Caterina vigila, e altre storie di burqa e niqab

alla prima parte

A Sesto San Giovanni, periferia collassante di Milano,  è panico. Accanto a un capannone che appartiene alla comunità islamica, vigila Caterina:

«Da alcuni giorni si vedono gruppi di persone che ci stanno lavorando, donne con bambini al seguito, camion che portano materiale — racconta Caterina, una residente di via Veneto —. Poi, alla fine dei lavori, pregano e mangiano all’interno dei locali. Forse non ci sarebbe nulla da dire, perché il capannone è loro. Però non è mai stata data l’autorizzazione per usarlo come luogo di culto e non è mai stato messo a norma.”

Donne, bambini, pregano, mangiano, il capannone è loro. E così il Comune (sindaco Giorgio Oldrini, centrosinistra) che non ha mai approvato il luogo di culto islamico, approva invece una “mozione antiburqa“, anche se non ci risultano afghani da quelle parti.

“Il burqa e altre forme simili di vestiario, che coprono integralmente il viso delle persone -si legge nella mozione – costituiscono, secondo la nostra cultura, una forma di integralismo oppressivo della figura femminile e di costrizione della libertà individuale“. Il Consiglio comunale, nelle conclusioni della mozione “impegna il sindaco ad adottare urgentemente i provvedimenti necessari al fine di far rispettare, a qualsiasi persona presente sul territorio comunale che circoli in luoghi pubblici o aperti al pubblico a viso coperto, le nostre leggi vigenti in tema di sicurezza e dignità della donna”.

Come abbiamo visto, le normative che il Comune vuol far rispettare semplicemente non esistono, come con ogni probabilità non esiste nemmeno ciò che si vuole vietare. Ma i vigili, come dice il loro nome, vigilano.

L’episodio rivela una cosa importante sulla cultura dei nostri tempi. In realtà, Caterina, mossa da chissà quali strane fobie, vorrebbe impedire a donne e bambini di mangiare su una proprietà privata loro. Ma il politico di turno traduce il suo discorso nel linguaggio delle Vittime e dei Vittimi dei nostri tempi: oppressivo, figura femminile, libertà individuale, dignità della donna.

Ora, noi non conosciamo le motivazioni di tutte le donne che indossano veli integrali. Gente come Claudia Severi e Nello Rega pretende di conoscerle. Io, che pure mi sono laureato in lingue orientali con qualche esame di islamistica, no.

E’ probabile che quelle effettivamente costrette a velarsi integralmente non si esprimano. Ma è un fatto che le uniche che si esprimono, non sono costrette; mentre di chi tace, fosse anche a forza, non possiamo dire nulla.

La costrizione assume molte forme nei rapporti umani. Si va da tremende torture in cantine puzzolenti, a quella particolare forma di pressione per cui se sei un imprenditore, devi fingere che il calcio ti interessa.

Tipicamente, le costrizioni che funzionano sono così pervasive, che non te ne rendi nemmeno conto. Pensiamo ai milioni di maschi occidentali costretti a portare la cravatta. Non solo non si sentono obbligati, ma sono loro stessi a creare il clima per cui indossare la cravatta diventa obbligatorio. Allo stesso tempo, tutti sanno, senza nemmeno pensarci, che il rifiuto di portare quella specie di cappio al collo comporterebbe il licenziamento e la rovina economica. La costrizione sociale non è mai percepita come tale, né a New York né a Kandahar.

Le portatrici di niqab in Occidente che si raccontano, invece parlano del contrario: una scelta molto difficile, contrastata e che ha provocato solo problemi. Come l’impiegato di banca che decide un giorno di indossare una camicia a fiori, insomma.

A ciò che scrivono le munaqqabat, le portatrici di niqab o “velo integrale”, si possono fare molte critiche. Esaltate, chiuse al dialogo, se vi piacciono le definizioni forti.

Le loro sono posizioni con cui è difficile da comunicare, perché i loro discorsi si fondano su certezze che pochi condividono con loro.

E allora? La libertà consiste nel rispettarsi a vicenda, senza bisogno di condividere le stesse premesse. E’ sulle premesse che si costruisce l’immenso Luogo Comune del dominio, la “Memoria Storica” forzatamente condivisa, i “Valori Comuni” e tutte le altre menzogne su cui si fonda il totalitarismo dei nostri tempi.

Io posso dire che con una munaqqabah, non riesco a discutere. Ma ci sono mille altre categorie con cui non riesco a discutere, perché non condivido qualche elemento per loro importante. Non è un motivo per chiamare la polizia.

Riassumendo, possiamo ipotizzare che ci siano delle donne costrette; sappiamo con certezza che ce ne sono invece di volontarie.

Ma sia le costrette che le volontarie del velo integrale rischiano ugualmente multe e varie sgradevoli forme di rieducazione coatta, oppure (in alcune proposte di legge italiane) fino a due anni di carcere. E’ una realtà in Francia, grazie a una legge votata da 335 deputati contro uno; dieci giorni fa, il parlamento belga ha approvato una legge analoga (con sette giorni di carcere per le troppo vestite), che attende ancora l’approvazione del senato. Né la legge francese, né quella belga, parla di accertamenti per vedere se l’abbigliamento in questione sia indossato volontariamente o no.

Il problema, per i legislatori, è quindi il fatto oggettivo in sé, di presentarsi in pubblico senza rendere visibile il proprio volto.

Perché un tale comportamento da parte di persone adulte deve essere punito, mentre non si puniscono vere e proprie mutilazioni inflitte a persone che non hanno raggiunto l’età del consenso, e che per loro natura sono irrevocabili?

Non è necessario pensare a cose tremende, Consideriamo una cosa ritenuta normalissima:

Scrive una mamma:

“Che ne dite delle farmacie dove forano le orecchie delle bambine simultaneamente?

Ho sentito dire che ci sono farmacie dove bucano i lobi delle orecchie delle bambine applicando simultaneamente i due orecchini con due “pistole” maneggiate da altrettante dottoresse che forano nello stesso istante il lobo destro e quello sinistro.

A me sembra una idea fantastica, così non c’è il rischio che fatto il primo buco e sentito il dolore la bimba non si lasci più fare il secondo, che è il motivo per cui fino ad ora non mi sono mai decisa a far mettere i primi orecchini a mia figlia che ha 4 anni.

Se troverò la farmacia giusta ci farò un pensierino. Voi che ne pensate?” [1]

pistola-spara-orecchini

Pistola spara orecchini, in vendita per posta a Euro 7,49

Parlando della circoncisione maschile, la Commissione Nazionale di Bioetica si pone l’ovvio problema:

“Sembra opportuno risolvere il problema di stabilire, in una prospettiva più generale, se la pratica circoncisoria a carico di minori, che non sono ovviamente in grado di prestare un valido consenso, provocando in loro modificazioni anatomiche irreversibili, sia compatibile o meno con il nostro ordinamento giuridico.”

Eppure la Commissione conclude dicendo, “la circoncisione appare in sé pienamente compatibile con il disposto dell’art. 19 della Costituzione italiana“.

Abbiamo visto come l’unica preoccupazione minimamente sensata riguardante il velo integrale – la possibilità che un gruppo di massici malandrini napoletani si travesta da pie musulmane per fare una rapina in banca – sia tecnicamente improbabile. Potrebbe essere un motivo valido per vietare ogni forma di mascheramento, parrucche e baffi finti compresi, ma non è certo un’emergenza tale da giustificare ben undici proposte di legge, firmate da decine di onorevoli. E comunque siamo noi a regalare ai niqabofobi questo pretesto: nessuna proposta di legge accenna ai pericoli per la sicurezza quotidiana (distinta dal mitico “Terrorismo”).

La costrizione delle donne velate in Italia è tutta da dimostrare; e andrebbe messa in parallelo con le ben più numerose scelte che le famiglie italiane impongono sui corpi dei loro figli, mutilazioni auricolari comprese. E comunque non crediamo che le Caterine di Sesto San Giovanni, così preoccupate a impedire a donne e bambini di mangiare, siano i migliori giudici del bene delle donne musulmane.

E’ evidente che qui c’è un deliberato accanimento contro un gruppo etnico-religioso particolare, i migranti musulmani in Italia. Che, se non vengono espulsi, devono diventare comunque invisibili: un’invisibilità garantita dalla coatta visibilità dei volti.

E qui abbiamo una convergenza tra la piccola violenza delle casalinghe paranoiche, e la grande violenza del sistema occidentale.

Per le società europee, un volto invisibile – anche se del tutto innocuo – costituisce un’offesa. Io lo capisco, perché ci sono cose forse diverse, ma che suscitano in me reazioni simili.

Quando vedo certa gente con gli orologi d’oro ai polsi, abbronzati a febbraio e con i vestiti griffati, mi sogno una legge che li mandi ai lavori forzati. Solo che so tenere i miei sogni a occhi aperti dove devono stare: dentro la mia testa.

