Cristiani in fuga, Frattini tace

ROMA – Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha inviato all’ Alto rappresentante Ue per la politica estera Catherine Ashton una lettera, co-firmata dai capi delle diplomazie di Francia, Polonia e Ungheria, in cui si chiedono «misure concrete» contro le persecuzioni dei cristiani e per la promozione del rispetto della libertà di religione.

In una piccola cittadina di un paese del Terzo Mondo, settanta cristiani sono stati costretti a fuggire da una folla che minacciava di crocifiggerli.

Lo so che state già meditando una rappresaglia contro la più vicina moschea, ma rilassatevi.

I cristiani in fuga sono evangelici, chi li sta cacciando sono cattolici e la nazione in cui ciò avviene è il Messico. Il paese in cui, secondo i nostri media, non succede mai nulla.

La località precisa si chiama San Rafael Tlanalapan. I resoconti sono un po’ di parte, nel senso che provengono soprattutto da fonte evangelica, e forse la storia della minacciata crocifissione è un po’ esagerata.

Comunque i settanta evangelici locali, cui non è mai stato permesso costruirsi un luogo di culto, sono stati fatti oggetto di manifestazioni e di minacce.

Lo scorso 7 settembre, gli evangelici sono stati convocati a una riunione con Antonio García Ovalle, il presidente auxiliar del municipio di San Martín Texmelucan, di cui fa parte Tlanalapan.  Ed è stato intimato ai protestanti di lasciare il paese entro cinque giorni. Si dice che l’invito sia arrivato in seguito alle prediche del focoso parroco cattolico, Ascensión González Solís, che avrebbe invitato i fedeli a usare “bastoni e machete” per cacciare i protestanti/evangelici.

La decisione dell’espulsione, e qui vediamo un elemento molto messicano, sarebbe stata confermata dalla segreteria generale del governo dello Stato di Puebla.

E’ interessante notare che gli evangelici hanno prima accettato la decisione, per contestarla alcuni giorni dopo. Non in nome della libertà di religione, ma perché la richiesta di espulsione non era firmata da tutti i membri della comunità.

A questo punto, deve essere successo qualcosa – si parla persino di “mediatori delle Nazioni Unite”. Comunque, il governo dello Stato di Puebla ha cambiato improvvisamente la propria decisione, non solo revocando l’espulsione, ma anche promettendo di permettere la costruzione di un tempio evangelico nella cittadina.

Alcuni giorni dopo, la polizia – già presente in forza nel paese – ha aperto un’indagine contro i cattolici per istigazione alla violenza.

Il Messico ha un grande vantaggio: non suscita emozioni in Italia. E quindi questo episodio ci permette di capire davvero cosa si nasconde dietro tanti episodi nel mondo che i media ci spacciano per “conflitti religiosi”.

Intanto, constatiamo il silenzio dei cristianisti nostrani, che preferiscono far finta che certe cose succedano solo dove ci sono i musulmani: in realtà, gli evangelici parlano di 47 attacchi da parte di cattolici contro di loro in Messico. E non stiamo parlando di piccole violazioni del codice del politicamente corretto, ma di distruzione di case, esproprio di terre e – tipica prassi messicana – l’esclusione dal sistema della distribuzione dell’acqua.

Possiamo immaginare poi la risposta laicista – ecco la prova che la Chiesa intollerante è sempre in agguato… in realtà, il parroco è stato sospeso immediatamente dall’arcivescovo di Puebla, che lo ha costretto anche a dire di non essere stato lui a promuovere la cacciata dei protestanti; e le istituzioni cattoliche sembra che abbiano spinto per permettere agli evangelici di restare.

Per capire cosa è successo davvero, dobbiamo partire dal nome del paese coinvolto: San Rafael Tlanalapan. O dai nomi dei paesi vicini, Santa Rita Tlahuapan, San Martin Texmelucan e Santa Ana Nopalucan.

