Dell’uso di Albert Einstein

Chi non ha molto ben del naturale
et un gran pezzo di conoscimento
non può saper che cosa è l’orinale,

né quante cose vi si faccin drento
(dico senza il servigio dell’orina),
che sono ad ogni modo presso a cento;

Dalle Rime di Francesco Berni

albert-einstein-urimatQuesto oggetto, dall’uso facilmente riconoscibile, è stato avvistato allo zoo di Monaco di Baviera.

Il testo dice,

“Urimat, l’orinale che non usa acqua. Ogni anno, 2 miliardi di litri di preziosa acqua potabile vengono attualmente risparmati grazie al sistema URIMAT”.

A sinistra, Albert Einstein contempla meditabondo le nudità dei visitatori tedeschi e mormora, “geniale”.

Lasciamo perdere l’utilità dell’oggetto, che non mettiamo in discussione, e concentriamoci su Albert Einstein.

Degli studi e delle opere di Einstein, il 99,9% della specie umana non capisce nulla, e non vorrebbe nemmeno cominciare a capirci qualcosa. Tutte le scuole del mondo sono sede dell’epica e vittoriosa resistenza della gioventù mondiale al tentativo di produrre nuovi Einstein.

Ciò rende Einstein un genio, cioè uno che indubbiamente capisce cose che non sono alla nostra portata. Lo scienziato, come lo sciamano, è presuntuoso e pericoloso, ma possiede l’autorità del mistero, e quindi è oggetto di un viscerale amore-odio.

La gente normale, invece, ci capisce qualcosa di tecnica, cioè di robe che si toccano (nel caso dell’Urimat, diciamo, di robe che si potrebbero almeno teoricamente toccare). E quindi, curiosamente, l’astratto e distratto Einstein diventa il simbolo di una cosa molto pratica.

In realtà, alla gente piacciono le cose semplici, che non obbligano a pensare, persino quando pensano al pensiero. E non c’è nulla di più semplice di un’immagine. Le incomprensibili formule della fisica diventano così la faccia sorridente di Nonno Einstein, lo sciamano buono.

Non so se qualcuno sa in che occasione fu scattata questa foto, oppure quell’altra notissima di Einstein che fa la linguaccia.

Sospetto che Einstein stesse pensando a ben altro – un mal di pancia, un libro da restituire alla biblioteca – quando il petulante fotografo gli ha chiesto cinque secondi del suo tempo per fare uno scatto. Un’espressione bonaria e ironica, e poi via a pensare di nuovo alle cose veramente importanti.

Senza avere la minima idea – un genio non è detto che capisca le cose del mondo – di essere diventato in quel momento un elemento fondante del flusso simbolico-mediatico dei decenni futuri, il gemello simpatico dell’arcigno baffo di Adolf Hitler. E senza sapere che alcune delle sue innumerevoli incarnazioni immaginali avrebbero passato le proprie noiose esistenze a vendere corsi di Scientology in Francia oppure orinali in Germania.

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25 Responses to Dell’uso di Albert Einstein

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  2. tanto per says:

    aneddoto su Einstein e divismo:

    “Mentre si trovava in California, nel gennaio del 1931, ospite del Caltech di Pasadena, Einstein ebbe occasione di incontrare Charlie Chaplin, che lo invitò alla prima mondiale del suo ultimo film, Luci della città. La sera dello spettacolo, scesi dalla limousine sulla quale avevano viaggiato insieme, i due uomini si avviarono insieme verso l’entrata del Los Angeles Theater, entrambi in frac, Einstein più alto di una spanna di Chaplin, tra due ali di folla che applaudiva freneticamente. «Che significa tutto questo ?» domandò Einstein. E Chaplin, di rimando: «Niente». ” (http://www.wuz.it/archivio/cafeletterario.it/373/8806174657.htm)

  3. PinoMamet says:

    Fa il paio con il Leonardo da Vinci delle brochure e dei filmatini aziendali, quello che “coniuga tradizione e modernità” o “cultura e innovazione”

  4. Lorenzo says:

    Intanto mentre siete qui a disquisire di quisquilie i neutrini vanno più veloci della luce nel un tunnel Ginevra gran sasso. Altro che Torino Lione… qusta sì che è alta velocità. Oh, è vero, l’ha detto la Gelmini!!

