L’invenzione dell’Alfabeto Cinese e altre follie tatuate

Quando ero giovane, gli unici tatuaggi in giro erano i Cinque Punti della Mala, io tra questi quattro muri, che contrassegnavano quella parte dei miei amici che avevano avuto il privilegio di essere ospiti del sistema carcerario italiano.

Questo tatuaggio era tanto discreto da essere spesso quasi invisibile. E veniva effettuato gratuitamente, con spille arroventate e cenere: occorreva quindi ingegnarsi anche per procurarsi gli ingredienti e gli strumenti.

I Cinque Punti erano il simbolo, non intercambiabile, di una reale esperienza. Anche chi si faceva un tatuaggio falso – immagino che qualcuno ci sia stato – cercava comunque di millantare tale esperienza.

Oggi, invece, vedo innumerevoli migliaia di corpi segnati a vita in vario modo. Questi nuovi tatuaggi hanno alcune caratteristiche che le distinguono dai cari vecchi Cinque Punti.

Sono estremamente vistosi, e non discreti. E non indicano alcuna realtà. Non indicano alcuna esperienza veramente vissuta; non fanno nemmeno finta di indicarla.

Sono il frutto di una decisione soggettiva, un gioco di ruolo che attira di volta in volta la fantasia dell‘individuo. Il contenuto dell’immagine è lasciato interamente alla scelta del consumatore, che può accedere a qualunque simbolismo, non in base alla realtà, ma in base al prezzo che è disposto a pagare.

Il tatuaggio è quindi un sintomo evidentissimo della società liquida, capricciosa e insignificante in cui viviamo. Insignificante perché carica come nessun’altra di pittoreschi simboli, che però non significano alcunché di vero.

Ma poiché il tatuaggio è una mutilazione corporea, esso rimane appiccicato al corpo per sempre. Osservo le persone dalla pelle ormai inflaccidita, che si trascinano dietro sciocchezze di decenni fa, più o meno con lo stesso spirito ambiguo con cui guardo certi disgraziati, che vanno in giro sulla sedia a rotelle per tutta la vita, dopo aver fatto i cretini a 180 l’ora a vent’anni. Se la sono cercata… ma l’ergastolo non dovrebbero darlo a nessuno.

Come potete agevolmente vedere, buona parte di queste mutilazioni a vita rappresentano qualcosa che somiglia a ideogrammi cinesi/giapponesi.

Ora, prima di diventare un cartellone ambulante a vita, una persona di buon senso dovrebbe chiedersi almeno cosa sta pubblicizzando.

Certo, probabilmente lo ha chiesto al suo tatuatore. L’esistenza su questo pianeta di un tatuatore è legittimata dal fatto di aver frequentato 30 ore di un “corso teorico pratico regionale“, che immaginiamo sia dedicato essenzialmente a come non far prendere un’infezione al cliente. Anche uno che si fa tatuare, che so, un vichingo irato con un’ascia in mano, nella vita reale non deve correre alcun rischio vero.

Esiste un bellissimo blog, Hanzi Smatter, dedicato all’abuso dei caratteri cinesi nella cultura occidentale; e in grandissima parte quindi ai tatuaggi.

Un tragicomico museo alle irreversibili idiozie che milioni di esseri umani si sono lasciati incidere addosso. A volte, parole alla rinfusa senza senso; a volte equivoci da far sbellicare dalle risate; e a volte caratteri del tutto inventati.

Il curatore del blog, assieme al traduttore Alan Siegrist, ha ricostruito l’Alfabeto Cinese che usano innumerevoli tatuatori in tutto il mondo.

Ora, non è necessario essere colti per sapere che non è mai esistito alcun alfabeto cinese. Basta una cultura generale appena superiore a quella di un bovino di allevamento.

Ognuno di quei segni che fanno i cinesi è una parola intera.[1] I cinesi non hanno inventato la propria scrittura per poter scrivere Johnny o Marco, e infatti non si può scrivere né Johnny né Marco con caratteri cinesi.

