Gerald Horne e la Grande Guerra Razziale

Gennaio 1942, due mesi dopo Pearl Harbor. E’ l’epoca in cui folle sovreccitate di bianchi americani danno fuoco alle sale dei Testimoni di Geova, sospettati per il loro rifiuto del servizio militare di essere la quinta colonna dell’Asse.

I principali dirigenti delle comunità nere statunitensi si riuniscono e votano, 36 contro 5 e con 15 astensioni, una mozione moderata nei toni, ma che in sostanza nega il sostegno alla guerra contro il Giappone.

E’ una delle vicende che porta alla luce lo storico nero americano, Gerald Horne, in Race War! White Supremacy and the Japanese Attack on the British Empire (New York University Press, 2004).

Quando si parla di “storia” o di “memoria”, si intendono in genere unicamente i sei anni della Seconda guerra mondiale, e unicamente il fronte europeo di tale guerra.

Chiedete a bruciapelo a qualunque alunno dell’Istituto Tecnico per il Settore Economico Paolo Dagomari di Prato, cosa è stata la Seconda guerra mondiale.

All’incirca, vi dirà che c’era un pazzo di nome Hitler che voleva conquistare il mondo e uccidere gli ebrei; ma sono arrivati gli americani e ci hanno salvati.

Un racconto del genere non è frutto dei tanto criticati libri di storia della scuola. Si tratta piuttosto del deposito sedimentato in fondo ai cervelli da film e spezzoni televisivi.

Quel poco di storia che interessa alle masse, interessa solo per la lezione morale che se ne può trarre.

In questo racconto, la morale è molto semplice: gli Stati Uniti, grazie al loro ruolo messianico di redentori della specie umana, hanno il diritto di bombardare chiunque, per evitare che il mondo cada in mano ad altri pazzi estremisti.

Gerald Horne ci riporta a una verità che è stata radicalmente rimossa.

Gli Stati Uniti non sono entrati in guerra contro Adolf Hitler, ma contro il Giappone.

Pearl Harbor e non Auschwitz era in cima alle preoccupazioni simboliche della guerra. E fino al poco efficace sbarco in Italia,[1] e a quello tardivo in Normandia, “la guerra” per gli Stati Uniti era solo quella contro il Giappone.

Una guerra particolare, perché fu una guerra razziale.

Infatti, per la prima volta nella storia moderna, un popolo di “colore” riuscì a sconfiggere gli inglesi e a tenere testa per anni a tutta la potenza degli Stati Uniti.

Siccome la storiografia per molti consiste nella scelta della squadra del cuore per cui tifare, diciamo subito che Horne non ne trae affatto la conclusione infantile che bisogna simpatizzare per l’impero giapponese. L’impero giapponese all’epoca compiva saccheggi e stragi in Cina che avevano poco da invidiare a quelli compiuti dai nazisti in Europa orientale. Si attribuiscono ai giapponesi qualcosa come 4.000.000 di civili cinesi uccisi (contro oltre 5,7 milioni di civili polacchi, di cui la metà ebrei, e 9 milioni di civili russi uccisi dai tedeschi).

Nel caso giapponese non ci furono genocidi e 600.000 soldati cinesi combatterono a fianco dei giapponesi contro i propri connazionali. Ma certamente Germania e Giappone ragionavano allo stesso modo. Due paesi popolosi e industrializzati, ma privi di impero, dovevano ottenere attraverso il terrore e la rapina a mano armata ciò che l’Inghilterra riusciva ad ottenere attraverso il dominio dei mari e dei mercati.

Questo semplice fatto priva di ogni interesse il revisionismo in termini di ribaltamenti morali.

Horne fa qualcosa di molto più interessante dei revisionisti moralisti: esplora la guerra come conflitto razziale, scoprendone le infinite sfaccettature.

Infatti, qualche anno dopo l’uscita di Race War!, Gerald Horne scriverà la biografia del carismatico Lawrence Dennis, l’unico intellettuale serio del variegato movimento filo-Asse degli Stati Uniti e principale imputato nel grande processo del 1944, accusato di voler rovesciare il governo degli Stati Uniti.[2]

Il fatto interessante è che Lawrence Dennis era nero, anche se di sangue abbastanza misto per “passare”. E così, pur prendendo sempre posizione contro la discriminazione razziale nella società statunitense, poteva evitare di parlare delle proprie origini: i filotedeschi americani non potevano essere più razzisti dei loro avversari.

Persino i nazisti, pur accecati dal loro razzismo antiebraico e antislavo, seppero sfruttare l’esistenza di una minoranza di tredici milioni di oppressi negli Stati Uniti.

Horne riporta la testimonianza di Hans Habe, istruttore di guerra psicologica dell’esercito statunitense e creatore della stampa tedesca postbellica: tra i prigionieri di guerra statunitensi, dice,

solo ai neri veniva permesso di fare passeggiate settimanali nei villaggi vicini. Ricevevano un pezzo di sapone ogni quattro uomini, un privilegio mai concesso ai prigionieri bianchi. Avevano il cibo migliore… I tedeschi facevano il cambio della guardia con loro usando cerimonie elaborate”.

Gli Stati Uniti intervennero contro il Giappone, a difesa di un sistema interamente strutturato su basi razziali, l’impero britannico.

Horne descrive le elaborate gerarchie con cui quell’impero affermava il dominio delle persone di “pura discendenza europea”. Un dominio eminentemente psicologico, un tremendo bluff che permetteva a pochi uomini bianchi in perenne tensione di incutere paura in centinaia di milioni di esseri umani quotidianamente umiliati.

Un sistema che crollò miseramente al primo assalto: l’autore analizza l’attacco giapponese a Hong Kong, dove i bianchi abbandonati dai loro domestici cercvano di sopravvivere tra masse di insorti cinesi che facevano da guida agli invasori e truppe indiane (soprattutto Sikh) passate ai giapponesi.

A differenza dei tedeschi, più propensi a fucilare che ad armare i tanti sudditi sovietici pronti a combattere i loro oppressori staliniani, i giapponesi seppero cogliere l’occasione, umiliando pubblicamente i prigionieri inglesi e promovendo cinesi e indiani.

La borghesia cinese di Hong Kong si affermò nell’esproprio che seguì all’occupazione giapponese.

Frankie Zung, un mulatto dei Caraibi passato con i giapponesi, potè così ostentare qualcosa che in 30 dei 48 stati degli Stati Uniti dell’epoca gli sarebbe costato il carcere: una moglie bianca. Secondo le stesse leggi ammirate e imitate dall’alleato dei giapponesi, Adolf Hitler.

La vittoria cinese sull’impero inglese, secondo Horne, ebbe un impatto profondo sul sentimento di sudditanza psicologica dei “popoli di colore” nei confronti dei bianchi, che la successiva vittoria angloamericana non potè rovesciare, segnando così la fine dell’impero.

Negli Stati Uniti, già dalla vittoria giapponese sulla Russia nel 1905, i neri guardavano con profondo interesse al Giappone; sia perché condividevano con gli immigrati “gialli” una condizione di dura emarginazione, sia perché il governo giapponese aveva iniziato una stretta collaborazione con i nascenti movimenti neri.

Gerald Horne è membro del Partito Comunista. Un partito in quegli anni coraggiosamente impegnato contro il razzismo, ma contrario a ogni forma di nazionalismo nero in nome dell’unità della classe operaia e antigiapponese per solidarietà con i comunisti cinesi.

Ma Horne è il primo a dire che tra le due guerre, i filogiapponesi furono decisamente preponderanti tra i neri americani di tutte le correnti: il Giappone veniva immaginato come la nazione redentrice delle “razze di colore” e accanto all’Islam nero, si diffondevano sia il “buddhismo nero“, sia bizzarre teorie sulla comune origine di giapponesi e neri, opera di Elijah Muhammad della Nation of Islam (durante la guerra, Elijah Muhammad, arrestato per sedizione, avrebbe comunque fatto quattro anni di carcere per renitenza alla leva).

Mentre i pochi viaggiatori neri, abituati a terrificanti discriminazioni in tutto il mondo dominato dai bianchi, ricevevano un trattamento preferenziale in Giappone.

Una simpatia reciproca, come dimostra una diffusa letteratura nel Giappone dell’epoca sull’alleanza tra le “razze di colore” contro il dominio bianco, e direttamente fomentata da una schiera di agenti giapponesi negli Stati Uniti. Tanto che durante la guerra vi furono numerosi processi contro neri statunitensi accusati di tradimento e sabotaggio a favore dell’Asse. La polizia allarmata riferiva come a Harlem, i neri sostenessero che

“l’attuale capo dei giapponesi ha una madre africana e un padre giapponese”, e che “quando vinceremo la guerra, manderemo Roosevelt a raccogliere il cotone e Stimson e Knox [rispettivamente segretario alla guerra e alla marina] a portarci in giro in risciò”.

In Race War!, Gerald Horne data l’inizio simbolico del conflitto al 1919, quando l’estrema destra (ambiguità di certe sigle) fondò la “Associazione Giapponese per l’Uguaglianza delle Razze“, che chiedeva al Giappone di porre il divieto di discriminazioni razziali come condizione per il proprio ingresso nella Società delle Nazioni.

Così, nello stesso anno, la delegazione giappponese propose alle potenze vincitrici riunite a Versailles di inserire l’abolizione delle disuguaglianze razziali tra le fondamenta del nuovo sistema mondiale. Una proposta che venne abilmente schivata dagli americani e direttamente respinta dagli inglesi.

La strategia giapponese ebbe successo nei luoghi più vari: il vasto movimento indigenista dei Maori neozelandesi, il Ratana, strinse un’alleanza mistico-politica con il Giappone; mentre gli abitanti della Papua accoglievano i giapponesi come liberatori dagli australiani. E tra i prigionieri di guerra indiani, i giapponesi reclutarono un intero esercito, la cui avventura è oggi entrata in pieno nella mitologia dell’India indipendente, accanto alla figura di Gandhi.

Mentre, come dicevano alcuni analisti dell’intelligence statunitense citati da Horne, “se si svolgesse un plebiscito nazionale, il popolo messicano voterebbe per entrare in guerra, ma come alleati del Giappone”.

Per noi, è interessante il caso dell’Etiopia. La sciagurata invasione italiana di quel paese, tanto criminale quanto economicamente e strategicamente suicida, portò Mussolini a schierarsi a fianco di Hitler. Anche se non va dimenticato che poco dopo, Mussolini offrì invano alla Francia di permettere alle truppe francesi di attraversare l’Italia in caso di una guerra contro la Germania in difesa della Cecoslovacchia, in cambio del riconoscimento del suo bottino africano.[4]

L’Etiopia, vincitrice di Adua sugli aggressori italiani, aveva un’enorme valenza simbolica e mistica per milioni di neri americani. Mentre il principe etiope Lij Alaya Ababa, cugino dell’imperatore Hailè Selassiè, cercava addirittura una moglie giapponese per cementare i legami tra gli unici due imperi rimasti liberi dal dominio bianco, la Società del Drago Nero, organizzazione “leninista” del nazionalismo giapponese, organizzava manifestazioni a Tokyo contro l’attacco italiano; ma in Giappone prevalse la ragione di Stato, in nome dell’anticomunismo. Con lo stesso spirito opportunistico con cui il Giappone, “guida dei popoli di colore”, si alleò con il regime più apertamente razzista della storia, quello tedesco.

La guerra americana contro il Giappone ebbe un duplice aspetto.

Da una parte fu una guerra ferocemente razziale e razzista, in cui gli americani difendevano la “civiltà” contro il “pericolo giallo” e collezionavano teschi di scimmie gialle. Mentre in patria, l’intera comunità di origine giapponese veniva imprigionata (con un certo compiacimento da parte di molti neri, che vedevano l’occasione per occuparne la nicchia ecologica) – a differenza degli americani di origine tedesca, patriotticamente arruolati.

Non a caso, il più spaventoso esperimento di fisica della storia umana, la bomba atomica, ebbe come cavie due città giapponesi.

Life_Magazine_19440522_Picture_of_the_Week-Jap_Skull_pg34Life_Magazine_19440522_Picture_of_the_Week-Jap_Skull_pg35Life Magazine, 22 maggio 1944. “Foto della settimana. Quando due anni fa salutò Natalie Nickerson, 20 anni, operaia di guerra di Phoenix, Arizona, un tenente della Marina, alto e aitante, le promise un Jap. La settimana scorsa, Natalie ha ricevuto un teschio umano, autografato dal suo tenente e 13 amici, con le parole, “Questo è un Jap buono – uno morto, raccolto sulla spiaggia della Nuova Guinea”. Natalie, sorpresa dal regalo, lo ha soprannominato Tojo. Le forze armate disapprovano con forza cose simili”.

Allo stesso tempo, il governo degli Stati Uniti vedeva con un certo interesse la potenziale dissoluzione dell’impero inglese, contro il quale aveva condotto in passato dure guerre commerciali, e non avevano alcun interesse a riconquistare l’Oriente per gli sconfitti britannici e i loro mercati chiusi.

Il governo statunitense era anche cosciente del fatto che i giapponesi avrebbero potuto contare su un’immensa potenziale quinta colonna nel loro paese, costituita dalle minoranze oppresse.[3]

Il New Deal di Roosevelt, paradossalmente, era quanto di più simile al fascismo potesse germogliare negli Stati Uniti, e quindi il governo tendeva a bilanciare le divisioni etniche interne con un mito di unità nazionale, unica giustificazione dello strapotere del government nel paese dei liberi imprenditori.

Così, le autorità ordinarono di non enfatizzare le atrocità commesse dai giapponesi contro i prigionieri bianchi, che avrebbero potuto essere lette con una certa esaltazione dai neri americani. E ordinarono anche di evitare comportamenti particolarmente offensivi verso i neri nell’esercito e nelle fabbriche di armi in cui milioni di neri erano affluiti dal Sud.

L’esercito americano era razzialmente segregato in unità bianche e nere; ma durante la controffensiva tedesca del 1944, la penuria di soldati obbligò il generale Eisenhower ad arruolare soldati neri anche in alcune unità bianche, anche se mai in posizione di autorità su bianchi.

Quando nel 1948, il presidente Truman ordinò la desegregazione dell’esercito, la misura rimase lettera morta fino alla guerra di Corea, quando l’offensiva comunista obbligò l’esercito a integrare le unità bianche con leve nere.

Due casi che dimostrano come le grandi trasformazioni sociali avvengano più per necessità che per scelte ideologiche. Ma fu questa necessità, e non i presunti valori americani, a portare allo smantellamento del sistema razziale che era e restò ancora per qualche lustro uno dei pilastri degli Stati Uniti.

Gerald Horne fa vera revisione storica, nel senso che ci porta a rivedere integralmente il senso della Guerra.

“Revisione” è un termine che in Italia ha un significato che sfiora il ridicolo: lo scambio di insulti e di contabilità numeriche tra gli esaltatori di Giampaolo Pansa e i suoi detrattori, un tipico discorso obliquo per parlare di “destra” e di “sinistra”, con le solite strampalate conclusioni implicite – se i fascisti hanno ucciso degli innocenti, vuol dire che la riforma Gelmini è sbagliata; se i comunisti hanno fatto le foibe, vuol dire che la scuola pubblica va abolita.

Un dialogo tra sordi che permette a tutti, tra l’altro, di rimuovere le decine di migliaia di morti causati dai bombardamenti aerei.[5]

Certi conteggi sono molto difficili, ma se sommiamo le vittime delle foibe a quelle delle stragi naziste e fasciste in Italia, non arriviamo forse alla cifra delle persone uccise nei nove bombardamenti alleati sulla sola piccola città di Foggia nell’estate del 1943.

Horne ci fa rivedere un aspetto della Seconda guerra mondiale, che però ne trasforma in gran parte il senso, guardandola – forse per la prima volta – dalla parte della grande maggioranza dell’umanità, sottoposta all’epoca a varie forme di dominio “bianco”.

Ci fa cogliere poi come il razzismo non sia la creazione di “pazzi con il mito della razza”, ma viceversa, i miti della razza sono il prodotto di vicende sociali.

I piantatori della Virginia non avevano schiavi perché erano razzisti; divennero razzisti perché erano inseriti, allora, nel mercato più grande del mondo e si accorsero che i neri costituivano una manodopera facilmente riconoscibile, a differenza degli indentured servants e delle masse di orfani inglesi di cui si servivano all’inizio.

E il razzismo passò di moda, in larga misura, quando si scoprì che i lavoratori neri potevano essere usati come crumiri nelle fabbriche di Chicago contro irlandesi e italiani. Che a loro volta divennero razzisti…

Horne ci fa capire come poi siano infinitamente complessi i motivi dietro le scelte umane: cosa indusse ad esempio i soldati Sikh a schierarsi da quella che nella retorica si chiama “la parte del totalitarismo“, mentre i soldati musulmani del Punjab si batterono “dalla parte della libertà“?

Infine, Horne ci aiuta a capire il grande gioco di prestigio, per cui il razzismo – strumento universale del dominio occidentale sul mondo fino a metà Novecento – viene oggi scaricato su un unico attore, il baffuto Adolf Hitler, assolvendo i vincitori. E togliendo dalla storia la metà della guerra mondiale, ridotta a una faccenda tutta “tra bianchi”.

Note:

[1] Disse Silvio Berlusconi: “E sarò sempre grato agli Stati Uniti di avere salvato il mio paese dal fascismo e dal nazismo a costo di tante vite americane.” Ora, in Italia, gli americani ci sono arrivati solo perché l’11 dicembre del 1941, Benito Mussolini aveva dichiarato guerra agli Stati Uniti. Lo so che lo sapete, ma fa bene ricordarlo.

[2]  Gerald Horne, The Color of Fascism: Lawrence Dennis, Racial Passing, and the Rise of Right-Wing Extremism in the United States. A proposito del processo del 1944, è interessante mettere a confronto l’incredibile correttezza giuridica con cui vennero trattati i presunti “sovversivi nazisti” in piena guerra mondiale, e come vengono trattati oggi i sospetti “terroristi islamici” in epoca di sostanziale pace mondiale.

