti e gli stessi orari di prima, e con le stesse abitudini sociali di prima:

    – la donna politica che dopo una settimana dal cesareo accorre al consiglio dei ministri in tacchi a spillo e truccata di tutto punto,

    – la sportiva che torna ad allenarsi a tempo pieno dopo dieci giorni dal parto e a vincere competizioni mondiali dopo tre mesi,

    – la modella o l’attrice che dopo un mese si fa fotografare in spiaggia col fisico più snello e scattante di prima,

    – la donna in carriera che torna a lavorare dopo pochi giorni, continuando a fare gli stessi orari di prima, compresi straordinari a orari impossibili, e trasferte all’estero…

    Per cui, l’allattamento è “tollerato” nei primi due o tre mesi, ma dopo diventa imbarazzante (per non parlare dell’allattamento a richiesta senza orari, che dovrebbe essere l’unico modo biologicamente possibile per farlo funzionare); il non essere ancora tornata al lavoro dopo sei mesi, è da lavative; il corpo ancora un po’ appesantito dopo un anno, è da sciattone impresentabili; il non fare più la stessa vita sociale notturna di prima, è considerato un abbrutimento; il non essere disposte a fare le nove di sera alle riunioni di lavoro, è considerato un arretramento e un’abdicazione dalle grandi conquiste di parità femminile…

    In sintesi, appunto, la maternità ideale è quella che NON SI VEDE, come se non ci fosse stata.

    E sulla paternità ci sarebbe da aprire un altro thread apposito, ancora più pesante :)

    Lisa

    • rossana says:

      Condivido, completamente. La maternità è un altro “fare”, alla fine. Dove tanto più fai in fretta e tanto prima ti liberi del tuo essere femmina rotonda, tanto più “vinci” sul piano sociale. A vincere quindi (nel senso fisico ma anche mentale, che essere spigolose pare sia molto sexy), è il modello corporeo maschile. Che sia per questo che trionfa il plastificato?

      • PinoMamet says:

        ” che essere spigolose pare sia molto sexy”

        Io non so chi ha messo in circolazione questa cosa.
        Di tutti gli uomini di varie età che conosco, ce ne è solo uno, uno soltanto, che si dice attratto dalle donne spigolose.
        Meno male che non tutti hanno gli stessi gusti, anzi, però la statistica spannometrica spinge a chiedersi:
        ma pubblicitari, stilisti, fotografi ecc. ecc.; ci sono o ci fanno?

        Per completezza, ho anche conosciuto una ragazza (una scema, vabbè) che si vantava- vantava proprio-della artificialità di seno, labbra, naso e orecchie (!) che aveva;
        a quanto ho capito, lo giudicava una specie di status symbol, “io posso permettermi di rifarmi il naso le tette le labbra e voi no”.
        Quel tipo di personaggi che, se dovessi inventarli per un libro o un film, non li farei mai così, perché non mi sembrerebbero credibili; e invece esistono davvero.

        • serse says:

          Pino,
          “Di tutti gli uomini di varie età che conosco …”
          questa tua esperienza è anche la mia

          “ma pubblicitari, stilisti, fotografi ecc. ecc.; ci sono o ci fanno?”
          Magari mi sbaglio, ma a me sembra che non ci sono né ci fanno, visti i risultati.

          Certe volte è difficile non essere complottardi.
          Vabbè, vado a cercare qualcosa di Padre Amorth-

        • Peucezio says:

          Pino, tieni conto che tu vivi in Emilia, lì gli standard estetici sono un po’ diversi.
          Semmai io non riesco a capire com’è possibile che da una parte il modello proposto dalle top-model e dalle indossatrici sia quello sottile e diafano, col seno piccolo ecc., mentre al tempo stesso le donne vogliono rifarsi il seno e il resto per sembrare (alla vista e al tatto) come le bambole gonfiabili.
          L’impressione è che il modello cui le donne vogliono assomigliare sia la pornografia americana più triviale e che il loro scopo sia aderire al 100% all’immaginario del camionista, mentre le passerelle, le pubblicità, le copertine presentano un modello patinato non si capisce bene per chi.

