Libia, non esistono guerre impersonali

Riporto qui, con qualche modifica, un’interessante discussione sorta tra i commenti al post di ieri sulla Libia.

Due lettori, Roberto e Giuseppe, hanno sollevato obiezioni di diverso ordine al mio post.

Roberto scrive:

“un tizio che spara con la contraerea contro dei manifestanti e minaccia di macellare metà del suo paese, va fermato?”

Giuseppe fa invece un commento troppo articolato da essere riassunto, per cui rimando all’originale.

Mi sembra di capire comunque che, secondo lui, io avrei difeso Gheddafi, sostenendo la natura “legittima” del suo governo; e di averlo difeso in quanto “arabo” ed “esotico”, ignorando la violenza con cui Gheddafi avrebbe soppresso la rivolta contro il governo libico. In realtà, legittimo per me non è un complimento, ma un riconoscimento giuridico (non dubito, ad esempio, che la Maria De Filippi abbia un legittimo contratto, il che non significa che meriti di esistere); mentre mi sembra che Gheddafi sia unanimamente criticato da arabi e musulmani – ultimo in ordine, l’approvazione di Yusuf al-Qaradawi all’attacco contro la Libia.

Ma c’è un punto molto più importante che accomuna entrambe le critiche.

Questo punto appare molto chiaramente nel soggetto impersonale del verbo che usa Roberto: “va fermato”. Il soggetto impersonale se lo merita qualche grandiosa astrazione, di quelle con la maiuscola: la Giustizia, la Comunità Internazionale, Dio.

Un soggetto impersonale è inappellabile e ha ragione per definizione.

Qualcuno (non Roberto) addirittura usa il pronome “noi”: “dobbiamo fermare“. Noi chi? Pensando a me, vengono in mente diverse categorie cui appartengo – quella dei traduttori di manuali tecnici o quella dei residenti del centro storico di Firenze, ad esempio. Non però quella dei proprietari di missili Tomahawk.

In realtà, nel caso dell’attacco alla Libia abbiamo un soggetto molto concreto, quell’insieme che in inglese si chiamano i decision makers, esseri umani che hanno abbastanza potere da prendere decisioni di vita e di morte su altre persone e altri paesi.

Non amo gli anglicismi, ma non esiste un termine equivalente in italiano.

Un decision maker non ha un incarico formale preciso: può essere il presidente di uno Stato, ma può anche essere l’influente vicedirettore di uno sconosciuto think tank, o il responsabile della lobby di un’azienda di prodotti militari.

Si diventa decision maker per competizione.

Cioè perché gente molto potente – ad esempio chi conta nell’industria, nel sistema finanziario, nella politica, nei media – decide che quella persona sia in grado di fare davvero i loro interessi.

Chi diventa decision maker ha necessariamente fatto una serie vincente di compromessi, tradimenti,  manipolazioni, minacce, ricatti, promesse e menzogne, che gli ha permesso di sbaragliare quelli meno capaci di lui.

E’ inutile chiedersi se i decision maker siano buoni o cattivi. Se a loro conviene che tu stia bene, starai bene; e se a loro conviene che tu crepi, creperai.

L’idealismo può essere un utile strumento retorico, nella gara per diventare decision maker; ma nei fatti, è necessario accantonare ogni ideale, perché un ideale obbliga a scegliere la coerenza anche quando è perdente.

Da qui la critica radicale che facciamo alle cosiddette teorie del complotto:[1] i decision maker non agiscono né per impiantare l’ateismo nel  mondo, né per imporre il cristianesimo; né per realizzare il socialismo né per implementare il libero mercato. Non credono né alla democrazia né alla dittatura, ma a quella forma di governo che a loro torna utile in quel momento.

Ora, è un dato di fatto che i decision maker del mondo hanno deciso di attaccare la Libia; e anche di non concedere alla Libia la possibilità di cavarsela senza una guerra, usando il semplice trucco che abbiamo descritto nel nostro post.

Data questa premessa, è abbastanza irrilevante sottolineare moralisticamente la presunta ipocrisia dei decision maker. Se lanciano 124 missili Tomahawk sulla Libia che pure ha dichiarato di accettare in pieno il cessate il fuoco, e non fanno nulla contro il governo dello Yemen che ha fatto uccidere 72 manifestanti in piazza in un solo giorno, la contraddizione non ha alcun interesse di tipo morale.

E’ ovvio che ai decision maker non gliene importa nulla, né dei manifestanti libici né di quelli yemeniti o cinesi.

I singoli decision maker cambiano, ma appartengono alla stessa specie che ha versato più ordigni sul Vietnam di quanto tutte le parti avessero fatto durante l’intera seconda guerra mondiale;  che ha lasciato morire mezzo milione di bambini iracheni (stime della FAO) con l’embargo; che hasterminato gli abitanti della città di Falluja; che ha preso provvedimenti economici che hanno lasciato qualcosa come venti milioni di contadini messicani senza risorse; che ha smantellato la scuola italiana. E così via.