Pare che l’Alfabeto Cinese sia stato inventato da una ditta di tatuaggi statunitense, la Spauldings & Roger, mescolando ideogrammi a caso, o addirittura pezzi di ideogrammi (i cosiddetti radicali).

Ma prendiamo il tatuatore medio della Brianza, il fratello cretino della sciampista.

Gli arriva un cliente che ha bisogno urgente di farsi scarnificare per la sua terrestre esistenza con una frase tipo Marty TVTB.

E il tatuatore prende la tabellina, scava una M cinese, una A cinese…

Eccovi, in tutta la sua gloria, l’Alfabeto Cinese. Se c’è qualcuno che volete letteralmente rovinare a vita, buon divertimento.

tatuaggi-cinesi-falsi

L'inesistente Alfabeto Cinese

Nota:

[1] Sì, lo so, nel registro meno arcaico, è molto spesso una mezza parola, che comunque ha in origine valore di parola. Ma non è mai un semplice segno fonetico.

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31 Responses to L’invenzione dell’Alfabeto Cinese e altre follie tatuate

  1. Moi says:

    Miguel, si vede che ignori l’ universo degli sport da ring …

    http://www.youtube.com/watch?v=6Fdlm0vayNI

    notare che l’ Italico :-) ha un simbolo inequivocabilmente da Guerriero Fascista in piena schiena …

  2. Moi says:

    Cmq tendenzialmente è vero che il concetto di tatuarsi è sputtanatissimo per moda … è divenuto marxisticamente “merce”.

    Sul significato invece antropologico profondissimo, primordiale e identiario (dapprima per distinguersi dagli animali, poi per distinguersi da altre tribù umane e all’ interno delle stesse, poi come marchio d’ infamia o di onore ecc …) del tatuaggio scrisse tempo fa delle bellissime righe Jam … e riabilitandone la liceità in contesto religioso monteista .

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  4. rosalux says:

    Senza nulla togliere alle (divertenti) cazzate dei tatuatori, il Pinyin non è una perversa invenzione occidentale.
    http://www.ilpost.it/2011/01/13/zhou-youguang-inventore-del-pinyin/
    Segnatamente, ha fatto calare in sessant’anni in Cina l’analfabetismo dall’ottanta al dieci per cento, tanto per sottolineare che l’invenzione dell’alfabeto fonetico non è precisamente una bubbola per deficienti: è che l’ideografico è – di minima – un po’ elitario (non che la democrazia sia vista di buon occhio in questo blog eheh)

    • PinoMamet says:

      Grazie dell’informazione, ma è una cosa completamente diversa.

      Il pinyin è semplicemente il modo di traslitterare foneticamente in alfabeto latino il “suono” dei diversi caratteri cinesi, con segni diacritici che indicano il tono (non c’è solo il sistema Pinyin, c’è anche il Wade-Giles e altri).

      Dato l’altissimo numero di omofoni presenti in cinese, dubito che possa mai sostituire il sistema dei caratteri tradizionali
      (già riformato e semplificato in Cina popolare, a livello di scrittura).

      Oltretutto, in vaste zone della Cina una parte non esigua della popolazione usa lingue (definirli dialetti mi pare riduttivo) cinesi in cui le parole sono pronunciate diversamente (in alcune zone del sud c’è una pronuncia più arcaica e vicina ai due o tre modi in cui i prestiti cinesi sono resi in giapponese, ad es.), che si scrivono però con gli stessi caratteri del mandarino
      (vabbè, in cantonese ce n’è qualcuno in più):
      traslitterarle in caratteri latini vorrebbe dire di fatto impedire la comunicazione.

      In Vietnam invece si utilizza da mo’ un sistema di alfabeto latino con segni diacritici, ma il Vietnam è anche molto più piccolo, e poi è anche una lingua diversa sulla quale so pochissimo, quindi può benissimo darsi che per loro funzioni.