        • Francesco says:

          rilancio

          le modelle secche come acciughe sono proposte da stilisti gay a un pubblico FEMMINILE, mentre gli uomini, branco di porci senza ritegno, restano attratti da un certo numero di rotondità nei punti giusti

          è il mondo della moda a essere strano, poco comprensibile

          le “super top” sono alla fine un misto di corpo asciutto (se non scheletrico) su cui si innestano seni e natiche importanti … sempre a rischio di effetto patchwork

        • Peucezio says:

          Sì, ma il pubblico femminile a sua volta adatta il proprio aspetto al gusto maschile o a quello che ritiene tale. Cioè se io voglio vendere un indumento o un qualsiasi prodotto che modifichi l’immagine fisica di una donna, dev’essere tale che la donna, servendonese, ritenga di piacere di più.
          In ogni caso la contraddizione resterebbe: le donne si piacciono anoressiche da passerella o tettone da calendario del camionista? E nella prima ipotesi, perché poi si rifanno il seno? E nella seconda, le passerelle in funzione di chi si fanno, se non degli uomini e nemmeno delle donne?
          Forse la partizione non è tanto fra uomini e donne, ma fra élites e gusto popolare-medio. Cioè c’è una popolazione maschile dai gusti più sofisticati (e una corrispondente popolazione femminile che vi si adegua) e un’altra un po’ più triviale o, se vogliamo vederla positivamente, più ruspante.
          In ogni caso resta un problema di non facile interpretazione.

    • Andrea Di Vita says:

      Per Paniscus

      Da cinefilo ricordo che questo clichè della ‘mamma che nonostante i figli riesce a rimanere in carriera’ è oggetto della commediola masticabibbie ‘Ma come fa a far tutto?’ che ha come protagonista quella (non ricordo il nome) che ha fatto ‘Sex and the city’. Doppia ironia antifemminile: proprio da un’attrice il cui ruolo più famoso è stato quella di una educata ninfomane lo spettatore medio si aspetta con divertito imbarazzo di vedere come se la cava coi pannolini.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

  32. paniscus says:

    “Eppure, quando mi capita di guardare qualche vecchia foto in bianco e nero di donne di periferia degli anni ’50/’60, vi vedo un’eleganza scomparsa, una dignità dritta e consapevole che non vedo nelle fotocopie di Angelina Jolie, la quale è bella perché non ha bisogno di camuffarsi se non sul set.”

    Questo è un fatto reale e di cui non conosco bene la spiegazione.

    L’ho visto con certe vecchie contadine nostrane, con molte donne musulmane, con certe donne rom, e non lo vedo in quasi nessuna donna “moderna”.

    Credo che abbia a che fare semplicemente con il fatto di avere una vera e propria FACCIA, al naturale, piuttosto che una maschera o comunque un aspetto artificioso, fatto apposta per l’immagine.

    Mia nonna, classe 1915 e origini contadine toscane, è morta poco più di un anno fa, all’età di 95 anni; negli ultimi due o tre anni era fisicamente invalida, ma è sempre rimasta perfettamente lucida fino alla fine.

    Era diventata nonna a meno di 60 anni, quindi nei primi ricordi della mia infanzia non era particolarmente vecchia… anche se all’epoca, per una signora di quell’età, sentirsi e considerarsi vecchia era in qualche modo “doveroso”.

    Bene, il ricordo più marcato che ho di lei è proprio questo: nell’arco di 40 anni della mia vita, in cui lei è passata dai quasi 60 ai quasi 100, a me è sembrata praticamente sempre uguale. Non l’ho MAI vista truccata, né con i capelli tinti, né con pettinature particolarmente artificiose (il che a 95 anni sarebbe anche normale, ma a 60 non è detto): ha portato i capelli lunghissimi e lisci fino all’ultimo, tirati su in una crocchia ordinatissima, sempre uguale da quando era giovane.

    Quando aveva circa 70 anni, e io ne avevo 14 e facevo i primi maldestri esperimenti di trucco e di cure estetiche, mi ha sempre affettuosamente presa in giro, sostenendo che “se non sento il bisogno di mascherarmi io, che sono vecchia, perché mai dovrebbe perderci tempo una ragazzina, che è tanto più carina così come sta?