Non lo hanno fatto per cattiveria, perché noi non pensiamo che i decision maker siano cattivi. Piuttosto, sono abbastanza abili, e lo dimostra il fatto che riescono ancora a prendere decisioni.

La questione del comportamento di Gheddafi e delle sue truppe è importantissima per chi vuole capire davvero cosa stia succedendo in Libia. Ma è del tutto irrilevante per capire la decisione di tanti governi di attaccare militarmente la Libia.

Un breve racconto immaginario può chiarire meglio il concetto.

Immaginiamo un certo signor Mario Rossi, un piccolo e ruvido imprenditore padano.

Mario Rossi compra una Ferrari dal rivenditore Franco Frattini (un semplice caso di omonimia, ovviamente), versando un congruo anticipo, mentre aspetta che la macchina gli venga amorevolmente costruita dalla fabbrica.

Un giorno, gli arriva una raccomandata con queste parole:

“Gentile signor Rossi,

Abbiamo appreso che lei su Facebook ha scritto ‘Io gli zingari li caccerei tutti a pedate dall’Italia’. Pertanto abbiamo deciso di non consegnarle la macchina e di trattenere l’anticipo che lei ci ha versato.

Cordiali saluti

Franco Frattini”

Di questo caso si può discutere in vario modo.

Qualcuno dice  che “va punito” chi parla così dei Rom. Qualcuno sostiene  che la pagina di Facebook sarebbe in realtà un falso, e quindi l’accusa sarebbe ingiusta.

Io, su questo blog, scelgo di non occuparmi affatto di Mario Rossi o del suo rapporto con i Rom.

Piuttosto, mi occupo dell‘ennesimo furto compiuto, sempre con la stessa tecnica, da Franco Frattini (omonimo).

Nota

[1] Ci riferiamo ai grandi complotti metastorici, che immaginano “i massoni”, “i fascisti”, “gli ebrei”, “i comunisti”, “i musulmani”, “il Vaticano” eternamente impegnati nella realizzazione dello stesso progetto, che presuppone un improbabile grado di idealismo nei cospiratori.

Va da sé che i decision maker “complottano” continuamente, nel senso che, come i giocatori di poker, nascondono le proprie carte. Ma è un altro discorso.

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19 Responses to Libia, non esistono guerre impersonali

  1. Giuseppe says:

    Direi che hai confuso due posizioni diverse, quella che esprime Roberto e quella che esprimo io.

    Secondo la tua ricostruzione “c’è un punto molto più importante che accomuna entrambe le critiche. Questo punto appar[irebb]e molto chiaramente nel soggetto impersonale del verbo che usa Roberto: “va fermato”. Il soggetto impersonale se lo merita qualche grandiosa astrazione, di quelle con la maiuscola: la Giustizia, la Comunità Internazionale, Dio. Un soggetto impersonale è inappellabile e ha ragione per definizione.”

    Ti sarei grato se mi indicassi dove dal mio commento risulta una qualche inclinazione per visioni di questo genere.

    Non è poi esatto affermare: “Io, su questo blog, scelgo di non occuparmi affatto di Mario Rossi o del suo rapporto con i Rom.”

    In realtà, probabilmente senza volerlo, lo fai, e anzi le mie obiezioni riguardano in particolare proprio queste tue considerazioni sulle “opinioni del signor Rossi sui Rom” (cfr. le mie obiezioni 1 e 2).

    Quanto infine ai decision maker e al loro tendenziale pragmatismo, credo che si potrebbe iniziare un complesso dibattito sul ruolo di fattori diversi da quelli puramente utilitari che entrano in gioco nelle decisioni che i decision maker di fatto prendono (in quanto appartenenti alla specie Homo sapiens non sono affatto immuni dall’irrazionalità spesso idiota dei loro conspecifici).
    Qui mi interessa per il momento osservare soltanto che i decision maker coinvolti in questa vicenda sono libici (e, con posizionamenti ritenuti di volta in volta più o meno opportuni ai propri interessi, egiziani, marocchini, cinesi, tedeschi, russi e così via), tanto quanto anglosassoni o francesi.

    Una volta chiarito che l’insieme dei decision maker comprende soggetti di nazionalità molto eterogenee, e che ognuno ha un proprio insieme di oggetti (leggi: esseri umani) che dipendono dalle loro decisioni, allora posso essere in parte d’accordo con la tua considerazione secondo la quale “[è] inutile chiedersi se i decision maker siano buoni o cattivi. Se a loro conviene che tu stia bene, starai bene; e se a loro conviene che tu crepi, creperai.” (Anche se devo dire che mi sembra più emotivamente comprensibile, che analiticamente feconda).

  2. Riccardo Giuliani says:

    Un non troppo vecchio trattato socio-economico che va sotto il nome di Vangelo a ben leggere non si astiene dal trattare dei soldi, mostrando che gli autori sanno perfettamente che i moralismi non portano a nulla (nel migliore dei casi).
    Con buona pace per i sognatori istituzionalizzati la questione rimane sempre la stessa: i soldi o si condividono o si accumulano.