[3] Immagino che esistano molte fonti in merito, ma non sono un esperto. Ne ho letto in Gerd Schultze-Rhonhof, 1939 Der Krieg, der viele Väter hatte. Der lange Anlauf zum Zweiten Weltkrieg. L’episodio è comunque bello, perché permette di riflettere sul significato che avrebbe avuto il termine “fascismo” nell’immaginario mondiale, se Mussolini si fosse schierato contro Hitler.

[4] Non solo nere. Armin W. Geertz ha documentato il ruolo di Adolf Hitler nel messianismo degli indiani Hopi di quegli anni: nella “profezia” Hopi tanto cara ai seguaci della New Age e agli appassionati di 2012, il caporale austriaco veniva trasformato in un improbabile redentore dal dominio bianco. Comunque, il rapporto tra nativi americani e bianchi fu profondamente diverso, nei suoi risvolti immaginari, da quello tra bianchi e neri.

[5] Scoprire che sono esistite violenze antifasciste durante e subito dopo la guerra non dovrebbe costituire un’offesa per nessuno.

Innanzitutto, perché un conto è il giudizio sui sistemi politici e un altro il conteggio dei morti. Secondo, basterebbe uscire dalla provincia italiana e riflettere sul numero di morti per “mano antifascista” nei Balcani o nei Paesi Baltici alla fine della guerra, oppure pensare a conflitti più recenti come quello liberiano, per poter rispondere con un semplice, “e allora?” a Giampaolo Pansa.

La Resistenza italiana è stata certamente violenta, c’era una guerra in corso, se ricordate. Ma in misura molto contenuta, rispetto alla norma in simili conflitti.

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165 Responses to Gerald Horne e la Grande Guerra Razziale

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  2. Francesco says:

    Se tu andassi al cinemo o guardassi la televisione, scriveresti meno cappellate su cosa è la cultura “mainstream” occidentale.
    A meno che tu non pretenda di identificarla con “quello che crede di sapere l’ultimo bifolco analfabeta”, che però mi pare un criterio discutibile.
    Ti consiglio, quindi, “Il nemico alle porte” e “L’impero del Sole”, un paio di filmoni molto mainstream e di grande successo. Oppure la caterva di film USA sulla guerra del Pacifico.

    PS hai portato un altro mattone alla tesi della chiusura dell’istruzione pubblica, in questo caso però parliamo di università e di New York :)

    Ciao

    • Z. says:

      Ehm,

      che buona parte degli Italiani riassuma la guerra mondiale con “un pazzo assassino voleva conquistare il mondo e uccidere tutti gli ebrei e gli Americani sono intervenuti per fermarlo” mi sembra un dato di fatto che non è facile mettere in discussione.

      Se questo significa che sono un popolo di bifolchi, poi, non saprei. Certo, votare Berlusconi per vent’anni non è da geni della lampada, ma a mio giudizio non va bene saltare a conclusioni affrettate…

      Z.

      • Francesco says:

        mi tocca precisare

        ci sono bifolchi alla Bertoldo, forse ignoranti ma assai intelligenti e saggi

        e ci bifolchi che credono di sapere tutto e sono senza speranza di recupero

        che per molti italiani, la seconda guerra mondiale sia stata combattuta in Italia da tedeschi e americani (con partigiani e fascisti come comparse) è probabilmente vero. non so quanto gli ebrei siano presenti in questa memoria collettiva.

        ma come diciamo che questa è LA memoria collettiva dominante?

        PS credo sarebbe più utile riconoscere che la 2GM è stata molte guerre in una, piuttosto che provare a sostituire una parzialità con un’altra

        • Z. says:

          Francesco,

          — ci sono bifolchi alla Bertoldo, forse ignoranti ma assai intelligenti e saggi

          e ci bifolchi che credono di sapere tutto e sono senza speranza di recupero —

          Già. E’ facile distinguerli: i primi sono quelli che danno ragione a noi :D

          — che per molti italiani, la seconda guerra mondiale sia stata combattuta in Italia —

          Probabilmente non sono stato chiaro: parlavo della seconda guerra mondiale in generale, non in particolare di come si sia svolta in Italia.

          E’ vero che è stata molte guerre in una, anzi io penso come Miguel che ci sia stata un’unica guerra mondiale, dal 1914 al 1945, con rivolgimenti di fronte e cambio di regimi.

          Z.

        • Francesco says:

          allora è più facile: sono arcisicuro che la descrizione fatta da Miguel non corrisponde alla cultura di nessun paese, tranne forse gli USA.

          saluti

          PS sì, arcisicuro equivale a dire che non ho nessuna prova

  3. Claudio Martini says:

    Tutte le potenze coinvolte nel conflitto erano razziste. L’Impero britannico e quello giapponese, le repubbliche francesa e americana, il Regno d’Italia e il Reich tedesco.
    Tutte, tranne una.

    Come è noto, durante la guerra di secessione la città di New York si ribellò allo spaventoso tributo di sangue costituito dall coscrizione obbligatoria. Lincoln spedì intere divisioni a sedare la rivolta, e centinaia, se non migliaia, di proletari persero la vita.
    Se i rivoltosi avessero vinto, che fine avrebbe fatto l’emancipazione degli schiavi neri?

    Allo stesso modo, se le sacrosante istanze degli oppressi di colore degli USA si fossero imposte, mantendendo quel paese nella neutralità, non ci sarebbe stato il rischio di una vittoria dell’imperialismo dell’Asse?

    • Francesco says:

      Ho qualche grosso dubbio sull’amore dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (parte europea-bianca) nei confronti dei compagni giallini delle repubbliche asiatiche.

      Ci sono fenomeni di lunghissimo periodo che ben poco vengono scalfiti dalle rivoluzioni.

      Però attendo delucidazioni dagli esperti.

      • astabada says:

        Sull’URSS si sono dette tante cose, ma accusare i sovietici di razzismo… e` la prima volta che la sento questa.

        Quando – ad esempio – Stalin decise di che la popolazione coreana dell’URSS costituiva un rischio (perche’, secondo il KGB, i Giapponesi la stavano infiltrando) delibero` che venissero trasferiti in Asia Centrale o che facessero ritorno in Corea: scelsero di rimanere coi sovietici, che tra l’altro diedero loro scuole speciali dove si insegnava il coreano (dopo 2 anni avevano recuperato il tenore di vita precedente il trasferimento).

        Oggi c’e` ancora una considerevole minoranza coreana in Russia e Kazakhstan.

        Non capisco da dove originino i tuoi dubbi.

        • Francesco says:

          Un interessante libro che smitizzava la “macchina militare sovietica” e, en passant, raccontava che agli asiatici manco dessero le armi durante la naja, per paura che ne facessero cattivo uso.

          E il fatto che l’espansione russa in Asia è stata un classico caso di imperialismo occidentale, mi parrebbe strano che considerassero i popoli che invadevano “loro pari”. La Cecenia temo sia un buon esempio.

          Ma ripeto che si tratta solo di ipotesi di lavoro.

        • mirkhond says:

          Riguardo all’impero russo in Asia, Toynbee lo paragonava a quello spagnolo in America latina, e riteneva il periodo sovietico, sia pure in forme e modalità differenti, una continuazione di quello zarista.
          Del resto Stalin considerava le guerre zariste espansioniste come positive, in quanto preparatorie del comunismo sovietico, e questo lo apprendiamo da storici comunisti come Mario Pacor.
          ciao

        • astabada says:

          The first wholesale deportation involved the Soviet Koreans, relocated to Kazakhstan and Uzbekistan to prevent them from assisting Japanese spies and saboteurs. The success of this operation led the secret police to adopt, as standard procedure, the deportation of whole ethnic groups suspected of disloyalty to the Soviet state. In 1941, the policy affected Soviet Finns and Germans; in 1943, the Karachays and Kalmyks were forcibly relocated; in 1944, the massive deportation affected the Chechens, Ingush, Balkars, Crimean Tatars, Crimean Greeks, Meskhetian Turks, Kurds, and Khemshils; and finally, the Black Sea Greeks were moved in 1949 and 1950.

          Questa la lista delle deportazioni operate da Stalin. Non mi sembra che abbia discriminato in base all’appartenenza etnica.
          Deportazioni effettuate in connessione alla guerra, per prevenire defezioni e/o punire i popoli considerati traditori.
          Non ci vedo nulla di razzista in questo… Del resto l’URSS si e` disintegrata anche per l’esplodere delle contraddizioni etniche: se avessero voluto operare la russificazione forzata, perche’ incoraggiare la creazione di un sistema di scrittura per tutte quelle lingue che, ancora nel 1920, non ne avevano una?

          Ribadisco che accusare l’URSS di razzismo e` un po’ come accusare il papa di ateismo.

        • astabada says:

          Scusa ma si puo` conoscere il titolo/autore? Cosi` ci facciamo un’idea… Non vorrei che attingessi da “Il libro nero del comunismo” o “La storia segreta del KGB”.

        • mirkhond says:

          Anch’io non credo che l’Urss fosse razzista, come non lo era nemmeno la Russia zarista, tranne che per la religione.
          Sta di fatto che le deportazioni dei popoli che hai citato, è indice che, evidentemente, queste popolazioni nel sistema sovietico di allora, tanto bene non ci dovevano poi stare, o perlomeno così pareva a Stalin.
          Riguardo ai Ceceni e alle altre indomite popolazioni caucasiche, già il colonnello Pestel, uno dei capi della fallita insurrezione decabrista del 1825, Pestel dicevo, auspicava che nel futuro assetto liberale russo da lui sognato, le sovracitate popolazioni caucasiche avrebbero dovuto essere….deportate!
          Insomma regimi e ideologie diverse che presentano alcune linee di continuità….
          ciao

        • astabada says:

          caro mirkhond, come correttamente scrivi queste popolazioni nell’URSS non ci stavano tanto bene (o cosi` sembrava a Stalin).

          A parte il fatto che questo e` riduttivo in quanto ad alcune di quelle popolazioni fu dato scelta di emigrare e non lo fecero, ma riconoscerai che questo “non stare bene” non ha nulla a che vedere con il razzismo. Certi popoli hanno una maggiore coscienza nazionale, o condividono valori troppo diversi da quelli dello stato in cui vivono, per cui hanno delle aspirazioni nazionali (legittime o meno che siano); queste pero` non sono necessariamente innescate – come ben sai, essendo esperto di impero ottomano e dintorni – dal razzismo.

        • mirkhond says:

          Ma infatti. Concordo con te nel ritenere l’Urss un sistema NON razzista. Del resto per quel che rimase della Grande Armenia, i suoi abitanti preferirono restar soggetti allo Zar e poi, dopo una breve parentesi indipendente nel 1918-21, tornare sotto un nuovo ordine russo, quello sovietico, che salvò gli Armeni di Yerevan, dall’invasione del generale ottomano Karabekir del 1920, invasione che in soli due mesi avrebbe fatto quasi 200000 morti, secondo lo storico armeno Vahakn Dadrian.
          ciao

        • daouda says:

          Quando si parla di oppressione perché si deve ridurre la questione in razze, generi sessuali , classi e stronzate varie.

          Si levi l’oppressione e l’ordine fluirà da sé…

    • Z. says:

      Claudio,

      rivolte afroamericane o meno, credo che dopo Pearl Harbor fosse un po’ difficile restare neutrali, per gli Stati Uniti…

      Z.

      • astabada says:

        E’ autoevidente come Pearl Harbor fu un evento cercato – bramato direi – dal governo statunitense.
        Ormai ci sono anche le prove che Churchill sapesse: mancano solo quelle che gli stessi gringos sapessero cosa stava per succedere.

        Del resto gli indizi in tal senso non sono mai mancati, primo fra tutti la fortunosa assenza delle portaerei dal luogo dell’attacco.

        Spero i lettori di questo blog non cosumino le bevande a base di “grande paese democratico proditoriamente attaccato da guerrafondai sanguinari”. Le ragioni del conflitto erano li` da tempo, solo che gli USA non volevano attaccare per primi (per ragioni di politica sia interna che estera) e dovettero dare il meglio di se’ per provocare il Giappone a tal punto da trascinarlo in una guerra che fu persa quel 9 dicembre stesso.

        • Francesco says:

          c’è un solo punto debole nella tesi che vede nell’assenza delle portaerei la prova che Pearl Harbour sia stato un complotto di Roosvelt (non Churchill!)

          è che il ruolo decisivo delle portaerei è emerso durante la guerra, prima gli ammiragli erano divisi in due fazioni.

          quindi FDR o chi per lui avrebbe dovuto essere anche un profeta, oltre che un genio

          a proposito, la favola che citi è vera alla lettera, manca solo il fatto che gli USA manovrarono per mettere in difficoltà l’Impero Giapponese (e che dovevano fare, aspettare che si mangiasse tutta l’Asia?)

          PS la guerra fu persa dal Giappone nella battaglia delle Midway, avesse vinto quello scontro gli USA sarebbero rimasti con quattro pedalò e non avrebbero avuto il tempo di ricostruire la flotta prima della sconfitta

          x Miguel: cl piano affitti e prestiti gli USA erano già di fatto in guerra contro Hitler da parecchio tempo, quando ci fu l’attacco di Pearl Harbour.

        • Ritvan says:

          —E’ autoevidente come Pearl Harbor fu un evento cercato – bramato direi – dal governo statunitense. astabada —
          E’ autoevidente come l’11 settembre, vero?:-)

          —Ormai ci sono anche le prove che Churchill sapesse:–
          Quali sarebbero ‘ste prove? E’ gradito link, please.

          —-mancano solo quelle che gli stessi gringos sapessero cosa stava per succedere.—
          E che bisogno c’hai di quelle prove, anche quello è “autevidente”, no?:-)

          —-Del resto gli indizi in tal senso non sono mai mancati, primo fra tutti la fortunosa assenza delle portaerei dal luogo dell’attacco.—
          Ma porcaccia la miseriaccia, non poteva il biekissimo governo gringo lasciare lì pure le portaerei con tutti gli aerei??!! Così non solo l’attacco giap sarebbe stato più sanguinoso -e, pertanto l’approvazione popolare alla guerra più sicura e consistente – ma soprattutto i fondi per ricostruire la flotta – fondi naturalmente:-) da spartire fra gli amici degli amici dell’industria bellica dei governanti gringos – sarebbero stati più sostanziosi, cribbio!:-) E non ti azzardare a supporre che ai biekissimi guerrafondai governanti gringos ripugnasse la coscienza a far versare troppo sangue gringo, non vorrai mica insinuare che i gringos abbiano una coscienza, cribbio!:-):-)

          —-Spero i lettori di questo blog non cosumino le bevande a base di “grande paese democratico proditoriamente attaccato da guerrafondai sanguinari”.—
          Ma no, stai tranquillo, i lettori di questo blog consumano solo ed esclusivamente bevande a base di “miserabile paese razzista, plutocratico e guerrafondaio che ha costretto pacifici e onorevoli samurai a difendersi, distruggendo una base navale da cui il suddetto guerrafondaio si preparava ad invadere il loro paese”:-):-)

          —-Le ragioni del conflitto erano li` da tempo, solo che gli USA non volevano attaccare per primi (per ragioni di politica sia interna che estera) e dovettero dare il meglio di se’ per provocare il Giappone a tal punto da trascinarlo in una guerra—-
          Eh, già, poveri pacifici samurai, sapevano resistere a tutto tranne che alle “provocazioni” dei biekissimi gringos:-)…a proposito come li provocarono, chiudendo in tutti gli USA i locali in cui si serviva sushi, definendo quest’ultimo “roba da trogloditi che non hanno ancora scoperto il fuoco”?:-):-)

          —guerra che fu persa quel 9 dicembre stesso.—
          Ma non era il 7 di dicembre?

        • astabada says:

          Sulle tesi si puo` essere d’accordo o meno, ma per favore tenetevi l’omino di paglia: non ho mai criticato il comportamento della leadership americana.

          Ho semplicemente rimesso le cose al loro posto: non fu la prima volta che gli USA inventarono (in questo caso sollecitarono) un casus belli per intervenire a difesa dei loro interessi.

          Beh a quanto pare oltre a FDR anche – ops, IT upgrade: ci sentiamo tra qualche gg ciao a tutti

      • Claudio Martini says:

        Ma sì, era solo un ragionamento per assurdo. Volevo sottolineare come sia sempre necessario mettere confronto le contraddizioni principali e quelle secondarie.

        • valerio says:

          Sottolinierei che anche se gli USA si aspettassero un attacco giapponese in dicembre, Pearl Harbour fu un disastro inaspettato, inoltre se lo avessero saputo sarebbe stato anche peggio, perché in quel caso la vicenda si sarebbe svolta grossomodo così:

          La US-Navy, sapendo dell’arrivo giapponese esce dal porto per esercitazioni il giorno prima o anche, non vista, durante la notte.
          I giapponesi attaccano il porto vuoto, determinando però lo stato di guerra.
          La USN prova ad attaccare la flotta giapponese con le sue corazzate e una-due portaerei (ma con l’addestramento ante guerra i piloti americani non sono in grado di combattere alla pari con i nipponici).
          La marina imperiale contrattacca e distrugge la flotta USA in navigazione, (tenete presente che la maggior parte delle navi americane affondate alle Hawai furono rimesse a galla e in servizio, perché affondate in un porto ad acque basse), è un massacro e la flotta USA non si riprende fino al ’43 o al ’44.

          Inoltre, dimenticato dai più, i giapponesi invasero, praticamente in contemporanea, le Filippine (dove i loro comportamenti razisti, perchè in tutto questo ragionamento ci stiamo dimenticando che anche i giapponesi erano razisti, divisero il movimento indipendentista che in parte li combattè e in parte si alleò a loro), il Borneo, la Malacca, Singapore e ottennero la resa e l’alleanza della Thailandia.
          E durante l”attacco alla Malacca affondarono la più moderna corazzata inglese (ma se gli inglesi sapevano perché la lasciarono lì senza scorta aerea…).