Il volto invisibile sfugge al mio controllo: non posso sapere come reagisce a me, non soddisfa la mia curiosità e sfugge in generale al dominio sociale. Non appartiene all’immenso luogo comune che unisce bancari, casalinghe, troie di alto bordo e politici; non abita nel salotto della De Filippi.

Va quindi integrato o sincronizzato: prima si strappa il velo, poi si rieduca. La proposta dell’on. Reguzzoni, ispirandosi alla Francia, recita:

“Il tribunale può altresì disporre che l’ammenda sia commutata nell’obbligo di prestare un’attività non retribuita a favore della collettività per finalità sociali e culturali finalizzate al raggiungimento di obiettivi di integrazione.”

Ricordiamo che Marco Reguzzoni, che tanto si preoccupa delle donne musulmane, è lo stesso signore che quando parla dei profughi provenienti dal Nord Africa in questi giorni, dice «Troppi immigrati qui al Nord. Non possiamo ospitare tendopoli».

Al di là dell’ipocrisia del personaggio, il punto fondamentale sta proprio nel concetto di integrazione coatta.

Per chi scrive, esiste il dovere di rispettare gli altri. Non esiste il dovere di diventare come gli altri.

Non mi esibisco in schiamazzi notturni, faccio la raccolta differenziata dei rifiuti, ma non credo a uno solo dei vostri valori, non condivido la vostra memoria e non intendo vivere come voi.

Si dice che il velo integrale non sia un obbligo religioso islamico; e venga indossato da poche persone.

Non so bene chi possa definire cosa sia un “vero” obbligo islamico; ma probabilmente è così.

Solo che da questo fatto, discende una considerazione, che si trova in quasi tutte le proposte di legge “antiburqa”: mettere al bando il velo integrale non costituisce persecuzione religiosa e non colpisce la grande maggioranza dei musulmani in Italia.

Certo, nemmeno il rosario costituisce un obbligo religioso per i cattolici e la grande maggioranza di coloro che si dichiarano cattolici, non possiedono nemmeno una corona per sgranarlo.

Ma se venissero proposte ben undici leggi per mettere al bando una pratica esplicitamente definita “rosario”, lo sappiamo tutti che si tratterebbe di una persecuzione mirata contro i cattolici, compresi quelli che non sanno nemmeno come si dice il rosario.

Non sono certo in grado di dire ai musulmani come si dovrebbero comportare. Ma sospetto che molti reagiranno alla legge, quando passerà, dicendo, la cosa non mi riguarda; e qualcuno potrebbe anche essere contento nel vedere che la violenza si scarica su alcuni individui isolati, che spesso fanno dichiarazioni poco diplomatiche.

E’ una reazione comprensibile. Le tante, diversissime comunità che chiamiamo “i musulmani” vivono una situazione difficilissima nel nostro paese; e molti di loro sarebbero disposti a praticamente qualunque compromesso pur di essere lasciati vivere in pace. Nessuno poi deve essere responsabile dei comportamenti di altri, che non condivide.

Ma è un’illusione. Nella migliore delle ipotesi, l’Uomo Comune lascerà in pace i musulmani, solo nel momento in cui “essere musulmani” non significherà più di quanto significhi essere collezionisti di francobolli: una piccola mania del tutto privata, insomma, per gente altrimenti normalmente produttiva.

Nella peggiore (e più probabile) delle ipotesi, non lasceranno in pace i musulmani nemmeno quando diventeranno collezionisti di francobolli, almeno finché non verrà trovato un capro espiatorio alternativo.

Il divieto riguarderà poche persone; e quelle poche non sono esempi di pubbliche relazioni. Anzi, il niqab è la negazione delle pubbliche relazioni – le portatrici o non sono interessate a comunicare, oppure parlano in modo tutto loro.

Il fatto che la persecuzione si accanisca contro una piccola minoranza la rende sempre più accettabile. Almeno a chi non si rende conto che ogni persecuzione stabilisce un precedente. Perché ciò che caratterizza il divieto di niqab è la sua motivazione soggettiva: il niqab sarebbe un simbolo di idee ritenute inaccettabili. In questo senso, il reato di niqab è un reato di opinione.

Così la proposta di Souad Sbai (alias Nadia di Saluzzo) dice che il divieto è necessario “se le donne vivono in Paesi civilmente evoluti“; quella di Mantini e Tassone dice che

“tali costumi sono diventati il simbolo dell’assoggettamento delle donne ad una concezione che nega ad esse libertà e disponibilità del proprio corpo.”

La proposta Lanzillotta (la signora ha velleità poetiche) afferma:

“Prega il tuo Dio ma rispetta la legge: questo è stato il principio su cui si sono costruiti gli Stati moderni in Europa e questo non può che essere ancora il principio su cui costruire l’Europa della globalizzazione. A questo principio non è possibile, infatti, abdicare se si vuole davvero realizzare un’integrazione degli immigrati sostenibile sul piano sociale e civile e coerente con i princìpi fondamentali della nostra Carta costituzionale.”

Dove coloro che non pregano il tuo Dio, decidono però, secondo i propri interessi elettorali, le leggi che tu devi seguire per venire debitamente integrato.

Insomma, il principio fondante di questa prossima legge è che la mia cultura può decidere della tua, perché io, a differenza di te, sono “civilmente evoluto“. Anche se il tuo comportamento non è lesivo dei diritti di nessuno.

Nota:

[1] Tranquilli, c’è anche chi la pensa diversamente. Su un altro forum leggo che non bisogna fare i buchi alle orecchie di bambine di meno di un anno per un motivo a modo suo inoppugnabile:

No no e ancora no……

le bimbe con gli orecchini mi sembrano tutte zingare……

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77 Responses to Caterina vigila, e altre storie di burqa e niqab

  1. rosalux says:

    Premetto che ero convinta (speravo) che la legge liberticida che vietava il passamontagna fosse universalmente valida e comprendesse quindi anche gli eventuali niquab o simili, ma imparo qui che non è così. Aggiungo che niquab, o burqa, a Roma non ne ho mai visti, e che quindi l’impellenza del proibirli mi pare razzista e strumentale: è una crociata che non mi appartiene. Detto questo, sono convinta che ogni società sia organica: alle volte si tende a immaginare che le culture altre siano da rispettare nel loro complesso, e che invece la cultura occidentale (con tutte le sue declinazioni) sia – in virtù delle libertà che proclama una specie di calderone nel quale non esiste più simbolo, tabù, tradizione. Un contenitore neutro, adatto a qualsiasi contenuto. Il niquab viene indossato mediamente in società dove le donne non guidano, non circolano di notte, non circolano da sole. Il fatto di incontrare dei fantasmi senza volto rappresenta quindi una forma di menomazione della relazione, ma perde i connotati di pericolo (che tu hai espresso benissimo). Ora, francamente non mi è mai capitato di rientrare di notte da sola e incontrare gente in niquab, ne’ ci penso minimamente quando mi capita di tornare a casa sola, ma ti posso garantire che quando questo succedesse con una certa frequenza non sarei – per nulla – contenta. In Arabia Saudita, il problema non si pone, perchè questo incontro non accadrà mai, non può accadere. Dunque, il volto coperto non è un tabù solo per questioni di razzismo (che pure esistono, gravi e preoccupanti), non è organico al modo di vivere di gente che può andare ovunque, da sola, a qualsiasi ora, in qualsiasi circostanza. E non è vero che la nostra società non prevede nessun tabù nell’abbigliamento: se circoli nudo, infatti, ti arrestano. Non ritengo che l’uso volontario del niquab sia necessariamente lesivo di chi lo indossa, lo è – hai ragione – meno del buco alle orecchie che è irreversibile e può portare infezioni. Ritengo che è – lecitamente – un tabù per il modo in cui è strutturata la vita nelle nostre societa, modo che implica la libertà di movimento *a patto* della riconoscibilità. E in certi casi i tabù vanno rispettati, anche se implicano una forzatura della volontà altrui.

  2. Crisa says:

    Grazie, post interessante… come gli altri :-)

  3. Peucezio says:

    “Insomma, il principio fondante di questa prossima legge è che la mia cultura può decidere della tua, perché io, a differenza di te, sono “civilmente evoluto“. Anche se il tuo comportamento non è lesivo dei diritti di nessuno.”