      In ogni caso questa scemenza ammeregana è una roba diversissima: non si tratta di utilizzare l’alafabeto latino per traslitterare il cinese, ma di utilizzare caratteri cinesi, più o meno a cazzo, per traslitterare nomi occidentali.

      Ciao!

  5. Per Rosalux

    “il Pinyin non è una perversa invenzione occidentale.”

    Certo che no: solo che il pinyin è un alfabeto occidentale che utilizza caratteri latini, non è un insieme di segni “cinesi”.

    Attualmente, in Cina si usa anche un sistema fonetico-sillabico, basato su caratteri cinesi, per agevolare la consultazione dei dizionari: ma è appunto sillabico e non alfabetico.

    Dove non sono affatto d’accordo, è quando sostieni che il pinyin avrebbe ridotto l’analfabetismo.

    Infatti, la scrittura ideografica permette di unire le diversissime pronunce locali: a Canton, “casa” si dice uk, a Pechino wu, ma si scrive con lo stesso carattere. Ho visto anche cinesi e giapponesi comunicare tra di loro usando ideogrammi.

    Inoltre, la quantità di parole con lo stesso suono – persino con gli stessi toni – è tale che è indispensabile l’uso degli ideogrammi.

    Il pinyin casomai fa comodo oggi per chi cerca sui computer l’ideogramma giusto – digiti, per dire, “yi” e trovi i venti o trenta ideogrammi che ti interessano, scegli quello che vuoi scrivere.

    E permette ai cinesi (continentali) di usare un sistema uniforme di scrittura nei contatti con l’estero.

  6. falecius says:

    Rosa: i cinesi non usano in linea di massima il pinyin per scrivere la loro lingua (o le loro lingue), e, che io sappia, nemmeno come strumento didattico. Certamente il governo della Cina Popolare si è impegnato molto per sradicare l’analfabetismo in Cina – ma non lo ha fatto insegnando ai cinesi a scrivere in pinyin, semmai ha semplificato il sistema di ideogrammi.
    Credo tu sappia che malgrado gli alfabeti siano più semplici da imparare, a livello neurologico sembra che la lettura funzioni per “ideogrammi” – cioè quello che viene riconosciuto in primo luogo sono parole intere e non lettere – vedi il passaggio dalla “decifrazione” lettera per lettera, che non associa nessuna semantica, quando si impara a leggere, alla vera lettura, che è riconoscimento _anche_ semantico (nel caso di scritture alfabetiche).
    Questo non è per negare il grande valore delle scritture alfabetiche, che indubbiamente permettono di fare utilmente molte cose che gli ideogrammi non permettono – ma evidentemente, esistono ragioni per cui in alcune società sono mantenuti, nonostante l’esistenza di sistemi alternativi: nel caso del Giappone, i sillabari fonetici hiragana e katakana esistono da secoli, sono stati sviluppati localmente, eppure non hanno mai sostituito gli ideogrammi, limitandosi ad affiancarli; il risultato è un sistema di scrittura tremendamente complesso, ma perfettamente adatto alla lingua giapponese, e il Giappone non è un paese che soffre di problemi di diffuso analfabetismo.
    Pino: Vietnam: il sistema alfabetico vietnamita è stato sviluppato nel Seicento dal missionario francese Alexandre de Rhodes. Certe irrazionalità del sistema dipendono dalla sua relativa antichità, e dal suo dipendere in parte da usi ortografici portoghesi (il portoghese era una delle lingue franche del commercio nel Sudest asiatico e lingua di molti missionari) oltre che francesi e perfino italiani (la pronuncia della g in alcuni casi). La grande maggioranza dei vietnamiti usava un sistema di ideogrammi basato su quello cinese ma non identico, e continuò a farlo per molto tempo dopo de Rhodes.
    La differenza fondamentale è che il Vietnam, diversamente da Giappone e Cina, è stata colonia europea.
    La politica culturale francese in Vietnam è stata in buona parte un tentativo di sradicare o perlomeno indebolire la presa della tradizione confuciana e del sistema di mandarinato – per il semplice motivo che esse fornivano la base ideologica della coscienza nazionale tradizionale del Vietnam, che si opponeva in teoria alla dominazione coloniale. Da questo punto di vista l’adozione di un alfabeto latino già pronto (e già in uso tra i cristiani del Vietnam, che erano assai meno ostili alla dominazione francese) aiutava, rendendo illeggibili ai vietnamiti educati all’alfabeti i testi della loro stessa tradizione, in particolare quella confuciana. E’ interessante che la Francia non sentisse mai il bisogno di imporre un cambiamento del genere agli alfabeti di derivazione indiana in uso in Laos e Cambogia – in parte perché la coscienza nazionale di quei paesi era più debole, e la stessa presa della Francia meno stretta – in parte perché si trattava appunto di alfabeti, meno fortemente legati ad uno specifico gruppo specializzato come i mandarini del Vietnam.
    Interessante anche il confronto con la politica che portò all’adozione dell’alfabeto latino in Indonesia, prodotto di una consapevole (e assai raffinata) politica culturale delle autorità coloniali olandesi – a quanto ne so le autorità francesi in Indocina erano molto interessate all’esperimento della Kommissie vor Volkslectuur indonesiana e credo avessero tentato di replicarla, ma con meno impegno e MOLO meno successo.

