Libia, il rispettabile errore di Gabriele Del Grande

Nei commenti al post su Libia, la rivoluzione sconfitta, Lorenzo – curatore dello splendido sito Antiwar Songs –  notava come “la questione libica stia dividendo anche il ristrettissimo campo di chi si oppone alle guerre” e citava un‘intervista a Gabriele Del Grande.

Gabriele Del Grande cura il sito Fortress Europe, una fonte impareggiabile di informazioni sulle catastrofi migratorie. Attualmente, a differenza del sottoscritto, si trova a Benghazi, e quindi certamente ne sa di più sulla Libia di me, che me ne sto qui a Firenze travolto da notizie sempre più strampalate.

Lui si schiera nettamente con i ribelli, una scelta che non contesto. E che lui rivendica in modo onesto, criticando anche certi eccessi propagandistici:

“non citerei la tv Al Arabiya che ha messo in giro la cifra falsa dei 10.000 morti, e tutte le altre testate che hanno rilanciato senza prove la notizia dei bombardamenti sulle folle dei manifestanti e delle fosse comuni arrivando addirittura a usare a sproposito la parola genocidio.”

Dove, però, non mi trovo affatto d’accordo con Del Grande è riguardo al contesto internazionale.

Vengo dall’America Latina, dove nel 1898 gli Stati Uniti decisero di intervenire umanitariamente a fianco di una rivolta antispagnola scoppiata a Cuba, una rivolta del tutto spontanea e ampiamente giustificata. I ribelli arrivarono al governo; ma gli Stati Uniti arrivarono al potere, e se lo tennero per quasi sessant’anni.

Del Grande dice:

“In Libia, come in Tunisia, in Egitto, in Yemen, e adesso anche in Siria, le rivolte sono state spontanee e popolari e non sono il frutto di complotti americani, ma piuttosto la risposta più naturale che potevamo aspettarci dopo decenni di dittature sostenute dalle grandi potenze in nome della stabilità e dei buoni affari.”

E’ un argomento un po’ capzioso, perché in realtà pochi sostengono che le rivolte siano il frutto di complotti esterni.

E’ ovvio che proteste così massicce hanno cause locali. Anzi, il problema in un certo senso consiste proprio nella loro spontaneità, che le espone a ogni sorta di manipolazione. Lenin era abbastanza poco spontaneo da riuscire a sfruttare i tedeschi che lo inviarono in Russia; i cubani del 1898 erano invece, per l’appunto, spontanei.

E l’esito delle rivolte dipenderà proprio dal rapporto tra spontaneità e manipolazione – per ora, l’Egitto non promette affatto bene, figuriamoci la Libia.

Giustamente preso da ciò che vede – i giovani libici ribelli – Del Grande mette in secondo piano il fatto più importante: la Libia è un paese con una popolazione molto ridotta, ma svolge un ruolo decisivo nel sistema energetico che manda avanti il sistema mondiale e in particolare europeo.

Un dato curioso, per far capire quanto sia ampio il concetto di energia: appena a dicembre fu lanciato un progetto della Al Maskari Holding di Abu Dhabi, per un valore di 3 miliardi di dollari, per creare un “polo energetico” in Libia, che doveva fornir direttamente energia all’Italia del Sud, tramite un cavo sotterraneo che avrebbe portato energia di origine sia combustibile che solare: “la Libia ha le migliori risorse solari del mondo“, dichiara la direttrice dell’Al Maskari.

Silvio Berlusconi è  un signore che ha approvato con entusiasmo ogni guerra finora condotta dall’impero americano, sgomitando per arrivare in prima fila in ogni foto di gruppo dove sventoli la bandiera statunitense.

Eppure Berlusconi, che è pittoresco ma per nulla stupido, si è trovato in tremendo imbarazzo con l’attacco alla Libia; e il perché si capisce agevolmente pensando appunto a questioni come la creazione del “polo energetico”. Del Grande sottovaluta Berlusconi, attribuendo il suo comportamento a fattori psicologici:

“Berlusconi dice così un po’ per il suo delirio di onnipotenza e la sua continua ricerca di un posto tra i grandi statisti della storia italiana. E un po’ per distrarre l’opinione pubblica italiana e internazionale dall’immagine di puttaniere che gli si è ormai incollata addosso dopo gli ultimi scandali sessuali così morbosamente indagati da magistratura e stampa italiana.”

Davvero? Per il pubblico mediatico, Berlusconi avrebbe fatto molto meglio a farsi fotografare su un cacciabombardiere assieme a Obama. Ma esiste un pubblico che Berlusconi deve veramente  ingraziarsi: quello degli imprenditori italiani che si trovano davanti lo spettro dello scippo energetico francese e della fine dell’accesso privilegiato dell’Italia all’energia e ai contratti in Libia.