    Non ha mai fatto niente per cancellarsi le rughe, le cicatrici o le macchie della pelle, cosa che adesso sarebbe considerato indice di sciatteria e di “non essere interessate alla cura di se stesse”… eppure a me è sempre sembrata, anche negli ultimissimi anni, una bella donna anziana, dall’aspetto fieramente dignitoso, ossia l’esatto contrario del concetto di sciatteria.

    Per capirsi… la risoluzione è un po’ moscia, perché si tratta di foto ancora non digitali, stampate dal rullino e scannerizzate dopo, ma questa è una sua immagine quando aveva già quasi 90 anni, con la prima bisnipote appena nata:

    http://www.paniscus.net/immag/priv/bisnonna01.jpg

    Non ho ancora avuto modo di passarla al digitale, ma in casa esiste una sua foto di quando aveva meno di 30 anni, con il proprio figlioletto in braccio, e si vede istintivamente che lo spirito e la dignità sono gli stessi.

    La FACCIA, appunto.

    Lisa

    • rossana says:

      Lisa, leggendoti mi sono passate nella mente figure di donne, come tua nonna, che ho sempre sentito “forti” proprio per quella dignità di sé che pare scomparsa. Eppure, erano delle “rose selvatiche” senza esserlo, forse.
      Perché, spesso, queste donne che non conoscevano la vanità se non nell’ssere madri e mogli aderenti al proprio ruolo sociale, per sopravvivere dovevano nascondere in sé ogni traccia di “selvaggio” per adeguarsi a consuetudini contro le quali anche la più selvaggia delle rose era destinata a perdere.
      Ciò che intendo è che forse quel “selvaggio”, quella natura forte, si manifestava proprio nella fierezza dello sguardo e nella dignità, in quel mostrarsi senza cercare di compiacere altri che se stesse.
      Il trucco, la vanità di un abito o di una scarpa, segnavano fino a pochi anni fa la donna “perduta”, cioè la donna che voleva piacere e che per questo veniva schernita e etichettata come “donna facile”.
      La sanzione sociale ha sempre avuto sulle donne un forte valore di deterrente: se non seguivi le regole stabilite dalla famiglia e dalla “buona società”, non ti si perdonava niente.
      E credo che invece proprio fra quelle donne “perdute”, fosse più facile trovare “rose selvaggie”.
      Cos’era, in fondo, quella dignità senza fronzoli di queste donne dritte, se non l’estrema consapevolezza del proprio limite espressivo? Cos’altro rispecchiavano quegli occhi fieri se non la certezza dell’essersi “adattate” ma non arrese?
      E chi, meglio di una donna che ha giocato dentro alle regole, può sapere quale istinto “selvaggio” si nasconda nell’esibizione di un tacco 12 o di un rossetto rosso carminio?
      Ogni nostro atto, ogni scelta, ogni nostro gesto parla non solo della nostra libertà, ma anche della nostra limitazione, dei compromessi che abbiamo accettato e di quelli che non siamo mai state disposte ad accettare.
      Ecco, vedo in questo piccoli dettagli il sopravvivere della “rosa selvaggia” che abita ogni donna. Ma tua nonna “sapeva”. E lo “sapeva” la mia. Ecco perché erano dignitose e dritte: sapevano che l’aver accettato le regole le aveva sì premiate sul piano sociale, ma aveva rubato loro ogni possibilità di “andare per boschi e “cavalcare tirando le redini”.
      La differenza, fra le nostre bellissime nonne e noi, è che viviamo in una società che si accontenta troppo

    • serse says:

      Lisa,
      mi hai fatto commuovere. Mia nonna aveva dei capelli lunghissimi raccolti in una crocchia. Credo non li lavasse mai: mi ricordo che ogni tanto mia madre glieli scioglieva, passava un pettine molto fitto (la pettinessa) e poi gli rifaceva le trecce.
      La FACCIA, dici. Mah.