    • roberto says:

      ” a livello neurologico sembra che la lettura funzioni per “ideogrammi””

      fico! per il poco che può interessare, mia figlia già un’anno prima di riconoscere le lettere (cioè intono ai tre anni) riconosceva qualche parola (laura, casa, papà, mamma, cane….) e buffamente le riconosceva in due lingue diverse, con un procedimento inverso rispetto agli ideogrammi cinesi (per mia figlia lo stesso concetto era associato a due “ideogrammi” diversi, chessò “leggeva” cane e hund e diceva “baubau” in tutti e due i casi)

      • falecius says:

        Ma li traduceva entrambi nel suo “linguaggio” con la stessa parola. Credo che in giapponese sia possibile scrivere la stessa parola con combinazioni ideogramma/sillabario diverse, anche giocando sulle pronunce on e kun, anche se credo che attualmente si tenda ad avere un sistema univoco, in passato non era così (anche senza considerare lo hentaigana).

        • paniscus says:

          Sarei molto interessata a sapere se esistono studi specialistici sulle differenze di incidenza della dislessia e di disturbi di apprendimento associati, in funzione delle diverse lingue e alfabeti nazionali.

          Perché una delle manifestazioni più comuni della dislessia è proprio la difficoltà a riconoscere un’intera parola o un’intera frase “a colpo d’occhio”, e quindi essere costretti a sillabare mentalmente lettera per lettera anche ad uno stadio di adulto scolarizzato, dovendo ogni volta ripetere delle lente associazioni di simboli che invece, a una persona che legge normalmente, vengono automatiche.

          Sarei veramente interessata a capire che cosa voglia dire “dislessia” per un cinese, o magari anche per un arabo…

          Lisa

    • falecius says:

      Dimenticavo di aggiungere: la lingua vietnamita, come quella giapponese e anche di più, è stata profondamente influenzata dal cinese, ma resta dal punto di vista strutturale e genealogico completamente diversa (la sua posizione genealogica è stata a lungo ritenuta problematica, proprio a causa della fortissima ed antica influenza cinese, ma in generale è riconosciuta parte del gruppo austronesiano, di cui fa parte anche lo khmer) . Ho anche avuto l’impressione che sia una lingua molto difficile, (molto più del cinese) ma non ne so abbastanza da poterlo affermare con certezza.