Per Del Grande, l’attacco internazionale sarebbe una sorta di capriccio dell’ultimo momento:

“Domanda: Perché credi che gli USA, l’UE e pure l’Italia abbiano deciso per un intervento “umanitario” contro un amico e alleato?

Risposta: Credo fondamentalmente per un errore di calcolo. Mi spiego. In un primo momento sembrava che il regime di Gheddafi sarebbe imploso su se stesso […] E in quei giorni c’è stato un rincorrersi delle potenze mondiali per condannare la dittatura libica e mandare segnali di apertura agli insorti […]. Poi è successo che Gheddafi si è dimostrato un osso più duro del previsto […]. A quel punto le potenze internazionali hanno dovuto fare una scelta per proteggere i propri interessi in Libia.”

Non essendo di solito ammesso, nemmeno come traduttore, a certi vertici, non so come siano andate le cose. Comunque, se fossero andate come dice Del Grande, si sarebbe trattato di una decisione presa nel giro di pochissimi giorni.

Ora, sappiamo che per attaccare l’Iraq, tutte e due le volte, gli americani ci hanno messo dei mesi; persino dopo l’11 settembre, ci hanno messo due mesi prima di attaccare l’Afghanistan.

Ma una prova contro la tesi di Del Grande, lo porta un berlusconiano d’assalto, il giornalista di Libero, Andrea Morigi, militante di Alleanza Cattolica. Un filoamericano feroce, tanto da aver attaccato anni fa il sottoscritto  in un articolo su una rivista chiave della destra americana che conta, National Review.

Ora, se Andrea Morigi se la prende con il grande alleato degli Stati Uniti, Nicolas Sarkozy, ci deve essere un motivo assai più serio dei bunga-bunga del Capo.

E quel motivo è con ogni probabilità, in primo luogo, la decisione di Nicolas Sarkozy di imporre l’egemonia francese sulle risorse libiche con la forza. Ricordiamo infatti che nel 2007, la Francia aveva firmato contratti preliminari per cifre astronomiche con la Libia, contratti che Gheddafi non aveva rispettato, sostituendo le ditte francesi con ditte italiane.

Semplicemente, Andrea Morigi ci informa che i francesi stavano già armando gli insorti libici “all’inizio di marzo“. Eseguendo quindi un progetto che risaliva addirittura allo scorso ottobre, come ci informa Franco Bechis, sempre di Libero, in un articolo che abbiamo ripubblicato qui.

Non si tratta di cercare spiegazioni “complottiste”, come le chiama Del Grande, all’insurrezione libica. Si tratta di cercare di capire perché una coalizione delle principali potenze mondiali abbia deciso di attaccare militarmente la Libia. La prima è una questione importante per i libici; la seconda per tutto il mondo.

Che volenteroso Sarkò: paga pure le armi ai ribelli

di Andrea Morigi

Era già partita all’inizio di marzo la “guerra umanitaria” di Nicolas Sarkozy contro Muammar Gheddafi. L’inizio delle ostilità si può datare con l’arrivo a Bengasi di un carico di cannoni da 105 millimetri e di batterie antiaeree, camuffato da aiuti umanitari alla popolazione civile. Mittente, il governo francese, che fa accompagnare la spedizione da propri istruttori militari, i quali, non appena toccano terra, iniziano l’addestramento degli insorti.

Non ne fanno mistero, a Parigi. Anche se il settimanale Le Canard enchaîné, che ne dà conto nell’edizione del 16 marzo, nasconde la notizia in una pagina interna. Sotto un titolo che punta tutto sul dissidio fra il presidente della Repubblica, i vertici militari e il ministero degli Esteri, però, il giornalista Claude Angeli informa della consegna del materiale bellico, avvenuta già «da una decina di giorni», da parte del «servizio azione della Dgse», cioè l’intelligence francese.

Dunque, tutto il dispiegamento di arsenale e personale militare si svolge precedentemente alla risoluzione 1973, adottata dal consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 17 marzo, in cui si chiede «un immediato cessate il fuoco» e si autorizza la comunità internazionale a istituire una no-fly zone in Libia e a utilizzare tutti i mezzi necessari per proteggere i civili.

Non stupisce più che il ministro dell’Interno Claude Guéant nei giorni scorsi abbia definito «una crociata» l’azione svolta da Sarkozy in seno all’Onu. Ora dice di essere stato frainteso, che non intendeva bandire la crociata dell’Occidente contro l’Oriente. Eppure lo ha capito anche Jean-Marie Le Pen: «Accuso il governo francese di aver preparato questa guerra, di averla premeditata», ha dichiarato ieri l’ex presidente del Front National.