    • Peucezio says:

      Lisa,
      secondo me la spiegazione è semplice.
      Non si deve pensare che dietro tutta questa cura di sé stesse e tutto questo stress della donna d’oggi si debba vedere chissà quale impegno e sforzo. Oggi tutto è concepito in modo da rendere la vita facile, liscia, lieve, da eliminare ogni asperità, ogni applicazione, ogni vero sforzo. Aderire ai modelli della pubblicità non è poi così difficile: tutto concorre a renderlo facile, relativamente accessibile a larghi strati della popolazione e oltretutto il nostro stile di vita, di alimentazione e tutto il resto è tale che si dimostrano vent’anni quando se ne hanno quaranta ecc. ecc.
      Poi è chiaro che se lo chiedi a una donna ti dirà che vive una vita di sforzi improbi, di fatiche di Sisifo: un’umanità viziata vede come un’impresa sovrumana anche sollevare una formica. Ma resta il fatto che il modello consumistico provoca sì alla lunga frustrazioni, insoddisfazione esistenziale ecc., ma attraverso la facilità, la strada liscia, dolce e in discesa. E’ un meccanismo molto più raffinato ed efficace che mettere le catene alle caviglie agli schiavi e farli remare sulle galee.

      La fierezza e l’aspetto dignitoso e composto della donna d’un tempo non veniva affatto da un istinto primordiale, da una sorta di genuinità primigenia. Non c’era sofisticazione, affettazione, questo sì.
      Ma era il risultato di un’autodisciplina assimilata fin dalla nascita e radicata nel profondo della personalità. La donna, come l’uomo, come tutti in quella società, aveva un ruolo ben definito, cresceva dando per scontato il sacrificio, l’impegno, l’abnegazione per i genitori, il marito, i figli ecc.; c’era l’introiezione di un senso del decoro molto più profondo e autentico del superficiale e un po’ ridicolo decoro borghese.
      La fierezza non era altro che la manifestazione esteriore del senso del dovere, della dignità del proprio ruolo e della forza interiore che lo rendeva possibile.

      • Andrea Di Vita says:

        Per Peucezio

        ‘dovere’

        Marlene Dietrich, in ‘Vincitori e vinti’ di Stanley Kramer, racconta a Spencer Tracy di quando da bambina, erede di nobile casato, non aveva neanche mai sognato di correre via dall’istitutrice a bere alla fontanella quando aveva sete dopo aver giocato il pomeriggio sotto il sole. Doveva attendere gli altri per tornare a casa e solo tornati a casa e cambiati d’abito i bambini e le bambine si mettevano in fila per chiedere un bicchiere d’acqua.

        La confidenza, che nel personaggio appare del tutto spontanea, viene resa dal personaggio della Dietrich per dimostrare la solidità delle proprie convinzioni morali al giudice masticabibbie impersonato da Tracy: cosa non ovvia, data l’ambientazione a Norimberga negli anni successivi all’ultima guerra.

        Ricorda da vicino certe pagine del ‘Tonio Kroeger’, e ancora di più delle ‘Considerazioni di un impolitico’ di Thomas Mann. Ma anche se il ceto e la nazione sono gli stessi, il film che ho citato è hollywoodiano, e il regista uno Statunitense. Segno che certi codici di comportamento erano transnazionali.

        Ciao!

        Andrea Di Vita

    • Andrea Di Vita says:

      Per Paniscus

      Fu il masticabibbie Max Factor a dire :’ Non esistono donne brutte. Esistono donne pigre’.

      Ho avuto molto successo in ufficio quando ho aggiunto ‘…e segretarie stanche’.

      E’ notevole che una delle più belle storie di Topolino dei primi anni ’60 riguardi un magnate dell’industria cosmetica ricattato da Gambadilegno, che, sotto la copertura di pubblicitario, minaccia di rendere pubblico un filmato in cui si vede la vittima del ricatto entrare in uno spogliatoio vestito da uomo e uscirne vestito da donna. Il miliardario (dall’allusivo nome di Mac Faxtor) è in realtà una donna talmente racchia da dover fingersi maschio per poter lavorare, un po’ come ‘Victor Victoria’. Il bello che i filmini di Gambadilegno non sono neanche peggiori di quelli prodotti dalle major hollywoodiane che Mac Faxtor non perde occasione di svillaneggiare. Una storia così oggi non c’e’ produttore cinematografico che oserebbe trasformarla in un film.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

  33. mirkhond says:

    Per Lisa e Rossana

    Grazie per le vostre riflessioni di donne DAVVERO non conformiste….