    • PinoMamet says:

      “Interessante anche il confronto con la politica che portò all’adozione dell’alfabeto latino in Indonesia, prodotto di una consapevole (e assai raffinata) politica culturale delle autorità coloniali olandesi ”

      C’è anche da dire che l’indonesiano (cioè, le varie lingue malesi-indonesiane) sono polisillabiche e non tonali, quindi un alfabeto si presta abbastanza bene a renderle.
      L’Indonesia è però anche un paese in grandissima parte musulmano, quindi la cosa più “logica” sarebbe stata l’adozione di un alfabeto di tipo arabo;
      poi mi pare che esistessero diffusi, perlomeno per qualche lingua locale, degli alfabeti di origine indiana.

      Ciao!

      PS
      Mi ricordo nel libro A suitable boy la figura di un politico dell’India appena liberata, induista, ma incapace di usare la scrittura devanagari ufficiale per lo Hindi (educato invece a scrivere lo hindi alla “vecchia maniera” con l’alfabeto di origine araba preso in prestito dai persiani; in pratica, l’urdu).

      • falecius says:

        Allora: le lingue dell’Indonesia adottarono scritture di derivazione indiana, generalmente basate sulle forme tamil (a differenza dell’Indocina, che adottò scritture di derivazione sempre indiana, ma tramite il pali, che sono ancora in uso) già nell’alto medioevo. Le più antiche iscrizioni in linguaa malese sono scritte con quell’alfabeto, e un’altra scrittura di derivazione indiana è stata usata per il giavanese fino a tempi molto recenti. L’islamizzazione ha portato in particolare il malese (da cui deriva il moderno indonesiano) ad adottare i caratteri arabi. La maggior parte della letteratura malese classica è scritta in questa forma.
        L’alfabeto arabo però non è particolarmente adatto a rendere la fonetica indonesiana, che è molto simile a quella italiana, castigliana (o, in misura minore, giapponese) e quindi si presta piuttosto bene ad una adozione relativamente “facile” dell’alfabeto latino (credo che un alfabeto indiano vada almeno altrettanto bene).
        In realtà, aver adottato inizialmente un’ortografia basata su quella olandese in Indonesia e su quell inglese in Malaysia, a Singapore e in Brunei non ha fatto altro che complicare inutilmente le cose rispetto al sistema attualmente in uso, che è piuttosto lineare.
        In realtà, la politica culturale olandese (ma non quella inglese) sradicò la scrittura araba, e penso che la cosa fosse voluta: ma non tanto per distaccare gli indonesiani dalle loro tradizioni culturali e letterarie, visto che le letture che venivano loro offerte a stampa in caratteri latini erano spesso trascrizioni delle loro stesse letterature dai manoscritti in grafia araba o giavanese. Sospetto però che un certo distacco dal resto dell’ecumene islamica fosse un obiettivo che gli olandesi ritenevano quantomeno auspicabile, per evitare che la successiva generazione di noiosi agitatori antimperialisti si facesse strane idee in posti come l’Egitto (dove molti indonesiani andavano a studiare ad Azhar e c’erano contatti culturali) o durante i pellegrinaggi alla Mecca. Si noti che il sultano ottomano Abdulhamid aveva dato segni di voler includere l’arcipelago nella sua politica “panislamica” sostenendo il sultanato di aceh contro l’espansione olandese, e che le zone dell’Indonesia dove il nazionalismo si sviluppò per primo, a Sumatra, erano anche quelle con legami più stretti col resto del mondo islamico e specie arabo (ci sarebbe un discorso tutto particolare da fare sui minang e sulla “emancipazione dal matriarcato” dei giovani nazionalisti, legata sia all’islam che alla modernizzazione).
        La strategia olandese si rivolgeva comunque ad una elite piuttosto ristretta (molto più ristretta di quella indiana sotto il Raj inglese, per esempio) che veniva educata per scopi di amministrazione coloniale e simili, ma finì col mantenere la grandissima massa della popolazione analfabeta, cosa che mi risulta ugualmente deliberata: o meglio, le autorità olandesi non ritenevano nei loro interessi l’alfabetizzazione diffusa della popolazione, e quindi non fecere niente per attuarla (credo che la Francia sia stata un po’ più seria al riguardo, in Indocina e altrove, e credo anche che la Gran Bretagna avesse promosso l’alfabetizzazione in misura maggiore in India). Comunque lasciarono allo stato indonesiano un alfabeto ed una ortografia codificate, con cui alfabetizzare con successo la maggioranza della popolazione dopo l’indipendenza.