    E’ questo, a mio avviso, il punto critico di tutto il discorso.
    Dal mio personale punto di vista la mia cultura non può decidere della tua, ma a casa tua. A casa mia invece la mia cultura diventa l’unico metro di valutazione.
    Se infatti in un paese islamico esistono particolari prescrizioni, di legge, di tradizione, di religione, quello che volete voi, circa l’abbigliamento delle donne e una turista occidentale le viola, è giusto che la arrestino e reputino il suo comportamento offensivo verso la loro società.
    Come ho già scritto molte volte, il punto è l’indifferenza dei luoghi: se lo spazio geografico è indifferente, intercambiabile e privo di significato, il tuo discorso è ineccepibile.
    Poi tu potresti obiettare che una società laica, esplicitamente e orgogliosamente desacralizzata, non ha il diritto di sacralizzare i luoghi e ragionare da comunità organica. E mi trovi d’accordo. Però, siccome io non condivido questa laicizzazione né collaboro a essa, posso legittimamente rivendicare il mio diritto a sentirmi offeso dal niqab (a proposito, l’altro giorno in via Cermenate, a Milano, mi sembra di averne scorto un altro, ma non ci metto la mano sul fuoco), così come dallo stato laico, dal divorzio e da tutto il resto.

    • roberto says:

      “A casa mia invece la mia cultura diventa l’unico metro di valutazione.”

      come presupposto dovresti pero’ la tua cultura dovrebbe essere un monolite immutabile, altrimenti ad ogni atteggiamentoa te sgradito opporrai un pezzetto della tua cultura (che è poi quello che succede attualmente, immagino che ci sia qualcuno che sostiene che nelle mense scolastiche dell’emilia i bambini devono obbligatoriamente mangiare salsiccia perché fa parte della nostra cultura)

      • PinoMamet says:

        ” immagino che ci sia qualcuno che sostiene che nelle mense scolastiche dell’emilia i bambini devono obbligatoriamente mangiare salsiccia perché fa parte della nostra cultura”

        No; ma quasi.

        Io non mangio porco morto, per motivi miei, da ben prima dell’ondata migratoria mussssulmana, e vivendo in Emiliaromagna, l’epicentro o la Urheimat del culto del porco, ti assicuro che non ho avuto vita facile.
        Poi ti arrangi sempre, per carità, ma a volte te lo fanno proprio pesare.

        Non è cattiveria: è che proprio non concepiscono. E se insisti, va a finire che ti fanno credere che il “cattivo” sei tu.

      • Peucezio says:

        Mah, si tratta di distinguere fra processi di trasformazione graduali, influenze che vengono metabolizzate e assimilate col tempo da una parte e fenomeno travolgenti dall’altra come sono le migrazioni di massa di questi anni (ma anche tanti altri fenomeni altrettanto rapidi e dirompenti che attentano alla nostra cultura, anzi, l’hanno già devastata, molto più dell’immigrazione).
        Se fosse per me comunque sarebbe stata anche bloccata d’autorità l’americanizzazione dell’abbigliamento che c’è stata fra i giovani negli anni ’60 – ’70 – ’80, per cui oggi in Italia non ci sarebbero né jeans, né magliette, né scarpe sportive o cappellini da baseball. Non è che il grigio abbigliamento borghese sia il massimo, era meglio la “sciammeria” della giacchetta dei giacobini, ma rispetto ad oggi…
        Avete notato che ormai, quando in televisione si vede gente povera di qualunque angolo remoto del mondo, porta sempre delle orrende magliette colorate con scritte? Se quello che ha inventato le “t-shirt” colorate con scritte o disegni è ancora vivo, non lo si potrebbe impiccare a furor di popolo?

        • mirkhond says:

          Sante parole, Peucezio!
          ciao

        • roberto says:

          porca miseria che mondo straordinariamente palloso che sogni!
          no alle magliette, no ai jeans, no cravatte…immagino che tu sia contrario pure a scarpe da tennis, minigonne e tacchi alti

          comunque confermi quello che dicevo.
          se la tradizione si riduce a gusti personali imposti agli altri (tipo il bando d’autorità dei jeans), è meglio abbandonare il politically correct e chiamarla con il suo nome: “arbitrio”

  4. PinoMamet says:

    Rosa
    (credo che in niqab la u non ci sia… è arabo, mica spagnolo! ;) )

    la nostra società non è che non abbia tabù di abbigliamento; in realtà ne ha diversi.
    Solo che alla fine sono tutti rispettati: sono tabù “nostri”.
    Tu dici girare nudi, ma chi è che gira nudo per strada? Mai visto uno? Ho visto molti più niqab, allora (due).
    La nostra società, che è pluralista per i “suoi” tabù, prevede che se vuoi girare nudo ci siano luoghi appositi;
    ma se vuoi girare velato, no, mi sa: perché non è un tabù “nostro”.

    Il punto sta tutto lì, in tutti i commenti che mi capita di leggere o sentire: noi non lo facciamo, “a ME fa paura”, “a ME da fastidio” ecc. ecc.
    Poi gli si trovano tutte le giustificazioni morali o d’ordine pubblico immaginibali.

    E di tutte queste giustificazioni “antivelo” io trovo particolarmente odiosa la coloritura pseudo-femminista “quanto ci piacciono i diritti delle donne”, mentre in realtà si tratta semplicemente di “quanto ci stanno sul cazzo i marocchini”;
    che poi una di queste proposte venga proprio da una marocchina o quello che l’è, peggio mi sento.

    Ciao!

    • Peucezio says:

      “E di tutte queste giustificazioni “antivelo” io trovo particolarmente odiosa la coloritura pseudo-femminista “quanto ci piacciono i diritti delle donne”, mentre in realtà si tratta semplicemente di “quanto ci stanno sul cazzo i marocchini”;”

      Questo è verissimo!

  5. PinoMamet says:

    Noto, come già in altre occasioni, di essere opposto o speculare al punto di vista Peucezio.

    :)

  6. Tom says:

    Mah.
    Io penso che questa gente sia in italia perchè andata via da paesi dove i diritti umani sono calpestati amabilmente sotto la voce ” è la nostra cultura”. Solo non capisco perchè una volta qua non facciano altro che cercare di riimmergersi nella loro di cultura. Per me vale il sempre valido motto ” se la tua cultura ti fa vivere nella (di) merda, allora è una cultura di merda”. Per cui, sarà tanto razzismo, ma per favore le tue abitudini subumane da cui sei scappato sono raccapriccianti perchè sono un involuzione netta rispetto alla mia di cultura. Evitale o te le farò evitare. Perchè non sono abitudini solo diverse. Sono peggiori, non per diritto divino, ma per l’evidenza dei fatti, in quanto producono società mostruose dove si vive male, troppo male.
    Il paragone ai buchi alle orecchie, è ancora più fastidioso: quei buchi lì non sono il simbolo di niente, non peggiorano la qualità della vita. Se volontariamente ti infili in quei sacchi anche in italia è giusto che si dica di no. Ti rieduchiamo alla nostra cultura, se no puoi sempre tornare da dove sei venuta.

  7. Per Peucezio

    “e lo spazio geografico è indifferente, intercambiabile e privo di significato, il tuo discorso è ineccepibile.”

    Credo che sia un punto importante, che merita riflessione.

    Esiste un rapporto reale tra certe comunità e gli spazi in cui vivono, è la base sicuramente della cultura contadina messicana, ad esempio. E ho vissuto in Sicilia abbastanza tempo da cogliere qualcosa di analogo, anche nel contesto di una piccola città come Siracusa.

    In Italia, poi, esiste tutta una rete di rapporti tra i piccoli centri abitati, la cucina locale, il paesaggio, che forma certamente il modo di pensare di tanti: vi avevo accennato parlando (in positivo) di Monte Acuto e (magari un po’ meno in positivo) della Cultura del Porco.

    Non sono solo cose poetiche, e comunque anche se lo fossero, il mundus imaginalis ha una grande importanza, è una delle cose per cui vale la pena di vivere.

    Detto questo, lo spazio geografico viene intaccato esclusivamente da un fattore interno alla società occidentale, le conseguenze del capitalismo.

    L’autostrada cambia la valle infinitamente più di una famiglia con il hijab. Cambia la valle esteticamente; cambia lo spazio fisico in cui vive l’uomo locale, dentro una gabbia metallica; cambia la sua visione del luogo (strisce di asfalto davanti agli occhi); cambia i prodotti che arrivano e che escono dal paese.

    Il dato sconvolgente (nel senso che cambia il paesaggio) sono le arance d’estate, che entrano direttamente in casa, e fanno perdere ogni rapporto con quanto il luogo abbia prodotto storicamente.

    Poi ci sono realtà, come Milano, che almeno dall’Ottocento in qua, sono solo luoghi di produzione capitalistica. E c’è poco da lamentarsi, in una città che accoglie con entusiasmo l’ultimo modello di TV made in Korea, se arriva anche qualche “straniero”: in fondo, anche tu sei straniero a Milano.

    • Daouda says:

      Guarda Miguel che hai continuato ad eludere il tema nodale…non si fà così.
      E’ stupido che si parli del capitalismo deturpatore per spostare la critica, come d’altronde è vile rifarsi ad appoggi esterni strumentali per avallare delle ideologie di fondo.