          L’attacco all Filippine fu un’operazione (oggi dimenticata) ancora più spettacolare rispetto a quello alle Hawaii, e per giunta in buona parte effettuato dopo che l’effetto sorpresa era stato perso, eppure vincente.
          Viceversa un attacco come quello alle Hawaii era stato considerato, prima della guerra, impossibile da molti autorevoli ammiragli americani e…giapponesi (anche se tutte e due le marine avevano svolto studi a riguardo).

          Certamente il giappone era stato notevolmente sottovalutato dagli occidentali negli anni precedenti, dopo tutto sembrava potente (marina a parte) grossomodo come l’Italia (e si badi bene, malgrado i giapponesi fossero molti di più, le loro tecniche industriali non erano molto differenti dalle nostre).

        • mirkhond says:

          Per Valerio

          Alcuni anni fa, ho letto una controversa tesi dello studioso militare russo Suvorov, il quale sostiene che Hitler fu costretto ad attaccare l’Urss il 22 giugno 1941, in quanto Stalin aveva ammassato 2000000 di uomini (questa mi sembra la cifra, ma vado a memoria e potrei sbagliare), per attaccare la Germania!
          Insomma, stando a Suvorov, era Stalin che stava per infrangere il patto Ribbentrop-Molotov, attaccando di sorpresa Hitler, il quale però a sua volta, avrebbe parato la mossa, attaccando per primo.
          Questa tesi ha qualcosa di credibile o è soltanto una belinata di uno studioso un pò troppo…originale?
          ciao

        • Z. says:

          Mirkhond,

          voto per la belinata, dato che l’unico a sostenerla – peraltro ignorando l’enorme mole di elementi contrari – è il sig. Suvorov.

          Del resto c’è chi crede che non siamo mai andati sulla luna…

          Z.

  4. Per Claudio

    “non ci sarebbe stato il rischio di una vittoria dell’imperialismo dell’Asse?”

    Su questo tema, Horne presenta alcuni indizi di un incipiente conflitto tra Giappone e Germania, che avrebbe potuto portare alla fine a una guerra successiva.

    D’altronde, tutte queste ipotesi di storia alternativa sono affascinanti. Non perché esercizi di inutile fantapolitica, ma perché aiutano a rendere più elastiche le categorie.

    In certi casi, è possibile che alcune cose dipendessero realmente da scelte umane.

    Ad esempio – se gli gli inglesi e i francesi avessero accettato l’invasione italiana dell’Etiopia, e quindi Mussolini si fosse alleato con loro in difesa del regime di Dollfuss in Austria?

    Oppure… se la Polonia avesse accettato la richiesta tedesca riguardante Danzica e il passaggio attraverso il corridoio di Memel, e anzi avesse conservato il trattato di alleanza che aveva con la Germania (ricordiamo che la Polonia partecipò alla spartizione della Cecoslovacchia)?

    Oppure… se Hitler non avesse attaccato la Russia? Non solo per l’effetto sulla Russia, ma sul rapporto mondiale tra antifascismo e movimento comunista?

    Oppure… se il Giappone fosse rimasta ferma nella critica all’invasione italiana dell’Etiopia, fino al punto di una rottura?

    Oppure… se Hitler avesse fatto tutto ciò che fece, meno prendersela con gli ebrei?

    Oppure… se Hitler avesse mollato la Francia di Vichy e l’Italia (che occupava la Libia) e avesse dichiarato l’indipendenza di tutti i popoli arabi?

    Oppure… se Hitler fosse riuscito ad arrivare a un accordo con l’impero inglese, che probabilmente era il suo vero sogno?

    • Claudio Martini says:

      Ciò che è reale è razionale, e ciò che è razionale è reale.
      (comunque gran bell’articolo)

    • Z. says:

      Uhm,

      secondo me, senza Barbarossa – vale a dire, se Hitler avesse prestato fede alle sue spie, che avevano stimato più o meno correttamente la quantità di mezzi corazzati sovietici – sarebbero stati grossi guai per gli Alleati, visto che in Russia la Germania ha gettato la quasi totalità delle sue forze armate.

      In compenso, forse le cose sarebbero andate molto meglio per gli ebrei, sui quali i nazisti hanno iniziato a sfogarsi e a incrudelire in modo massiccio proprio quando diventava evidente che la guerra ad Est stava andando male.

      E chissà… forse, a lungo andare, qualche PM inglese con cui accordarsi Hitler l’avrebbe pure trovato.

      Resta il fatto che dall’Europa continentale, senza nessun controllo sui mari e con gli inglesi ostili, è difficile andare lontano. Andare a cercar rogne in Russia è stato storicamente uno sbocco quasi naturale per tentare di ovviare al problema (senza riuscirci).

      Z.

      • Francesco says:

        Magari puntando subito sugli aerei a reazione da caccia, per sconfiggere gli stormi di bombardieri inglesi, invece di sprecare tempo e denaro per bombardieri ultraveloci che vendicassero l’onta delle città tedesche …. si iniziava a andare da qualche parte

        Del resto è andato vicinissimo a vincerla, la guerra in Russia

        Grazie

        • Z. says:

          Francesco,

          mocché vicinissimo! Al massimo, è andato vicino a occupare una città di modesta rilevanza strategica.

          Talmente modesta che tutto ciò che resta nella memoria collettiva di quella città è il nome di una strada alla periferia di Bologna.

          E per partecipare a quella battaglia, il cui esito è noto a tutti, ha perso tutta l’Europa e tutta l’Africa. Sicché…

          Z.

        • Francesco says:

          non sono uno stratega nè uno storico militare ma mi risulta che la sopravvivenza dell’URSS fosse data per impossibile e sia stato un miracolo di ferocia e determinazione, ottenuto a un prezzo altissimo e a ragione veduta (viste le intenzioni e le azioni dei nazisti)

          e che in effetti i nazisti e i loro alleati non fossero molto lontani dal distruggere del tutto la capacità di resistere dei russi

          del resto, parlando tu di modesta rilevanza strategica credo ti ponga nella mia stessa categoria, come ignoranza

          saluti

        • Z. says:

          Francesco,

          — non sono uno stratega nè uno storico militare ma mi risulta che la sopravvivenza dell’URSS fosse data per impossibile —

          Nel 1942 non ero ancora nato, non saprei dirti. Al giorno d’oggi, invece, non mi risulta che esistano seri correnti storiografiche che sostengano che Hitler fosse sul punto di vincere la guerra.

          Men che meno quella in Russia, la più improbabile di tutte le sue avventure. Durante la quale è durato sin troppo, e più per demeriti di Stalin che per meriti propri.

          — del resto, parlando tu di modesta rilevanza strategica credo ti ponga nella mia stessa categoria, come ignoranza —

          Uhm… onestamente non ho capito il nesso.

          Comunque, sulla mia ignoranza (e non solo in materia di Unione Sovietica :D ) nulla quaestio: infatti mi sono limitato a riportare cose piuttosto note, a parte forse quella sulla stima del numero di mezzi corazzati dell’Armata Rossa (che trovi insieme a tante altre informazioni carine in Macksey, “Gli errori militari della seconda guerra mondiale”, un testo poco costoso e scorrevole che si lascia leggere molto bene).

          Z.

  5. mirkhond says:

    Articolo davvero interessantissimo, per aspetti poco noti del secondo conflitto mondiale.
    Riguardo al rapporto tra Giapponesi e supremazia bianca però, mi sono sempre chiesto come mai nei loro cartoni animati, quelli ambientati in Giappone e con protagonisti Giapponesi o nel Sud America con protagonisti Indios, questi personaggi che dovrebbero avere fattezze “altaiche”, come sono nella realtà, siano invece sempre e soltanto rappresentati con fattezze europoidi, a partire dagli occhi grandi….

    • PinoMamet says:

      A questo proposito ricordo di aver letto un saggio di un’esperta di fumetti (una delle letture di anni fa, scusate se non ricordo il titolo) dove sosteneva, documentatamente, che ai giapponesi i loro personaggi “giapponesi” sembrano in realtà giapponesi.
      Loro non si vedono affatto “gialli”, e quanto agli occhi sarebbero grandi per esprimere meglio i sentimenti, esattamente come nei cartoni disneyani.
      Non sono un esperto della materia, comunque.
      Però in effetti anche a me le espressionisoprattutto (in modo evidente) ma in realtà anche la “geometria facciale” dei personaggi dei manga sembra tipicamente orientale e giapponese.

      Che poi amino farli biondi (o dai capelli verdi…) è un altro paio di maniche…

      ciao!!

      • lamb-O says:

        > quanto agli occhi sarebbero grandi per esprimere meglio i sentimenti, esattamente come nei cartoni disneyani.

        Per la precisione l’uso degli occhi grandi fu inaugurato da Osamu Tezuka, folgorato dalla visione di Bambi. Gli occhioni delle bestie di Bambi furono applicati a personaggi umanoidi, né più né meno.

      • roberto says:

        a proposito,
        negli atti di questo colloquio c’è un articolo di misako nemoto sulla (non) diffusione di asterix i giappone in cui sostiene che, fra le varie ragioni dello scarso successo di asterix laggiù, c’è anche apunto un grafismo troppo occidentale dei personaggi
        http://www.univ-paris3.fr/09040767/0/fiche___actualite/

        • mirkhond says:

          Mentre al contrario, Goldrake che non piaceva molto in patria, ottenne invece un grande successo in Francia e in Italia, oltre che in alcuni paesi arabi.
          ciao

        • PinoMamet says:

          Mm, non so se ho capito bene il punto perché non ho trovato l’articolo in questione, ma penso che fosse in discussione il grafismo, appunto, lo stile grafico, e non l’aspetto occidentale dei personaggi.

  6. mirkhond says:

    A me invece, i personaggi dei cartoon giapponesi, ricordano piuttosto i Tocari delle pitture rupestri del Sinkiang, con le loro fattezze europoidi ed abbigliamenti orientali…
    Diverso è poi il carattere psicologico di questi personaggi, che invece è tipicamente nipponico (bambini che si comportano come adulti reprimendo i loro sentimenti, soprattutto il pianto, spirito di squadra e di sacrificio estremo da soffocare la propria individualità, ecc.)
    Penso, ad esempio alle atmosfere western della fattoria Betulla Bianca in Goldrake, all’aspetto europoide di Actarus, Alcor e Venusia, e poi al loro trasformarsi in temibili guerrieri che, oltre agli antichi samurai, mi ricordano i cavalieri scitici dell’Asia Centrale….
    Non saprei se i mangaka e i creatori di questi cartoon, siano consapevoli di riprodurre, in forme moderne, antiche commistioni eurasiatiche….
    ciao

    • PinoMamet says:

      Non saprei; in generale i mangaka non mi sembrano meno colti di molti fumettisti occidentali, anche se il metodo espressivomi sembra a volte piuttosto diverso, aldilà della somiglianza superficiale (e dello studio e commistioni reciproche).
      Mi pare che in Jeeg (Robot d’Acciaio ;) ) ci fossero richiami alle civiltà giapponesi antiche (i “mostri Haniwa”, una civiltà antica guidata- non a caso- da una regina, che torna alla vita ecc.) mentre nella serie di Mazinga, mi pare dello stesso autore, era l’antichità micenea (!) a tornare alla vita…
      e si tratta di opere “commerciali”, destinate a un pubblico basso.
      Interessante anche l’atmosfera un po’ “russa”, da Transiberiana, di “Galaxy express”.

      Comunque penso che gran parte della fascinazione del Giappone sul mondo occidentale stia proprio in un certo suo arcaismo ancestrale: in fondo, quando da queste parti sorgeva l’Impero Romano loro avevano il loro bel da fare con tumuli e ceramiche cordate…
      d’altra parte, sia per geografia che per vicende storiche (non solo recenti) il Giappone si presenta quasi come un'”anti Italia”, un paese in cui osservarsi e riconoscersi in uno specchio deformato
      (idea ben presente in Miyazaki, che infatti in Porco Rosso mette in scena un eroe italiano, e un anti-eroe statunitense… il che sarebbe chiaramente impossibile in un’opera americana ;) )

      • mirkhond says:

        Porco Rosso è una bellissima storia. Peccato che non sia mai stato doppiato e lo si possa vedere solo con sottotitoli sul tubo…
        ciao

        • mirkhond says:

          Un esempio di eroe nippo-americano che mi viene in mente è Jigen Daisuke, braccio destro di Lupin III, il quale in diverse occasioni, esprime forti critiche verso gli Usa e sull’idea di libertà statunitense non molto lontane da quelle di Miguel Martinez.
          ciao

        • valerio says:

          L’hanno appena doppiato, forse da sei mesi, e a Torino è pure ripassato al cinema.
          Cerca cerca che lo trovi…

          Comunque a) capolavoro, b) Curtiss, l’americano, non è un anti eroe, nego che in Myazaki in particolare, e nel manga-anime giapponese in generale, ci siano i “cattivi”.

          è proprio qui che si celebra la vera differenza nel fumentto tra giappone ed occidente. I “cattivi” in genere hanno motivazioni differenti ed opposte ai buoni, magari sono “cattivissimi” verso qualche cosa ma raramente sono incomprensibili per la loro catttiveria o privi di una certa grandezza. Ed infatti spesso diventano alleati del protagonista, contro un altro soggetto a tutto tondo che è antagonista comune.

          Il non plus ultra di questo si verifica in Serirei no Moribito – i custodi dello spirito sacro- una delle migliori mini serie (mi sembra 16 episodi) fantasy, in cui tutti se menano e tutti sono dei tozzi de pane. Guardare assolutamente.

        • Moi says:

          A Bologna, Milano e Ferrara … “Porco Rosso” era nelle sale (una per ciascuna delle suddette città) nel periodo 2010 pre-natalizio (che ormai inizia il 25 Novembre ! :-) )

        • Moi says:

          “Porco Rosso” è rimasto famoso in Italia per due frasi:

          “Meglio maiale che fascista !” & “Un maiale che non vola [il protagonista essendo un aviatore trasformato in male, ndr] … è solo un maiale !”

          Preferisco di gran lunga la seconda.

        • Moi says:

          “maiale” … ovviamente.

      • Karakitap says:

        In questo periodo sto seguendo una serie anime (e manga) che si chiama Axis Powers Hetalia (termine derivato dalla parola “hetre” ovvero “spazzatura” e Italia, bel pensiero, verso gli alleati), che vede appunto i fatti della 2GM visti in chiave comica (so che è difficile, ma è così) dove vi sono nazioni personificate (ovvero c’è un personaggio che rappresenta l’Italia, uno il Giappone, uno la Gran Bretagna ecc).
        Da una parte vi sono appunto le tre potenza dell’Asse (Italia, che poi sarebbe quella del nord, ha anche un fratello che rappresenta quella del sud che è visto come un teppista sfaccendato spara insulti; Germania e Giappone) contro gli alleati (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Russia e Cina), io la trovo abbastanza divertente, anche se vi sono state delle tensioni (ad esempio quando l’autore ha deciso di creare il personaggio di Corea il governo di Seul ha protestato).
        A me che le faccende delal 2GM hanno sempre interessato m’è parsa una piacevole sorpresa scoprire questa serie.
        Salutoni, Karakitap
        PS. Quanto al tratto manga, secondo me sono senz’altro giapponesi nelle azioni e nell’ideologia, ma fisicamente non mancano tipi longilinei e fanciulle prosperose (a volte decisamente irrealistiche) che poi leggere (e sentire) che si chiamano Hiroshi, Kentaro, Aya o Shizuka viene da sorridere.

        • mirkhond says:

          Infatti, perchè presentano un tipo somatico giapponese che non esiste. E questo è forse il segreto del fascino che suscitano manga e cartoon nipponici su molti di noi.
          Per me resta ancora un mistero come un popolo dalle fattezze “altaiche” si autorappresentarsi come somaticamente europoide…..
          ciao

        • Moi says:

          NON dimentichiamo gli Ainu …

      • PinoMamet says:

        Valerio: sì, ti do ragione riguardo a Miyazaki-“cattivi” (ecco perché non ho usato la parola “cattivo”; lasciatemi passare qualcosa per amore di sintesi, minchia!! ;) );

        Mirkhond: continuo a pensare che le cose non stiano esattamente così, cioé con i giapponesi che si rappresentino “bianchi”, quanto piuttosto si tratti di giapponesi che si rapprese4ntino “belli”, secondo i canoni loro attuali, che poi alla fine non sono tanto diversi dai nostri.
        Anche Pratt faceva Corto Maltese ispirato a lui, ma più alto e magro, per capirci.

        Visto appunto che questi canoni non sono troppo diversi dai nostri, ma sono anche loro, a “noi” sembra che i giapponesi si disegnino come noi, a loro non sembra affatto.

        Più che di coloniasmo razziale introiettato, trattasi di colonialismo estetico introiettato, casomai.
        La differenza è sottile, ma c’è.

        Peraltro la cosa varia da un disegnatora all’altro in maniera piuttosto evidente, e si va da un tratto realistico in cui i personaggi (perlomeno a me) sembrano chiaramente giapponesi, a uno “estetizzante” in cui potrebbero essere qulunque cosa.

        Ricordo una serie su “ragazzina che si allena al Judo” di cui ho scordato il titolo, in cui il personaggio del nonno, per esempio, poteva sembrare benissimo un qualunque nonnetto occidentale, a “noi”;
        ma qualunque giapponese vi riconosceva invece senza dubbio la versione lievemente caricaturale di Jigoro Kano.

        Ciao!!

        • mirkhond says:

          Più che di coloniasmo razziale introiettato, trattasi di colonialismo estetico introiettato, casomai.