Ci stanno ben attenti a Parigi, a rispettare la risoluzione dell’Onu che esclude ogni «forza d’occupazione» e soprattutto a non eccitare gli animi dei musulmani con cui stanno giocando alla guerra santa. Lo sanno perfettamente che l’occupazio ne del suolo islamico da parte degli infedeli è considerata un sacrilegio, un’onta da lavare col sangue. Le insorgenze in Iraq e in Afghanistan qualcosa hanno insegnato.

Perciò ora, insieme alle aviazioni e alle marine militari statunitensi e britanniche bombardano dal cielo e dal mare, ma ufficialmente non mettono piede sul terreno,anche se non si possono escludere incursioni clandestine da parte di commandos, sabotaggi, qualche provocazione.

Sarebbe uno spreco rinchiudere la Legione Straniera in caserma, del resto. Tanto più che, come ha rivelato ieri Libero, l’ex braccio destro del colonnello libico, Nouri Mesmari, in cambio dell’asilo politico, ha messo a disposizione della Francia, già da ottobre, tutte le informazioni necessarie per entrare in azione.

Non è una coincidenza che gli Stati maggiori di Parigi e Londra avessero predisposto da settimane gli scenari d’intervento in Libia. Avevano già scelto anche il nome in codice dell’operazione, South Mistral. Ora la chiamano Harmattan in francese ed Ellamy in inglese, con una variante americana, Odissey Dawn, ma la sostanza è la stessa. Ed è anche la stessa ipocrisia conla quale i francesi sostengono di agire per portare soccorso alle popolazioni civili.

Dimenticano che, quando sono armati, i civili diventano militari. Sono arruolati nella resistenza, che notoriamente non è formata da donne, bambini, vecchi emalati indifesi. Che i rifornimenti di mortai, mitragliatrici, batterie antiaeree, carri armati e anche qualche velivolo, siano dono della Repubblica francese o provengano dai magazzini dell’esercito libico, in fondo non fa molta differenza.

E pare che non ci sia soltanto lo zampino di Parigi, ma anche quello di Londra e del Cairo post-Mubarak. All’inizio di marzo, un drappello formato da due agenti dell’MI6 e sei incursori delle Sas britanniche avevano già tentato di entrare in contatto con i capi della rivolta di Bengasi.

Appena scesi dall’elicottero che li aveva trasportati nella zona di missione, però, gli otto guerrieri erano stati bloccati dai guardiani di una fattoria e consegnati alla resistenza. Interrogati, non avevano svelato nulla ed erano stati poi recuperati e riportati a casa con la fregata HMS Cumberland. Il ministro della Difesa britannico aveva dovuto ammettere che erano sul posto già da tre settimane, ufficialmente per assistere piloti, nel caso in cui fossero stati abbattuti.

Ecco perché quello di venerdì 18 marzo non è stato affatto un attacco a sorpresa. Intendevano colpire. E avevano già dispiegato sul campo i loro uomini, come avevano fatto, dopo la caduta di Ben Alì e di Hosni Mubarak, anche i governi di Tunisi e del Cairo, consentendo rispettivamente l’ingresso in Libia di combattenti volontari e di almeno un centinaio di appartenenti alle forze speciali dell’Unità 777 egiziana, inviati per fornire armamenti e appoggio tattico.

Quando Gheddafi accusa le potenze straniere di volerlo rovesciare, sa di che cosa, e soprattutto di chi, sta parlando.

MISTER «FIGARO»: VENDO ARMI PER FARLE USARE
«Quando si vende del materiale, è affinché i clienti se ne servano». Così il magnate, imprenditore, politico, editore francese Serge Dassault ha risposto ad un giornalista che gli chiedeva cosa pensasse delle sue armi vendute a Gheddafi. A molti, sentendo i fischi delle bombe lanciate dai Mirage fatti decollare dal presidente Nicolas Sarkozy, il nome di Dassault ha iniziato subito a ronzare in testa.

Del resto, i Mirage (come i Rafale, versione francese degli Eurofighter) escono proprio dai cantieri della Dassault Aviation, colosso dell’aviazione fondato da Marcel e ora controllato dal figlio Serge. Secondo Forbes è l’89esimo uomo più ricco del mondo, con una fortuna stimata di 7,6 miliardi di dollari.