  34. Leo says:

    Ist Sonja Saltara von Pesaro ? :-)

  35. jam says:

    x Mirkhond
    Non mi hai capita. Quando ho parlato delle donne afghane ne ho parlato come se fossero marocchine, e non mi riferivo alla ciccia, se cicciotte o magre, se oggetto sessuale piacevole x chi quest’oggetto lo vuole magro o x chi invece lo vuole grassottello, ma mi riferivo al fatto che un Islam di tipo talibano o salafita che puoi trovare anche in marocco, ha su di loro gli stessi effetti distruttivi della società contemporanea occidentale. Ti rimane una persona-oggetto esotico-desiderabile agli occhi occidentali, ma la faccia e l’espressione tranne alcuni casi naturalmente, non saranno più quelle delle afghane o delle marocchine di una volta, proprio come in europa o in tutte le parti del mondo . Nell’occidente a causa di tutte le cose giustissime dette negli interventi di Rossana e Lisa, in oriente anche a causa dell’intolleranza religiosa.
    In afghanistan ci sono talmente etnie, che le tipologie femminili sono svariatissime, ma é chiaro che con le guerre e la scarsità di cibo attuali, é più probabile che siano magre, ma ripeto, ne ho parlato come se fossero marocchine, x’ volevo esprimere un’altro concetto; quello che anche l’oriente sta distruggendo le sue donne, anche se queste donne hanno il velo, e a causa di un velo troppo pesante e imposto.
    I villaggi del marocco assomigliano a quelli afghani, cosi come le donne nei loro stili di vita e nella loro religione si assomigliano moltissimo. E questa somiglianza questa aura luminosa é offuscata da regimi troppo conservatori che con la scusa di proteggerle le distrugge, sia grasse che magre, proprio come un occidente troppo invasivo e consumista toglie la dignità alle sue donne. Che poi le donne orientali, quando non ci sono le guerre, sotto il velo sono più truccate e artefatte di quelle occidentali, l’oriente adora i cosmetici. Un mio amico un giorno che indossavo il velo, mi disse che la bellezza della donna era il velo. Io gli risposi che la bellezza della donna é la sua luminosità, la luce che la sua persona emette a causa dell’autenticità del suo cuore delle sue idee e del suo agire. Una donna senza sincerità é brutta anche se é carina o bella, é brutta anche se ha un bellissimo velo.
    ciao

  36. mirkhond says:

    Jam ho capito il tuo punto di vista, ma le mie sofferenze NON sono state causate dai talebani, ma da coloro che in nome del libertinaggio scambiato per libertà e cristianesimo, considerano tutto l’Islam talebanistan, tranne per se Souad Sbai e le Ruby.
    Tra Ruby e una velata, scusami, ma continuo a preferire la seconda….
    ciao

  37. mirkhond says:

    In Afghanistan le donne le hanno maltrattate TUTTI, non solo i biekissimi talebani….
    Come dai rapporti del biekissimo und maskilista RAWA…..
    ciao

    • mirkhond says:

      “non mi riferivo alla ciccia, se cicciotte o magre, se oggetto sessuale piacevole x chi quest’oggetto lo vuole magro o x chi invece lo vuole grassottello”

      Perchè è un delitto se una MINORANZA di biekissimi franchi NON apprezza la snellezza? Mi sembra che i bambini non nascano da amori platonici….

      “Ti rimane una persona-oggetto esotico-desiderabile agli occhi occidentali”

      Veramente si sta parlando di UN SOLO occidentale, visto come un alieno, anche da una colta e raffinata signora afghana di etnia tagica….

      “ma é chiaro che con le guerre e la scarsità di cibo attuali, é più probabile che siano magre”

      Ho solo espresso un arre estetico. Non mi sembra di aver offeso chi vive nella più tremenda povertà causata ANCHE da scelte politiche occidentali…..

      “questa aura luminosa é offuscata da regimi troppo conservatori che con la scusa di proteggerle le distrugge, sia grasse che magre, proprio come un occidente troppo invasivo e consumista toglie la dignità alle sue donne.”

      Ah ecco, siamo sempre lì. L’orrore di chiedere comportamenti più seri, mentre ruby quella sì che è vera emancipazione….