      Un appunto a Peucezio: i luoghi ovviamente non sono indifferenti.
      Ugualmente anche le norme poiché il relativismo , per essere relativo, deve basarsi sull’Universale.
      Questa è un’ovvietà.
      Di conseguenza anche indipendentemente dai luoghi ci sono certe normative che sono in sé stesse blasfeme/libertine ( vedi “occidentalismo” ) oppure irrispettose/farisaiche ( vedi puritanesimi o fondamentalismi ) travalicando quindi la forma.

      p.s. Anche per il cristianesimo il velo per le donne è precetto ed era comunque uso comune fino a 70 anni fà.
      Pensa Miguel ad un Cristiano autoctono (maiuscola apposita) quanto gli possa girare storta la luna a ritrovarsi in queste situazioni speculari ed affini.

      • Peucezio says:

        Precetto in chiesa, mica fuori. Poi molte donne lo portavano anche fuori, ma in genere donne avanti negli anni, più che giovani.
        Qui comunque parliamo di velo che copre il viso, che è un’altra faccenda.
        Vorrei anche vedere che qualcuno proponesse di vietare il velo sulla testa: che facciamo, arrestiamo le monache, le vecchiette…?!

        • Daouda says:

          Secondo le normative dei santi padri il velo doveva essere obbligatorio anche fuori, tant’è che seppur si usava la cuffietta, nel medioevo si coprivano più o meno tutte le donne.
          Scoprirsi il capo è da prostitute…

          p.s. sì sì , mi sono sempre riferito al velo che lascia solo gli occhi. Lo so.

          Ciao

    • Peucezio says:

      Miguel, tutto verissimo e sottoscrivibile.
      Io mi sento legittimato a criticare il Niqab in Italia perché critico anche tutte quelle altre cose, ma senz’altro il Niqab fa infinitamente meno danni. Poi esistono le valenze simboliche, ma anche su quelle si può giocare e mistificare e tanto identitarismo di recente conversione lo fa, più o meno consapevolmente, perché è difficile prendere sul serio la difesa della civiltà cristiana che fa un ex picchiatore comunista come Carlo Panella, che sul crocifisso fino a un po’ di anni fa probabilmente ci sputava, per non dir peggio.

      • mirkhond says:

        Il Figlio dell’Uomo sarà dato nelle mani di Carlo Panella ed egli ne farà quel che vorrà…..

  8. Francesco says:

    1) sei logorroico, insopportabilmente prolisso, anche un pò noioso.

    e chi se ne frega, direte voi, mica puoi andare a rompere altrove? certo, avete ragione

    2) la cravatta è una costrizione e noi forzati della stessa lo sappiamo benissimo, di solito la odiamo a morte.

    3) La libertà consiste nel rispettarsi a vicenda, senza bisogno di condividere le stesse premesse.

    credo non sia la definizione di libertà ma mi piace moltissimo questa idea.

    ciao

    PS sedia elettrica, per quelle mamme.

    PPS credo tu abbia troppa fiducia nel velo integrale, la vedrei benissimo una velata di fianco a Platinette dalla De Filippi

    • PinoMamet says:

      Secondo me sei tu che hai poco tempo (e mi dispiace) altrimenti non c’è niente di male a leggere una paginetta, via… non è ‘sta gran fatica, specialmente per un polentone amante del lavoro come te ;)

      Per il resto, mi sembra che tu e Miguel siate fondamentalmente d’accordo! :)

      • Francesco says:

        no, no, io sono proprio fatto male così, amo la sintesi oltre ogni cosa

        figurati che persini ai Romani, popolaccio di pecorai ignoranti, ho dovuto imparare a portare risptto, per l’inimitabile sintesi delle loro massime

        quindi sono molto in difficoltà con i post “televisivi” di Miguel, tutto questo girare intorno al punto senza mai arrivarci, sembra certe fiction RAI allungata per metterci più pubblicità

        questa cosa di essere d’accordo con Miguel non la ho capita!

        ciao

        • Moi says:

          Talmente pecorai ignoranti che alla tua religione hanno dato la lingua sacra e la pressocché totalità del simbolismo religioso da riciclare !

        • PinoMamet says:

          Un appunto a Francesco:
          più che “pecorai ignoranti”, se proprio vogliamo, i Romani erano soprattutto “contadini ignoranti”, come evidente dal lessico, dalle feste, ecc. ecc.

          ciao!

        • Moi says:

          A proposito, Francesco … sarai mica il classico cattolico italico che tutto ciò che sa (o meglio che crede di sapere) della propria religione lo ha appreso al catechismo infantile per poi non approfondirlo mai più ?!

  9. Avenarius says:

    A parte la speculazione cialtronesca di chi su questa problematica vorrebbe costruire carriere politiche e letterarie, a mio avviso la cosa dovrebbe essere vista su un duplice livello.

    A livello della gente comune, come dice Miguel, “un volto invisibile – anche se del tutto innocuo – costituisce un’offesa, perché sfugge al controllo: non posso sapere come reagisce a me, non soddisfa la mia curiosità e sfugge in generale al dominio sociale. Non appartiene all’immenso luogo comune che unisce bancari, casalinghe, troie di alto bordo e politici; non abita nel salotto della De Filippi.”

    E questo si può rilevare stranamente anche in società non propriamente capitalistiche, come si evince dai commenti a questo post:

    http://www.cubadebate.cu/coletilla/2011/04/12/derechos-velados/

    A livello del sistema del “capitalismo assoluto” la cosa è a mio avviso diversa. La finalità di tale sistema è quella della totale mercificazione di ogni aspetto della vita, pertanto il sistema è preocupato dal niqab solo nella misura in cui questo può essere un simbolo della mancata accettazione della sua finalità stessa, del suo diktat alla mercificazione suddetta. Una volta che il sistema dovesse essere tranquillizzato in tal senso, il niqab sarebbe solo un vuoto orpello, ed il sistema accetterrebbe anche che le donne islamiche portassero non uno bensì tre niqab sovrapposti.

    Significativa è la storia che narrava l’Imam Khomeini, relativa ad un ufficiale inglese che durante il mandato inglese in Iraq prima della fine della 2a guerra mundiale, chiedendo se nella chiamata alla preghiera del Muezzin questi stesse parlando contro l’Inghilterra, rassicurato sul fatto che questo non stava accadendo affermò “e allora che canti pure quel che diavolo vuole”.

    • Daouda says:

      Si ma qui si sta VOLUTAMENTE ignorando che il niquab od il burka sono culturalmente altri rispetto all’Europa , indipendentemente dal capitalismo ( che se chiediamo cosa E’ oltre alle manfrine della mercificazione della vita non si capisce come possa non venir compreso come sodale al socialismo, ma evidentemente ha parlato Estiqaatsi ) dacchè sarebbe stato così anche 1500 anni fà, senza tante paturnie…

      p.s. Che poi le monache cristiane dovrebbero indossare il niquab a quanto sò io…

  10. rosalux says:

    Perchè spostare la questione sul paesaggio, facendo poi riferimento ad un paesaggio arcaico, bellissimo, ma non più esistente? Le velate non rovinano il paesaggio, non più di quanto non lo rovinino le braghe alla scagazza dei diciottenni. Insisto, nel tuo modo di vedere Martinez l’occidente è un contenitore vuoto, che pertanto può contenere qualsiasi cosa. Non è così, alcune cose semplicmente non le può contenere, pena la necessaria fine dei principi su cui si fonda, come – in questo caso – la libertà di movimento. (ripeto, il problema al momento è teorico e inesistente, e sbandierato da bande di razzisti) In questo senso, non è solo il niquab il problema: mi pare che in genere ci sia uno schieramento binario su relativisti e antirelativisti. Per me è sbagliato: ci sono cose importabili e cose non importabili, nella nostra civiltà. Significativo a questo proposito il commento di chi ritiene che il niqab venga visto con sospetto perchè poco consumista: è ben noto che sotto i niqab – per chi se lo può permettere – ci sono Armani, intimo di lusso, e Chanel: per chi non se lo può permettere H&M e Zara. Non è che le donne che stanno là sotto smettano di essere donne e a farsi allettare da desideri da donne, eh? Di nuovo, nell’occhio dell’anticapitalista tutto l’occidente si riduce a immondizia e assenza totale di valore. Il problema è che si può capire i valori sui quali si fondano le società in cui viviamo solo quando ci vengono tolti.