Tutti nomi costruiti allo stesso modo: combinando il nome di un santo del repertorio cattolico-europeo con una parola in lingua nahua, che descrive qualche aspetto preciso del territorio. Ci troviamo infatti nel pieno altipiano del Messico, sotto i due volcani, Iztaccihuatl e Popocatépetl. Cioè la culla di una civiltà, indipendente da tutte le altre del mondo, le cui radici agricole potrebbero risalire a circa 10.000 anni fa; e che ha conservato la propria struttura di fondo, digerendo e rielaborando in modo del tutto originale una serie di simboli e stimoli esterni. Tra cui, in primo luogo, quelli cattolici.

Una ventina di anni fa, il grande antropologo Guillermo Bonfil Batalla scrisse un’opera, allora eretica, oggi quasi ovvia: México profundo: una civilizacion negada.

Il Messico, scrive Bonfil, ha due livelli – quello superficiale e quello profondo.

In superficie, il Messico è costituito dai suoi portavoce politici, che da cinquecento anni fingono che quello su cui esercitano il potere sia un paese occidentale (lo so, la definizione non è geograficamente molto sensata, ma è quella che si usa in Messico). Secondo le mode, guardano a Madrid, a Roma, a Parigi, a Mosca, a Washington, e inventano un paese immaginario, in cui ogni dichiarazione e ogni legge è una finzione. Tutti muoiono, magari arricchiti, ma delusi da un paese che si rifiuta di adattarsi alle loro fisime.

Il nucleo della resistenza è la comunità indigena: una gran varietà di popoli e di lingue, ma accomunati dal radicale attaccamento a un’agricoltura autosufficiente e diversificata, fondata materialmente su gruppi rigorosamente endogamici e sostanzialmente paritari, in cui molti lavori sono collettivi ed eseguiti gratuitamente a beneficio della comunità. La famiglia si estende anche nel tempo, grazie agli onnipresenti e celebratissimi morti.

Il piano pratico e quello simbolico sono inscindibili: l’unità del gruppo e la sua sopravvivenza sono garantite dalle figure elettive dei capi tradizionali, condannati a rotazione a gestire a proprio spese le feste.

Le feste seguono insieme il calendario agricolo e quello dei santi; e comprendono un gran numero di rituali e un uso smodato di bevande alcoliche, che ha sempre scandalizzato gli osservatori illuminati.

Questa cultura è sopravvissuta alla catastrofe del saccheggio spagnolo, alla conversione religiosa, al saccheggio liberale/positivista dell’Ottocento, alle confuse ingegnerie dei rivoluzionari e dei loro eredi, all’assalto neoliberista del 1994, persino alle migrazioni nelle città, dove si sono spesso ricostruite le stesse comunità.

Molto più difficile è sopravvivere al protestantesimo. Che fu introdotto deliberatamente negli anni Venti dai governanti del Messico, convinti che solo una conversione di massa alla religione dominante degli Stati Uniti avrebbe trasformato i messicani in un popolo di imprenditori occidentali. Un’improbabile convergenza di radicalismo giacobino, interessi industriali del nord del Messico, i fondi dei Rockefeller e missionari statunitensi, questi ultimi spesso molto coraggiosi e in indubbia buona fede, non diversamente dai loro compari salafiti oggi che predicano nel contesto del mondo islamico.

Una polemica superficiale in Messico identifica i protestanti come agenti della CIA; la realtà è molto più complessa, anche perché si tratta di comunità veramente democratiche, che non ricevono ordini dagli Stati Uniti. Nella misura in cui si interessano di politica, gli evangelici hanno idee molto diverse. Persino su Israele, nonostante le immense pressioni filosioniste che provengono dai loro confratelli statunitensi. La storia poi passa anche per loro, e nascono forme sincretistiche assai bizzarre.

Mostrando un’onestà personale spesso notevole, imparando le lingue indigene, i missionari introducono uno stile di vita austero, onesto, laborioso. Non bisogna mai sottovalutare, in Messico, la motivazione autenticamente spirituale, ma gli evangelici sicuramente prosperano individualmente più degli altri.

L’evangelico esce dal mondo locale e familiare, entrando nell’immensa ed efficiente rete mediatico-spettacolare della telepredicazione.

