Lo Stato Nazione come spettacolo postumo

L’altro giorno, tremila “fascisti del Terzo Millennio” di Casa Pound hanno sventolato il tricolore  per le strade di Bozen/Bolzano, in difesa di un antiestetico monumento in stile Novecento – mussoliniano? staliniano? bengurioniano? – che segna la sudditanza dei sudtirolesi a Roma. Al suono assordante di musica rock, i giovani intrusi hanno deposto un notevole numero di rose davanti a un oggetto  dedicato a Giuseppe Mazzini.

Vicino a casa mia, invece, c’è un palazzo che, per varie vicissitudini, appartiene quasi tutto a una famiglia allargata di intellettuali democratici, laici e progressisti. E da ogni finestra sventola una bandiera tricolore.

All’edicola, sotto il palazzo, una locandina di uno dei servili micro-quotidiani berlusconiani locali annuncia orgogliosa la Notte Tricolore, una fusione di alpini, crocerossini e oratori liberal che culminerà con un

“meraviglioso spettacolo pirotecnico tricolore. Dopo il corteo storico, per placare la fame spaghettata per tutti presso la sede del Dopolavoro Ferroviario.”

A Roma, la Lista Alemanno regala una bandiera tricolore raccoglismog a chiunque voglia esibirla alla finestra di casa.

Infine, i teledipendenti ci informano che durante il rito più sacro della cultura nazionale, il festival di Sanremo, Roberto Benigni abbia fatto irruzione su di un cavallo bianco, agitando un tricolore. Ignazio La Russa e Nichi Vendola hanno dichiarato il loro entusiasmo per la scenetta. Non conosciamo il parere degli addetti che hanno dovuto ripulire il palco dallo sterco, ma possiamo presumere che fossero extracomunitari e quindi non contano.

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Questa caricaturale brodaglia la possiamo capire, solo se ci rendiamo conto di un principio semplice.

Lo Stato Nazione è la sanità pubblica, costruita sui cadaveri e garantita dalla menzogna.

Quando muore lo Stato Nazione, si denunciano i cadaveri, cade il velo della menzogna e finisce la sanità pubblica.

Nel momento dell’agonia, alcuni si attaccano alla difesa ad oltranza della menzogna, mentre la maggioranza osserva indifferente.

Ora, la sanità pubblica è una cosa buona. I cadaveri e la menzogna sono cose cattive. Eppure sono inestricabilmente legate tra di loro. Quindi chi tifa per la sanità pubblica è costretto in qualche modo a rimuovere o a difendere il male; chi condanna il male è in qualche modo complice della distruzione di un bene molto concreto.

Per “sanità pubblica” intendiamo, telegraficamente, un complesso di cose positive che rispecchia i vecchi eserciti di massa.

In cui tante persone, anonime e intercambiabili, venivano tutte nutrite, tutte vestite, tutte usate; ma si pensava anche ai futuri combattenti, ancora inutili, ma da formare; e si prendeva in qualche modo cura dei feriti, degli irrimediabilmente mutilati e dei morti. Lo Stato Nazione, quindi, pensa a lungo termine, e per farlo, si dota di innumerevoli istituzioni anonime che hanno vita propria.

L’esercito di massa, lo Stato Nazione – con scuola di massa, ospedale di massa, trasporti e comunicazioni di massa, pensioni di massa – erano però stretti parenti della fabbrica di massa e del relativo sistema economico.

Ogni Stato Nazione costituiva un sistema economico relativamente chiuso. Relativamente, perché doveva pur pescare le proprie risorse da qualche parte; e quindi lo Stato Nazione o era un impero o cercava di diventarlo.

Uno Stato Nazione, in condizioni normali, tendeva a cooptare il massimo numero di cittadini e a smussare i conflitti interni: ecco perché lo Stato Nazione era tendenzialmente democratico, nel senso che legalizzava e istituzionalizzava i conflitti di ogni sorta.

Ma le “condizioni normali” richiedevano un costante aumento del benessere per i cittadini – il mitico “progresso“; e quindi il saccheggio di risorse dalla natura e dal resto del mondo. Ecco perché, esattamente al contrario di quanto sostengono i neocon, sono state le democrazie e non le dittature a fare la maggior parte delle guerre della storia moderna. Basti pensare alla Francia e all’Inghilterra.[1]

In un momento di grave crisi, lo Stato Nazione, che in fondo è un’istituzione paramilitare, può passare al modello del comando unico. Ecco che abbiamo varie forme di dittatura; che però non durano mai a lungo. Ma lo Stato Nazione rimaneva sempre quello: c’era una chiara continuità, ad esempio, dal risorgimento al fascismo, ma anche dal fascismo alla repubblica. Una continuità che non stava solo nella bandiera o nelle svolte degli opportunisti, ma in un intero modo di affrontare la questione di ciò che oggi si chiama “identità nazionale”.

La continuità si basa su un mito: la Nazione, costruita dal caso politico, diventa un “destino” che proviene da lontane radici, unisce un popolo e si proietta in un futuro sempre migliore. E su questo erano e sono d’accordo Cavour, Mussolini e Napolitano; il popolo reale, molto di meno. Certo, le persone nate in questo paese, da Trento a Trapani, condividono alcune cose, anche se non in misura eccezionale. Insistendo molto su quelle cose, si può anche dire che gli italiani siano un “popolo”; ma perché mai un “popolo” deve diventare uno “Stato Nazione”?