  5. Manuel says:

    Sottoscrivo quanto dice Lorenzo, e chiarifico.
    Cioè, sul sito del Ministero dell’Istruzione appare il seguente comunicato stampa:
    http://www.istruzione.it/web/ministero/cs230911
    Di cui vale la pena evidenziare la frase “Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro.”.
    La nostra ministra dell’istruzione sostiene che tra Ginevra e il Gran Sasso ci sia un TUNNEL.
    E poi si fanno tanti problemi per la TAV, ma dico io…
    Però consoliamoci: la Svizzera non potrà mai chiuderci le frontiere se l’Italia fallirà. Saremo tutti già lí, piú veloci della luce!

    • Andrea Di Vita says:

      Per Manuel

      Meriti un paio di distici:

      Nec Helvetici montes, nec negarunt horrida
      gloriam almae physicis ita mirabilis oris.
      Parvuli pontes Scyllae, parvae viae consulis:
      respice tunnel, amice, canit nobis Gelmini.

      (Nè i monti Svizzeri, nè gli abissi han negato la gloria
      di così mirabile e fertile bocca ai fisici.
      Sono piccoli i pnti di Scilla (sullo Stretto), poca cosa le vie consolari:
      guarda il tunnel, amico, canta per noi la Gelmini.)

      Ciao!

      Andrea Di Vita

  6. Marcello Teofilatto says:

    Non CESSO di stupirmi.
    Saluti da Marcello Teofilatto

    • Moi says:

      Questo gioco di parole_a ben pensarci_ è possibile proprio grazie all’ assenza dei diacritici … un “Eutoscofono” :-) ;-) credo che distingua sempre e comunque fra “cèsso” (smetto) e “césso” (fino agli anni ’60 “water closet” italianizzato in “vaterclò”) .

      • Moi says:

        Comunque sia, a Bologna _ a differenza di “pèsca” e “pésca”, ove la seconda viene “normalmente” usata anche per indicare la prima_ la distinzione “cèsso” / “césso” invece c’ è !

        Va be’, a voler essere pignoli, in entrambi i casi le “s” sono almeno 3 anzicché 2 ;-) :-)

        • PinoMamet says:

          Dalle mie parti idem :)

          “Cèssso”= smetto
          “céssso”=cesso

          ma
          “pésca” = frutto del pesco e azione del pescare;
          “pèsca” = smettila di fare il fine e parla come mangi!

          abbiamo però ricreato una differenziazione che mi pare manchi in italiano standard:
          “sétte” = numerale 7
          “sètte” = plurale di setta (o numerale sette se sei piacentino, o Dio guardi, milanese)

          ciao!

        • PinoMamet says:

          A scanso di equivoci, volevo semplicemente dire che “pèsca” con la e aperta qua non lo dice nessuno, e se uno lo dicesse verrebbe immediatamente zittito nel modo sopra indicato ;)

      • Marcello Teofilatto says:

        Ci sono giochi di parole che riescono meglio per iscritto… A chi volesse approfondire, consiglio questo saggio di un esimio glottologo :-): http://www.youtube.com/watch?v=vyP8uqpeqpI
        Un saluto da Marcello Teofilatto

  7. Manuel says:

    Nah, Moi, le “s” emiliano-romagnole sono sempre due; solo che sono retroflesse. Vero è che a Bologna amano calcarle anche piú che qua a Rimini… :)

    • Moi says:

      Va bene, si sa … ma era per rendere l’ idea, e cmq la storia delle sibilanti in Emilia Romagna è un po’ complessa, nel senso che se le /s/ sono “marcate”, le /ds/ e /ts/ sono “attutite” .