Parlando in modo rigoroso di salvezza e dannazione eterne, gli evangelici riescono facilmente ad avere il sopravvento sulle fumosità del clero postconciliare, di cui denunciano – spesso a ragione – le grettezze e la corruzione.

Nei loro rituali estatici, i pentecostali poi risvegliano echi sciamanici; come fanno anche quando prendono sul serio gli dèi e i santi, trasformandoli però in demoni pericolosi da esorcizzare.

Ma chi diventa protestante deve immediatamente uscire dalla comunità, per due motivi: non può partecipare all’idolatria e non può ubriacarsi.

Visto che il livello pratico e quello simbolico sono inseparabili, questo vuol dire non partecipare ai lavori collettivi, non contribuire i fondi per le feste, non andare ai matrimoni o ai battesimi. Spezzano poi il requisito fondamentale della cultura mesoamericana, che è una democrazia non della maggioranza, ma dell‘unanimità. Tutti, nessuno escluso, deve essere convinto delle decisioni prese.

Dove passa la predicazione evangelica, quindi, si distrugge automaticamente la comunità, anche nelle sue basi materiali. E la comunità applica quindi automaticamente e unanimamente la pena imposta dalla costumbre: il bando. E’ infatti solo sulla mancata unanimità che lo Stato ha potuto imporre il ritorno degli evangelici a Tlanalapan.

Come abbiamo visto parlando della Nigeria, quelli che vengono presentati nei media come conflitti tra opinioni religiose nascondono spesso realtà molto diverse.

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19 Responses to Cristiani in fuga, Frattini tace

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  2. Peucezio says:

    L’eliminazione fisica tuttavia sarebbe molto più efficace, perché chi è cacciato può tornare, per chi è morto è più complicato.
    Articolo molto interessante comunque.
    Gli evangelici non hanno bisogno di essere manovrati, l’uomo spontaneamente zelante, il moralizzatore sincero, il fanatico convinto è molto più dannoso del gregario prezzolato, il quale serve una causa finché ne ha convenienza e con meno zelo.
    I Padri Pellegrini erano sinceri e ferventi, erano spiritualmente giudei e quindi molto più efficienti di chi è pagato o ricattato dai giudei.

  3. Francesco says:

    Miguel

    per quanto io sia quello ignorante e tu quello messicano, nelle tue cronache c’è sempre troppo un racconto coerente perchè tu mi convinca

    l’ultimo dato incredibile, poi, è quello dell’unanimità

    in attesa di smentita, lo ritengo umanamente impossibile (anche se capisco perchè ti piace molto)

    ciao

    • Non è molto incredibile l’unanimità. In fin dei conti, per secoli nei monasteri la “democrazia” è stata quella dell’unanimità, che per essere compresa si deve dimenticare la nostra nozione di democrazia.
      Noi siamo convinti che è votare sia valutare bene un problema, farsene un’idea propria e personale e sentirsi liberi rispetto a quello che pensano gli altri. Concezione bellissima, molto liberale, ma che è particolarmente recente.
      La cultura dell’unanimità, invece, prevede che tutti sappiano già in anticipo, più o meno, qual’è il sentire comune della comunità e che quindi cerchino di adeguarsi ad esso (conformismo? E’ riduttivo definirlo così) votando in quel senso. Non ci sono gli astenuti, perché la “votazione” è in realtà acclamazione, per cui si fa così perché tutti vogliono che si faccia così.
      Era questo il modo in cui erano “eletti” i sovrani barbarici, per esempio: i guerrieri si riunivano, si faceva il nome del più illustre e tutti, battendo sugli scudi, lo eleggevano facendo rumore. Niente conta dei suffragi, niente dibattito, niente vero confronto tra idee individuali.
      Impostazione culturale diversa, semplicemente.

      Curioso che da Wycliff ai pentecostali sia cambiata radicalmente la prospettiva. Il primo era filosoficamente realista e vedeva la Chiesa come un’unica comunità (sebbene da “ripulire”) di salvati “in solido”, i secondi battono sulla salvezza individuale, che era il cavallo di battaglia della condanna cattolica contro i lollardi. Corsi e ricorsi.