      “Che poi le donne orientali, quando non ci sono le guerre, sotto il velo sono più truccate e artefatte di quelle occidentali, l’oriente adora i cosmetici.”

      “Una donna senza sincerità é brutta anche se é carina o bella, é brutta anche se ha un bellissimo velo.”

      Certamente. Ma anche nel caso contrario….

      Non mi sembra di aver detto il contrario. Comunque penso che le situazioni variino per aree, condizioni sociali, grado di religiosità ecc. Non credo che siano tutte odalische o bajadere come un certo esotismo occidentale che sembri rimproverarmi….

  38. mirkhond says:

    Offendo qualcuno se dico che la Jolie non mi è mai piaciuta?

    A me no di certo….
    ciao

  39. jam says:

    adoro l’intelligenza musulmana, e gli uomini musulmani quando sono intelligenti sono ad un livello d’intelligenza raffinata eccone un esempio.
    Dal blog di uno scrittore musulmano tunisino:
    “Brève sémiologie du vêtement où l’on voit que le niqab n’en pas un.
    Il proprio di un vestito non é di coprire la nudità, ma di sublimarla. Le parti del corpo non sono più che il loro contorno o delle forme geometriche. Ridurre il vestito ad un velo, é ridurre il corpo alle sue parti hontueuses. Un vestito non é un “nascondi sesso”,
    anche se esiste della biancheria intima molto bella. La caratteristica del vestito é di essere dotato di un coefficiente di bellezza, di essere un tocco personale, di nascondere, ma anche di lasciar vedere. Il vestito é metaforico: corolla come per un fiore, piega per una rosa. Lascia vedere un polpaccio, un braccio, l’inizio di un seno che da per un tutto. La mini-jupe fa intuire che le gambe si prolungano indefinitivamente, il niqab lascia vedere una nudità coperta. In questo, trovo che nulla é più impudico del niqab”.
    ciao

  40. mirkhond says:

    Il tipico musulmano franchizzato…..

  41. mirkhond says:

    Personalmente ritengo molto più affascinante una donna con l’hijab, l’abito lungo e che lasci intravedere solo le caviglie…
    A me questo può bastare per sognare, come visto in tante foto su internet, soprattutto turche, e qualche volta nella realtà….

  42. Per Moi

    “Dovresti metterci “transgender”…”

    Hai ragione, però credo che Baudrillard (e Valerio Mele, da cui prendevo spunto) parlassero di transessualizzazione…

  43. Per Francesco

    “le modelle secche come acciughe sono proposte da stilisti gay a un pubblico FEMMINILE, mentre gli uomini, branco di porci senza ritegno, restano attratti da un certo numero di rotondità nei punti giusti”

    Hai ragione almeno sulla prima parte. Cioè il modello dell’anoressica non è una semplice imposizione del desiderio maschile. Poi quale sia l’ideale, porcino o meno, sognato dai maschi, faccio fatica a definirlo.

    Credo che moltissimo dipenda dalla cultura e dalle esperienze personali: personalmente farei fatica a decidere un tipo univoco di “donna bella”.

    • Francesco says:

      1) allora che cosa è? cosa esprime? un complotto di stilisti omosessuali contro la femminilità ubertosa e fertile che è loro nemica naturale? ci sono ipotesi meno astruse e reazionarie? perchè Milano è tappezzata di ragazzine scheletriche, con gli occhi neri come se non dormissero da giorni, che pubblicizzano elementi di abbigliamento, gioielli e quant’altro?

      l’artificiale ha sempre una motivazione, se non una ragione

      2) ci sono mille mila donne belle, spesso non si assomigliano affatto e le regole per definirle servono solo a ridere delle regole. però cìè un solo tipo di modella …

      ciao

  44. Francesco says:

    sono uno statistico

    quindi le minoranze vengono arrotondate a zero per metodologia

    comunque chiedo scusa per la perentorietà di affermazioni che andrebbero noiosamente precisate (senza che ne cambi il senso)

    tra nessuno e il 10% dei lavoratori – nella mia affermazione – non c\’è una gran differenza

    e non mi baso MAI sulla mia esperienza diretta in qeusto genere di questioni

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