Ma per i francesi, oltre agli aerei da caccia, Dassault è conosciuto soprattutto per essere (attraverso la società Socpresse) l’editore de «Le Figaro», storico quotidiano conservatore francese. Attività a cui, dal 2004, affianca quella di senatore dell’Ump. Lo stesso partito di Nicolas Sarkozy, con cui l’im – prenditore è legato da vecchia e stretta amicizia. Armi, politica e giornali: una miscela più esplosiva dei missili sparati dai suoi Mirage.

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26 Responses to Libia, il rispettabile errore di Gabriele Del Grande

  1. Francesco says:

    Miguel

    dove sbaglio a vedere una decisa differenza tra Francia e UK da una parte e USA dall’altra?

    non sbagliato il ragionamento per cui la resistenza di Gheddafi ha “imposto” un intervento diretto, pena il probabile passaggio della Libia nella sfera d’influenza russa e cinese

    che l’Italia abbia fatto da vaso di coccio non ci piove

    strabilio sempre per la tua indifferenza alla “qualità” del regime libico: tutto ciò che non rientra nello schema “imperialismo” pare non esistere per te.

    ciao

  2. Rock & Troll says:

    …e nel frattempo la Turchia, ultimamente spesso tanto celebrata su questo blog, sta dando man forte ai ribelli che sventolano il tricolore dell’imperialismo francese.

    http://www.asca.it/news-LIBIA__TURCHIA_ASSUMERA__GESTIONE_AEROPORTO_BENGASI-1003188-ORA-.html

    Piatto ricco, mi ci ficco!

  3. Avenarius says:

    Il problema non è tanto la spontaneità o meno delle ribellioni in atto (e su alcune di queste – Libia e Siria in primis – qualche piccolo dubbio c’è), contro regimi più o meno criminali e dittatoriali (strano però, tralasciando la democraticità dei nostri regimi, questa instabilità delle nostre valutazioni: quello che ieri era un dittatore ora è un caro e fedele amico e viceversa!) ma il fatto che, immancabilmente, queste vengano comunque cavalcate dal sistema dominante unipolare.

    Se giovani arabi hanno deciso di adottare entusiasticamente il modello della jeune fille, liberissimi di farlo, ma non deve essere il sistema dominante a “facilitare” a suon di uranio impoverito la penetrazione dei suoi “alti valori” nelle menti altrui (anche se è vero che l’uranio impoverito ha un ottimo potere penetrante).

    Tra l’altro forse gli altri non sono poi così entusiasti di abbracciare questi “valori”, se in Iraq ed in Afghanistan il sistema unipolare sta ancora faticando tanto ad inculcarglieli (evidentemente agli “inferiori”, altri da noi, non basta qualche chiappa del Grande Fratello, per le fasce basse, ovvero qualche intelligente talk show progressista per quelle alte).

    E non si può tra l’altro trascurare il fatto che agli altri, invece, non passa neanche per l’anticamera del cervello di trasmetterci forzatamente i loro valori: non vedo (purtoppo) Pasdaran fomentare le manifestazioni contro i tagli allo stato sociale o le manifestazioni contro gli inceneritori o quelle dei lavoratori. Non vedo – e mi auguro di continuare a non vederne, anche se i motivi di rancore degli “altri” contro di noi non fanno che crescere – bombe di terroristi arabi (il belpaese invece ne ha nel recente passato viste molte, di altra provenienza), come non vedo la presenza (reale, non farlocca come quella spesso denunciata dal curatore di questo sito) di terroristi che giustifichi la nostra presenza in Afghanistan a combattere il terrorismo degli “altri” (in tutte le zone dove il potere unipolare è arrivato il terrorismo, dove non c’era o quasi, è letteralmente “esploso”) e/o a prevenirne l’infiltrazione nei nostri paesi.

    E’ che il processo di globalizzazione e di omologazione al modello dominante unipolare non è evidentemente un processo così spontaneo, magicamente guidato dalle miracolose forze del libero mercato, e richiede un dispendioso sistema militar-poliziesco, sia per la sua attuazione (rapina delle risorse altrui inclusa) sia per il suo controllo.

    • giovanni says:

      “agli “inferiori”, altri da noi, non basta qualche chiappa del Grande Fratello, per le fasce basse, ovvero qualche intelligente talk show progressista per quelle alte)”

      il problema è a monte. La fascia bassa occidentale, più o meno, la pancia piena ce l’ha, e a pancia piena mandi giù anche spazzatura come il GF. Ma se la pancia resta vuota, e siccome l’occidente vuole la benzina a basso costo è inevitabile che (a parte sceicchi, dittatori e loro cricche lautamente pagate per tenere nella fame con le cattive il 99% della popolazione) gli altri restino a pancia vuota, non saranno le chiappe del GF a riempirla.