  3. Per Giuseppe

    Sono il primo a dire che il mio è un riassunto molto sbrigativo di un discorso assai articolato che hai fatto.

    Tu non dici positivamente che esiste un “soggetto impersonale”.

    Però scrivi:

    “Quando le condizioni cambiano in modo molto significativo, il trattato può non essere più vincolante.
    Le condizioni sono cambiate in modo brusco con la repressione feroce e dissennata del governo libico, inizialmente diretta contro civili del tutto disarmati (cfr. per esempio la copertura giornalistica di Al Jazeera).”

    Eccetera. Cioè, nella decisione di un immenso apparato internazionale di attaccare un piccolo regime mediorientale (piccolo politicamente, demograficamente e militarmente, non economicamente) citi solo questioni interne a quello stato mediorientale, che in sé non riguardano i decision maker.

    Gheddafi, per quanto ci abbia provato in maniera caricaturale e in anni ormai lontani, non è certo un decision maker.

    Se tu non parli delle motivazioni dei decision maker – che per i motivi che dico semplicemente non possono essere di natura “umanitaria” – non resta che vedere in loro una sorta di ente impersonale.

  4. Sempre per Giuseppe

    Sono invece d’accordo sulla varietà e sulla transitorietà di ogni coalizione di decision maker, che è un fattore che non ho espresso credo in maniera chiara nel mio post, ma di cui sono convinto.

    Ad esempio, l’Italia ha certamente agito dietro pressione altrui: prontamente ma malvolentieri.

  5. Tocchi un tema interessante, quando parli delle decisioni non sempre utilitarie…

    Verissimo. Le mie ad esempio, come presumo anche le tue, non lo sono: e i risultati si vedono – io faccio il traduttore di manuali tecnici (campo in cui mi baso su considerazioni decisamente utilitarie) e non ci provo nemmeno a “fare politica”.

    Diverso è il discorso di chi ha affinato tutta la vita sul raggiungimento del successo, dimostrando la propria capacità di fare scelte utilitarie con il proprio successo.

    Ovviamente, non è detto che raggiungano gli obiettivi che vogliono…

    Qui noi sappiamo che un gruppo molto ristretto di uomini politici, attori economici e militari, probabilmente al massimo qualche decina di persone in tutto, gente con molto pelo sullo stomaco, ha deciso nel giro di pochi giorni una guerra.

    Io non posso sapere quali fossero in positivo le loro motivazioni. Posso ragionevolmente escludere una “motivazione umanitaria” per i motivi che spiego in questo post.

    Per il resto, non avendo accesso ai loro discorsi privati, non posso dire molto altro.

    Tempo fa, scrissi che le intifada arabe potevano diventare una rivoluzione e non una semplice Tangentopoli, se gli arabi trovavano una qualche forma di unità e di accesso a risorse petrolifere da ridistribuire. Il tipo di risorse che ha permesso, ad esempio, alla Norvegia di garantire servizi sociali straordinari e una certa indipendenza; e che Chavez sta cercando di utilizzare in Venezuela.

    Probabilmente non sono stato il solo a pensare una simile banalità: ci saranno arrivate anche persone che non desiderano l’emancipazione del mondo arabo.

    Oppure, possiamo ipotizzare che gli Stati Uniti e la Francia cerchino di far vedere che sono “dalla parte degli arabi”, per bilanciare l’immagine di sostenitori di Israele.

    Oppure che la Francia miri a sfrattare l’Italia dalla Libia.

    Oppure che si cerchi di evitare che il petrolio libico sia messo a disposizione della Cina.

    Non lo so, e sono dispostissimo ad ascoltare altre ipotesi.

  6. ventopiumoso says:

    io contesterei anche l’affermazione sul “uso della contraerea sui manifestanti” e sul termine “macellare”. ora, ci sono vari problemi nel discutere certe cose, non ultimo quello di essere additati come sostenitore di un certo preciso regime (regime vero o presunto). è un peccato, ma questo atteggiamento appartiene ad un modo di pensare molto diffuso negli ultimi dieci anni e fatto proprio dalla dottrina bush: “o con me o contro di me”. io personalmente ritengo sia un po’ una stupidagine, ma tant’è. fine della premessa.

    in questa guerra, come in ogni altra, la prima vittima è sempre l’informazione. i nostri “capi” (politici e soprattutto economici), ovvero i “decision maker” di miguel, bramano un territorio, non è un segreto. i nostri capi controllano l’informazione. secondo voi, che cosa ne viene fuori?

    dunque, limitandoci ai nostri media, non abbiamo dati sufficienti per comprendere. comprendere, nel senso più ampio. possiamo solo fare ricorso alla memoria storica di fatti analoghi e all’ampliamento delle “fonti” di informazione. e, ancora, cercare di inquadrare storicamente l’evento di cui si parla. e, magari, cercare di ragionare non con il nostro usuale e ormai stantio “eurocentrismo”, che è anche profondamente (seppure spesso inconsapevolmente, da parte di chi lo usa) razzista.