    • Daouda says:

      Complimenti per i tuoi commenti. Riflessione e pacatezza…soprattutto la seconda a me manca!

      saluti

  11. jam says:

    …premetto: diro’ cavolate
    …molti uomini portano il burqa o il niqab, un burqa psicologico-mentale, poi ci sono quattro tipi di donne che portano quello stoffoso. Due di queste donne sono delle ricche dei paesi del golfo, che vengono in europa a fare shopping, mentre i loro mariti fanno affari. La terza sceglie lei stessa di portarlo x’ ha una fede cieca, la quarta lo indossa x’ suo padre o suo marito, lo desiderano, ma in cuor suo non lo metterebbe ed un po’ lo odia. In ogni caso il burqa é sempre portato in coppia.
    L’autostrada cambia il volto della valle, il niqab portato in europa stravolge il paesaggio dell’anima , meglio, stravolge il paesaggio dell’anima dell’Islam, che da religione di una “giusta via di mezzo”, come diceva il Profeta, o come si legge nel Corano nella surat Baqarah, 143
    ” E’ cosi che Noi abbiamo fatto di voi una comunità di giusti ( centrale, giusta via di mezzo, equilibrata) x’ siate testimoni davanti all’umanità, come il Messaggero sarà testimone x voi”,
    da una religione di una giusta via di mezzo, diventa estrema e stravagante.
    Il burqa é un estremo, non é centrale e nessuna donna del profeta lo ha mai indossato. E’ vero comunque che il burqa portato nei paesi musulmani non é un estremo, ma un folklore locale.
    Il burqa é come la notte nel meriggio, esotericamente il burqa é una nudità, vestire il corpo, occultarsi, nascondersi per lasciare a nudo lo spirito e dare all’anima la capacità assoluta dell’amore divino. Ma questo in teoria, in pratica é diventato uno strumento di potere….
    ieri al tramonto ho visto i delfini
    sono passati sottili come lame
    non avevano il burqa
    neppure io avevo il burqa
    tutto era perfetto
    nonostante tutto
    inchâ Allah
    ciao

  12. Rocco says:

    I vostri pensieri sono tutti molto belli. E interessanti. Ma alla fine io non conepisco il divieto di portare il niqab. La prima cosa che bisogna chiedersi non è se la nostra cultura prevede la copertura del volto in pubblico, se rappresenta un tabù o se si ritiene pericoloso. Noi occidentali laici e aperti dobbiamo chiederci perché lo portano. Lo portano per difendersi? O solo per adesione al loro concetto di fede? Lo portano per costrizione, ma in realtà non vogliono?
    Mettiamo che sia la difesa dagli sguardi, come si difendevano le nostre donne di montagna quando io ero piccolo. La proibizione sarebbe una violenza su di esse, non una liberazione. Idem se il coprirsi fosse un atto fede. Solo nell’ultimo caso abbiamo una risposta sulla quale possiamo intervenire. Così come per ogni tipo di violenza, esiste una pena. Ovviamente non puniremo chi porta il niqab, ma chi fa violenza. Mi viene in mente l’istigazione alla prostituzione.
    Diciamo che la motivazione è la sicurezza. Ma allora si dovrebbe punire il porto di casco integrale, ed in effetti l’esecuzione in moto con casco è molto popolare. Il casco è una sicurezza, giustamente. All’occorrenza può essere usato per delinquere. Il trucco è un orpello, ma può essere usato per camuffare la propria identità. Anche la chirurgia estetica è in grado di cambiare i connotati di un ricercato. Però, dite voi tutto ciò rientra nella nostra cultura della libertà individuale e siamo disposti ad accettarne i rischi. Non siamo disposti ad accettare i rischi che derivano dagli usi di altre culture.
    Lo facciamo perché non possiamo sopportare che una persona faccia un cosa che noi non faremmo, che si privi della propria identità pubblica e della relazione con gli altri. In questo caso vuol dire che non riuscendo a capire proibiamo. La filosfia che sta dietro è che ciò che non capisco è proibito. Ed è molto pericolosa. O anche “non ho i mezzi per comunicare con queste persone, parliamo altra lingua” e quindi proibisco, nego la sua esistenza. E’ un po’ ciò che avviene nel “dialogo religione-scienza”. Non è possibile perché le lingue sono diverse. Ma questo non proibisce alle due entità di esistere.

    • Daouda says:

      Veramente non capisco il senso di quel che scrivi.

      Innanzitutto il contrasto scienza e religione non esiste poiché la stessa religione è scienza.
      In secondo luogo non esista “la scienza” ma le scienze…

      In secodo luogo cosa significa occidentali laici? Anche io sono occidentale ed anche io sono laico, ciònondimeno provo a contrastare e denuncio la deriva aberrante e blasfema della società attuale.

      Fatte queste precisaziono il discorso non cambia.
      Rimaniamo ai messaggi di Rosalux e di Peucezio senza eludere e deviare dal nodo della questione che è :

      Come conciliare questi due motti “A CASA MIA DECIDO IO” e “A CASA MIA ENTRA CHI DICO IO” con la doverosa ospitalità e tutela delle minoranze?

      Ed è qui che torniamo alla critica che volgevo a Peucezio , finemente elusa da Miguel, ossia che il relativismo , per sussistere indistintamente dai luoghi e dai valori propri ad ognuno , deve riconoscere l’ Universale per forza di cose.

      • rocco says:

        Intendevo che esiste un metodo scientifico, che credo la chiesa non tenga in considerazione, muovendosi con atti di fede. Poi se sei convinto che le scienze si muovano per atti di fede. Va beh, appunto certi punti di vista fanno molta fatica a dialogare. Per esempio anche io non ti capisco. Se l’ospitalità è doverosa, in casa mia entrano tutti. Se casa mia è una democrazia coloro che vi entrano e sono cittadini decidono insieme a me.

        • Daouda says:

          In realtà il semplice fatto di offrire ospitalità implica in sé la discriminazione come il fattodi tutelare implica una determinata concessione.
          Il problema è per l’appunto questo :

          si vuole tutelare ed ospitare contro chi si vuole fare un miscuglio mollificante ed ipocrita da una parte oppure una chiusura ottundente ed egoista dall’altra…

          Per quanto riguarda la religione che si muove per atti di fede non è religione come la scienza che si muove per atti di fede non è scienza.
          Oggi abbiamo esempi concreti di quel che non dovrebbero essere e l’una e l’altra, ricordandoci che la stessa religione , almeno sul piano giuridico-liturgico-morale è anch’essa una scienza ( se intendiamo religione nel suo termine ristretto poiché altrimenti TUTTO E’ RELIGIONE ).

          saluti

  13. maria says:

    Il fatto di incontrare dei fantasmi senza volto rappresenta quindi una forma di menomazione della relazione, ma perde i connotati di pericolo (che tu hai espresso benissimo). Ora, francamente non mi è mai capitato di rientrare di notte da sola e incontrare gente in niquab, ne’ ci penso minimamente quando mi capita di tornare a casa sola, ma ti posso garantire che quando questo succedesse con una certa frequenza non sarei – per nulla – contenta.

    maria
    non vedo dove la relazione sia menomata, in genere la relazione si stabilisce in dei luoghi e non per la strada e principalmente lo si fa con la conversazione, cosa che non sarebbe esclusa dal velo.

    Riguardo all’incontrare frequentemente delle persone velate e di notte per giunta è questione come tu stessa riconosci alquanto improbabile e quindi esempio abbastanza astratto per adesso. Io a notte tarda e solitaria non sono per nulla molto contenta nemmeno di volti scoperti, specialmente se maschili.

    Più in generale osservo che per aver paura del velo basta molto meno, si ricordi l’invito che fu fatto in un affollato supermercato a una signora appunto velata: quello di uscire immediatamente perchè spaventava i bambini.

    .

  14. mirkhond says:

    Per Rocco

    Credo che tu abbia colto un aspetto che ha sempre creato barriere alle globalizzazioni nel corso della storia, dall’epoca dell’Impero Assiro (740-640 a.C.) ad oggi, e cioè che chi non si adegua è un nemico da combattere, da perseguitare, perchè si oppone alla nostra omologazione, al nostro modello di convivenza sociale, di pace sociale su valori condivisi da tutti.
    Successe anche col Cristianesimo dei primi secoli nell’Impero Romano.
    E su queste questioni di abbigliamento culturale e religioso, anche l’Occidente così moderno e disinibito, si gioca il suo modello, proprio di fronte a qualcosa che ritiene estraneo alla propria civiltà.
    Alcuni anni fa, in tivù ci fu una diatriba tra Carlo Giovanardi e Luigi Manconi su qualcosa del genere: a Giovanardi che chiedeva a Manconi del perchè fosse favorevole alle unioni, diciamo ai matrimoni gay ma non alla poligamia, Manconi rispose che la seconda NON fa parte della nostra cultura.
    Il fatto però è che nemmeno i matrimoni gay ne facevano parte. Forse si confonde la pratica gay e pederasta diffusa nel mondo antico, con un matrimonio.
    Credo che dietro questi divieti ci sia, come tutto ciò che riguarda l’islamofobia, una gran paura della religione, intesa seriamente, come il Cristianesimo ormai non può essere più, avendo infine ceduto e omologatosi con lo spirito della nostra modernità.
    ciao

    • Daouda says:

      C’entra chiaramente Mirkhond una paura della religione intesa in modo serio.
      Sicuro.
      Ad ogni modo non si può far finta che sia solo questa la motivazione , o considerarla la più importante, tirando fuori la solita manfrina sull’islamofobia…

  15. rosalux says:

    maria: una delle convintissime neo-velate francesi che manifestavano contro la legge anti niqab, notava con disappunto che i vicini di casa che prima la salutavano calorosamente, ora – con il velo integrale, non la guardavano neppure più. Ecco, mi pare che di minima chi sceglie di negarsi agli altri, non possa poi lamentarsi di venire isolata o attribuire a questo isolamento del razzismo. Gli esseri umani hanno, nella lettura dell’espressività, una chiave primaria per leggere la verità o la menzogna, la benevolenza o l’aggressività, la sincerità o l’ipocrisia. Deve esistere un grado minimo di “nudità”, obbligatorio? Non lo so, ma onestamente non mi sconvolge più di tanto che sia normato: ripeto, abbiamo i nostri canoni, le nostre paure, le nostre sensibilità: non dico che sia necessariamente giusto, ma è molto reale. E forse non è così violento chiedere di rispettare questa sensibilità: quando mi viene chiesto di coprirmi, per rispettare sensibilità diverse, io mi adeguo senza farne un dramma. Il problema – naturalmente – è che la questione viene immediatamente monopolizzata da razzisti, scatenati e fanatici di ogni sorta.