          Sarebbe interessante capire come si è generato questo colonialismo estetico introiettato…
          Se osservo le miniature pre-Meiji, francamente noto una forte differenza somatica coi personaggi dei manga e dei cartoon. Non mi sembra che in Giappone gli occhi non a mandorla siano diffusissimi, mentre nelle miniature di epoca Tokugawa sovracitate, gli unici indigeni con fattezze “bianche” sono i “karlmarxoidi” Ainu….
          ciao

        • PinoMamet says:

          Bhe in questo caso penso che il trauma di aver perso la guerra sia stato forte, ma in realtà ho letto in un libro di Terzani le osservazioni riportate di un diplomatico giapponese di epoca Meiji che notava come i giapponesi fossero più “brutti” degli occidentali;
          credo che il vero trauma nella coscienza nazionale (che ha reagito con un iper-nazionalismo) lo abbia portato il commodoro Perry, e non il generale MacArthur.

          Poi i giapponesi hanno appunto reagito dicendosi di essere un popolo “unico” e con caratteristiche, se non belle, almeno speciali (e tentando di differenziarsi nettamente anche dagli altri asiatici).
          Mi si dice che un certo razzismo e senso di superiorità non è ancora morto; di certo penso sia ancora molto diffusa l’idea di essere appunto “una cosa a parte”.

          Ciao!!

        • PinoMamet says:

          Faccio notare che sempre in epoca Meiji
          (parallelamente, suppongo, al crollo dei canoni estetici fisici “giapponesi” sostituiti con altri occidentali)
          per un lungo periodo le arti tradizionali giapponesi sono andate in declino (sostituite dalla curiosità verso quelle occidentali, di cui del resto i giapponesi si sono impadroniti in fretta, facendole loro), finché non sono state recuperate dal governo in chiave appunto centralista e nazionalista.

          Per restare sul “fisico”, e sfoderare i ricordi di adolescente, lo stesso Jigoro Kano, fondatore del judo moderno (versione appunto centralizzata e nazionalizzata del vecchio jujitsu “feudale”) ha faticato non poco per trovare maestri della “vecchia arte”, e ha iniziato la sua preparazione fisica come giocatore di baseball!

          Ciao :)

        • mirkhond says:

          Si, penso anch’io che il vero trauma, il vero gap tra vecchio e nuovo, estetica compresa, sia avvenuto con la prima ondata occidentalizzante del Giappone, quella che preparò l’epoca Meiji.
          Sul fatto poi di sentirsi un popolo unico e superiore, i Giapponesi rifiutano di essere considerati affini ai Coreani, a dispetto di antichissime affinità linguistiche e culturali.
          Del resto i loro antenati, giunsero in Giappone, in diverse ondate tra il 2000 e il 300 a.C., proprio dalla Corea, iniziando una lunghissima lotta per sterminare o assorbire gli indigeni Ainu.
          ciao

        • mirkhond says:

          Sempre riguardo all’aspetto giapponese nei manga e cartoon, se osservo i personaggi della fattoria Betulla Bianca, il padrone di casa, Danbei Makiba (Rigel) ha un aspetto che potrebbe sembrare nipponico, ma i suoi figli Hikaru (Venusia) e Goro (Mizar), così come gli altri protagonisti della saga di Goldrake, hanno un aspetto decisamente europoide, e questo sia nella versione definitiva di Goldrake, sia nell’episodio pilota del 1975 (anch’esso mai doppiato in Italiano), quest’ultimo con una qualità e precisione nel disegno, di gran lunga migliore di quello della serie classica successiva.
          ciao

        • mirkhond says:

          Infine, riguardo al colonialismo estetico introiettato, il caso giapponese può essere paragonato a quello delle miniature persiane dei secoli XVI-XVIII (dove per persiano, s’intende anche la miniatura ottomana coeva), retaggio delle dominazioni mongole dei secoli XIII-XIV, e in cui i personaggi anche iranici sono raffigurati con fattezze cinesi e abbigliamento tartaro, come ad esempio, nelle miniature raffiguranti le storie dello Shahnamè di Firdusi.
          ciao

  7. Per Claudio Martini

    “Tutte le potenze coinvolte nel conflitto erano razziste. … Tutte, tranne una.”

    Non so.

    Nel sistema sovietico certamente non esisteva il meccanismo di un’etnia che sfrutta coscientemente altre, e deve darsene una giustificazione.

    Una certa prevalenza dei russi era fisiologica, ma non credo che si possa parlare di “imperialismo russo” sugli altri popoli sovietici.

    Detto questo, però…

    il sistema staliniano era nei fatti estremamente nazionalista e non internazionalista, se per “nazione” intendiamo l’URSS.

    Non aveva bisogno di procacciarsi risorse a spese di altri popoli, ma aveva bisogno di infinita manodopera gratuita, e quindi di ridurre intere categorie in schiavitù.

    Categorie che non venivano definite in maniera razzista, ma spesso coincidevano con precisi gruppi etnici (pensiamo ai popoli interi deportati) o con grandi parti degli stessi (vedi popoli baltici, Ucraina, ecc.).

    E quindi lo stalinismo otteneva gli stessi risultati in altro modo.

    • Claudio Martini says:

      Tutti quelli che difendono il proprio paese sono etichettabili come nazionalisti. Non c’è alcun problema, almeno per me.
      Detto questo, non sono molti i sistemi di poteri che mettono al proprio vertice, in maniera sistematica, minoranze etniche storicamente oppresse (oltre a Stalin, si pensi a Dzerzhinsky, a Berja, a Mikojan, a Kaganovic, allo stesso Trockj).
      Ma è proprio questo il punto. L’URSS non avrebbe retto il colpo se non avesse realizzato davvero una unione tra popoli fratelli. Se lo sciovinismo grande-russo non fosse stato sostituito dai principi del socialismo, la Germania avrebbe potuto facilmente disintegrare l’avversario, giocando sull’odio inter-etnico, e arrivare al risultato di conferire ai vari capi-tribù il titolo di vassalli del Reich. Esattamente come è avvenuto, tanto per fare un esempio, in Iraq coi curdi.
      Detto questo, punto per punto.

      1)”Horne presenta alcuni indizi di un incipiente conflitto tra Giappone e Germania, che avrebbe potuto portare alla fine a una guerra successiva.”
      è vero che i rapporti tra Germania e Giappone a un certo punto si deteriorarono drammaticamente. Fu in seguito al patto Molotv-Ribbentropp, che divise il fornte fascista, lasciò nello scorno più nero i nipponici e pose le basi per la successiva Vittoria.

      2) ” se gli gli inglesi e i francesi avessero accettato l’invasione italiana dell’Etiopia, e quindi Mussolini si fosse alleato con loro in difesa del regime di Dollfuss in Austria?”
      Prima che Dolfuss venisse assassinato Mussolini tentò in ogni modo di salvare l’alleato austriaco. Arrivò a schierare le truppe sul confine e a vagheggiare persino una “possente coalizione anti-teutonica, che riduca la Germania in polvere”. Tuttavia, l’interesse precipuo di Francia e UK non era quello di contenere la Germania, semmai quello di vellicarne gli appettiti (ma in direzione sovietica)

      “se la Polonia avesse accettato la richiesta tedesca riguardante Danzica e il passaggio attraverso il corridoio di Memel, e anzi avesse conservato il trattato di alleanza che aveva con la Germania (ricordiamo che la Polonia partecipò alla spartizione della Cecoslovacchia)?”
      Anche qui, non si può non ricordare come il riavvicinamento tra Polonia e Germania fosse orchetrato dalle potenze occidentali, desiderose di creare un vasto fronte anti-sovietico. Gli andò male: Hitler, l’ingordo, propose il patto ai russi, e Stalin, il genio, accettò.

      “Oppure… se Hitler non avesse attaccato la Russia? Non solo per l’effetto sulla Russia, ma sul rapporto mondiale tra antifascismo e movimento comunista?”
      Difficile, anzi impossibile. Hitler accarezzava il progetto di creare “le Indie dell’Est” al servizo dell’impero contientale germanico già dagli anni venti, oltreché eliminare ogni comunista dalla faccia della terra. Lode ai dirigenti bolscevichi di non aver mai perso di vista questo dato.

      “Oppure… se il Giappone fosse rimasta ferma nella critica all’invasione italiana dell’Etiopia, fino al punto di una rottura?”
      E che ragione c’era?

      “Oppure… se Hitler avesse fatto tutto ciò che fece, meno prendersela con gli ebrei?”
      Immaginare un Hitler che non se la prende con gli ebrei è come immaginare un Napoleone che non emana il Codice Civile, o un Jackson che non massacra i pellerossa. Riconosciamo ai personaggi storici la coerenza con il loro progetti politici.

      “Oppure… se Hitler avesse mollato la Francia di Vichy e l’Italia (che occupava la Libia) e avesse dichiarato l’indipendenza di tutti i popoli arabi?”
      Hitler una volta disse: “abbiamo sbagliato ad allearci con gli italiani, con gli schiavisti. In caso contrario, gli arabi ci avrebbero accolti come liberatori”.

      “Oppure… se Hitler fosse riuscito ad arrivare a un accordo con l’impero inglese, che probabilmente era il suo vero sogno?”
      Togli il probabilmente. Un accordo in effetti ci fu, a Monaco. In seguito, grazie a Dio, prevalse il beneamato orgoglio imperialista britannico, nelle vesti dell’inveterato assassino Winston Churchill.

      • Francesco says:

        Mi pare che gli storici ancora si chiedao come Hitler abbia potutio essere così stupido da rispingere i popoli dell’URSS nelle braccia di Stalin, visto che avevano già patito gli anni peggiori del Terrore e avrebbe potuto essere il loro salvatore.

        Se il pittorucolo austriaco avesse offerto ai miserabili sopravvissuti alla follia prima bolscevica poi staliniana una possibilità di vita, avrebbe trovato legioni di collaborazionisti e avrebbe, forse vinto. Ma se avesse avuto abbastanza umanità da capirlo, non sarebbe stato se stesso.

        Ringrazio nuovamente Dio di non avere vissuto quegli anni maledetti.

        • Claudio Martini says:

          Eh già, che stupidini questi nazisti.

        • astabada says:

          Magari non ci ha pensato… Alle volte il “pensiero laterale”…

          Mi sembra invece piu` verosimile che la stragrande maggioranza della popolazione sovietica non vivesse in un regime di terrore, e supportasse Stalin.

          Quelli che il regime nazista pote` cooptare, li coopto` (scusate il francesismo), immagino tu sappia a chi io mi riferisca: del resto sono gli stessi che anche oggi starebbero anche con Belzebu` se questo attaccasse la Russia.

          Il terrore riguardo` soprattutto la classe dirigente, il ceto colto che si poneva domande. Il popolo bue e` molto piu` facile da controllare e fare felice: basta dargli pane, lavoro (non troppo) e ferie pagate. La sua filosofia molto piu` profonda della v(n)ostra.

        • Z. says:

          Francesco,

          per Hitler gli slavi erano subumani, indigeni da sottomettere in un territorio da colonizzare.

          Dire “perché Hitler non si è alleato con i popoli slavi sottomessi all’Unione Sovietica?” è dire una cosa molto fantasiosa, al livello di “perché Hitler non ha nominato un ebreo come suo vice?” o “perché Hitler non ha detto agli ebrei inglesi che bombardava Londra per liberarli?”.

          Z.

        • valerio says:

          In realtà Hilter l’ha fatto.
          Esistevano legioni di SS estoni, lettoni, lituane, polacche, ucraine, bielorusse, russe, cosacche, tartate, komi, calmucche, cecene, georgiane, ossete, turkmene, azere, ecc. ecc.
          mancavano solo gli ebrei, e i russi furono accolti solo in un secondo momento (invece i cosacchi erano considerati ariani di serie A, più degli italici).

          Entrambe le armate del fronte orientale erano multietniche (i reparti di fanteria leggera mongola e buriata dell’armata rossa erano decisamente d’elite), e i nazi (eccetto che per ebrei e zingari) venivano volentieri a patti con la loro ideologia quando si trattava di reclutare carne da cannone.

          Inoltre sia i tedeschi che gli italiani cercarono di reclutare in tutti i modi gli arabi e gli indiani dell’impero britannico. Il regio esercito ebbe per un certo periodo un battaglione indiano…
          Mussolini e il fascismo si presentavano agli arabi come filo islamici…

          Però sia i cittadini sovietici che i sudditi dell’impero britannico preferivano i loro governi (anche coloniali) alle potenze fasciste e le defezioni furono piuttosto scarse (diverso fu il caso degli indiani di Bose per il giappone, ma quelli erano prima stati fatti prigionieri e poi si erano aruolati).

        • Z. says:

          valerio,

          — In realtà Hilter l’ha fatto.
          Esistevano legioni di SS estoni, lettoni, lituane (…) —

          Esistevano collaborazionisti slavi, certo. Solo che a Hitler di loro non importava un piffero – erano dei subumani da colonizzare pure loro, dopotutto. Naturalmente i comandi militari insistevano per reclutarli: Adolfo alla fine accettò, ma se ben ricordo ne spostò parecchi sul fronte occidentale, anche perché si fidava poco di loro.

          E in Europa occidentale numerosi di loro disertarono…

          Con gli arabi andò diversamente, ma anche con loro i nazi non ebbero comunque il successo che Panella vuol farci credere.

          Z.

        • Moi says:

          @ Z :

          Alludi a questo libro ?

          http://www.hoepli.it/libro/il-complotto-ebraico/9788871805443.asp

          … Carolo Panella è “manipolatorio”, nel senso che documenta una propaganda becera contro gli ebrei da parte di gente che si richiama effettivamente al Corano.

          In quetso non è molto diverso da Geert Wilders … il quale però va oltre, allargandosi induttivamente.

  8. mirkhond says:

    La mia impressione è che, pur promuovendo l’elevazione delle lingue delle nazionalità non russe, il comunismo sovietico di fatto abbia riproposto, seppure in forme e contenuti nuovi e più spietati, la continuazione dell’opera di russificazione iniziata dagli Zar con la conquista della Siberia (esempio la reimposizione dell’alfabeto cirillico). Russificazione che comportava più l’assimilazione (forzata) delle etnie non russe, piuttosto che una politica di tipo segregazionista, politica che, in epoca zarista si fondava sulla religione, come per gli Ebrei.

    • PinoMamet says:

      Invoco a gran voce l’intervento dei più esperti,

      ma mi pare che l’URSS abbia attraversato una fase di valorizzazione delle lingue e culture locali (inclusa quella ucraina come distinta da quella grande-russa) e un’altra invece di russificazione; ma non saprei né datarle né metterle in relazione ad altri eventi storici e politici.

      Però è un fatto che ai vertici della politica sovietica finirono anche personaggi non russi (Stalin per primo, poi ricordo Shevarnadze, ecc.)

    • daouda says:

      Anche noi infatti ci statiunitizziamo senza subire alcuna percepibile segregazione.

      • Moi says:

        Vero !

        Vi farei l’ esempio dei giovani che in Italia e in Europa Mediterranea considerano i vini e le gastronomie locali come “roba da vecchi e da sfigati” mentre il Whatthefuckisthat Burger e la bottiglietta di budweiser da bere a collo sono “da giovani e fighi” !

        Ripeto: non dicono “quella roba non ci pace”; dicono “quella roba non possiamo farcela piacere” !

        • daouda says:

          poi ci sono i fighetti che vanno ar biologgico , che vanno all’agriturismo , che ascoltano le musiche popolari ecc ecc .

          MA ANNATE A CORTIVA’ LA TERA PEZZENTI!

          Ad ogni modo Moi io sottolineavo il fatto che il razzismo è un falso problema e noi italiani dovremmo saperlo innatamente troppo bene dato che a 2 kilomentri di distanza si è “stranieri”.
          Non che sia bene , però certe fisime non dovrebbero toccarci.

          E’ l’oppressione il problema che scatena risentimento, è la bramosia il problema che crea diffidenza, è l’ignoranza il problema che porta superbia.

          Io già è tanto che non ammazzo qualcuno della famiglia mia e qua si scrivono stronzate sui negri.

          Il problema non sono le informazioni date né la grave situazione illustrata ma il fine.

          Essendo il fine malsano, anche il mezzo lo è e lascia i suoi “marci” di fabbrica.
          C.V.D.

          Questo è il problema, soprattutto nelle dinamiche diggitali, e ce ne sarebbe da scrive…

  9. mirkhond says:

    Quello che dici si può osservare nel cinema. Il cinema georgiano ad esempio, nato e sviluppatosi nell’Urss, o il cinema azero con il kolossal su Babak del 1979, l’eretico persiano mazdakita della prima metà del IX secolo, ma qui trasformato in eroe proto-azero con attori anch’essi azeri ed in lingua azera.
    Oppure ancora il regista giudeo-tagico Boris Kimyagarov, che negli anni ’70 creò una compagnia di attori delle etnie iraniche dell’Urss, portando sullo schermo il ciclo delle storie di Rustam, con l’attore osseto Bimbulat Vatayev.
    Qui il regime sovietico ha svolto davvero un’opera culturale di notevole valore.
    ciao

  10. jam... says:

    “cio’ che é reale é razionale
    e cio’ che é razionale é reale”
    vorrei aggiungere che:
    …cio’ che é reale é intelligente,
    e cio’ che é intelligente é reale:
    l’intelligenza nel suo spazio intuitivo, supera la razionalità. Si puo essere razionali senza essere intelligenti, ma non si puo’ essere intelligenti se si é soltanto razionali.
    i massacri, le guerre, i crimini, l’odio, il razzismo ecc. sono reali, ma non sono reali intelligenti, ma reali-ignoranti, quindi prima o poi destinati a scomparire, x’ soltanto la realtà intelligente puo’ autorigenerarsi eternamente ed esistere….
    la ragione non é della ragione
    la realtà non é della realtà
    la realtà é irreale
    se la realtà non fosse irreale, non potrebbe nemmeno essere reale…
    ciao

  11. daouda says:

    E’ un’analisi o è un articolo contro il differenzialismo razziale?