    togliamo di mezzo la faccenda dei migranti. è di gran lunga il motivo principale per disgustare gheddafi, ma è improponibile in questo contesto (e infatti i decision maker non stanno tirando fuori la questione) per il semplice motivo che NOI lo abbiamo pagato profumatamente per fare lo sporco lavoro. però tante persone (non qui, mi pare) sottolineano questo punto. è veramente triviale far notare che se questo fosse il motivo, l’italia e a ruota il resto dei paesi europei meriterebbero di essere bombardati. è più grave essere il mandante o l’esecutore (seppur consapevole e interessato) di un delitto?

    riguardo all’informazione, nell’ultimo mese ne abbiamo lette e viste di tutti i colori. dall’improvviso scatto di al-arabiya sui 10mila morti e le fosse comuni (fosse normali nel cimitero di tripoli), poi presto rimangiato (riguardarsi anche solo il corriere e repubblica di quei giorni) ai bombardamenti sui civili a tripoli (anche quelli rimangiati). 1-2 settimane fa i nostri media hanno fatto circolare una breve clip in cui si mostrano soldati regolari uccisi. i nostri commentatori hanno detto: ecco, soldati fatti trucidati da gheddafi perché si sono rifiutati di uccidere dei civili. peccato che poi è spuntato un video su youtube, caricato dagli esecutori (tutti gli uomini sono vanitosi, c’è poco da fare): erano miliziani cirenaici, che hanno catturato, irretito, torturato psicologicamente e poi (ma questa parte si può solo presumere) fisicamente i soldati, infine uccidendoli.

    di fatto, prendiamone atto, non sappiamo nulla. se non che sono circolate un bel po’ di bufale. dei nostri media. uno potrebbe affermare che i video ed i giornali russi o altri ancora sono di parte. è naturale che lo sono. ma quali non lo sono? i “nostri” li trovo terrificanti, matrioske di menzogne sempre più maleolenti. la nostra percezione filtra ogni nuova notizia in base a quanto accumulato. il problema è che quanto accumulato è composto da un bel po’ del materiale di cui sopra.

    e così finiamo per usare il verbo “macellare” (sorvolando sull’assurdità di “metà dellapopolazione”), molto più forte di uccidere e che fa scattare certi sommovimenti dell’animo. e se scrivessimo semplicemente “negli scontri a fuoco”? non sarebbe certo la stessa cosa.

    o le 8mila vittime dei titoli di oggi. numero sparato da uno dei capi dei rivoltosi e presa per buona, senza un minimo di riscontro. favoloso. ma allora anche gheddafi può aver ragione, no? fra l’altro, chi ha deciso che chi parla fra i rivoltosi è il loro capo? c’è stata una elezione, una investitura? questo signore prima dice che non vuole l’intervento straniero, poi lo chiede e alla fine, già lo sappiamo, regalerà le risorse del territorio che gli regaleremo. siamo sicuri che il popolo, sempre chiamato in causa, sia d’accordo?

    altro esempio banale: ma avete visto le prime pagine (on line) degli ultimi tre giorni? da un lato belle foto plastiche di caccia francesi in volo o lancio di missili che sembra una festa paesana. accanto, l’immagine di un aereo abbattutto dalla contraerea di gheddafi, col fumo nero e il veicolo che precipita, un’immagine terribile. eppure stiamo parlando dello stesso fatto, compiuto da due forze diverse, e presentato in modo diverso.

    e che dire dei “nostri” aerei che colpiscono carri armati (non persone: carri armati) e di quelli di gheddafi no? sposo completamente quanto detto da gino strada intervistato, a chi gli faceva notare che nelle intenzioni dei “volenterosi occidentali” non ci sarebbe l’assassinio di civili: probabilmente nemmeno gheddafi lo vuole (lo so, fa a pugni con la nostra dottrina..). ad ogni modo, nessuno lo può sapere. ma si dà per scontato che noi siamo i buoni. nonostante la storia abbia sempre, sistematicamente, smentito questo assunto di base.

    gli esempi potrebbero continuare e naturalmente non sono limitati a questa guerra (vi ricordate la pistola fumante di colin powell, vero? e tutte le “nostre” “pistole fumanti” delle epoche passate e presenti..). ma è così che si crea il consenso; e, soprattutto, l’incapacità di pensare criticamente anche da chi solitamente lo fa.

    le proposte per evitare la guerra. ci sono state, sono state prima cassate (quella più che sensata di chavez), quindi accettate da parte della libia ma, a quel punto, rifiutate da francesi e inglesi. che hanno imposto all’onu una no-fly zone senza alcuna previa osservazione sul campo di ispettori preposti. approvata la no-fly zone, sono andati univocamente oltre. decidendo chi ha ragione e chi torto, decidendo di ignorare il processo diplomatico da loro stessi messi in atto, facendo insomma quel cavolo che pare.