      • Francesco says:

        sbaglio o l’abate del monastero era eletto e, se ricordo bene, a voto segreto?

        oppure anche lì vigeva l’unanimità?

        il Papa non è mai stato scelto con questo scomodo sistema

        in ogni caso, mi pare una intollerabile intromissione nella vita personale … come quando si esce la sera insieme e si è obbligati all’unanimità per salvare la “compagnia” … due palle da suicidarsi che alla fine mi sono levato dai piedi

        grazie a tutti per le delucidazioni

        PS Miguel democristiano non me lo aspettavo!

    • roberto says:

      Francesco,
      anche per me la ricerca dell’unanimità nelle decisioni era qualcosa di incredibile.
      poi ho iniziato a lavorare con un giudice finlandese.
      il meccanismo è semplice, butti gli orologi nella monnezza e discuti finché tutti non sono d’accordo senza nessuna riserva e con il sorriso sulle labbra.
      è un rituale sciamanico, direi.
      e pare che in quelle lande desolate siano tutti così.

  4. Per Francesco

    Sul concetto di unanimità, come dice Mauricius Tarvisii… non è questione di avere il “massimo numero di consensi individuali”, ma cosa fa la comunità insieme; che poi nelle sue decisioni, dovrà contare concretamente su tutti, e quindi non può avere dissenzienti.

    La comunità in Messico, poi, ricordiamo, è transgenerazionale, cioè comprende sempre i morti.

    Credo che ci sia qualche analogia con la società tirolese, che pure è molto più complessa; e persino con certe comunità montane italiane.

    Solo per dare un’idea – mi ricordo che in Lessinia, la Democrazia Cristiana ai bei vecchi tempi prendeva qualcosa come il 95% dei voti. Cioè, una volta che la comunità aveva deciso di sostenere un politico e non un altro, appena il 5% approfittava del segreto delle urne per andare controcorrente. E stiamo parlando di una società ben più complessa, e con ben più legami esterni, di quelle delle montagne di Puebla.

  5. PinoMamet says:

    Due note:
    – tra qualche settimana si festeggia il santo patrono della cittadina presso la quale risiedo (quella vicina, cioè): la festa ha adesso (e forse ha sempre avuto) pochissimo di “religioso” nel senso cattolico ufficiale del termine, ed è rimasta di fatto una festa di fine stagione agricola- grandi bevute, su cui la Chiesa cattolica ha intelligentemente “appoggiato” il culto di un santo (militare romano egiziano, ovviamente) martirizzato in loco (così secondo il Martirologio) e che condivide diverse caratteristiche con la divinità celtica pre-esistente.
    Fonte, un interessante studio a cura della Curia Diocesana.
    (Altro che filmatini “Zeitgeist” stile “vi diciamo la verità che la Chiesa vi nasconde!”)

    ecco, o gli evangelici imparano a fare così, oppure mi sa che vanno poco lontano; perlomeno in una società tradizionale.

    Nota numero due:
    ricordo l’incredulità e lo scandalo di conoscenti, anni fa, quando in occasione di un funerale un loro parente testimone di Geova si rifiutò di entrare in chiesa.
    La cosa fu vista come una terribile mancanza di rispetto per il morto e per la famiglia.
    “Cosa te ne frega se è la tua religione o un’altra, non ti crolla mica addosso la chiesa! ma non entrare neanche, lasciare il morto lì da solo come un cane…”

    ciao!

    • Moi says:

      @ PINO

      Zeitgeist e la UAAR hanno parzialmente (!) ragione : la preparazione in Storia delle religioni di chi “andava / va a catechismo” è praticamente inesistente … risulta pertanto facilissimo allontanare dalla parrocchia (fecendogli credere quindi che il Papa sia una specie di Mago Do Nascimento che si fa mantenere con l’ 8 per mille !) con un “Codice Da Vinci” o con un filmatino “casereccio” su Mithra e Horus di Youtube chi NON ha vera Fede !