  16. maria says:

    Il problema – naturalmente – è che la questione viene immediatamente monopolizzata da razzisti, scatenati e fanatici di ogni sorta.

    maria
    rosalux sì il problema principale è questo, e la riprova è proprio l’atteggiamento dell’esempio che porti, i vicini della donna che hanno smesso di essere calorosi con lei quando ha deciso di velarsi, non penso che tu l’avresti fatto, io nemmeno, ed è tanto più grave perchè in fondo quella donna la conoscevano di già.

    Non voglio dare facili giudizi perché so quanto la realtà sia complessa ma certo nel mio piccolo non intendo cambiare la cultura altrui, dagli immmigrati mi aspetto il rispetto delle leggi e non dei valori come si ama dire.

    Io vivo in una città, Firenze, storicamente abbastanza aliena da pregiudizi di tipo razziale o religioso eppure negli ultimi anni sento intorno a me una trasformazione in peggio, avverto un sentimento di aggressività e di ripulsa sempre pronto ad emergere e talvolta in modo del tutto gratuito. Siamo su una china molto pericolosa e dobbiamo frenare, ognuno a proprio modo.

    • roberto says:

      temo che avrei avuto anche io una reazione simile a quella dei vicini di rosa, almeno perché mi verrebbe da pensare che una che si nasconde non abbia un granché voglia di essere vista

  17. Rocco says:

    Preciso che io nel niqab non vedo la negazione della relazione in toto, ma di quella parte di comunicazione che coinvolge l’espressione del viso. Se ci pensate magari avete avuto una nonna che vi diceva di non parlare con i neri o anche con i meridionali, perché sono diversi da noi. Poi crescendo, ma già da piccoli non davamo peso, abbiamo capito che quelle paure erano dettate dall’ignoranza. Si aveva paura di perdere la stabilità del paesaggio intorno a noi. E questo che dice Martinez, come le autorità ci infliggono i cambiamenti della cementificazione non sono altrettanto aperti per comprendere i cambiamenti culturali (che in questo caso sono assolutamente marginali).

  18. rosalux says:

    Io ho (molta) difficoltà a comunicare con le persone che non guardano negli occhi. Francamente credo che avrei (molta) difficoltà ad avere rapporti normali ad interagire con una persona di cui non vedo alcuna espressione. Credo che questa difficolta in se’ non abbia nulla a che vedere con il razzismo: abbiamo intere aree del cervello destinate a leggere l’espressività umana, e ad elaborare contrasti tra il detto e il visto. Celare questa parte di se’ impone una posizione di vantaggio assoluto, nella relazione. Tu non mi vedi, ma io ti vedo benissimo: sono in vantaggio. Non c’è reciprocità, e dalle relazioni senza reciprocità – semplicemente – si fugge: il razzismo non c’entra, anche se i razzisti approfitterebbero di qualsiasi cosa pur di esercitare la loro fede.

  19. Rocco says:

    Rosalux, è perfettamente legittimo quello che dici. D’altronde una scelta di quel tipo credo (se di scelta si tratta) è consapevole. Ovviamente anche io avrei difficoltà ad avere rapporti normali con una suora, anche se non si copre il viso. Ad ogni modo non è che devono entrare in casa mia, possono essere vicini, e per il rapporto che normalmente s ha con i vicini un Buonasera – Buongiorno, non richiede particolari espressività del volto. Se la mia vicina tutto d’un tratto si presentasse camuffata la mia reazione sarebbe di curiosità. Non certo di ribrezzo o rifiuto. Però, appunto mi sembra che l’incomunicabilità sia una cosa normale anche fra persone che si vedono. E poi se parliamo con tanta gente al telefono o via blog/email vuol dire che non è poi così strano. La stessa diffusione dei social network prefigura una comunicazione monca dell’aspetto fisico, ma questa è una cosa ampiamente accettata. Credo che dentro qualcuno di noi serpeggi comunque l’atavica paura del buio…

    • daouda says:

      E’ però erroneo paragonare la comunicazione via digitale dove entrambi sono virtuali alla comunicazione de visu deove uno dei due è coperto e l’altro no….

      In realtà non si stava affatto trattando della comunicazione, sia chiaro!

  20. @Rosalux: Ma il niqab lascia appunto gli occhi scoperti, per cui gli occhi glieli vedi. Comunque, una delle sue funzioni è proprio quella di rendere “asimmetrico” il rapporto di comunicazione, evitando che la donna rivolga richiami all’uomo con cui conversa, richiami che magari nella voce non si notano, ma nell’atteggiamento sicuramente sì. Così, invece, al massimo può fare gli occhi dolci.

  21. rosalux says:

    “Credo che dentro qualcuno di noi serpeggi comunque l’atavica paura del buio…”

    Eh, appunto, hai detto un prospero. Comunque il punto è che nel web dobbiamo reciprocamente fidarci (o non fidarci) della sincerità dalle parole che scriviamo, mentre nel rapporto con una persona nascosta – che però ti vede – non c’è reciprocità. Certo che è voluto, ma è altrettanto certo che possa risultare molto, davvero molto sgradito, anche in chi non è razzista proprio per nulla. Le relazioni umane, nelle società dove il sesso è (in larga misura) detabuizzato, sono anche paradossalmente assai meno sessuate. In questo senso, c’è un linguaggio non conciliabile: mentre le società che coprono le donne vedono la donna scoperta come un invito (e non lo è) le società che non coprono le donne vedono le velate non tanto come donne pie, ma come donne aliene, isolate, deprivate (o deprivanti). E guarda che sono linguaggi che non sono facili da mettere insieme: in un certo senso o vince l’uno o vince l’altro, eh?

    • Rocco says:

      Certo, credo che stiamo un po’ filosofeggiando… il fatto è che nel momento in cui dialoghi con un altra cultura la simmetria (del digitale) è impossibile. Io parlo con voi e accetto di non conoscervi. Un’uniforme presuppone sempre un pregiudizio. Ma chi la indossa lo mette nel conto. Una suora sa che quando le parli hai in mento tutto quello che rappresenta. Pur potendola guardare negli occhi nella mia testa ci sarebbe comunque un giudizio che deriva dall’abito. La copertura è comunicazione, c’è poco da fare. C’era quello che faceva i quadri vuoti… Viviamo in una società che ha detabuizzato tante cose, questa può essere una di quelle. Non è tabù il nudo. Non è tabù la copertura integrale.

  22. rosalux says:

    Non sono sicura che sia apparenza, la caduta dei tabù: alcuni ne cadono, altri ne sorgono, altri ancora permangono. E sono una cosa delicata, sono pilastri, sorreggono, permettono di riconoscersi universalmente in qualcosa. E tutto sommato, quando si tratta di convivenza tra culture diverse, sarebbe sensato ragionare su parametri meno netti che relativismo totale o conservazione rigida di ogni simbolo e tradizione. Ci vorrebbe una tolleranza assai più larga, su una enorme quantità di questioni, e una fermezza più netta su altri, io penso. Naturalmente, qui si spara se nel condominio c’è chi usa il cumino, quindi il degrado delle relazioni va ben al di là di quello che dovrebbe essere un ragionevole e ordinato adattamento reciproco, e così il niqab è già diventato simbolo non già di modestia ma di lotta politica. Per me, non primette nulla di buono: di certo per chi aspetta che la degenerazione sia totale, tutto questo ha una direzione progressiva ed auspicabile. Staremo a vedere.

    • Z. says:

      rosalux,

      — Ci vorrebbe una tolleranza assai più larga, su una enorme quantità di questioni, e una fermezza più netta su altri, io penso. —

      Su questo probabilmente siamo tutti d’accordo. Nel tuo caso, quali sono le une e quali le altre?

      Z.