    abbiamo, in libia, una guerra civile, come è stato ricordato qui. non un regime contro il popolo, ma una guerra civile.

    le manifestazioni, imponenti, a favore di gheddafi, sono semplicemente ignorate. c’è una regione storicamente avversa, per motivi di ripartizione di soldi. non si può, poi, accomunare (del tutto) quello che sta accadendo lì a quello che è accaduto (e ancora accade, ma i riflettori sono spenti) in egitto e tunisia, per il semplice motivo che lì, detto in modo grezzo e riduttivo, le persone hanno la pancia vuota. la libia, prima di questo nostro intervento, aveva il più alto HDI di tutta l’africa (HDI e a ruota tutti gli indicatori sociali, se non ricordo male). un’oasi (tranne per i migranti), per quell’aera. (per quell’area, dico. o la geopolitica non conta, e vogliamo usare il nostro metro a capocchia e comodo nostro?)

    dunque è ben strana, no? eppure pian piano pare di no. non è complottismo, ma la notizia pubblicata ieri perfino dai nostri quotidiani, di militari e spie inglesi in libia prima della rivolta, meriterebbe maggiore interesse. in realtà è una notizia vecchia, visto che già il daily telegraph ne scrisse un mese fa circa. dunque abbiamo potenze straniere presenti nell’area separatista prima dell’inizio dei disordini.

    se voi foste a capo di un paese, non dico un regime come in effetti è quello di gheddafi, dico anche solo un paese democratico, come reagireste? mettete che i nostri padani vengano riforniti tutto punto di armi, ed abbiano anche supporto logistico ed economico. mettete che creino disordini sempre più diffusi e violenti, che si impossessino dei luoghi pubblici e, alla fine, marcino su roma. voi, se foste a roma, come reagireste?

    l’impressione è che la storia sia molto diversa da quello che ci viene raccontato. e, infine, ritornando a quanto detto poco sopra: che autorità abbiamo, noi, di scegliere una delle due parti in causa? di bombardare, per l’ennesima volta, un paese straniero?

    ci riteniamo superiori, ma questa superiorità ci viene da 500 anni di rapina e sarebbe ora che iniziassimo a riconoscerlo. ma di sicuro né i nostri “capi” né nostri media possono aiutarci in questo.

    saluti

  7. ventopiumoso says:

    scusate è stato postato due volte lo stesso intervento. e con un po’ di errori sintattici. ops!
    ne approfitto per aggiungere che di motivi ce ne sono molti, di ogni genere, i più disparati. ho una vaga sensazione: questa guerra sarà un boomerang, per chi l’ha voluta. la butto così, non so nemmeno spiegare il perché, ma forse è tutta la fretta di sarkozy, l’isteria, lo smascheramento sempre più frequente e rapido delle bufale, i continui voltafaccia della lega araba, i mal di pancia di parecchie altre potenze.
    l’italia, comunque andrà, è tagliata fuori da qualsiasi gioco futuro di qualsiasi tipo.

    • Andrea Di Vita says:

      Per ventopiumoso

      ”questa guerra sarà un boomerang, per chi l’ha voluta. la butto così, non so nemmeno spiegare il perché, ma forse è tutta la fretta di sarkozy, l’isteria, lo smascheramento sempre più frequente e rapido delle bufale, i continui voltafaccia della lega araba, i mal di pancia di parecchie altre potenze.”

      Concordo in pieno. Anche se preparata con molto anticipo, nessuna guerra si dichiara e si scatena così di fretta e furia sena correre notevoli rischi.

      Per rendersene conto è sufficiente guardare ai precedenti. L’unico intervento dall’aria che si sia risolto con un indubbio successo è stato quello ai danni della Serbia. Ma dietro Milosevic c’erano uno Stato e una società civile che consentivano un’alternativa. Mentre lo Stato e la società civile Libici sono talmente evanescenti che il loro capo indiscusso non riveste neanche un incarico ufficiale.

      In Iraq la fine di Saddam ha creato un tale caos che ancor oggi la produzione di petrolio è un cazzesimo di quella prebellica, e comunque c’e’ voluto mezzo milione di soldati per arrivare al punto in cui siamo oggi.

      In Afghanistan il solo appoggio aereo alla Alleanza del Nord si è rivelato ben presto insufficiente, e la spedizione di terra dopo dieci anni non ha ancora riportato una vittoria definitiva sui Talebani nè forse mai lo farà.

      In Somalia e in Libano le ‘missioni internazionali’ hanno avuto esito negativo, aprendo la strada rispettivamente alle Coorti Islamiche e alla Siria.

      Per quanto riguarda invece la situazione attuale in Libia, lo sforzo militare richiesto è notevole (si stima che almeno 200 aerei saranno necessari per la no fly zone 24 ore al giorno). Gli USA hanno già detto di voler che a sostenere la cosa siano innanzitutto gli Europei che hanno preso l’iniziativa, cioè Francesi e Inglesi.