      • Moi says:

        “facendogli” …

        sempre @ PINO / tutti

        Considera poi che spesso la parte didattica su “chi era Gesù” non è particolarmente diversa dalla pasqualata ;-) e il “pretino” [come avrebbe detto Guareschi] post-conciliare è sempre alla spasmodica ricerca di qualcosa di nuovo e conosce meglio magari i Cavalieri dello Zodiaco dei Re Magi … magari non sa neppure che la Bandiera della Pace che va per la maggiore è quella con l’ arcobaleno invertito della Teosofia, adottata anche dagli LGBTQisti. Se poi glielo fanno notare, quasi sicuramente il pretino post-conciliare (Quelli che l’ Ultimo Concilio è anche l’ Unico !) minimizza.

    • “ecco, o gli evangelici imparano a fare così, oppure mi sa che vanno poco lontano; perlomeno in una società tradizionale.”
      Oppure aspettano che le società tradizionali crollino: una comunità può espellere un singolo membro. Ne può espellere due, dieci. Ma il gruppo, in questo modo, finisce per sfaldarsi.

  6. Claudio Martini says:

    L’ultimo intervento militare francese risale a circa un secolo e mezzo fa. Il Messico e decisamente palloso e fuori moda.

    • Moi says:

      Politicamente parlando, c’ è tutta via il “mito evergreen” :-), pardon “everred” :-) ;-) del SubComandante Marcos nel Chapas …

      Ma nulla può, questo genere d’ immaginario, contro quello ilare, spensierato e giocoso “da Merendero” o da “Speedy Gonzales” e simili ;-) :-)

      Ai Messicani, nell’ industria dell’ intrattenimento soprattutto per “giovanissimi” (cartoni animati, wrestling “staged” e sostanzialmente incruento) è concesso persino il sommo privilegio, inconcepibile per altre nazionalità, di battere gli antagonisti Statunitensi … purché nel farlo, facciano anche ridere per via del loro aspetto e il loro modo di fare in un certo “clownesco” e variopinto.

      • Claudio Martini says:

        “Politicamente parlando, c’ è tutta via il “mito evergreen” , pardon “everred” del SubComandante Marcos nel Chapas …”

        Mi ha sempre lasciato molto, ma molto perplesso.

  7. Riccardo Giuliani says:

    La decisione dell’espulsione, e qui vediamo un elemento molto messicano, sarebbe stata confermata dalla segreteria generale del governo dello Stato di Puebla.
    Sono curioso: puoi spiegare meglio, Miguel? soprattutto il “molto messicano”.

  8. Per Riccardo Giuliani

    “Sono curioso: puoi spiegare meglio, Miguel? soprattutto il “molto messicano”.”

    Il Messico è un immenso stato federale, credo in questo simile alla Nigeria – cioè un potere centrale spesso fin troppo soverchiante, che si associa a una grande autonomia locale.

    Compresa l’autonomia delle comunità indigene, che hanno anche un sistema giuridico piuttosto diverso. E in cui le decisioni delle comunità, purché prese con la solita unanimità, sono vincolanti anche legalmente.

    Un sistema complesso, che è stato formalizzato tra il 1917 e i decenni recenti, e ha aspetti inconfessati di ogni sorta: ad esempio, quando il partito dominante vedeva minacciate le sue aspettative elettorali, ricorreva al diritto indigeno e viceversa.

    La Rivoluzione del 1910 è stata una rivoluzione federalista e anticentralista, che ovviamente ha creato un sistema di potere centralizzato.

    Questo rapporto tra centralismo e decentramento ha effetti stranissimi.

    Mi ricordo un gruppo di attivisti indigeni dello Stato di Oaxaca, che aveva occupato senza problemi e senza alcuna interferenza della polizia la piazza principale di Città del Messico per mesi, per denunciare il fatto che il governatore dello Stato di Oaxaca pagava dei mercenari per uccidere a fucilate chiunque protestasse nello Oaxaca.

    • Riccardo Giuliani says:

      Vediamo se sono entrato nello spirito.
      Hai talmente spiegato bene che la confusione mi è aumentata?
      Potremmo sintetizzare così?

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