    Perché nel secondo caso, involontariamente, lo vai confermando facendo notare che ogni popolo è razzista/razzialista , giustamente, e che quantunque importi il trattamento sociale che subiscono le minoranze in terra straniera, esso non è scindibile dalla percezione razziale.

    Per il resto il dominio in sé non è né nefasto né nefando.
    Bisogna solo vedere se sia legittimo.

    E’ per questo che le potenze occidentali ( ricollegando il tutto alla vera natura malsana di un certo tipo di identitarismo , sia razziale che non razziale , su base repubblicana ) hanno tramato contro ogni Impero realmente tale, dalla Russia all’Austria-Ungheria fino al Giappone ed all’Etiopia, perché esse erano e sono potenze illegittime.

    Per il resto mi sembra un po’ il solito terzomondismo ed il solito ammiccamento ai socialisti.
    Sembra proprio che siano impossibile elaborazioni più fantasiose della solita solfa, e da un certo punto di vista è un bene.
    Ad ogni modo BIANCO , in sé , è il caucasoide e non il protestante germanico e quindi tutta sta retorica anti-bianca non ha senso.
    Articolo interessante, comunque sia.

    P.s. A che serve poi stare a fare le pulci agli U.s.a. ?
    Veramente, qui , a che serve?
    Manca un articolo inneggiante alla riscossa indios di Chavez…

    C.V.D.

  12. Claudio Martini says:

    Quel che ha scritto Valerio è tutto giusto. Pare addirittura che gli yankees abbiano trovato, nelle postazioni abbandonate dall’esercito tedesco in Normandia, diversi dizionari tedesco-calmucchi. Sarebbero piaciuti a Miguel….

    C’è solo un dettaglio sui cui non mi trovo d’accordo: “però sia i cittadini sovietici che i sudditi dell’impero britannico preferivano i loro governi (anche coloniali) alle potenze fasciste e le defezioni furono piuttosto scarse”

    In realtà non credo che i due comportamenti, quello dei popoli sovietici quello dei popoli coloniali, possano essere messi sullo stesso piano. Voglio dire, arabi e ivoriani non si sono trovati nella stessa situazione dei bielorussi. Non sappiamo cosa sarebbe potuto avvenire se le armate hilteriane avessero raggiunto i loro territori, come accaduto in Russia.
    Inoltre, se è vero che baltici e galiziani sostennero in massa i nazisti, fornendo tralaltro preziosa manovalanza per il genocidio degli ebrei, è anche vero che l’Iraq, in piena guerra, si sollevò contro il dominatore britannico, per essere poi ricondotto alla ragione (coloniale)

    • valerio says:

      Il problema non è come il governo imperiale ti governa, o che genere di politiche (anche culturali) fa nei tuoi confronti.
      Il problema è come si sente il popolo “dominato”.

      E quindi molti popoli dell’URSS (per esempio i ceceni o i tartari di crimea) si sentivano molto più oppressi di quanto non si sentissero oppressi i tamil o i dayaki dall’impero britannico. Anche perché spesso avevano un movimento nazionalistico forte al loro interno, nato e attivo tra il 1916 e il 1922, di cui si conservò memoria. Oppure erano stati indipendenti per anni dopo il crollo dell’impero zarista, magari fino al ’39 come i baltici.

      Viceversa l’impero britannico (e in maniera minore quello francese) sembrava una garanzia di pace e di ordine a molte più popolazioni (e minoranze etniche, il divide et impera non era certo dimenticato), di quanto comunemente non si creda. Oppure una tutela per classi sociali e aristocrazie, che contavano ancora molto.

      Il governo sovietico aveva una politica schizzofrenica verso le minoranza, Stalin scrisse anche un trattatello al riguardo, in teoria molto sensato (un popolo una repubblica, persino gli Ebrei ne ebbero una, molto velleitaria e…in siberia orientale), però poi la gestione della cosa andava per lo più ai paranoici della GPU-NKVD-KGB, o al ministero degli interni (ad essere fortunati).
      Inoltre molti popoli fecero delle resistenze più forti alle campagne di comunisticizzazione rispetto ai russi (o anche agli slavi bielorussi ed ucraini), per esempio alle campagne sull’ateismo forzato, la sopressione dei monasteri, la collettivizzazione delle campagne ecc. ecc., con forme di resistenza più o meno drastiche (e dovute anche a cause storiche-economiche, molte popolazioni islamiche della russia erano formate essenzialmente da piccoli proprietari terrieri, kulaki per Stalin, senza un proletariato urbano o bracciantile e quindi ostili per ovvi motivi alle politiche staliniane sulla terra).

      Quindi non si può parlare di razismo sovietico, ma alcune minoranze subirono, quasi collettivamente e ascrittivamente, forme di “persecuzione”, anche aspre come la deportazione. Che ovviamente è cosa differente da quella fatta dagli zaristi verso i Circassi, dagli ottomani verso gli Armeni, o dai nazisti verso gli Ebrei, ma ebbe spesso conseguenze, volute o non volute, drammatiche.

  13. Ritvan says:

    —-Si attribuiscono ai giapponesi qualcosa come 4.000.000 di civili cinesi uccisi….Nel caso giapponese non ci furono genocidi…—
    Ehmmm…caro Miguel, secondo te quanti civili cinesi avrebbero dovuto trucidare i giap per poter parlare di “genocidio”?

    —-Non a caso, il più spaventoso esperimento di fisica della storia umana, la bomba atomica, ebbe come cavie due città giapponesi.—-
    Ma difatti, i biekissimi razzisti yanquis non vollero mettere a punto la bomba finché la Germania resisteva:-), per non doverla usare contro la “razza ariana”:-) contro cui si sforzarono di limitarsi a bombe più “umane”:-)..vedi alla voce “Dresda”. E poi-non si sa come ma sempre “non a caso”:-)- convinsero i giap a non arrendersi nemmeno dopo la prima bomba, così da poter testare sulle “scimmie gialle” anche la seconda, ekkkekakkio!:-)

    —-Horne riporta la testimonianza di Hans Habe, istruttore di guerra psicologica dell’esercito statunitense e creatore della stampa tedesca postbellica: tra i prigionieri di guerra statunitensi, dice, “solo ai neri veniva permesso di fare passeggiate settimanali nei villaggi vicini. Ricevevano un pezzo di sapone ogni quattro uomini, un privilegio mai concesso ai prigionieri bianchi…”—-
    Ehmmm…piuttosto che all’amore:-) dei nazi per i neri, non è che i suddetti permessi fossero giustificati dalla ragionevole convinzione dei nazi che un negro americano non fosse un buon patriota e uomo tale da scappare per tornare a rischiare la pelle in combattimento e che, in ogni caso, anche se qualcuno avesse tentato sarebbe stato subito riacciuffato, visto che un negro a zonzo nel territorio del Terzo Reich non era uno spettacolo tanto comune?
    In quanto alla superiore quantità di sapone riservata ai neri, non sarà per caso che c’entrasse qualcosa quel vecchio detto:-) secondo cui “i negri puzzano”:-) e i bravi nazi non volevano gente puzzolente nei loro campi dalla teutonica lindezza?:-)

    • Peucezio says:

      “Ehmmm…caro Miguel, secondo te quanti civili cinesi avrebbero dovuto trucidare i giap per poter parlare di “genocidio”?”

      Su un popolo di qualche centinaio di milioni di abitanti? Non so, proponi tu una cifra.

      • Ritvan says:

        “Ehmmm…caro Miguel, secondo te quanti civili cinesi avrebbero dovuto trucidare i giap per poter parlare di “genocidio”?” Ritvan

        —-Su un popolo di qualche centinaio di milioni di abitanti? Non so, proponi tu una cifra. Peucezio—-

        Dalla Sacra:-) Wiki ( http://it.wikipedia.org/wiki/Genocidio )
        si apprende che la definizione ONU di “genocidio” comprende “atti effettuati con l’intento di distruggere, totalmente o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale.”. Non ci sono “soglie numeriche”, ma sempre la sullodata Sacra:-) ci informa che “Il criterio quantitativo (la distruzione in tutto o in parte) pone problemi nello stabilire eventuali soglie “numeriche” assolute o relative e rischia di viziare gli aspetti morali e più delicati. Benjamin A. Valentino fa riferimento preciso a soglie numeriche e definisce omicidio di massa “L’intenzionale uccisione di almeno 50.000 non combattenti nell’arco di 5 anni”.”
        Visto quanto sopra, che dici, caro Peucezio, i 4 e passa milioni di civili cinesi uccisi a sangue freddo dai giap costituiscono o no una “parte” di qualche centinaio di milioni?

        • Peucezio says:

          Se lo dice l’Onu… Io nella mia ingenuità pensavo che la lingua italiana fosse definita dai linguisti e, ancor più ingenuamente credevo che questo avvenisse, non arbitrariamente, ma in base al significato intrinseco dei termini, per cui “geno-cidio” vuol dire uccisione di un intero “génos” o “genus -eris” o, quantomeno, della maggior parte o di una parte altamente rilevante di esso.
          Tra l’altro quando sono avvenuti questi fatti l’Onu non esisteva ancora, per cui parliamo di una definizione a posteriori. Ora, non è che la lingua non possa creare definizioni nuove di cose del passato, ma al di là delle riserve sul fatto che sia l’Onu ad avere titolo per farlo, da quello che dici par di capire che il termine veicoli un dato sostanziale, che cioè un’uccisione consistente ma limitata possa essere moralmente (e giuridicamente) equiparata allo sterminio di un intero popolo. Al di là dell’assurdità intrinseca di un discorso del genere, resta il fatto che non si possono valutare gli eventi in base a categorie morali (tantomeno giuridiche, questo dovrebbe essere lapalissiano) non ad essi contemporanee e condivise dalla società all’interno della quale accadono, altrimenti ogni cosa può diventare ogni altra cosa a nostro capriccio, il che, come mero esercizio di scetticismo assoluto, per cui si può dire tutto e non esistono valori veritativi, va anche bene, ma come definizione della realtà storica non può neanche essere preso in considerazione.

        • Ritvan says:

          –Se lo dice l’Onu… Peucezio—
          Sì, lo dice l’ONU.

          —Io nella mia ingenuità pensavo che la lingua italiana fosse definita dai linguisti—
          Ma non disperare, ingenuo:-) kamerata, l’autarchia linguistica funziona: ecco come definiscono il genocidio i Supremi Linguisti Italici del Dizionario Hoepli online:
          http://dizionari.hoepli.it/Dizionario_Italiano/parola/genocidio.aspx?idD=1&Query=genocidio&lettera=G
          “Genocidio: Ogni reato commesso allo scopo di sterminare un gruppo etnico, religioso, razziale e nazionale, e che, quale reato internazionale, è di competenza dell’ONU”

          —-e, ancor più ingenuamente credevo che questo avvenisse, non arbitrariamente, ma in base al significato intrinseco dei termini, per cui “geno-cidio” vuol dire uccisione di un intero “génos” o “genus -eris” o, quantomeno, della maggior parte o di una parte altamente rilevante di esso.—
          Ah, dici, caro ingenuo:-) kamerata? Allora secondo te per commettere chessò, un infanticidio, si dovrebbe ammazzare tutti i bambini del pianeta o “quantomeno, la maggior parte o una parte altamente rilevante di essi”??!!:-) Scherzi a parte, la linguistica non è una scienza esatta in cui 1+1=2 sempre e comunque, pertanto genos+cidio può benissimo significare anche “uccisione in base al genos”.

          —-Tra l’altro quando sono avvenuti questi fatti l’Onu non esisteva ancora, per cui parliamo di una definizione a posteriori.—
          Beh, sai, anche prima di sapere che il gas che ci fa vivere è solo una parte dell’aria respirata e di averlo definito “ossigeno”, l’umanità andava avanti a forza di quell’ossigeno, eh, non è che puoi pretendere di sostenere che i polmoni di Giulio Cesare funzionassero a elio:-)

          —Ora, non è che la lingua non possa creare definizioni nuove di cose del passato,—
          E deciditi, cribbio, può o non può?:-)

          —-ma al di là delle riserve sul fatto che sia l’Onu ad avere titolo per farlo,—
          Beh, se ha titolo per sganciare bombe intelligenti:-), figuriamoci se non ne ha per coniare termini.

          —-da quello che dici par di capire che il termine veicoli un dato sostanziale, che cioè un’uccisione consistente ma limitata possa essere moralmente (e giuridicamente) equiparata allo sterminio di un intero popolo.—
          Capisci male. Il termine “genocidio” non significa “sterminio di un intero popolo” significa solo “uccisione ingiustificata di civili inermi per il solo motivo di appartenere a un popolo”.

          —-Al di là dell’assurdità intrinseca di un discorso del genere, resta il fatto che non si possono valutare gli eventi in base a categorie morali (tantomeno giuridiche, questo dovrebbe essere lapalissiano) non ad essi contemporanee e condivise dalla società all’interno della quale accadono,–
          Bieko relativista, che Ratzinger ti fulmini!:-)..scherzi a parte, guarda che non si stava parlando di definire “genocidio” quello che successe a Cartagine alla fine delle guerre puniche:-), eh, si stava parlando di eventi successi negli anni ’30 del secolo scorso, dopo che c’erano state convenzioni internazionali (Aia, Ginevra, ecc.) che condannavano gli eccidi – non giustificati da ragioni belliche- di civili inermi, altro che roba “condivise dalla società all’interno della quale accadono”.

          —-altrimenti ogni cosa può diventare ogni altra cosa a nostro capriccio, il che, come mero esercizio di scetticismo assoluto, per cui si può dire tutto e non esistono valori veritativi, va anche bene, ma come definizione della realtà storica non può neanche essere preso in considerazione.—
          Vedi sopra: si parlava di “realtà storica” del XX secolo, non delle guerre puniche.

  14. valerio says:

    La più grande pecca del discorso di Horne è proprio quella di non vedere il razismo estremo dei giapponesi degli anni ’30-’40, che era differente da quello occidentale, ma non meno netto.

    In particolare si rivolgeva verso i Cinesi (mai sentito nominare “Lo stupro di Nanchino”, oltre alla violenza carnale a tutto ciò che respirava dagli 8 agli 80 anni vi furono incredibili atrocità, con tanto di gare di taglio di teste con Katana a prigionieri cinesi legati, il tutto pubblicato, con tono da “cronaca sportiva”, sui giornali giapponesi di allora…, pare vinse un sottotenente con 12o tagli consecutivi, si perdeva quando con un colpo solo non si riusciva a decapitare il prigioniero), ma riguardava un po’ tutti i popoli della sfera di coprosperità-asiatica immaginata dai nazionalisti nipponici, una sfera in cui era chiaro che i giapponesi avrebbero comandato e i coreani o gli indonesiani, per non parlare dei cinesi, avrebbero ubbidito.

    Infatti i nazionalisti e gli indipendentisti (inclusi i non comunisti) delle colonie “liberate” dai giapponesi, dopo una prima fase in cui quasi dappertutto li accolsero come liberatori, passarono alla ribellione aperta verso questi nuovi dominatori, spesso più brutali (anche sessualmente, lo stupro era un marchio di fabbrica delle armate imperiali, use rapire belle fanciulle come “confort woman”, ovvero schiave-prostitute dell’esercito) di quelli vecchi.

    E questo vale un po’ per tutti, ovvero le popolazioni delle minoranze sovietiche “oppresse” o dei colonizzati, che volevano rendersi indipendenti, si rendevano perfettamente conto che i nazifascisti li avrebbero aiutati a togliersi di mezzo i vecchi padroni per poi dominarli imperialisticamente. Ciò nonostante esistevano uffici (sopratutto tra le SS) che si occupavano proprio delle minoranze etniche nelle nazioni nemiche (per esempio albanesi in yugoslavia e grecia), per formare staterelli fantoccio, con piccoli eserciti collaborazionisti da usare contro i partigiani e, eventualmente, sul fronte orientale (dove, almeno dal ’42, servivano sempre più soldati di quanto la germania potesse offrire).
    Molti nazionalisti nell’Europa dell’est (sopratutto ucraini, ma anche serbi) iniziarono a fare una guerra contro tutti, URSS, Tedeschi, collaborazionisti, partigiani, altri si allearono ai fascisti per un po’ e poi cercarono di abbandonarli (per esempio alcuni movimenti catto-nazionalisti slovacchi), altri ancora si allearono anima e corpo ai nazisti (i baltici) senza però che tutto il popolo li seguisse.

    Proprio questo è un livello interessante d’analisi, gli indiani e i turkmeni non erano mica scemi, vedevano chi erano Hitler, Mussolini e Tojo, e spesso sceglievano di rimanere fedeli ai loro governi. Che avevano non pochi sostenitori (ancora negli anni ’40 Ghandi, che sia detto per inciso era a favore della guerra contro i nazifascisti, lottava ideologicamente con tutti quegli indiani che avrebbero preferito rimanere una colonia).

    Inoltre anche la decolonizzazione (come la colonizzazione) fu una tragedia, ed era facilmente prevedibile e prevista da olti colonizzati. Ad esempio i bastards e i tamil di Ceylon pregarono fino alla fine perchè gli inglesi non se ne andassero, i gurkha (che hanno liberato l’Italia come e più degli americani) preferivano il governo inglese a quello della monarchia nepalese ecc. ecc.

    • valerio says:

      per Peucrezio, ovviamente il genocidio non può riguardare un intero popolo.
      Per fortuna é un bel po’ difficile sterminare tutto un popolo, anche se purtroppo molti ci hanno provato nel ‘900 nessuno ci è riuscito.
      Certamente Htiler è riuscito a rendere “prive di ebrei” (con agghiacciante espressione burocratica “libere da ebrei”) ampie zone di Europa, ma gli ebrei si salvarono.
      Heinrich Ernst Göring, padre di Herman, fu il primo tedesco a organizzare un genocidio nel ‘900, quello degli Herrero in Africa occidentale durante il suo governatorato (sopratutto nel 1904, inventando anche la parola tedesca Lager).
      Ma anche se tutti gli Herrero della Namibia furono uccisi, molti altri fuggirono in Becuania (Boptswana) e in Angola, tornando nel 1916, oppure si nascosero nel deserto.

      eppure parliamo di Genocidio.