      Ogni estensione futura della missione (leggi: attacco di terra) è un ulteriore aggravio, che a sua volta indebolisce gli sforzi di tali Paesi in Afghanistan.

      Lo sforzo economico non è piccolo: per risparmiare già oggi Francia e Inghilterra mettono in coune parte della ricerca sul nucleare militare, figuriamoci cosa succederebbe in questa odierna riedizione della crisi di Suez del ’56.

      La cupidigia Inglese per il metano Libico è cosa nota. Il presidente sarkozy, già in grave difficoltà nei sondaggi per le elezioni amministrative, non sembra vedere invece migliorare il proprio gradimento da parte dell’elettorato. E’ anche possibile che nella sua proposta di attaccare gheddafi abbia giocato il timore di una débacle nelle esportazioni Francesi nel nucleare civile dopo l’incidente di Fukushima, timore denunciato in una sua intervista di qualche giorno fa.

      ”l’italia, comunque andrà, è tagliata fuori da qualsiasi gioco futuro di qualsiasi tipo.”

      Sul breve termine probabilmente hai ragione, perchè troppo fresca è l’immagine del berlusca che fa il baciamano a gheddafi.

      Sul medio-lungo termine, invece, non è detto che tu abbia ragione.

      Penso questo per tre motivi:
      1) gheddafi porebbe restare inopinatamente in sella e costringere tutti a trattare da capo riazzerando i giochi
      2) a fronte di un peggioramento delle condizioni di vita dei Libici tutto l’entusiasmo francòfilo dei ribelli di Bengasi è suscettibile di svaporare come neve al sole
      3) gli Italiani sono per ragioni geografiche in prima fila nell’accogliere i profughi. Hanno quindi una carta in più in eventuli future trattative coi futuri governanti della Libia o di quello che ne prenderà il posto.

      In generale, chi comincia una guerra non è libero di scegliere quando la guerra finisce. Secondo me, quindi, ogni ritardo nella conclusione di questa disavventura gioca a nostro favore e a sfavore di Parigi e Londra.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

      • ventopiumoso says:

        e chi lo sa! :)
        le cose di questi tempi variano così repentinamente che fare previsioni è quasi puro azzardo.. però diciamo che l’italia è sempre stata capace di farsi contare meno di niente (a parte craxi durante la crisi di sigonella e lo smarcamento di mattei, a occhio).
        salut

  8. Giuseppe says:

    Però scrivi:
    “Quando le condizioni cambiano in modo molto significativo, il trattato può non essere più vincolante. […]”
    Eccetera. Cioè, nella decisione di un immenso apparato internazionale di attaccare un piccolo regime mediorientale […] citi solo questioni interne a quello stato mediorientale, che in sé non riguardano i decision maker.” [grassetti miei]

    Il problema è nel tuo “cioè”. Di fatto “ciò” non “è”, la conseguenza argomentativa (o ideologica) che ti sembra di poter trarre non sussiste.

    Nel tuo post scrivevi:

    “In particolare, il nostro paese è vincolato al governo della Libia da un “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista” firmato “dall’onorevole Presidente del Consiglio dei ministri Silvio Berlusconi e dal leader della Rivoluzione, Muammar El Gheddafi”.”
    E aggiungevi alcune considerazioni sulla presunta vocazione traditrice delle classi dirigenti italiane (richiamando fatti di circa un secolo fa).

    Ora, io non provo alcuna simpatia per le classi dirigenti italiane.
    Ma provo allo stesso tempo un forte fastidio per la retorica, magari pure legalista.

    Quello che i due personaggi dai titoli altisonanti (titoli che bizzarramente riporti) hanno firmato lo vedo per quello che è: un accordo temporaneo per organizzare le relazioni tra due organismi statuali, valido solo finché le condizioni storiche (o politiche, o di costume- o i rapporti di forza) non creano le condizioni del loro superamento.
    Come riconosci anche tu, i politicanti italiani sembrano aver preso atto (peraltro dopo lungo, opportunistico temporeggiamento, e a malavoglia) che non era più possibile (di fronte alle opinioni pubbliche arabe, di fronte agli interessi economici “nazionali” etc., insomma per una o più delle ragioni che ipotizzi tu) considerare valide le condizioni di quel trattato.
    E solo a questo nesso locale (di accordo bilaterale tra i politicanti italiani e quelli libici) faceva riferimento la mia osservazione.
    Se la rileggi attentamente, ti accorgerai che non c’è alcun cenno alla “decisione di un immenso apparato internazionale di attaccare un piccolo regime mediorientale”.
    Tu menzionavi un trattato particolare, e la perplessità che ho espresso nasceva solo rispetto alle tua affermazioni circa quel trattato.

    Credo tuttavia che il nostro disaccordo politico-filosofico (più filosofico che politico, probabilmente) emerga con maggior chiarezza se consideriamo la frase seguente:

    “Gheddafi, per quanto ci abbia provato in maniera caricaturale e in anni ormai lontani, non è certo un decision maker.”