  7. roberto says:

    la sedicente a “女” è in giapponese il kanji per donna

  8. Moi says:

    Sulla questione neurologica degli ideogrammi e degli emisferi cerebrali, ricordo questo “beceramente simpatico” commento di un lettore di “City” via sms alla Domanda del Giorno, che appunto ne parlava :

    “Ma infatti; in Cina si utilizza tutto il cervello solo per scrivere “diritti umani” … da noi invece si utilizza metà cervello per scriverlo e l’ altra metà per metterli in pratica !”

  9. rafiqqq says:

    Purtoppo (per lui) conosco un ragazzo che ha un enorme tatuaggio sull’addome con scritto ة م واق ه (muqawama – resistenza – scritto al contrario, probabile effetto di un passaggio di documento word da un computer che legge l’alfabeto arabo a uno che non lo legge)..
    p.s. Il tono dell’inizio del post con cui parli del fenomeno dei tatuaggi non è molto simpatico, anzi quasi un po’ snob. Colorarsi la pelle a vita, non per forza deve avere un significato e non trovo ci sia niente di male se non ce l’abbia.
    Ho un kalashnikov tatuato sul braccio – a 18 anni, l’arma della rivoluzione dei popoli oppressi – e una serie di fiori e stelle assolutamente senza alcun significato ma che mi piacciono, come possono piacere o non piacere tutti gli altri “elementi decorativi” che l’uomo per sua natura adopera e che variano a seconda delle epoche e dei luoghi.
    Da vecchio me ne pentirò? forse ma non credo. La pelle inflaccidita non “bella” neanche bianca. Colorata forse un po’ ridicola ma perchè mi dovrei preoccupare di sembrare ridicolo?

    I discorsi sugli alfabeti erano interessantissimi complimenti Falecius

  10. PinoMamet says:

    Per completezza, aggiungo che ho in effetti visto qualche manifesto di propaganda cinese/maoista (non saprei dirvi di quale anno però!) all’interno del quale le lunghe scritte in caratteri cinesi erano anche traslitterate col sistema pinyin.

    Non mi pare fosse una pratica comune; ipotizzo che si sia trattato di qualche tentativo di diffondere la traslitterazione pinyin facendola imparare prima di tutto ai cinesi stessi.

    Oppure, chissà, di diffondere la pronuncia mandarina anche in altre regioni della Cina (il che però mplicherebbe il presupposto, niente affatto scontato, che molti cinesi conoscessero all’epoca l’lafabeto latino…)

    In ogni caso, come faceva notare Falecius, anche sistemi persino più complessi, come quello giapponese, non impediscono affatto l’alfabetizzazione di massa.

  11. Moi says:

    Io invece avrei una domanda sulle lingue tonali, alla quale nessuno ha mai (per ora) saputo rispondere:

    visto che nelle lingue non-tonali si esprimono aspetti psicolinguistici, primo fra tutti l’ ironia, mediante appunto intonazione … nelle lingue tonali come si fa ad essere ironici ? … SE ce la si fa. :-)

    Riguardo al Mandarino, persino nel resto della Cina (!) si dice che “a Pechino la gente cinguetta” [sic] …

    • falecius says:

      Ti posso dire che:
      esistono diversi livelli gerarchici di intonazione. Cioè, la frase nel suo insieme può avere una struttura intonativa diversa (ma credo non del tutto indipedente) da quella delle singole sillabe che la compongono. Ultimamente sento parlare molto cinese, e anche se non capisco assolutamente nulla ho la netta percezione che nel parlato esistano sintagmi intonativi come i nostri. Non so però nulla della rilevanza semantica di queste intonazoni generali della frase.