      I Giapponesi volevano espellere i cinesi da alcune parti della Cina.
      copirono un Genocidio? Effettivamente è controverso, di siscuro non fuono né gentili, né umani verso i cinesi che intendevano trasferire. Inoltre li considerararono sub-umani (usandoli per esempio come cavie mediche). mai ebbero il piano di ucciderli tutti, ma uccidere tutti i cinesi, anche quando erano solo 650 milioni, è aldilà delle possibilità di qualsiasi potenza.

      Si appoggiarono di più sulle minoranze etniche (anche sinicizzate come i mancesi, considerati razialmente superiori), praticando forme discriminatorie, di aparteid e di pulizia etnica che comunemente si associano al genocidio.

      Molti storici considerano politiche genocidiarie anche quelle secondo le quali lo sterminio di porzioni di un altro popolo è considerato legale, accettabile e incoraggiato, oppure in cui l’uccisione di membri di una differente popolazione è considerata cosa buona e giusta da un governo e da una società anche in assenza di un progetto di sterminio complessivo ed organizzato a tavolino, come fu invece il caso degli ebrei e degli zingari sotto governo nazista.
      Per esempio si parla di pratiche genocidiarie all’inizio della colonizzazione bianca dell’Australia, anche se il governo britannico non incoraggò mai la sopressione degli aborigeni.

  15. Claudio Martini says:

    “esistevano uffici (sopratutto tra le SS) che si occupavano proprio delle minoranze etniche nelle nazioni nemiche (per esempio albanesi in yugoslavia e grecia), per formare staterelli fantoccio, con piccoli eserciti collaborazionisti da usare contro i partigiani”

    Ma che coincidenza!

  16. Moi says:

    *** un po’ per tutti ***

    Esistono diversi stili di “manga” (fumetti) nonché “anime” … ultimamente purtroppo imperversa lo stile che per me è “antropobatracomorfico” cioè quello in cui soprattutto le ragazzine paiono raganelle e gli omacci paiono dei rospi ! :-)

    —-
    Ad ogni buon merito, in uno degli anime più drammatici di tutti i tempi, “Taiga Masuku” (“Uomo Tigre”) viene detto che l’ organizzazione sfruttaorfani ha sede sulle Alpi e colà viene mostrato il saluto romano in segno di rispetto ai capoccia !

    • Moi says:

      http://www.youtube.com/watch?v=Gup-j27ocdE

      Purtroppo chi ha messo questo spezzone del saluto romano ha disattivato i commenti … sennò ne avremmo lette delle belle sul Kamerata Mister X e il Kompagno Naoto Date !

      ;-) :-) ;-) :-) ;-) :-) ;-) :-)

      • mirkhond says:

        Diciamo che Naoto Date diventa un kompagno solo dopo essersi ribellato ai kameraden fascisti di Tana delle Tigri.
        Che non sapevo fosse situata sulle Alpi, ma piuttosto in Giappone!

        • mirkhond says:

          Riguardo agli Ainu, si tratta di uno dei più affascinanti misteri della storia e dell’antropologia, con la loro credenza nelle “culle d’oro discese dal Cielo”, in cui il solito Compassi vede un ulteriore indizio di remotissime presenze aliene sulla terra….
          E tuttavia il loro aspetto “karlmarxoide”, trova solo in parte corrispondenza nei manga e nei cartoons nipponici, il cui aspetto europoide è più simile al nostro.
          Se dovessi trovare un corrispettivo reale nei Giapponesi dei manga e dei cartoon, mi vengono in mente gli Ungheresi, popolo linguisticamente “uraloaltaico”, ma somaticamente bianco, oppure i popoli scitici delle steppe nordcaucasiche e centroasiatiche e i relativamente misteriosi Tocari del Turkestan cinese.
          Chissà come mai….

        • Moi says:

          http://it.wikipedia.org/wiki/Tana_delle_Tigri

          Ricordo che veniva detto espressamente … d’altra parte per i Giappi l’ Italia è il Paese Esotico dei Gladiatori, no ?

        • PinoMamet says:

          Ungheria+cartoni animati= Famiglia Mezil.
          (che in originale si chiamava con un altro nome, Famiglia Mezga o qualcosa del genere…)
          molto creativi!

      • Karakitap says:

        La ricordo nch’io La famiglia Mezil, aveva un tratto particolare, che la distingueva sia dalle produzioni occidentali che da quelle giapponesi, oltre a mostrare un particolare lessico familiare.
        Insomma, anche oltre cortina le famiglie sembravano avere i tic e le paranoie di quelle occidentali (come la moglie Paula che vessava il marito Sandor sull’ultima moda o sui nuovi elettrodomestici).
        Salutoni, Karakitap

  17. Moi says:

    Infatti, per la prima volta nella storia moderna (!!!), un popolo di “colore” riuscì a sconfiggere gli inglesi e a tenere testa per anni a tutta la potenza degli Stati Uniti.

    Miguel Martinez

    _______

    Ah, ecco : ma molto moderna !

    Un certo Mongolo ;-) di nome Temujin :-) sbaragliò oltre gli Urali …

    • Moi says:

      Sì insomma, oltre alla già citata sconfitta della Russia vs Giappone, non era la prima volta che _ tanto per intendersi eh_ dei Leucodermi “le buscavano” da degli Xanthodermi ;-) :-)

  18. Moi says:

    Armin W. Geertz ha documentato il ruolo di Adolf Hitler nel messianismo degli indiani Hopi […]

    _____

    Sarebbe interessante approfondire il discorso dei Pellerossa: sembra (!!!) sempre che siano soltanto dei poveri pirla che non chiedono altro che poter correre dietro al tatanka in riserva cavalcando il cavallo selvaggio “a pelo” ….

  19. Moi says:

    @ Mirkhond

    Pare che Morihei Ueshiba, Fondatore dell’ Aikido, fosse un Ainu :

    http://www.ucs.mun.ca/~randy/morihei.gif

    … dici che somiglia a Karl Marx ?

  20. mirkhond says:

    Oggi gli Ainu sono in gran parte assimilati ai Giapponesi, quasi a conclusione di un lunghissimo periodo di lotte con scontri cruenti tra i due popoli, con stermini e assimilazioni dei vinti all’etnia dominante giapponese (vedi in proposito le guerre degli Emishi nei secoli VII-IX d.C., nel nord dell’isola di Honshu).
    Se invece osservi gli Ainu “puri”, come appaiono ancora in foto di un secolo fa, o nelle precedenti miniature giapponesi pre-Meji, l’aspetto “karlmarxoide” appare molto più evidente.
    ciao

  21. mirkhond says:

    Errata corrige: Meiji

    • Moi says:

      Se permetti ” te ne aggiungo ” :-) uno : “cartoons giapponesi” = “anime”
      … chi fa “anime” = “animeka”, chi fa “manga” = “mangaka” ;-)

  22. valerio says:

    Per Mirkhond
    La tesi secondo la quale Hitler invase l’URSS perchè Stalin stava per violare il patto molotov-von ribrentrop è falsa, ma venne sostenuta da Hitler stesso e da tutti i gerarchi nazisti almeno da dopo Stalingrado (prima ovviamente non c’era bisogno di inventarsi una scusa..)

    Vedo che molte persone, da questa discussione, ritengono che l’asse avrebbe potuto vincere la guerra. In realtà, da un punto di vista militare, la cosa sorprendente è che la Germania non sia stata invasa e sconfitta nel 1939 (ed era possibile), mentre il successivo sviluppo degli eventi ha una certa logica.
    Senza le grandi purghe l’URSS avrebbe fatto la Germania a brandelli, da sola, nel 1941, e il giappone sarebbe rimasto netrale. Invece nel 1941 l’URSS era quasi priva di ufficiali in grado di combattere una guerra moderna e il morale delle truppe era pessimo. Inoltre tutte le armi più moderne (T-34, T-50, i tupolev…) erano state sviluppate da persone tacciate di trotkismo, bucharinismo, deviazionismo ecc. ecc. quindi erano state sciolte le divisioni corazzate, e penalizzata l’aviazione. In tali condizioni occorevano 2-3 anni per ricostruire un esercito vincente, ma se vedete già nel 1942 i sovietici iniziaraono a darle ai tedeschi, dopo tutto, contrariamente alla vulgata, a parte in pochi campi erano armati meglio dei tedeschi.

    L’asse aveva una cattiva ideologia imperiale (vuoi mettere con l’ipocrisia inglese? o il neo-colonialismo indiretto USA), un potenziale demografico basso, un sistema industriale scadente rispetto a quello di USA e URSS, e solo per la Germania superiore a Francia e Inghilterra, un sistema agrario arretrato, una marina di base troppo più piccola degli avversari (italia+giappone= 4, USA+UK+Francia= 11), una marineria mercantile ancora più arretrata, pochi alleati e nessuno fuori da Asia orientale ed Europa. Insomma era un’alleanza perdente per principio.

    In realtà gli eventi come si sono svolti sono probabilmente molto prossimi al caso migliore per l’asse. Sopratutto il Giappone ha avuto non poco fattore C, conquistando in maniera rapidissima mezza Asia orientale, in un momento in cui le potenze europee erano in altre faccende affaccendate, e potendo passare i successivi 4 anni a giocare sulla difensiva.

    • daouda says:

      BRAVO!

      Se ci si infila poi tutto il corollario economico non militare e para-militare si capisce che Hitler era un rettiliano che reagendo alla dichiarazione di guerra di ZOG ha solo intavolato il pervadersi del gomblotto.

      …”!”…?

      saluti

      • Francesco says:

        concordo con daouda nel valutare l’analisi di valerio decisamente rettiliana, per accuratezza e aderenza ai fatti

        anche se personalmente attribuisco la vittoria sovietica sul fronte orientale a un patto tra Stalin e ET per rifornirsi di tecnologia militare valida (e penso ai T34/85 in particolare, che per il resto l’URSS non brillava per qualità dei prodotti militari)

        • Daouda says:

          Tanto l’importante è scrive (!), fà curtura e avé speranza nella merda con cui si è infestato il proprio cervello.

          Poi scriveno che ‘r popolo, quer popolo che vorebbero libberà dall’amerigani , dar capidalisme , dai kommunisti , dai parassitacci nostrani , dai papisti e daglie fundamentalisti , è razzista perché disprezzà l’antri.

          Loro che ciànno la cultura no. Loro cacano profumato!

  23. C367 says:

    Interessante articolo, tuttavia c’è una inesattezza piuttosto grossa:

    A differenza dei tedeschi, più propensi a fucilare che ad armare i tanti sudditi sovietici pronti a combattere i loro oppressori staliniani, i giapponesi seppero cogliere l’occasione, umiliando pubblicamente i prigionieri inglesi e promovendo cinesi e indiani.

    I tedeschi hanno armato eccome i “locali” usandoli contro i sovietici. Le Ostlegionen erano appunto unità di coscritti e volontari armeni, ucraini, russi, o che altro integrate nella Wehrmacht.

    http://en.wikipedia.org/wiki/Ostlegionen

  24. Yair says:

    uhm, vediamo un po’… se Auschwitz non era in cima alle preoccupazioni di nessuno, ne’ degli Alleati ne’ dell’Asse, bene hanno fatto gli ebrei a procurarsi uno Stato ed un esercito per difendersi da soli in futuro.
    Grazie, Miguel, il tuo supporto al sionismo e’ prezioso.

  25. Claudio Martini says:

    “Senza le grandi purghe l’URSS avrebbe fatto la Germania a brandelli, da sola, nel 1941″
    Secondo me sarebbe accaduto l’esatto contrario. Hitler avrebbe trovato un Petain (magari Tuhacevsky) e la Germania avrebbe vinto la guerra in tre mesi.

    Inoltre non capisco questa sottovalutazione del pericolo rappresentato dall’Asse. Qui si ignora la micidiale potenza del popolo tedesco.

    Facciamo un paragone. Durante la prima guerra mondiale la condizione strategica dei tedeschi era peggiore rispetto a quella degli anni 40, eppure il Reich resistette 4 anni senza una chiara sconfitta sul campo. L’Italia era all’epoca un nemico, mentre stavolta era alleato, così come la Romania. Nel primo conflitto il Reich poteva contare sull’alleanza con gli austro-ungarici, ma d’altra parte nel secondo sia l’Austria sia la Cechia sia la Slovacchia sia l’Ungheria erano venuti a far parte, in un modo o nell’altro del complesso strategico tedesco. E poi: mentre tra il 14 e il 18 il fronte occidentale anglo-francese resistette a costo di milioni di morti, una generazione più tardi lo stesso fronte si squagliò come neve al sole (per ragioni, secondo me, più politiche che strategiche), permettendo ai tedeschi di fare della Francia una ricchissima retrovia.
    Eppure, nonostante tutto questo, la sconfitta nazista fu inaudita, rovinosa, vastissima.

    Cos’era cambiato, nel frattempo?

  26. mirkhond says:

    Cosa intendi per ragioni politiche, a motivo del crollo della Francia nel 1940?

  27. mirkhond says:

    Ricordiamo che sia nella prima che nella seconda guerra mondiale, fu l’intervento statunitense a portare alla sconfitta tedesca.
    Nel 1917 la Germania era prossima alla vittoria, col crollo del fronte russo, e fu solo l’arrivo di ingenti e fresche forze americane a determinare la vittoria dell’Intesa.
    Mi chiedo se gli Usa non fossero intervenuti, Stalin da solo sarebbe ugualmente riuscito a vincere, sia pure al prezzo di immensi sacrifici?

    • Claudio Martini says:

      Infatti, pur in un quadro decisamente più sfavorevole di quello del 40/41 i tedeschi riuscirono a non perdere neppure una battaglia nel corso dell’intero primo conflitto mondiale (per “perdere una battaglia” intendo che non soffirono neppure una Caporetto, o una Tannenberg)

      Comunque, pur senza dimenticare il prezioso afflusso in Unione Sovietica di materiale bellico americano, afflusso avvenuto principalmente in seguito all’occupazione dell’iran, non direi che l’intervento yankee sia stato determinante nel teatro europeo. Si pensi a quale era la situazione del fornte orientale nel maggio 44.

      • mirkhond says:

        L’America può aver contribuito anche con i massicci bombardamenti aerei sulle città tedesche, fiaccando le retrovie.
        Sul fronte orientale infatti, i Tedeschi resistettero molto più accanitamente, forse perchè in fondo intuivano la tremenda vendetta che li aspettava da parte dei Russi, per i crimini commessi a partire dal 1941.
        Probabilmente Stalin avrebbe vinto ugualmente, ma ci avrebbe messo più tempo e più risorse, sia umane che materiali.
        Del resto, al momento dell’attacco all’Urss il 22 giugno 1941, diplomatici sovietici si rivolsero all’ambasciatore bulgaro a Berlino per tentare una mediazione in extremis, e l’ambasciatore rispose che Hitler avrebbe potuto giungere fino agli Urali, ma la vittoria finale sarebbe stata russa.

        • Claudio Martini says:

          “L’America può aver contribuito anche con i massicci bombardamenti aerei sulle città tedesche, fiaccando le retrovie.”
          Togli il può. è evidente che gli anglo-americani hanno fatto molto contro l’Asse, sia in termini schiettamente militari, sia con i loro bombardamenti terroristici. Nessuno lo nega.
          Resta però un fatto: la chiave del conflitto europeo si trova nel fronte orientale, e per essere precisi è la stupefacente ed epica prova di forza del popolo e dello Stato sovietici.

          Rispetto a questo, il ruolo degli Alleati, e in particolare degli yankees mi pare possa essere considerato complessivamente marginale.
          Ciò vale solo per il conflitto europeo. Infatti, il, padrone di casa correttamente scrive:
          “Gli Stati Uniti non sono entrati in guerra contro Adolf Hitler, ma contro il Giappone.
          Pearl Harbor e non Auschwitz era in cima alle preoccupazioni simboliche della guerra. E fino al poco efficace sbarco in Italia,[ e a quello tardivo in Normandia, “la guerra” per gli Stati Uniti era solo quella contro il Giappone.”

    • Non so quanto stessero vincendo gli Imperi Centrali nel 1917: nonostante le truppe riportate ad ovest e l’alleggerimento ad Est, gli alleati non guadagnarono posizioni decisive nè sul fronte occidentale nè sulla linea del Piave e delle Alpi trentine. Gli ottomani si erano rivelati un pietoso alleato, le colonie tedesche erano state già fagocitate da Giappone, Francia e Inghilterra, questi due paesi fortemente coesi all’interno e che potevano contare sulle risorse di immensi imperi, umane e materiali, e il mosaico asburgico dava segni di cedimento, non potendo contare sul nazionalismo feroce di cui si giovavano paesi come l’Italia.
      Non dimentichiamoci che gli Alleati potevano contare principalmente di una rete di trasporti basata sulla ferrovia (le cui linee erano interrotte al fronte e dove c’erano erano facili bersagli dell’arma aeronautica), mentre l’Intesa aveva già nelle prime fasi di guerra sperimentato l’utilizzo degli autoveicoli per spostare rapidamente soldati sui fronti (per esempio, il requisimento di tutti i taxi parigini permise nel ’14 di ridispiegare i reparti in modo da bloccare l’avanzata tedesca ed evitare la caduta della capitale).

      • daouda says:

        Comunque sia ancora una volta vi fatte pippe mentali su stupidaggini come femminismo, gaysmo, razzismo, classismo, fedeismi ecc ecc.

        Levate l’oppressione.
        ONTOLOGICAMENTE.
        LEVATELA!