    Di fatto, decision maker è chi ha potere di prendere decisioni che riguardano molte persone. In questo senso i governanti, i militari e gli affaristi rhodesiani erano decision maker esattamente come lo sono i loro successori zimbabweani. E lo stesso vale per i loro omologhi cinesi, israeliani, messicani, yemeniti, afghani, pakistani o libici.

    Nella tua prospettiva – che a mio avviso è fortemente segnata dai vizi intrinseci dell’orientalismo, ma se ne potrebbe discutere (anche perché sono convinto che l’orientalismo non sia solo un coacervo di vizi, ma offra prospettive importanti di comprensione) – decision maker sembra siano invece solo dei signori in giacca e cravatta,e che possiedono un passaporto statunitense, inglese o francese.
    Nalla mia prospettiva il presidente yemenita, l’ex-presidente egiziano, i governanti israeliani o il leader libico sono decision maker tanto quanto signori di quel genere: ognuno prende – e applica – le proprie decisioni (o non decisioni, il che è spesso altrettanto importante) su gruppi consistenti di altre persone: e, si può dire con crudezza, citandoti, “se a loro conviene che tu crepi, creperai” (come stanno mostrando con grande eloquenza i decision maker libici da circa un mese, e come lo mostrano in queste ore i decision maker yemeniti, francesi, siriani o statunitensi).

  9. Etienne says:

    Gentile sig. Martinez,
    pubblico qualche rifflesione inerente l’opinione pubblica e i tentativi da parte dei principali gruppi editoriali di orientarla.
    Vivendo in Germania ho avuto la possibilità di constatare una prospettiva aggiuntiva rispetto a quell italiana. Specie nei giorni in cui sono iniziate le rivolte in alcune regini della Libia, una certa tendenza da parte dei media ad accomunare sotto le categorie di lotte per la democrazia ed i diritti umani, battaglie di cui, in realtà si apeva ben poco. Questa è forse una tendenza di buona parte del mondo occidentale, leggere attraverso le roprie categorie fonomeni solo parzialmente affini. Ma non è questo il punto. Alcuni partiti politici tedeschi, in particolare Spd Cdu e Fdp (questi ultimi due partiti governativi a Berlino) auspicavano nei primi giorni delle rivolte una presa di posizione europea. Alcuni media tedeschi sottolineavano con forza l’occasione per l’Unione Europea di assumere una fisionomia politica, di parlare a una voce sola e di rapportarsi in un certo modo nei confronti degli stati a sud del Mediterraneo: assecondare alcune istanze e accantonarne altre, puntellare a livello comunitario le strategie di politica energetica e di esportazione/importanzione a tutti i livelli da questi paesi (nell’aspra critica tedesca a italiani e francesi ciò significa: non fare affari con BenAli e Gheddafi senza consenso delle istituzioni europee, regolare l’esportazione di armamenti ecc ecc). Westerwelle è stato non a caso tra i primi ministri degli esteri a volare al Cairo dopo la caduta di Moubarak. Viene da sé che la sottolineatura tedesca di una forte politica europea ha un unico presupposto: la guida tedesca. Lo stesso presupposto che si è imposto, stavolta sì, nella determinazione di severi criteri di stabilità in fatto di politiche monetarie e riduzione del debito (le banche tedesche emettono titoliper Atene, ma Atene ha tot anni di tempo per adeguarsi a determinati criteri). L’impossibilità di prendere una forte posizione comune europea a causa della riluttanza di alcuni stati a cedere elementi della propria sovranità (Italia su tutti in questo caso) è stata fortemente stigmatizzata dai media tedeschi. Su radio e tv di stato sono stati trasmessi reportage sui rapporti italo-libici e sulle poco limpide relazioni di Parigi con pressoché tutti i governi di paesi ex coloniali nell’Africa centrale. Un caso? E’ arrivata poi la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu con il noto atteggiamento della Germania. Molti media qui hanno posto l’accento sul fatto che “effettivamente non sappiamo chi siano questi capi tribali che guidano la rivolta né chi li abbia armati”. Spd e Fdp sono i maggiori esponenti di questa linea (basti ascoltar Schultz e Westerwelle). Più titubante la Cdu. Per quello che mi è dato di sperimentare l’opinione pubblica tedesca auspica la caduta di Gheddafi ma è diffusamente contraria a un intervento militare.
    Passiamo all’Italia: non ho strumenti per valutare la posizione dell’opinione pubblica ma per quel poco che mi è dato di percepire attraverso internet e relazioni con conoscenti vari, prevale anche lì un atteggiamento moderato, talvolta scettico. Ciò si scontra con una posizione largamente favorevole all’intervento dei principali gruppi editoriali. Mi colpisce particolarmente la posizione di La Repubblica che ha messo in campo i migliori editorialisti per sostenere, in fondo, la leicità dell’intevento. Intervento di cui non vengono assolutamente dennciate le palesi ambiguità (solo Libero e LaPadania l’hanno fatto, probabilmente per venire incontro a quella parte dell’elettorato di destra che, pur infischiandosene di stragi e assetti internazionali, dice egoisticamente “ma chi ce lo fa fare?”. Il Giornale di allusti mi sembra più vicino alla posizione del governo. Evidente che i media di Berlusconi tengano i piedi in due staffe). Sono perfettamente in grado di capire l’atteggiamento dei politici e dei principali media tedeschi: è uno scetticismo da “vorrei ma non posso” (vorrei che fosse un’UE a guida tedesca a occuparsi di certe cose, e visto che non è possibile arrangiatevi). Non colgo bene però le ragioni del gruppo editoriale l’Espresso e della parte della sinistra italiana da esso rappresentata. Sono solo ragioni di politica interna? (colpire Berlusconi rinfacciandogli l’amicizia con il colonnello?) Possibile che il PD, la cui linea politica è fortemente orientata dai media di DeBenedetti (qualche settimana fa Scalfari auspicava, quasi ordinandolo, che le opposizioni proponessero una tassa sui redditi) abbia perso completamente quella prospettiva europeista, in parte emersa con Romano Prodi anche all’epoca dell’intervento in Libano, una prospettiva che si staccava da una completa subaltenità all’Alleanza atlantica e agli Usa in vista di un futuro rafforzamento del potere decisionale di Bruxell? Possibile che sia passata completamente la linea “atlantica” di D’Alema (già nota all’epoca dell’Engagement italiano in Kosovo)?
    Gradirei un parere.
    Saluti cordiali