  23. rosalux says:

    Mah, è una buona domanda. Pensandoci bene, in realtà mi pare che il codice assolva benissmo alla sua funzione. Diciamo che se un gruppo di persone si mette a pregare in mezzo alla strada bloccando il traffico e si beccano una sonora multa, mi piacerebbe che la cosa potesse essere vista per quello che è – una multa per ostruzione al traffico – e non monopolizzata subito da chi urla al razzismo e al diritto di pregare in mezzo alla strada, e chi urla alla volontà dei mussulmani di colonizzare il territorio. E’ un po’ estenuante dover sempre inserire ogni cosa in una dinamica politica, governata da opposti isterici e rigidi.

  24. PinoMamet says:

    Io direi anche di uscire dalla opposizione permesso/vietato.

    Come dice giustamente Rosa, le leggi ci sono e funzionano anche benino; quindi, adesso basta.
    Basta, voglio dire, con l’idea che occuparsi di qualcosa significhi preoccuparsi subito, e esclusivamente, di stabilire se sia permessa o vietata.

    Si pensa che il velo “islamico” sia oppressivo per le donne? Allora si faccia una campagna di educazione, si organizzino incontri, si confrontino i punti di vista:
    queste benedette donne musulmane le si ascolti, invece di “proibirle”.

    Questa idea invece di affrontare subito ogni questione nel suo lato legale finisce per essere controproducente per tutti, e fa il paio con la moltiplicazione delle lettere degli avvocati.

    Ciao!

  25. PinoMamet says:

    Per chiarire come la vedo io:

    l’idea di difendere le donne dall’ “oppressione islamica” proibendo il velo, è quasi altrettanto assurda di quella di farlo rendendo obbligatoria la minigonna;
    e gli effetti sarebbero più o meno gli stesssi.

  26. Moi says:

    Dipende, dipende: una Sinistra ancora marxista, di sano stampo sovietoide, proibisce e reprime pedagogicamente ! … Per il bene di popoli che ancora non sono stati illuminati dal marxismo e che oggi non possono capire, ma domani ringrazieranno. :-)

    Prima del Relativismo Culturale, a profanare beceramente i corani erano i Sovietici in Afghanistan ! … Sarebbe interessante capire come mai Giuliana Sgrena (tanto per dirne una) dal Relativismo Culturale è tornata al Marxismo Pedagogico (per popoli-bambini) … che non si fidino più dei (futuri ?) voti dei “Migranti Islamici” per cacciare Berlusconi (che aveva detto che la “Nostra” è una civiltà superiore …) ?

  27. Per Rosalux

    “Io ho (molta) difficoltà a comunicare con le persone che non guardano negli occhi.”

    Credo che tu abbia pienamente ragione, e sia uno dei motivi fondamentali dietro la niqabofobia.

    Però, da non automobilista, ho una prospettiva particolare: ogni giorno, io interagisco, in una lotta tra la vita e la morte, con migliaia di persone di cui non vedo il volto, o lo intravedo appena, che stanno dentro enormi scatole di metallo che si muovono a gran velocità addosso ad altre scatole di metallo e anche a me.

    Che se io dovessi una volta distrarmi, una volta sbagliarmi, uno di questi esseri invisibili potrebbe spiaccicarmi sul selciato.

    E’ una cosa di cui normalmente non ci si rende conto, e probabilmente la mia descrizione avrà anche fatto ridere qualcuno, perché quando si è dentro il Luogo Comune, nessuno se ne accorge.

    • PinoMamet says:

      Oh beh quando abitavo a Roma me ne accorgevo eccome: non sono mai riuscito a capire se non ti vedono, se fanno finta di non vederti, o se ti puntano proprio!

  28. paniscus says:

    “E’ evidente che qui c’è un deliberato accanimento contro un gruppo etnico-religioso particolare, i migranti musulmani in Italia. Che, se non vengono espulsi, devono diventare comunque invisibili: un’invisibilità garantita dalla coatta visibilità dei volti.”
    —————

    Mi permetto una citazione integrale, senza ulteriori commenti:

    “Quando finisce un lutto, Tzia?”

    La vecchia non aveva alzato nemmeno la testa dal grembiule che stava rifinendo.

    “Che domande mi fai… quando finisce il dolore, finisce il lutto”.

    “Quindi il lutto serve a fare vedere che c’è il dolore…” aveva commentato Maria credendo di capire, mentre la conversazione già sfumava nel silenzio lento dell’ago e del filo.

    “No, Maria, il lutto non serve a quello. Il dolore è nudo, e il nero serve a coprirlo, non a farlo vedere.”

    (Michela Murgia, “Accabadora”)

  29. rosalux says:

    martinez: “Che se io dovessi una volta distrarmi, una volta sbagliarmi, uno di questi esseri invisibili potrebbe spiaccicarmi sul selciato.”

    L’esempio calza a pennello, sai? da ex automobilista, la prima cosa che ho insegnato a mio figlio – nell’estenuante training di attraversamento da solo in una città dove non si rispettano le strisce pedonali mai – è stato: controlla *sempre* che l’automobilista in arrivo abbia lo sguardo rivolto a te. Non è roba da poco neanche in auto, direi.

    paniscus: la citazione è molto bella, ma nella fattispecie cosa vuoi dire, che le islamiche si coprono per non far vedere quanto sono incazzate? Con chi, con me? Con te? Chissà se con questa citazione hai convertito qualcun’altro all’idea di proibire il velo integrale, che quando si incontra gente incazzata fa ben piacere saperlo? Davvero, non pensi che il carico radioattivo della politicizzazione estrema stia rendendo oggettivamente ingestibile qualsiasi questione?

  30. Aisha Farina says:

    Aggressione islamofoba: è diventato pericoloso andare in giro per una munaqqaba…

    بسم الله الرحمن الرحيم
    السلام عليكم ورحمة الله وبركاته

    Sabato scorso, Sophie [nome di fantasia] era andata allo zoo, nella regione francese di Seine-et-Marne, col suo bambino di 13 mesi. Sophie indossa il niqâb, il velo integrale che non lascia vedere che gli occhi. Un torto, secondo i suoi aggressori, una donna e due uomini che hanno avuto cura di farglielo capire con la violenza. Col suo bambino in braccio, Sophie si è vista strappare il suo niqâb, prima di essere sbattuta con forza contro una rete dello zoo.

    Il sito Al-Kanz l’ha incontrata.

    Al-Kanz: Sabato scorso, lei è stata vittima di un’aggressione soltanto perché indossava un niqâb, vero? Potrebbe dirci di più?

    Sophie: Ero allo zoo con mio figlio. Tutto andava bene, finché una donna, accompagnata da due uomini, è venuta ad importunarmi, dicendo che non avevo alcun diritto di stare lì, che ero passibile di un’ammenda di 150 euro a causa del mio niqâb. Le ho ribattuto ironicamente che non doveva far altro che metterlo a verbale, dato che soltanto la polizia aveva il potere di far applicare la legge. Ha cominciato a tirare fuori i soliti pregiudizi: “Torna a casa tua!”… “Io, sono nel mio paese”. “Soltanto gli Arabi possono fare queste cose…”. Quando le ho risposto che ero francese “d.o.c.”, come si dice, se l’è presa con mio figlio, dicendomi che non aveva di certo una testa da francese. Sono seguiti degli insulti diretti contro l’Islâm e contro me in particolare.

    I toni si sono accesi, finché ci siamo trovate vicinissime, ed è in quel momento che mi ha spinto, strappandomi il mio niqâb, così violentemente che perfino il mio jilbâb si è quasi staccato. Mi sono spontaneamente difesa, graffiandola, ed è in quel momento che uno dei due uomini mi ha sbattuta violentemente contro una rete. Durante tutta la scena, avevo in braccio il mio bambino di 13 mesi. Mi sono fatta prendere dal panico e mi sono dibattuta. Ero veramente sconvolta. Temevo talmente per la sicurezza di mio figlio, che mi sono difesa come potevo.

    Al-Kanz: Secondo lei, è certo che l’abbiano aggredia perché è musulmana e porta un velo sul viso?

    Sophie: Sì, gli insulti proferiti da questa donna erano chiaramente rivolti contro la religione musulmana, e quando le ho risposto che indossavo il niqâb per scelta, mi ha semplicemente dato della “m…”. Non tollerava che potessi passeggiare allo zoo indossando il niqâb. È questo che ha scatenato l’aggressione nei miei confronti.

    Al-Kanz: Il luogo dell’aggressione era pubblico, trattandosi di uno zoo. È stata soccorsa dai passanti?

    Sophie: Sì, alhamdulillah, un uomo è arrivato di corsa e si è messo davanti a me per proteggermi; anche uno dei guardiani dello zoo ha cercato di far ragionare i miei aggressori, purtroppo però si trovava dietro un recinto. Non poteva dunque aiutarmi fisicamente.