  4. Francesco says:

    >>> Se giovani arabi hanno deciso di adottare entusiasticamente il modello della jeune fille, liberissimi di farlo,

    posso esprimere qualche dubbio? qualsiasi cosa i giovani arabi abbiano in testa, NON sono liberi di farlo, a meno che non sia manifestare il loro entusiasmo per il governo.

    e ammiro il coraggio con cui lo stanno facendo lo stesso, e l’intromettersi di qualche aspirante o declinante potenza straniera mi pare ben poco decisivo – dopotutto SOLO Cuba è il cortile di casa degli USA, anzi era. Oggi è il playground della famiglia Castro, un dubbio miglioramento.

    • giovanni says:

      Francè, oltre che razzista sei pure ignorante come una capra.
      Perchè non ti leggi l’inno dei marines, e ti fai una ricerchina con la quale scoprirai che le “shores of Tripoli” di cui si parla nell’inno furono già “liberate” oltre 20 anni prima della rivendicazione di Monroe dell’intera America come giardino di casa yankee?

      • Francesco says:

        lo sapevo, lo sapevo

        che mi vuoi beccare impreparato sui Marines?

        :D

        sull’infimo dettaglio che mi rimproveri: solo Cuba è ancora oggi letta ottusamente nella logica del “ribelliamoci alla prepotenza USA”, persino quando si parla di Nicaragua o di Salvador ci si trova a togliersi il cappuccio dell’ideologia e a guardare i fatti

        poi, uno che ammira i giovani arabi, potrà magari essere culattone ma non razzista!

        saluti

  5. Per Francesco

    “strabilio sempre per la tua indifferenza alla “qualità” del regime libico: tutto ciò che non rientra nello schema “imperialismo” pare non esistere per te”

    Non è indifferenza. Se fossi mai stato in Libia, se avessi conosciuto dei migranti libici, se avessi almeno fatto qualche anno di ricerca con Del Boca, non sarei “indifferente”, come non lo sono – ad esempio – all’Egitto, o agli arresti di musulmani in Italia o alla Palestina o alla questione Rom o alle problematiche dei piccoli imprenditori, per citare cose che conosco direttamente.

    Ora, le notizie strampalate che ricevo da un paese certamente piuttosto isolato e chiuso, non mi permettono di dare un giudizio valido.

    Detto questo, certo che metto in primo piano la questione dell’imperialismo.

    Io credo che dobbiamo sempre:

    1) parlare di ciò che sappiamo e tacere su ciò che non sappiamo

    2) occuparci di ciò su cui possiamo avere un minimo di influenza.

    Ora, mentre io non so nulla della Libia, so qualcosa dei meccanismi di potere del sistema occidentale.

    E soprattutto, vivo qui in Occidente.

    Un conto è se io protesto perché l’Angola entra in guerra con la Namibia; un conto è se io protesto perché il paese in cui vivo, di cui sono cittadino e dove pago le tasse entra in guerra con qualcuno.

  6. Sempre per Francesco

    Ci sono due modi di leggere la Prima Guerra Mondiale.

    Modo primo: vedere le grandi cause, le forze in campo, le conseguenze storiche.

    Modo secondo: vederlo come un incidente nella liberazione dei serbo-bosniaci dal giogo austroungarico.

    Il secondo modo non è sbagliato – in effetti, la questione della comunità ortodossa della Bosnia, che voleva unirsi alla Serbia, è stata la causa scatenante della guerra.

    Forse i serbo-ortodossi avevano ragione a lamentarsi dell’oppressione austroungarica. E un serbo-ortodosso della Bosnia, o un uno molto appassionato alle loro vicende, avrebbe tutte le ragioni a chiedersi solo, cosa ha significato la guerra per i serbo-bosniaci.

    Ma nessuno storico sensato dirà che questa “fu” la Prima guerra mondiale.

    Gabriele Del Grande sceglie il secondo approccio, io il primo.

    • Francesco says:

      scusa Capo

      ad oggi non vedo la Grande Guerra, però parecchi tentativi di liberazione in atto

      quindi porrei l’attenzione su ciò che c’è, piuttosto che su ciò che non c’è ancora

      così. per realismo

      ciao

      • giovanni says:

        “ad oggi non vedo la Grande Guerra”
        perchè da buon razzista occidentale, tutto quello che non ti tocca personalmente, semplicemente, non esiste. Ma vaglielo a dire agli irakeni e agli afghani che non c’è nessuna grande guerra