  10. roberto says:

    Mica avevo visto che avevo avuto l’onore di un post!
    incollo qui un post che avevo scritto sotto

    “non so perché sia te che bruna avete pensato che io fossi d’accordo con i bombardamenti in libia, mentre mi limitavo a chiedere se a parere dei lettori del blog i macellai vanno fermati.

    l’impersonale fa parte della domanda. qualcuno deve fare qualcosa (nell’attesa della morte naturale del starapo di turno beninteso)?

    credo che sia legittimo proporre altre alternative ai bombardamenti:
    “nessuno deve far nulla, è un problema dei libici”
    “soprattutto “l’occidente” non deve fare nulla è un problema del nordafrica/medioriente”
    “no, l’italia non deve fare nulla che non c’ha manco gli occhi per piangere”

    (giurin giurello il mio post non è per nulla ironico, vorrei solo capire qauali sono le posizioni in campo)”

  11. roberto says:

    “Ora, è un dato di fatto che i decision maker del mondo hanno deciso di attaccare la Libia; e anche di non concedere alla Libia la possibilità di cavarsela senza una guerra, usando il semplice trucco che abbiamo descritto nel nostro post”

    pero’ la “politica” dei decision makers è quanto mai effimera, bastava che gheddafi seguisse l’esempio dei suoi colleghi tunisino ed egiziano per evitarsi i bombardamenti!

    (questo per dire che la realtà è molto più complicata di come la descrivi, ci sono certo decision makers, ma ci sono anche politici che vogliono essere rieletti, folle che si commuovono a vedere cadaveri bruciacchiati, gente come me che è incavolata che gli chiudono l’aereoporto di trapani proprio mentre stava per andarsene in vacanza, altri che girano la testa perché non sanno che mangiare stasera…)

  12. Per Roberto

    Sai, a volte restiamo colpiti da qualcosa che sentiamo e che non era esattamente nelle intenzioni dell’autore. In questo caso, non volevo tanto rispondere a te, che so bene che hai posizioni abbastanza aperte, quanto a una costruzione verbale che mi è capitata abbastanza spesso di sentire.

  13. Per Roberto

    ti ho scritto adesso in privato, su un tema molto diverso… e mi arriva una risposta assai sospetta di questi tempi – un’automatica en mission :-)

  14. Peucezio says:

    Etienne,
    la spiegazione dell’atteggiamento del gruppo di De Benedetti è abbastanza facile: sono portatori di interessi anti-italiani. Per meglio dire: di interessi legati a gruppi di potere finanziario internazionale che divergono di fatto da quelli dell’Italia e per i quali il sistema economico italiano può essere tutt’al più una vacca da mungere, una ricchezza da sfruttare.

    • ventopiumoso says:

      in effetti e’ quello di cui molti non si rendono conto, leggendo repubblica

    • Ritvan says:

      Peucezio, cosa sono questi eufemismi e contorti giri di parole, cribbio! Perché non dici chiaro e tondo che De Benedetti, essendo un perfido:-) giudeo, fa naturalmente parte del Grande Komplotto Demo-Pluto-Pippo-Paperino-Topolino-Masson-Giudaico:-) ai danni dell’Imp…pardon:-) della Grande Nazione Italiana?!

      • Francesco says:

        no no

        De Benedettì è un esponente della corrente di italiani lecca culo dei francesi, ne abbiamo a bizzeffe nella nostra storia

        in parte pure per colpa nostra

        a volte si associano interessi economici inglesi, ma questa corrente ha una sua specificità “culturale e storica”

        sò più stronzi

        saluti

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