    Al-Kanz: Lei ha denunciato il fatto. La polizia ha dimostrato interesse, durante la sua deposizione?

    Sophie: Sì. Hanno preso la mia denuncia estremamente sul serio, e mi hanno lasciato il tempo di raccontare i fatti nei particolari.

    Al-Kanz: Come pensa di dare seguito alla vicenda?

    Sophie: Aspetto notizie dal commissariato; conto di prendere un avvocato e andare fino in fondo alla questione, inshallah.

    Al-Kanz: Ha subìto conseguenze fisiche, dopo questa aggressione?

    Sophie: Alhamdulillah, non ho subìto conseguenze fisiche. Tuttavia, serbo effetti psicologici dovuti a questa aggressione, e ciò è altrettanto grave, se non peggiore, poiché ci metteranno più tempo a guarire e a cicatrizzare, rispetto ad un semplice livido. Sono ancora adesso estremamente sconvolta per ciò che mi è successo. Faccio fatica a credere che sia accaduto davvero.

    Al-Kanz: Sarebbe a dire?

    Sophie: Sono ancora traumatizzata, rivedo la scena nella mia testa. Le grida e i pianti di mio figlio mi straziano il cuore. Oltre ad essere stata aggredita, sono stata umiliata e sminuita, calpestata sotto i piedi. Un animale sarebbe stato trattato con maggior riguardo. Ho paura a uscire da sola. Mi opprime il pensiero di mettere piede fuori di casa. È triste da dire, ma è diventato pericoloso per una donna col niqâb uscire, anche solo per prendere un po’ d’aria col suo bambino.

    Non è la prima volta che subisco, è ormai quotidiano sopportare insulti e scherzi, soprattutto dopo tutta questa polemica intorno al niqâb, da quando, ormai due anni fa, hanno inaugurato questa caccia alle streghe. Il tam tam mediatico a proposito del niqâb è stato intenso, alimentato da numerosi interventi patetici dei nostri politici sull’argomento. Oggi, la gente comune in Francia si sente più forte, si arroga il diritto di farsi giustizia da sé, si sente legittimata nell’agire. Per loro, noi non siamo nemmeno più esseri umani. Somigliamo a bestiame, che essi si sentono in diritto di cacciare.

  31. Daouda says:

    Questa intervista è l’esempio di come sbaglia chi mena e chi il niquab lo porta e chi dietro tutto ciò è complice di quel che dovrà accadere.

    E’ chiaro che la gravità del fatto è…grave!

    saluti

  32. Daouda says:

    Ricordiamo a tutti che, coprirsi il volto è di per sé stesso da vigliacchi, vili, mediocri pusillamini.
    ( se lo ricordino i guerriglieri di ogni risma qualunque sia il loro motivo d’azione ).
    Questo è però per i maschi.
    Per le donne non vige tal regola, anzi ( per vari motivi intrenseci ma anche per il semplice motivo che la sfera pubblica nelle sue varie sfaccettature dovrebbe esser loro naturalmente poco accessibile ) .

    Le monache cristiane ad esempio, che io sappia, dovrebbero indossare il niquab.

    Questa è semplicmente una pratica che dovrebbe rimanere individuale ma soprattutto dipendere dal contesto, poiché chi ostenta pecca e non segue Dio.

    VOI CI VOLETE METTERE APPOSTA COSE CHE NON CI STANNO…e sapete bene come si chiama questo atteggiamento…

    p.s. Le conversioni che non abbiano motivi essenziali andrebbero vietate ( sorry for my provocation! ).E’ noto che : “li convertiti sò li peggio!”

  33. Pingback: Caterina vigila, e altre storie di burqa e niqab - Kelebek - Webpedia

  34. Moi says:

    http://www.ilgiornale.it/esteri/la_provocazione_ma_attenti_eccessi_fanno_male_anche_noi_occidentali/12-04-2011/articolo-id=516787-page=0-comments=1

    Dedicato a tutti quelli che dicono che Il Giornale è sempre contro i musulmani a prescindere … [chiedo scusa se prima l’ avevo segnalato su di un post meno adatto]

  35. Moi says:

    L’hijab pone ben menon problemi, pur ponendone comunque … non ho mai sentito nessuno lamentarsi sel turbante dei Sikh (diffusissimi per “tener dietro al bestiame” nel Brecsiano … l’ ultima volta che son stato a Brescia mi pareva di stare sul set di un film di Sandokhan ;-) :-) )

    … Perché tutto ciò ?

    Penso che _ a torto o a ragione, premetto_ ci siano aue elementi abbastanza oggettivi:

    1

    Il Sikhismo, a differenza dell’ Islam, non è percepito come una religione ostile al “Cristianesimo” (Qualunque cosa si intenda con questo termine in un Paese in cui è altrettanto normalissimo ascoltare De Mattei savonaroleggiare su Radio Maria e remixare su Youtube la ultima hit da discoteca con le bestemmie fuorionda di Germano Mosconi !) … poi forse i Sikh sembrando appunto dei Sandokhan ;-) strappano inconsciamente qualche simpatia a livello d’ immaginario …

    2

    Occultare i lineamenti del volto è inquietante a prescindere (!) dalle implicazioni religiose ! … C’ è una ricchissima letteratura anche “anislamica” (senza Islam) di Terroristi e Giustizieri al riguardo … ad esempio il Subcomandante Marcos appare spesso con un Nikab Messicano da Uomo :-)

    • PinoMamet says:

      In Sandokan l’acca non c’è!! :)

      Comunque, i Sikh sono stradiffusi anche da me (per lo stesso motivo) e si vedono sempre più spesso in città dei ragazzi indiani/sikh giocare a cricket…

      però il turbante non copre i lineamenti, poi dà un’immagine di “piacevole esotismo” che è, a pensarci, tutto il contrario di quella che danno i ragazzotti single nordafricani, vestiti come sottoproletari occidentali e con tutte le abitudini dei sottoproletari occidentali…

      so che i Sikh hanno avuto diversi problemi negli Stati Uniti, ma sempre perché qualcuno li ha scambiati per musulmani.
      Stranamente, credo che in Italia questo genere di fraintendimento sia molto meno frequente.

      • Moi says:

        … sarà merito di Salgari ?

        PS

        Ma Sandokan poi, “era” Sikh ? :-)

        _______________

        ragazzotti single nordafricani, vestiti come sottoproletari occidentali e con tutte le abitudini dei sottoproletari occidentali…
        Pino Mamet

        … In effetti, paradossalmente, è quasi come se i nord africani fossero percepiti più pericolosi nel “volersi integrare”, magari assumendo lavori di bassa manovalanza delinquente (spacciatori, estortori …) che gli italiani “emancipati” della delinquenza organizzata “non vogliono più fare” .

        PS

        Sono stato anche a Parma, ma tanti come a Brescia non ne ho visti !

      • Moi says:

        Scusa Pino, ma ‘sta predilizione dei Sikh per lavori come l’ allevamento di bestiame a cos’ è dovuta ?

      • PinoMamet says:

        Ma io non abito a Parma!
        Lungi da me… ho un’unico membro parmigiano della famiglia
        (abito in quella che purtroppo è la provincia di Parma).

        Sandokan ovviamente non era Sikh ma un rajah malese, un personaggio, mi pare, che doveva essere negativo ma a cui Salgari si è affezionato. L’attore Kabir Bedi credo invece abbia proprio origini sikh (di qualche sottogruppo di questa religione);
        Bedi penso fosse anche il “cognome” o clan di guru Nanak, uno dei fondatori del sikhismo, e mi sa (se ricordo bene) che è anche un cognome diffuso in vari gruppi dell’India settentrionale tipo i Jat.

        Per quanto riguarda le mucche, i sikh prendono in giro gli induisti come “adora mucche”, però una qualche forma di reverenza credo la abbiano anche loro;
        mi sa che le distinzioni religiose tra vari gruppi indiani punjabi (sia Sikh che non Sikh) che stanno qua sono meno rigide, o forse più complesse, di quanto si creda.
        In ogni caso, i sikh mi sembra abbiano formalizzato religiosamente quello che è uno stile di vita agricolo-guerriero di molte popolazioni della loro terra, quindi arrivati in Italia si sono semplicemente dedicati alla loro attività agricola tradizionale.
        Sono molto apprezzati, da queste parti.

  36. Moi says:

    però il turbante non copre i lineamenti, poi dà un’immagine di “piacevole esotismo”

    Pino Mamet

    ___

    L’ hijab invece non lo dà, cosa che tuttavia può essere mitigata da una scollatura e/o una minigonna (combinazione non così difficile da vedere) … è un linguaggio simbolico, come a dire : ” Vado al centro islamico / moschea [hijab], ma da italiano non musulmano potresti anche riuscire a farti una storia con me [scollatura / mini] ” … :-) :-) :-)

    …. Messaggio subliminale che il nikab _ per tornare in topic_ invece non potrà mai trasmettere !

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