        Vedrete che , per farlo, diventerete di Destra esteriormente e di Sinistra intermediamente dacché interiormente siete neutri , allo Zenith.

    • valerio says:

      Effettivamente è più facile immaginare una storia controfattuale in cui gli imperi centrali vincono la prima guerra mondiale che una in cui l’asse trionfa.

      Direi che l’armata rossa del 1940 era già uno schiacciasassi, peccato che non avesse una straccio di strategia e fosse priva di buoni comandanti di battaglione e, spesso, anche di compagnia. (mentre i generali erano quasi tutti novizi nominati perché fedeli alla cricca del sud).
      Senza le purghe l’armata rossa sarebbe stata l’esercito concettualmente più moderno del mondo, alla pari con quello tedesco ma con carri armati migliori (T 34/76, T50/45 o T50/57 ecc.) migliore artiglieria e mortai, peggiori mitragliatrici, migliori fucili e pistole mitragliatrici, divisioni di paracadutisti (praticamente aboliti dopo le purghe) ecc. ecc. Senza le purghe Stalin probabilmente non avrebbe mai sentito l’esigenza di firmare il patto Molotov-Von Ribrentrop, perché avrebbe avuto l’esercito migliore d’Europa e del Mondo, e l’asse se lo sarebbe mangiato in un unica “operazione di profondità”.

      Comunque anche nella prima guerra mondiale gli imperi centrali ebbero i loro bei problemi, la pugnalata alla schiena è una leggenda, stavano perdendo la guerra senza perdere le battaglie, anche solo per il blocco navale.
      La rivoluzione russa gli diede un piccolo respiro, l’arrivo degli USA riequilibrò un pochino, ma la guerra fu vinta da Italia, Francia e, sopratutto, Regno Unito.

      Certamente, visto che siamo in vena di Ucronie, gli imperi centrali avrebbero potuto vincere agevolmente se:
      1) L’impero britannico fosse rimasto neutrale (e la possibiltà vi fu)
      2) L’Italia avesse rispettato la triplice alleanza, attaccando la Francia.
      3) La Romania avesse rispettato la sua politica di alleanze dinastiche, attaccando la Russia, con o senza l’appoggio Ottomano.
      Anche un po’ più di meccanizzazione avrebbe fatto bene all’esercito tedesco per eseguire la logistica del piano Schlieffen

      Comunque, per vincere, la tiplice avrebbe dovuto avere: fronti franco-russi fossero più ampi e dispersivi per i loro eserciti, un’assenza di efficace blocco navale contro la germania, l’Austria Ungheria avesse dovuto combattere su uno-due fronti per volta e non su tre (con meno problemi anche nel fronte interno delle nazionalità), e la relatività navale degli imperi centrali fosse stata superiore a quella franco-russa, oltre a una riserva demografica e industriale più ampia e sicura su cui sostenere anche un’eventuale guerra di logoramento..

      Così come s’erano messe le cose i tedeschi non poterono fare molto di più di quello che fecero, anche in questo caso la guerra è molto vicina al caso migliore per gli imperi centrali, con una piccola chiosa:
      1) Il miracolo della Marna, del generale Gallieni, che salvò Parigi nel 1914 fu effettivamente un miracolo, quindi un caso più che un dato di fatto inequivocabile.
      2) Se il piano Schlieffen fosse stato eseguito correttamente, senza trasferire truppe (inutili) all’est nel 1914 (pare per una raccolta di firme delle nobildonne prussiane, che non volevano vedere le loro terre invase dai russi, come invece prevedeva una modifica del piano per creare una trappola strategica), e al principe ereditario in Lorena nel 1913 (che nel piano avrebbe dovuto perdere e attirare il grosso dell’esercito francese ad est, ma proprio non ci stava a perdere), non ci sarebbe stato mircolo della Marna che tenga. Insomma “mantenere il fianco destro forte”.
      3) Sempre nei piani originali la Germania non avrebbe dovuto invadere il Belgio, ma allearsi con il Belgio e l’Olanda (e quindi evitare di entrare in guerra con il regno unito), in tal modo la ruota di Schlieffen sarebbe stata sia più grande, sia appoggiata da due piccoli ma aggueriti eserciti, risultando inarrestabile. La resistenza belga nel 1914 fu stupefacente. La guerra in tal caso sarebbe davvero finita per natale, con una grande sconfitta dei Russi da qualche parte tra Riga e Minsk.

      Non si dimentichi, infine, che una delle grndi vincitrici militari della prima guerra mondiale è l’italietta liberale tanto bistrattata dalla retorica mussoliniana e criticata per la sua impreparazione dalla storiografia socialista. L’Italia reagì a Caporetto, rinverdendo le proprie tattiche e strategie, e sconfiggendo sul campo, con una battaglia decisiva ingiustamente sottovalutata (Vittorio Veneto) il più grande alleato della Germania, di fatto a Vittorio Veneto gli imperi centrali hanno perso la guerra e non è affatto vero che non hanno mai perso una grande battaglia.

      • astabada says:

        Concordo sull’effetto delle purghe. Anche se Claudio Martini ha scritto giustamente che creando attorno a se` il deserto Stalin prevenne l’emergere di un Petain russo, bisogna ricordare che fu ad esempio Tuhachevsky ad ideare il concetto di “deep operations” e a teorizzare per primo le divisioni corazzate.

        In sostanza fu lui il precursore delle idee che consentirono la “guerra lampo”.

        Non sono esperto su questo argomento ma mi pare di aver letto in Paul Carell che furono spesso i tedeschi a fornire (false) prove contro gli ufficiali sovietici (oggi ci si chiede se e quanto Stalin fosse consapevole di cio`).

        • Francesco says:

          Insomma, Hitler era ontologicamente cattivo e scemo, per Stalin invece tutto un altro trattamento?
          Non mi pare giusto, ecco.

          Comunque, da cittadino di una nazione europea che nel 1944-45 fu liberata e non occupata, direi che mi è andata bene. Altri hanno dovuto aspettare il 1989-90, dopo tutto.

    • Francesco says:

      Essendo un ignorante, giro volentieri la domanda di Mirkhond a storici competenti.

      Due “fronti” mi vengono in mente:
      1) efficacia dei bombardamenti anglo-americani nel diminuire il potenziale industriale e il morale dell’Europa nazista
      2) rifornimenti americani all’URSS lugno le rotte del Nord Atlantico

      Grazie

  28. Moi says:

    @ Pino :

    A me veramente pare che i mangaka / animeka siano mediamente ben più colti rispetto ai colleghi fumettisti / cartoonists occidentali … Europei come USA.

  29. izzaldin says:

    visto che si parla di storia contro-fattuale, segnalo un romanzo, “l’inattesa piega degli eventi” di enrico brizzi. la storia è ambientata nel 1960, l’anno della morte di mussolini, alleato degli inglesi e capo di una repubblica comprendente libia etiopia albania e grecia. in questo libro mussolini è a capo di una repubblica iper-laica.
    ma questo è solo lo sfondo, il romanzo verte sulle gesta di un giornalista sportivo mandato per punizione a seguire i campionati di calcio coloniali, la lega dell’africa dell’est.
    un libro davvero piacevole,non è una boiata, l’autore si è documentato, ed è un piacere vedere la squadra del San Giorgio di Addis Abebea, composta da etiopi, eritrei, somali, altoatesini sedizosi spediti al confino in etiopia e socialisti, scontrarsi sul campo contro la Birra Venturi Asmara, squadra sponsorizzata dal regime e composta da coloni fascisti, alcuni dei quali vantavano una militanza giovanile addirittura nella Lucchese..
    nel campionato partecipano anche squadre come la Stella Nera Gibuti (composta da italiani) e la Garibaldi Asmara, piena di eritrei e socialisti.
    Consigliato come lettura estiva, è uscito anche il prequel, “la nostra guerra”, che descrive la guerra dell’italia fascista contro il reich, zeppo di particolari calzanti, come i gurkha nepalese che causano curiosità nelle valle appenniniche…
    saluti,
    izzaldin.

  30. izzaldin says:

    visto che si parla di storia contro-fattuale, segnalo un romanzo, \"l\’inattesa piega degli eventi\" di enrico brizzi. la storia è ambientata nel 1960, l\’anno della morte di mussolini, alleato degli inglesi e capo di una repubblica comprendente libia etiopia albania e grecia. in questo libro mussolini è a capo di una repubblica iper-laica.
    ma questo è solo lo sfondo, il romanzo verte sulle gesta di un giornalista sportivo mandato per punizione a seguire i campionati di calcio coloniali, la lega dell\’africa dell\’est.
    un libro davvero piacevole,non è una boiata, l\’autore si è documentato, ed è un piacere vedere la squadra del San Giorgio di Addis Abebea, composta da etiopi, eritrei, somali, altoatesini sedizosi spediti al confino in etiopia e socialisti, scontrarsi sul campo contro la Birra Venturi Asmara, squadra sponsorizzata dal regime e composta da coloni fascisti, alcuni dei quali vantavano una militanza giovanile addirittura nella Lucchese..
    nel campionato partecipano anche squadre come la Stella Nera Gibuti (composta da italiani) e la Garibaldi Asmara, piena di eritrei e socialisti.
    Consigliato come lettura estiva, è uscito anche il prequel, \"la nostra guerra\", che descrive la guerra dell\’italia fascista contro il reich, zeppo di particolari calzanti, come i gurkha nepalese che causano curiosità nelle valle appenniniche…
    saluti,
    izzaldin.

  31. jam... says:

    … tranne tutti
    …la protezione e l’incoraggiamento dei bolscevichi e di stalin x le lingue le etnie e i nazionalismi ed il folklore erano fantocci. Un desiderio profondo ed esacerbato per farle scomparire definitivamente nella quotidianità e lasciarle vivere soltato in uno svuotato folklore.
    Oppure promuovere certi linguaggi locali x fare scomparire la lingua turca e le lettere dell’alfabeto arabo e poter cosi indebolire l’Islam.
    Si trattava di dividere in nazionalità (kazakhistan, Tadjikistan, Kirkhisistan, Ousbekistan, Turkmenistan) per meglio regnare. Rendere questi paesi invivibili, per poter meglio dominarli.
    Anche il mare d’Aral potrebbe dire qualcosa in proposito!
    Oliver Roy afferma che l’unione sovietica fu una “formidabile macchina a formare nazioni” x’ in realtà volevano forgiare ovunque l’homo sovieticus.
    Quindi crearono nazioni cercando di smantellare i nazionalismi esistenti , creandone altri, artificiali. Rompere l’insieme linguistitico basato sulla lingua turca e la religione islamica.
    Oliver Roy precisa che nel 1927-1939 Stalin volle chiaramente eliminare l’Islam, perseguitando, imprigionando, assassinando i mollah e mettendo fuori legge il pellegrinaggio alla Mecca, la zakat(carità ai poveri) ed il digiuno! ops!
    Poi durante la seconda guerra mondiale la persecuzione divenne più soft perché aveva bisogno dei musulmani nell’esercito! Nel 1950 le persecuzioni religiose ripresero e continuarono fino alla perestroika…
    ciao

  32. valerio says:

    Effettivamente è più facile immaginare una storia controfattuale in cui gli imperi centrali vincono la prima guerra mondiale che una in cui l\’asse trionfa.

    Direi che l\’armata rossa del 1940 era già uno schiacciasassi, peccato che non avesse una straccio di strategia e fosse priva di buoni comandanti di battaglione e, spesso, anche di compagnia. (mentre i generali erano quasi tutti novizi nominati perché fedeli alla cricca del sud).
    Senza le purghe l\’armata rossa sarebbe stata l\’esercito concettualmente più moderno del mondo, alla pari con quello tedesco ma con carri armati migliori (T 34/76, T50/45 o T50/57 ecc.) migliore artiglieria e mortai, peggiori mitragliatrici, migliori fucili e pistole mitragliatrici, divisioni di paracadutisti (praticamente aboliti dopo le purghe) ecc. ecc. Senza le purghe Stalin probabilmente non avrebbe mai sentito l\’esigenza di firmare il patto Molotov-Von Ribrentrop, perché avrebbe avuto l\’esercito migliore d\’Europa e del Mondo, e l\’asse se lo sarebbe mangiato in un unica \"operazione di profondità\".

    Comunque anche nella prima guerra mondiale gli imperi centrali ebbero i loro bei problemi, la pugnalata alla schiena è una leggenda, stavano perdendo la guerra senza perdere le battaglie, anche solo per il blocco navale.
    La rivoluzione russa gli diede un piccolo respiro, l\’arrivo degli USA riequilibrò un pochino, ma la guerra fu vinta da Italia, Francia e, sopratutto, Regno Unito.

    Certamente, visto che siamo in vena di Ucronie, gli imperi centrali avrebbero potuto vincere agevolmente se:
    1) L\’impero britannico fosse rimasto neutrale (e la possibiltà vi fu)
    2) L\’Italia avesse rispettato la triplice alleanza, attaccando la Francia.
    3) La Romania avesse rispettato la sua politica di alleanze dinastiche, attaccando la Russia, con o senza l\’appoggio Ottomano.
    Anche un po\’ più di meccanizzazione avrebbe fatto bene all\’esercito tedesco per eseguire la logistica del piano Schlieffen

    Comunque, per vincere, la tiplice avrebbe dovuto avere: fronti franco-russi fossero più ampi e dispersivi per i loro eserciti, un\’assenza di efficace blocco navale contro la germania, l\’Austria Ungheria avesse dovuto combattere su uno-due fronti per volta e non su tre (con meno problemi anche nel fronte interno delle nazionalità), e la relatività navale degli imperi centrali fosse stata superiore a quella franco-russa, oltre a una riserva demografica e industriale più ampia e sicura su cui sostenere anche un\’eventuale guerra di logoramento..

    Così come s\’erano messe le cose i tedeschi non poterono fare molto di più di quello che fecero, anche in questo caso la guerra è molto vicina al caso migliore per gli imperi centrali, con una piccola chiosa:
    1) Il miracolo della Marna, del generale Gallieni, che salvò Parigi nel 1914 fu effettivamente un miracolo, quindi un caso più che un dato di fatto inequivocabile.
    2) Se il piano Schlieffen fosse stato eseguito correttamente, senza trasferire truppe (inutili) all\’est nel 1914 (pare per una raccolta di firme delle nobildonne prussiane, che non volevano vedere le loro terre invase dai russi, come invece prevedeva una modifica del piano per creare una trappola strategica), e al principe ereditario in Lorena nel 1913 (che nel piano avrebbe dovuto perdere e attirare il grosso dell\’esercito francese ad est, ma proprio non ci stava a perdere), non ci sarebbe stato mircolo della Marna che tenga. Insomma \"mantenere il fianco destro forte\".
    3) Sempre nei piani originali la Germania non avrebbe dovuto invadere il Belgio, ma allearsi con il Belgio e l\’Olanda (e quindi evitare di entrare in guerra con il regno unito), in tal modo la ruota di Schlieffen sarebbe stata sia più grande, sia appoggiata da due piccoli ma aggueriti eserciti, risultando inarrestabile. La resistenza belga nel 1914 fu stupefacente. La guerra in tal caso sarebbe davvero finita per natale, con una grande sconfitta dei Russi da qualche parte tra Riga e Minsk.

    Non si dimentichi, infine, che una delle grndi vincitrici militari della prima guerra mondiale è l\’italietta liberale tanto bistrattata dalla retorica mussoliniana e criticata per la sua impreparazione dalla storiografia socialista. L\’Italia reagì a Caporetto, rinverdendo le proprie tattiche e strategie, e sconfiggendo sul campo, con una battaglia decisiva ingiustamente sottovalutata (Vittorio Veneto) il più grande alleato della Germania, di fatto a Vittorio Veneto gli imperi centrali hanno perso la guerra e non è affatto vero che non hanno mai perso una grande battaglia.

    • mirkhond says:

      Non si dimentichi, infine, che una delle grndi vincitrici militari della prima guerra mondiale è l\’italietta liberale tanto bistrattata dalla retorica mussoliniana

      Credo che, le critiche mussoliniane si debbano alla vittoria mutilata, al non aver ottenuto TUTTO quanto pattuito a Londra nel 1915, e che creò nell’Italia pur vincitrice, un complesso di frustrazione che l’avrebbe infine portata nel campo degli sconfitti dall’ordine di Versailles, con le tragiche conseguenze che conosciamo.
      ciao

    • Claudio Martini says:

      Senza le purghe l’Armata Rossa sarreb stata zeppa di traditori pronti a svendere il prorpo paese per i Kapò di alto bordo.

      • C367 says:

        C’è da aggiungere l’effetto collaterale che le purghe staliniane, rimuovendo una grossa fetta di ufficiali cresciuti alla scuola militare zarista – legata ancora a concetti napoleonici, come gran parte dell’occidente, peraltro – hanno fatto spazio per una nuova generazione di ufficiali meno legati al tradizionalismo. Tra il 1940 e il 1945 c’è stata letteralmente una evoluzione rapidissima nell’Armata Rossa.

        Incidentalmente – e non sono io a dirlo, ma storici inglesi – il ruolo dell’URSS nella guerra è stato notevolmente sminuito e contemporaneamente glorificato il ruolo USA per ovvie ragioni politiche durante la guerra fredda.

        • astabada says:

          Ma va? E io che credevo che Budjonniy – questo si’ un relitto napoleonico – fosse stato salvato da Stalin, messo in posizioni di comando sul fronte orientale e solo dopo aver mostrato l’inadeguatezza delle sue idee militari fosse stato allontanato.

          Lui che criticava l’uso dei mezzi corazzati a vantaggio della cavalleria, che si scontro` con Tuhacevsky sull’opportunita` di creare divisioni corazzate…

          Invece deve essere finito vittima del gulag, mentre i giovani come Tuhacevsky si salvarono.