      • Andrea Di Vita says:

        Per falecius e Moi

        Non parlo alcuna lingua Asiatica, ma me la cavo in Tedesco e Polacco. Mi è capitato di raccontare la stessa barzelletta nelle due lingue, in più occasioni (tipicamente a pranzo con amici, familiari o colleghi). Bene, già in queste due lingue il comportamento dell’uditorio è diversissimo. Più che la pronuncia, conta la sintassi della frase. La lingua Tedesca spezza molti verbi e ne mette parti importanti in fondo, così il Tedesco medio rimane impassibile sinchè non ha sentito l’ultima parola. Il Polacco usa pesantemente i participi presenti e varie espressioni indeclinabili (jn po’ come il Greco antico che si studia a scuola) così a giostrare bene le parole si riesce a mantenere il ritmo un po’ come in Italiano. Immagino che in una lingua tonale la semplice leggera alterazione di un singolo tono possa avere effetti esilaranti, purchè al punto giusto.

        Una domanda riguardo al bahasa indonesia: lo si scrive in caartteri latini con una fonetica non troppo dissimile da quella Italiana, giusto?

        Ciao!

        Andrea Di Vita

        • falecius says:

          Oggi l’indonesiano si scrive con una grafia davvero semplicissima. Hanno alcuni digrammi, del resto abbastanza ovvi, tipo SY per la SH inglese. La C indica il suono della nostra C “dolce” (palatale), la K quello velare. La G è sempre velare. Per il suono della nostra G “dolce” si usa la J. In passato in Indonesia (ma non in Malesia) si usavano rispettivamente TJ e DJ per i suoni “dolci”. Per il resto, siamo nella situazione di molte vecchie trascrizioni: “vocali come in italiano, consonanti come in inglese” (cito a memoria da una voce della vecchia Treccani).

  12. Moi says:

    @ Falecius :

    Scusa, ma l’ accostamento “italiana – castigliana” mi pare improprio : casomai “toscana (!) – castigliana”, no ?

    … ma se l’ hai fatto avrai avuto un motivo tuo che non ho colto, quale di grazia ? :-)

    • falecius says:

      “Castigliano” è un nome generalmente usato per indicare lo spagnolo (inteso come distinto da catalano, gallego e basco) oltre che per il dialetto specifico della Castiglia (inteso come distinto da andaluso, asturiano, canario ecc… e alle parlate americane anche se in effetti l’asturiano è considerato un caso particolare). Questo non accade in Italia, dove normalmente non ci si riferisce all’italiano come “toscano”. Naturalmente le somiglianze sono abbastanza vaghe.
      Comunque mi correggo, anche le scritture indocinesi derivano da scritture dell’India del Sud, anche la lingua che esprimevano era spesso il pali.

  13. rafiqqq says:

    per Moi
    L’avevo già letto! :) Grazie comunque per l’esortazione.
    Forse perchè mi sono sentito tirato in causa per via dei miei tatuaggi “insignificanti” “simbolo della società insignificante in cui vivamo”, ma mi è parso un po’ antipatico il tono che Miguel usa nella prima parte del post, quasi di “commiserazione mista a disgusto” nei confronti dei poveri imbecilli che seguono la moda e si tatuano “ad minchiam”.

  14. falecius says:

    Pino: il giavanese non è esattamente una “lingua locale”. Ha più parlanti dell’italiano e una tradizione letteraria antica e spaventosamente vasta.

  15. falecius says:

    Per Lisa, a cui non posso rispondere sotto al suo commento per ragioni informatiche: sono certo che esistano studi al riguardo.
    Avevo cercato anche di approfondire la questione, ma con pochi risultati. Sospetto che in generale i posti dove ci sono scritture non completamente alfabetiche siano, spesso, anche quelli dove sia più difficile avere diagnosi di dislessia, per ovvie ragioni. Mi risulta che nei paesi di lingua inglese il problema sia particolarmente pesante, ma non so quali ragioni ci siano. Io ho il forte sospetto che l’irrazionalità arbitraria dell’ortografia inglese come minimo peggiori le cose (in un certo senso, il bambino anglofono si trova spesso nella situazione odiosa di imparare una scrittura alfabetica che viene usata per produrre logogrammi) ma ci vorrebbe una verifica sul mondo francofono, sul Tibet (ahi) e sulle regioni di lingua gaelica dell’Irlanda, per provarlo.