        • Francesco says:

          chiedo scusa, qui si parlava delle rivolte/rivoluzioni nel mondo nord-africano e arabo

          che sono cosa molto diversa dalle invasioni/liberazioni di Afganistan e Iraq

          se non per l’esito auspicato (da alcuni) di avere in futuro paesi di uomini (e donne) liberi

          • Ritvan says:

            Caro Francesco, è perfettamente inutile che tu cerchi di dialogare in modo civile col kompagno giovanni: per lui resterai sempre un biekissimo “razzista” poiché l’unica cosa “civile” che conoscono certi kompagni è una bella “guerra civile”…vabbeh, loro la chiamano Gloriosa Rivoluzione Proletaria, ma è solo una trascurabile differenza semantica:-).
            Ciao
            Ritvan

            • Daouda says:

              Giovanni mi appare come un

              Organismo
              Geneticamente
              Minorato

              p.s. prima di sbertucciare sull’insulto ti faccio notare il rispetto che ti ho dato scrivendo il tuo nome con l’iniziale maiuscola, cosa che dovresti farti come regalo…

    • Andrea Di Vita says:

      Per Martinez

      Qui c’e’ tutta una riga di analisi sulle varie parti dei movimenti anti Gheddafi:

      http://www.carmillaonline.com/archives/2011/03/003848.html

      Ciao!

      Andrea Di Vita

  7. Per Avenarius

    Io non arrivo a dire che i giovani arabi vogliano fare i Jeunefille…

    Diciamo che i Jeunefillisti occidentali si eccitano, credendo di vedere del Jeunefillismo nel mondo arabo, ed esaltandone ogni minimo segno.

    Guardando l’Egitto, che conosco direttamente, capisco un immenso risentimento accumulato contro raccomandazioni, poliziotti che esigono “favori”, giudici corrotti, sindaci rieletti a vita con il 99% dei voti che hanno sistemato i propri cugini in tutti gli appalti, e sempre e sempre la faccia sorridente del Presidente come prima notizia al telegiornale.

    Ecco perché ho detto che la grande sommossa araba somiglia un po’ alla nostra Tangentopoli. Ma scambiare Tangentopoli con la Grande Rivoluzione che Trasforma il Mondo sarebbe un errore enorme, che noi non facciamo perché sappiamo come andò a finire.

  8. p says:

    Io non credo che la questione petrolio sia la più importante. Certo, c’è una concorrenza tra nazioni volonterose, in cui l’italia rischia di avere la peggio, per chi farà i meglio affari con la nuova libia, ma non è solo questo. Io penso che bisogna credergli. Fatta tutta l’enorme tara ideologica, questi pensano davvero che l’occasione è ghiotta per portare democrazia in un’ampia e strategica zona con benessere e prosperità, of course. Una riedizione del nation building del dopoguerra in italia, germania e giappone. Ed in effetti l’occasione è ghiotta. Ahiloro, produrranno più caos che altro, come iraq e afghanistan dimostrano. Quei tempi sono finiti, e queste patetiche riedizioni destinate a fallire.p

    • Francesco says:

      Come finiti? come si porterà solo caos?

      Dopo il 1989 non si era detto che la democrazia era finalmente un articolo a disposizione di tutti?

      Che l’era del “è un bastardo ma è il nostro bastardo” poteva essere sepolta?

      Qualcuno pensa di poter giocare sporco meglio della Cina?

      Insomma, mi dai delle pessima notizie, caro p.

      Ciao

  9. Pingback: La Libia immaginaria di Valerio Evangelisti | Kelebek Blog

  10. p says:

    Non sono notizie, francesco. Tutt’al più interpretazioni d’uno sparuto e scalcagnato gruppetto di comunisti. Puoi dormire sonni tranquilli.p

    • Francesco says:

      grazie

    • Daouda says:

      Per quanto concordi con P mi preoccupa molto il destinatario aletario a cui P o chi altro od io stesso ci riferiamo…

      Si rende tutto rassicurantemente amalgamato ma soprattutto si applica una forma di manicheismo che prima o poi dovremmo studiare, ossia quella particolare forma che permette all’individuo la capacità di assumere indefinite posizioni nell’insieme dualistico delle eventualità a disposizione.

      E’ chiaro che la notevole dose di informazioni e stimolazioni con l’altrettanta instabilità emozionale basta a rendere plausibile una tale ipotesi dovendosi ripristinare sempre l’equilibrio ormai scollegato dal perno Universale ossia l’Asse del mondo…
      Ora che non si concordi sul fatto che la deviazone da e la non “sottomissione” a tale realtà sia IL problema , questo è pacifico…quel che intriga è che oltre alla situazione descritta in cui l’individuo è stato spettacolarmente catapultato ( anche se lo è da molto tempo a mio avviso , e sarebbe interessante declinarne il progressivo affinamento ) si nota proprio una decomposizione scissionale della razionalità.
      La mancanza di equilibrio e la continua frenesia abbisognano comunque di validi contrafforti che sono le ideologie per impedire una totale dissoluzion .
      Strabiliante è infatti l’accorpamento dei più svariati sistemi in costrutti non solo improbabili ma completamente insensati.