      • Francesco says:

        Strano, credevo fosse assodato che le purghe furono compiute con l’intelligenza di un bradipo morto, sterminando a casaccio chiunque paresse in quel momento pericoloso per il potere di Stalin.

        Potreste, peraltro, decidere se le purghe permisero le vittorie iniziali di Hitler (avendo eliminato gli ufficiali esperti e in grado di gudiare le truppe) o la vittoria finale contro Hitler (avendo eliminato ufficiali obsoleti e tendenzialmente anti-comunisti)?

        A paragone vostro, Cossiga era un moderato nel valutare l’importanza di Stalin, mancano solo i link a cerimonie di glorificazione del Baffuto georgiano (è un appello a Mirumir)

        Saluti

        • C367 says:

          Appunto ho detto COLLATERALE. Effetto NON INTESO. Venuto fuori del tutto incidentalmente da un provvedimento effettuato per ben altri scopi. Come tagliare un ramo di un albero perchè ti entra in una finestra, e come EFFETTO COLLATERALE ora arriva sole alla pianta di pomodori che sta sotto e produce di più e meglio. Chiaro adesso? Mi pareva di aver scritto in italiano comprensibile, ma a quanto pare non basta per chi cerca polemiche a tutti i costi.

          (ps: il trucco dell’uomo di paglia è stravecchio.)

  33. mirkhond says:

    Credo che Valerio e Jam abbiano definito correttamente la politica imperiale sovietica che, se non può defnirsi razzista in senso nazista, cercò di imporre pesantemente un modello culturale omologante che, se da un lato promuoveva le lingue delle varie etnie, dall’altro però le svuotava dall’interno.
    Mi permetto, modestamente, di aggiungere che anche nella formazione dell’Urss, prevalse la politica del divide et impera, in quanto alcune etnie non russe si dimostrarono più predisposte ad accettare il sistema sovietico, per ragioni di odi e contrasti etnici. Ad esempio il modesto resto della Grande Armenia, già russa zarista, preferì, dopo un’effimera e contrastata indipendenza (1918-1921), sottomettersi alla nuova Russia sovietica, per salvarsi dallo stritolamento kemalista e azero, come aveva rischiato già nel marzo-ottobre 1918, con l’avanzata ottomana fino a Baku, e ancora nel 1920 col generale Kazim Karabekir che conquistò Kars e le rovine di Ani alla nuova Turchia kemalista che stava sorgendo sui resti del morente Impero Ottomano.
    Oppure, per tornare all’Asia Centrale, tanto cara a Jam e al sottoscritto, non dimentichiamoci che la rivolta dei Basmachi iniziò nel 1916, quindi ancora sotto lo Zar, rivolta in cui la salvaguardia della propria peculiarità musulmana si mescolò ad istanze del nascente panturanismo turco, con l’ex ministro ottomano, Enver Pascià tra i leaders (Enver fu ucciso nel 1922 in uno scontro con l’Armata Rossa).
    Questa lunga rivolta, vide i coloni russi, stanziati in Asia Centrale dagli Zar, schierarsi col nuovo potere bolscevico, proprio perchè visto, nonostante tutto, come “russo” e quindi l’unico che li potesse tutelare dai ribelli indigeni. La rivolta ebbe termine nel 1934, anche grazie alla chiusura della frontiera meridionale afghana, nel 1929-1931, da parte dello shah afghano Nadir (1929-1933), dopo aver accolto un certo numero di rifugiati usbechi, turkmeni e circa 30000 Arabi dell’emirato di Bukhara, lontani discendenti dei coloni inviativi al tempo della conquista omayyade dell’Asia Centrale nei secoli VII-VIII dopo Cristo.

  34. jam... says:

    ….il mare d’ARAL é un miracolato,
    Il mare d’Aral, non é morto, stà ricominciando a vivere.
    L’acqua ritorna con stupore a ricercare gli antichi paesaggi e la luna complice, l’illumina, una respirazione lenta, onde ancora fragili, ma…
    ciao

  35. mirkhond says:

    Veramente, si sta cercando di salvare quei due stagni ancora pieni d’acqua che restano, ma non penso che il lago d’Aral potrà tornare all’estensione che aveva ancora nel 1960, a meno che, come dici, il Padre Eterno non ci metta la mano Lui….
    ciao

  36. Karakitap says:

    Anch’io spero che l’Aral possa tornare a vivere, o almeno che si possa salvare qualche vestigia, ma sono pessimista, l’operazione richiede investimenti che i due paesi rivieraschi (Kazakistan e Uzbekistan) non possono permettersi.
    Per me l’Aral è un monito verso quelli, di qualunque colore politico, che si mettono a giocare con la natura.
    Salutoni, Karakitap

  37. jam... says:

    …quelle navi cosi distrutte e devastate del mare d’Aral, rendono le fotografie incerte, come se le immagini fossero pronte ad uscire della fotografia e ha formarne un’altra, pronte ad andare altrove.
    Quelle navi fantasma ancora ricolme di sogni, quegli scheletri arrugginiti sembrano recitare poemi di tempi passati immersi in un dialogo con i pesci.
    Ed adesso anticipano una promessa più luccicante di una vernice nuova di zecca.
    In quel diluvio di siccità lo spirito del comandante é ancora li, ed i fiori della ruggine fanno strani discorsi, quasi incomprensibili . Sedersi in angoli arrugginiti e dimenticati: ecco x’ quella nave mi sembra cosi bella, x’ pensa a quel pezzo di mare che sta ritrovando i pesci…
    ciao

  38. Ciò che sta tornando a vivere dell’Aral è una minuscola porzione di quello che un tempo era il secondo lago del mondo. Il costo di questo salvataggio è la morte di tutto il resto del bacino, alimentato ormai solo dallo svenato Amu Darya.

  39. Karakitap says:

    Vero, si tratta del cosidetto “Piccolo Aral” quello che giace in territorio kazaco, quelllo più grande, che riguarda anche l’Uzbekistan, sta invece continuando la sua agonia.
    Al massimo si pensa di fermare la desertificazione con delle piante che crescono anche in ambienti aridi.
    Chissà, fosse stato un lago d’acqua dolce forse sarebe stato un nuovo, immenso Fucino, invece essendo salato ha lasciato un paesaggio apocalittico.
    Chissà poi come mai nessuno ha pensato di recuperare quelle navi rimaste in secca, che ora invece sembrano fantamsi partoriti dalla mente di un folle artista surrealista.
    Salutoni, Karakitap

  40. mirkhond says:

    Bacino dell’Aral un tempo davvero ricco e fertile. In epoche antiche dal lago nasceva un altro fiume che sfociava nel Mar Caspio, fiume che si sarebbe prosciugato forse nel XIV secolo e che in alcune cartine storiche viene considerato un prolungamento dell’Amu Darya.
    ciao

  41. Moi says:

    *** Tornando al “Giappone percepito” :-) mediante l’ Industria dell’ Intrattenimento ***

    Soprattutto negli anime più datati, tipo appunto “Uomo Tigre”, ci sono almeno tre comportamenti sociali drammatici che ritengo interessanti:

    Confidarsi voltando le spalle e piangere in corsa … direi che entrambi sottolineano il fatto che c’ è (o cmq c’ è stata fino a pochi decenni fa !) una forte vergogna nel mostrarsi deboli.

    L’ altra è quel prostrarsi in maniera “simil-islamica” :-) quando ci si pente di qualcosa e si chiede perdono.

    —-

    Quest’ultima cosa, dopo Fukushima, la classe dirigente e persino l’ Imperatore l’ hanno fatta con il popolo …

    Soprattutto in Italia ma in tutto l’ “Occidente, noi che tanto ci vantiamo di essere “democratici” in opposizione a un’ Africa, Asia e America Latina che sarebbero sistemi invece sistemi “dispotici” …. da noi, dicevo, sarebbe invece fantapolitica lo scenario di cui sopra.

  42. mirkhond says:

    Si, hai colto un aspetto importante dello spirito giapponese, il quale emerge benissimo negli anime i cui personaggi hanno pure un aspetto somatico europoide.
    Anche i sentimenti amorosi in quegli anime sono repressi, o comunque molto contenuti.
    Per non dimenticare ancora i bambini, bambini che pensano e si comportano come degli adulti, e capaci di imprese difficili anche per un adulto, bambini che trattengono il pianto, che non si lamentano mai, che sostengono, a volte rimproverano i loro coetanei che hanno (comprensibilissimi) momenti di fragilità e debolezza….
    Insomma dei bambini già grandi, come Marco dagli Appennini alle Ande, o Porfy o Pepero delle Ande. Questi tre cartoons non si svolgono in Giappone, ma la mentalità è quella giapponese.
    Diverso è il caso di Lupin III. Lupin è geniale, ma anche frivolo e superficiale, soprattutto con le donne, cosa che gli procura non pochi guai, anche se alla fine riesce sempre a tirarsene fuori, grazie anche ai suoi amici e “angeli custodi” Jigen e Goemon, loro sì, molto più nipponici, soprattutto Goemon, e non solo per la foggia d samurai di epoca shogunale….
    ciao

    • Moi says:

      Aggiungerei anche l’ elevazione dell’ atletismo a eroismo bellico quando si deve vincere in nome del Giappone.

      Non so se è emancipazione femminile “alla giapponese”, ma … di certo neppure le ragazze fanno eccezione, anzi: spesso si sottopongono ad allenamenti disumani perfino superiori agli atleti maschi.

      Una delle scene più ricordate è quella delle giovani pallavoliste adolescenti che si allenano a respingere palle mediche sparate con appositi cannoni e con le catene ai polsi … “naturalmente” sacrificando tutte le cose da ragazze normali: perfino innamorarsi deve (!!!) essere sacrificato alla vittoria in campo, che è prioritaria !

  43. mirkhond says:

    Credo che sia la mentalità nipponica, in cui l’individualità dev’essere sacrificata al successo del gruppo, della squadra sportiva, della comunità e del paese.
    Cosa che per noi è incomprensibile. Questo forse è il motivo per cui, nei primi anni’80 ci furono parlamentari e genitori ostili agli anime giapponesi, e come mi fu chiaro dallo studio su di essi di Diodata Cofano.
    Quando ero piccolo a me questi cartoon piacevano, e proprio quelli con protagonisti i bambini già grandi, ma rivedendoli adesso, effettivamente vi colgo una notevole spietatezza, tranne per Lupin.
    Del resto Mazinga Z che non mi piaceva da piccolo, lo trovo invece molto divertente nella versione genovese della compagnia della Bernarda, che circola sul tubo…
    ciao

  44. Karakitap says:

    Ho visto anch’io la versione genovese di Mazinga Z, e l’ho trovata divertentissima.
    Per il resto concordo con voi, gli anime giapponesi riflettono molto, al netto dell’aspetto fisico europoide, la mentalità nipponica (del resto il famigerato Huntington tendeva a distinguere la civiltà giapponese dal resto dell’Asia, anche quella di pertinenza cinese), non dimentichiamo che avranno anche grandi occhi verdi o azzurri e chiome dorate (quando non di tutti i colori dell’iride) ma quelli li guardano in primis loro stessi, e poi semmai li esportano.
    Salutoni, Karakitap

    • PinoMamet says:

      PS

      (visto che si parlava di cartoni animati a tema sportivo)

      abito di fronte a un campo sportivo. Un paio d’anni, sono arrivati ad allenarsi a calcio, non chiedetemi il perché, delle comitive di ragazzi giapponesi (diciamo dagli 8 ai 16 anni, a occhio e croce), e dalla finestra di casa mia vedevo i loro allenamenti:
      è un altro sport!

      Cioè, le regole erano le stesse, le tecniche di base passaggi palleggi schemi ecc. pure; ma il modo in cui si allenavano (all’unisono!) e soprattutto l’atmosfera generale che si percepiva, erano nettamente diversi da quelli dei diecimila ragazzi italiani che ho visto altre volte.

    • Moi says:

      Purtroppo o per fortuna … i ridoppiaggi scadono soesso in turpiloquio, escrementizo e bestemmia .

      (Daitarn e Jeeg “ridoppiati” dal solito ex Decano del Giornalismo Veronese sono ad alto rischio soffocamento dalle risate … NON adduco link.)

  45. PinoMamet says:

    Mmm

    sarà che sono arcaico io; sarà che effettivamente sono cresciuto con questi cartoni animati giapponesi; sarà che non ho mai praticato continuativamente sport di squadra “all’italiana” (e di conseguenza sento la mentalità vigente in essi come qualcosa di non mio, e anche abbastanza disturbante); sarà che la mia unica attività “sportiva” in epoca di formazione sono state le “arti marziali”; peggio ;) , le arti marziali praticate in un tempio buddhista (stava vicino casa) e non in una palestra;

    ma insomma, io questa famosa mentalità giapponese non la sento tanto estranea.

    Prima di tutto, non la trovo lontana da certe nostre “radici”, che a tanti (non in questo blog, per fortuna) piace sbandierare a vanvera.
    Basta aprire il libro delle versioni di latino o greco ginnasiali per raccogliere abbondante messe di esempi di abnegazione ed eroismo ecc. ecc.
    Ma anche il Cuore di De Amicis e probabilmente altra letteratura “formativa” europea (non a caso riutilizzata in alcuni anime).

    E poi, capisco anche personalmente questa mentalità più di quella un po’ da “guappo” che trovo dominante nella formazione italiana: basta vedere un paio di partitelle di calcio di ragazzini per assistere a spettacoli indegni di piccoli ma espertissimi simulatori e di genitori compiaciutissimi della spacconeria dei figli.

    Ciao!!

    • Moi says:

      Pino, per caso eri allievo di Guareschi ?

      Ovviamente non lo scrittore Giovannino … ma Taiten Fausto ?

      … Anche se dicono che in fin dei conti questa omonimia non gli dispiacesse affatto e che non di rado trovasse un versante “zen” proprio al Cattolicissimo Padre Letterario di Peppone e Don Camillo. :-)

      • PinoMamet says:

        Non sono stato suo allievo (perché non ho mai praticato judo; però mi ha insegnato un paio di cose di kendo) ma lo ho conosciuto.
        Ottima persona, e per quel poco che ne so io direi che ha coniugato benissimo la tradizione zen e lo spirito locale.
        Infatti ho conosciuto tante persone che se ne andavano schifate pensando di incontrare la versione pacifista del maestro Miyagi, o quella fricchettona del Dalai Lama, dimostrando di non capire un cazzo né dello Zen, né dello spirito locale ;)

        • PinoMamet says:

          Devo specificare (perché mi accorgo che lo davo per scontato) che prima di essere “abate” del tempio Shobozan Fudenji, e successore ufficialmente riconosciuto di Narita Shuyu Roshi nella linea Zen- Soto, Fausto Guareschi è stato ottimo praticante di judo (e altre arti marziali) e uno dei principali fautori della loro diffusione in provincia.
          Cosicché ci sono suoi allievi “marziali” e suoi discepoli “religiosi”.
          Tanto per chiarire.

  46. mirkhond says:

    Riguardo alla spietatezza nipponica nell’educazione dei bambini, mi viene in mente il racconto di Prisco, l’ambasciatore romano presso Attila, inviato dall’imperatore Teodosio II, nel 448 d.C.
    Prisco racconta che gli Unni, prima sfreggiavano i volti dei bambini più piccoli, con le spade e poi li facevano allattare dalle madri. Fin da quando erano in fasce, con questa spietata pedagogia, gli Unni insegnavano ai loro figli che la vita era fatta più di stampate che di carezze. E del resto per popoli nomadi di pastori e razziatori eurasiatici della steppa, la vita non doveva certo essere uno scherzo, e fin da piccoli si doveva essere temprati nell’affrontarla.
    Lo stesso insegnamento, sia pure adattato ad un contesto sociale più colto e raffinato, lo vedo anche tra i Giapponesi, almeno nella loro autorappresentazione nei manga e negli anime.
    ciao

  47. jam... says:

    …i giapponesi sono guappi e monelli come gli italiani, la sola differenza sta nei tempi estrinsecativi.
    I jap sono un po’ british, cioé guappi o monelli di nascosto, quindi dopo aver ben messo in mostra una facciata, un muro, un cartellone pubblicitario, una ‘intonaco, una vernice che vogliono mostrare al mondo. Tutto cio’ per poter poi degenerare dopo, ancora

  48. jam... says:

    Tutto cio’ x poter degenerare dopo, ancora di più dei guappi o monelli mediterranei, quando non si é visti, o quando si detiene il potere. L’eccessiva costrizione iniziale puo’ provocare un’incapacità reale al sentimento e all’autenticità, una spietatezza dalla quale nessun fiore potrà mai sbocciare, soltanto i bonsai, forse, con molto spirito zen, ma che perdita di tempo!!!…
    ciao

  49. daouda says:

    Cavolo, è notte:
    MIGUEL MAAAAAAAAAAAARTINEZ!!!!!!!!!!!!!

    “come stamio , arimanessimo!”. Buona camicia a tutti…

  50. Agostino says:

    Caro Miguel, riguardo al conflitto sino-giapponese mi pare che ci sia una forte contraddizione in quello che dici:
    “L’impero giapponese all’epoca compiva saccheggi e stragi in Cina che avevano poco da invidiare a quelli compiuti dai nazisti in Europa orientale . Si attribuiscono ai giapponesi qualcosa come 4.000.000 di civili cinesi uccisi […]
    Nel caso giapponese non ci furono genocidi e 600.000 soldati cinesi combatterono a fianco dei giapponesi contro i propri connazionali.”

    Poichè questo è un tema che mi coinvolge non poco, mando al volo qualche link che facciano intravedere la ferocia usata dai giapponesi in Cina:

    http://it.wikipedia.org/wiki/Seconda_guerra_sino-giapponese#Perdite_cinesi (altro che 4 milioni di civili uccisi)

    http://it.wikipedia.org/wiki/Unit%C3%A0_731

    http://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Nanchino

  51. Pingback: American Juggalo | Kelebek Blog

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