      Una canzonetta senza (!) pretese da corso di linguistica:

      http://www.youtube.com/watch?v=eC88T1BBLIk

      Ad ogni modo, la peculiare caratteristica dialettale di Bologna, e che si perde in Italiano, è l’ “alfacismo”, le “a” più o meno modificate e “abusive” rispetto all’ etimologia. Al suo interno il fenomeno ha addirittura delle coppie minime, tipo
      “al màstar / er” (il maestro, mastro …) o “al måstar / er” (il mostro).

  8. Sardina says:

    Ori(gi)nale!
    Appropriata l’associazione tra Einstein, considerato, nell’immaginario, il padre naturale della bomba atomica presa in adozione da altri entusiasti genitori, e un orinale (col dovuto rispetto) perché mi figuro che gli effetti prodotti senza l’uso dell’acqua di scarico siano simili a quelli della bomba H. Proporrei di stendere un cordone sanitario intorno allo zoo (zoo? Che fine ha fatto quell’idea degli anni 80 di eliminare gli zoo?) di Monaco!
    Trovo che lo scienziato sia presuntuoso e pericoloso al pari di un politico o di un gerarca religioso perché tutti applicano la teoria del “fine che giustifica i mezzi” e chi ci va di mezzo siamo, quasi sempre, “noi”…
    La formula E=mc al quadrato si potrebbe applicare anche al capitalismo per spiegarne il suo inevitabile crollo.

    Sardina

  9. Ugo says:

    A me piace pisciare (e non solo, se del caso) nei campi di mais, particolarmente quando il raccolto è prossimo. E’ molto più igienico, date retta.

    • PinoMamet says:

      Non mi pronuncio sull’igiene, ma di certo è pratico: non ti vede nessuno.

      Traduco un espressione dal dialetto di qua:
      “si dà tante arie, e fino all’altro ieri andava a cagare nella mélica (mais)!”

      • Marcello Teofilatto says:

        :-) Si può avere la versione originale?
        Saluti da M.T.
        P.S. Su in Veneto (ma anche altrove, suppongo), chi ci sta antipatico viene invece invitato a farla sulle ortiche :-)

        • PinoMamet says:

          “Ag’ fa tant dentar, e fén a ier d’la l’andèva a caghèr int’la mèlga!”
          lett. “ci fa tanto dentro, e fino a ieri-di-là andava a cagare nella melica!”

          “farci dentro”, anche nell’italiano locale, significa darsi un tono, darsi delle arie; sinonimo è “darsi della merda”;
          “ieri di là” è l’altroieri;

          “va a cagare nell’ortica” l’ho sentito anche qua, da mia nonna sentivo anche espressioni tipo
          “va a cagare nella pila (sott. “di merda”- il riferimento è alle pile di letame ammucchiato dietro le stalle) del Comune!”
          Ignoro se i Comuni disponessero di “pile” proprie; ma forse sì, perché no? Magari qualche stalla comunale, nel periodo in cui il trasporto era ancora a cavalli.

          Un’ultima nota:
          il “socmel” bolognese qua non si usa (più), ma da una simpatica amica di famiglia non giovanissima ;) sento usare l’espressione
          “socmal c’at darò un persag”
          (succhiamelo che ti darò una pesca; in dialetto funziona perchè i nomi di frutti sono al maschile, quindi risulta “succhiamelo che ti darò un persico”, letteralmente).

          ciao! :)

        • Moi says:

          In Bolognese, almeno fino agli anni ’50, è sopravvissuto il “sucémel” … ovvero il plurale :-) di “soc’c’mel” qualora il proprio disappunto fosse rivolto a più d’ una persona …

  10. Riccardo Giuliani says:

    Tutte le scuole del mondo sono sede dell’epica e vittoriosa resistenza della gioventù mondiale al tentativo di produrre nuovi Einstein.

    Se da questa splendida frase si toglie la parte “della gioventù mondiale” ci avviciniamo al vero assai più di quanto accadrebbe lasciandola intatta.

    Per inciso: Einstein sapeva giocare con la propria immagine, questo gli ha fruttato un susccesso sicuramente meritato ma che sarebbe toccato per certi versi ad altri suoi colleghi.

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