      Secondo me diventa difficile la stessa capacità di giudizio dell’opera altrui.
      nel contesto attuale non è difficle dimostrare che il marxismo sia il bene come lo possa essere l’atlantismo.
      Se così è prendere partito rispetto ad una posizione non ha alcun senso né valore E VISTO CHE SAPPIAMO che la storia non la fanno né le masse né gli ideali ma potentati occulti ed esclusivistici, sarebbe prudente riflettere – il perno – per non divenirne strumento.

  11. valerio says:

    Premetto che sono contrario all’intervento in Libia, per motivi etici, politici (non voglio protettorati, ma democrazie) e strategici (questa guerra può essere lunga, costosa e finire con un pareggio).
    Non condivido però l’analisi.

    a) Parlando di quel che so
    L’articolo sul Le Canard enchaîné è stato smentito dai fatti. (inoltre è stato ripreso da Libero, e già questo avrebbe dovuto far sorgere dei sospetti, vista la deontologia di quel giornale)
    A meno che i 105 mm cui si riferiva non fossero dei 106mm Senza Rinculo (cosa imporbabile) nessuna arma francese è arrivata in Libia a marzo. Comunque i 106mm SR possono essere tanto d’importazione, quanto recuperati nei magazzini libici, visto che sono un’arma d’ordinanza per l’esercito libico. Non sono armi d’artiglieria ma armi pesanti da fanteria (c’è un’enorme differenza).
    I ribelli non avevano “batterie anti aeree” ai primi di marzo (quando sarebbero arrivate secondo le fonti di Libero), e non pare le abbiano ancora oggi, a meno che non si vogliano intendere in questo modo le quadrinate da 23mm sovietiche degli anni ’70, a controllo ottico (ex libiche, molte altre armi, tra qui parecchi SAM, furono catturate durante la rivolta, ma i ribelli non disponevano del personale per utilizzarle, e di fatto sono rimaste inutilizzate sino ad oggi). Inoltre non hanno ancora utilizzato una sola batteria d’artiglieria vera, a parte pochi missili Grad (e senza saperli usare correttamente).

    Sicuramente sono giunte armi successivamente, ma la qualità e la quantità di queste armi restano scarse. Le fonti di approvvigionamento probabilmente includono la Francia, ma non è dimostrabile. Di sicuro non comprendevano la Francia ai primi di marzo, quando servivano disperatamente ed avrebbero avuto un immediato riscontro sulle operazioni.

    Parecchi agenti occidentali sono giunti in Libia, ma fino ad ora il loro peso sugli avvenimenti è stato irrilevante.
    (Irrilevante è una parola a cui gli imperialisti europei dovranno imparare ad abituarsi, poiché i rapporti di forza, per la prima volta dal ‘700, non sono a favore del cosidetto occidente. Malgrado gli USA abbiano il 50% delle spese militari mondiali, esse non sono sufficienti per lo sforzo. Altre sono le potenze emergenti, quasi tutte extra europee e non “occidentali”).

    Comunque, anche dal punto di vista tattico, questo conflitto E’ STATO IMPROVVISATO, la concentrazioni di armi e mezzi raggiunta oggi è inferiore (di circa 1/2) a quella radunata 2-3 mesi prima dell’ultimatum dato alla Serbia per la questione kosovara (poi rivelatosi insufficente), e quel conflitto fu, nell’ultimo ventennio, quello meno preparato. Insomma contro la Libia c’è molto meno di un 1/80 di quello che c’era contro l’raq nel 1990.
    La concentrazione di forze è avvenuta in parte nelle 2 settimane precedenti alla risoluzione (per Francia, UK e USA) e successivamente per il resto della coalizione. Anche la concentrazione di forze precedente alla risoluzione 1973 è stata scarsa e poco incisiva, quasi il minimo sindacale, e Francia ed Inghiterra hanno dovuto aumentarla precipitosamente. Si pensi solo che la portaerei Charles de Gaulle era in rada a Tolone quando la guerra è cominciata!

    Prima di gennaio nessun governo al mondo poteva immaginare la rivoluzione in Libia, visto che nessuno ha sfere di cristallo funzionanti. La Francia, ovviamente, aveva suoi contatti tra i dissidenti di regime, ma è normale e non è indice di un tentativo di rovesciare un governo. Perché sarebbe velleitario agire in questo modo, specie contro Gheddafi che è al potere da 42 anni anche perché non è un idota (ma un pazzo sadico si).