    • paniscus says:

      Falecius: infatti la tua ipotesi sui paesi anglosassoni è esattamente quella che penso anch’io. Ovvero, che la presunta maggior incidenza di dislessia nelle popolazioni di lingua inglese sia dovuta, da una parte, a una maggior propensione culturale al “politicamente corretto”, per cui si ha una gran fretta di diagnosticare come problematici dei ragazzi che invece in altri contesti sarebbero giudicati semplicemente svogliati o ignoranti (e a volte anche con ragione!)… ma che OLTRE a questo, esista anche un’oggettiva differenza nella visibilità del problema, dovuta proprio alla natura della lingua e della sua ortografia.

      Mi spiego meglio: se uno è veramente dislessico grave, lo è, e c’è poco da dubitare, perché i segni caratteristici del disturbo sono evidenti, e gli errori tipici del dislessico sono mediamente diversi dagli errori più diffusi dovuti a semplice ignoranza o disattenzione.

      Però esiste tutta una serie di fenomenologie borderline, con disturbo molto lieve, che in un ambiente di madrelingua italiano passerebbe del tutto inosservato, perché compensato dall’affinamento delle normali tecniche di lettura utilizzate da tutti… tutto sommato, a chiunque può capitare di doversi fermare a sillabare mentalmente una parola troppo lunga e troppo difficile, come farebbero i bambini agli inizi della scuola.

      Mentre in ambiente anglosassone, in cui l’esercizio della sillabazione non può esistere, e la lettura è tutta fondata sul riconoscimento globale della parola (o di un pezzo di frase) a colpo d’occhio immediato, il disturbo lieve, anche se è lieve, emerge lo stesso e crea più problemi che in italiano.

      Fra l’altro, qualche anno fa, nella pedagogia italiana delle scuole primarie, infuriava il dibattito se fosse meglio insegnare a leggere con il metodo fonematico (ossia, riconoscendo prima le lettere una per una e poi mettendole insieme), o il metodo globale (basato sul riconoscimento grafico istintivo dell’intera parola). In Italia si era sempre utilizzato il primo, ma qualche anno fa ci fu un’esplosione modaiola a favore del secondo, che era considerato più moderno, più all’avanguardia, e più “considerato valido secondo i più recenti sviluppi della ricerca specialistica in scienza dell’educazione”.

      Ovvero, in poche parole, la mia teoria è che si fossero accorti che erano usciti un po’ di articoli scientifici specialistici che affermavano che il metodo del riconoscimento globale fosse più efficace. E grazie arcavolo, erano tutti articoli americani e relativi a studi svolti in paesi anglosassoni, in cui PER FORZA quel metodo è l’unico possibile! Da cui, una patetica corsa a imitarli anche in ambiente italiano (dove invece il metodo del collage di sillabe funziona benissimo, perché la pronuncia di ogni lettera o sillaba è più o meno sempre la stessa).

      E’ durata cinque o dieci anni, e poi si è prontamente tornati al metodo fonematico…

      ciao
      Lisa

  16. Mari says:

    Ragazzi mi sono imbattuta in questo articolo proprio quando ho finito di scrivere il mio su “GLI ERRORI PIU’ CLAMOROSI NEI TATUAGGI IN CINESE” http://www.ltl-cinese.it/tatuaggi-cinese-errori/ in cui non solo ho indicato brevemente come funziona il processo di traslitterazione dei nomi, ma ho anche affiancato, alla galleria delle foto dei tatuaggi più assurdi, la mia spiegazione su cosa sia andato storto… leggetelo se ne avete voglia. Ciao Mari

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