    Altre note:
    L’unità 777 è stata soppressa e riorganizzata da molti anni, oggi i corpi speciali egiziani hanno altri nomi.
    I Rafale non sono la versione francese degli Eurofighter, ma un progetto concorrente, la Libia di Gheddafi avrebbe dovuto essere il primo cliente estero per questo apparecchio, il contratto era in via di definizione (e si parla di miliardi di euro, persi da Dassault-il cui vero cognome per altro è Bloch, Dassault è il soprannome del nonno, passato poi ad indicare dinastia e fabbrica).

    b) Parlando di quel che suppongo di sapere.
    Sono convinto che questo conflitto, sciagurato ed affrettato, non sia combattuto per imperialismo ma per:
    1) ideologia. Si è diffusa l’idea della guerra umanitaria e quindi questa, in certe situazioni (ovvero quando, a differenza che in Siria e in Baharain, intervenire non vuol dire dare il via alla III guerra mondiale, oppure, a differenza che in Africa sub-sahariana o in Birmania, il teatro di guerre non è fuori mano), diventa quasi un dovere “morale”.
    2) consenso interno. Un conflitto serve a dare lustro e consenso attorno al governo, sopratutto quando rispetta certe reali o presunte motivazioni ideologiche; Sarkò era in cali di consensi, sta recuperando.
    3) diversione da problemi di politica interna. Dopo il terremoto in Giappone la questione nucleare era una di quelle cose che potevano mandare Sarkò all’opposizione, a quel punto l’intervento era già in preparazione, ma fu la classica goccia.
    4) geopolitica minima. Con tutti i casini che stanno succedendo nel mondo arabo le grande potenze non possono evitare di fare qualche cosa, anche a casaccio, per far vedere che contano qualcosa, anche se ormai sono irrilevanti rispetto a Cina, Arabia Saudita e Iran (che in quello scacchiere contano molto di più senza muovere un solo jet). Sopratutto se avevi puntato per anni su Algeria, Tunisia ed Egitto ed ora questi regimi crollano uno dopo l’altro, allora ti conviene fare qualcosa che possa farti sentire come forte, indispensabile, ed amichevole ai nuovi governi della regione.
    5) abitudine. é ormai considerato così facile fare le guerre senza subire perdite, per le potenze occidentali, che la guerra viene considerata (erroneamente!) un opzione a basso costo.

    Insomma il petrolio libico conta, ma solo fino ad un certo punto, ritengo evidente che la Francia non trarrà enormi vantaggi economici da una situazione così complessa come quella che si gioca in Libia.

  12. valerio says:

    P.S.

    Aggiungo che:
    1) Fino all’entrata in vigore della 1973 gli unici esempi, certi o probabili, di internazionalizzazione del conflitto libico erano tutti a favore di Gheddafi.
    In particoar modo si segnalarono una dozzina di voli cargo speciali dalla Bielorussia alla Libia, un notevole aumento di traffico ai valichi del Chad, molti voli speciali (passeggeri) da vari paesi africani (in particolare Niger, Nigeria, Burkina Faso, Zimbabwe, Sudan, Uganda, Eritrea), alcuni possibili ingressi da Serbia e Siria. Inoltre il ministro della difesa dello Zimbabwe ha sempre risposto solo con “no comment” quando gli è stato chiesto se truppe speciali della sua nazione erano in azione in Libia.

    2) Il 106 mm SR (il cui calibro effettivo è 105) è un cannone senza rinculo anti carro degli anni ’60, di progettazione USA. La Francia l’ha messo fuori linea negli anni ’80 (mi sembra nel 1983, ma potrei sbagliare) dopo averlo usato relativamente poco (disponeva di sistemi nazionali migliori). L’ipotesi che sia stato fornito ai ribelli libici mi sembra debole, anche perché bisognerebbe dimostrare che la Francia disponesse di scorte di tale pezzo (che in realtà credo abbia distrutto da tempo), oppure che abbia acquistato alcuni 106mm SR sul mercato nero, allo scopo di inviarli in Libia.

    3) I cannoni da 105mm di cui parlava Libero (cioè cannoni veri, e non SR, del cui impiego non si ha, a tutt’ora, notizia) sono inferiori, nelle prestazioni, ai 152 e 155mm usati abitualmente dai gheddafiani (e che in parte sono caduti nelle mani dei ribelli). L’aiuto sarebbe stato persino poco utile.

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