Il problema se lo poneva già Giosuè Carducci:

“A questa nazione, giovine di ieri e vecchia di trenta secoli, manca del tutto l’idealità; la religione cioè delle tradizioni patrie e la serena e non timida coscienza della missione propria nella storia e nella civiltà, religione e coscienza che solo affidano un popolo all’avvenire”.

Alla realtà mancante, ogni Stato Nazione deve quindi supplire con i cadaveri e la menzogna.

Molti di voi conoscerete il libro di Pino Aprile, Terroni, quindici ristampe nel giro di un anno. Che svela una parte dell’atroce violenza con cui l’Italia è stata costruita. Scrive l’autore:

“io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. ma tante volte, per anni.

E cancellarono per sempre molti paesi, in operazioni “anti-terrorismo”, come i marines in Iraq.

Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico.

[...]

Non volevo credere che i primi campi di concentramento e sterminio in Europa li istituirono gli italiani del Nord, per tormentare e farvi morire gli italiani del Sud, a migliaia, forse decine di migliaia (non si sa, perché li squagliavano nella calce), come nell’Unione Sovietica di Stalin”.

Così fu costruita l’Italia; e così la Turchia, così la Francia, così il Messico.

C’è chi si indigna perché si svela questa radicale verità. Io credo che sia un grandissimo bene. Che si sappia con quanto sangue siano impastate le storie che raccontano. Che si sappia cosa hanno fatto, per “costruire l’Italia”, anche agli sloveni, ai sudtirolesi, agli etiopi…

5marzo
La menzogna dello Stato Nazione non consiste solo nella rimozione dei cadaveri.

La menzogna è resa indispensabile dalla contraddizione di fondo di tutti gli Stati Nazione. Ogni Stato Nazione funzionava allo stesso modo – più o meno gli stessi ministeri, gli stessi programmi scolastici, gli stessi modi di organizzare l’esercito. Ma fingeva di essere radicalmente diverso dal proprio vicino, facendo il pignolo sulla lingua o parlando di eroi del passato morti perché anche il paese in cui erano nati avesse il filo spinato ai confini, dello stesso tipo del paese accanto.

Il culmine di questa menzogna erano ovviamente le bandiere nazionali, tutte diverse, ma tutte della stessa identica misura.

Ma non è vero che “non si sapeva”. Non si voleva sapere. Quando ero ragazzo, raccoglievo piccole pubblicazioni di eccentrici solitari, di destra e di sinistra, che denunciavano la barbarie italiana al Sud; o trovavo qualche anziano che nel Sudtirolo mi raccontasse ciò che aveva subito per mano italiana.

Ciò che è cambiato è che lo Stato Nazione è moribondo, e quindi non è più in grado di imporre la propria menzogna.

Ma non mettiamo il carro davanti ai buoi. Se lo Stato Nazione è in agonia non è per opera di “revisionisti” come Pino Aprile; non è per opera di utopisti anarchici; non è nemmeno per le battute di qualche assessore leghista.

Con le armi, con le tasse e con la programmazione politica, lo Stato Nazione ha costruito il capitalismo nel mondo. La Mano Invisibile non avrebbe potuto controllare il pianeta, senza gli eserciti, gli esattori fiscali e le scuole.

Ma la stessa Mano Invisibile oggi sta spazzando via lo Stato Nazione.[2] Il capitalismo globale non è certo una novità; però negli ultimi decenni, è diventato insieme sistema unico di governo reale e ideologia totalizzante.

Certo, rimangono simulacri, con molti poliziotti per l’ordine pubblico, ma il resto è in via di liquidazione: a pochi chilometri da dove i giovani di Casa Pound manifestavano per un simbolo particolarmente brutto, il Brennero per cui lo Stato Nazione ha fatto morire 600.000 dei propri cittadini non è più custodito da un solo doganiere. L’esercito italiano riceve i suoi ordini da funzionari a Bruxelles, la scuola viene smantellata e venduta e il potere dei politici si misura ormai solo nel numero di prostitute che riescono a comprarsi.

E’ un bene o un male? Il punto importante è che non è possibile esercitare alcuna forma di democrazia in un sistema più grande dello Stato Nazione. E quindi il controllo delle cose viene diviso, nei fatti, tra due realtà.

I fenomeni globali vengono governati dai consigli di amministrazione delle grandi aziende totalitarie, assieme ai loro funzionari nelle istituzioni internazionali.

I fenomeni locali vengono presi in mano, in gran parte, da realtà piccole ed evanescenti. Visto con occhio partigiano, c’è una bella differenza tra un comitato di quartiere che organizza corsi di alfabetizzazione per immigrati, e una ronda leghista; ma in una prospettiva storica, sono entrambi la stessa cosa – il vano tentativo di affrontare fenomeni globali sul piano locale. E uno può facilmente trasformarsi nell’altro: in Italia esistono ormai migliaia di iniziative locali che solo un teologo potrebbe classificare come di “destra” o di “sinistra”.

Crolla la menzogna unica e si apre la strada alla verità, o a molte verità, o alla semplice fantasia. Ma crollano anche la sanità, la scuola e ogni forma di coesione sociale.

La situazione diventa insostenibile, eppure senza alcuna apparente alternativa.

L’immensità della catastrofe si sovrappone alle solite beghe italiche.

Marcello Veneziani,  in un commento decisamente discutibile, coglie però un aspetto interessante:

“Per decenni abbiamo visto bandiere rosse al posto di tricolori, abbiamo sentito insulti e visto sputacchiare tutto ciò che evocasse l’amor patrio, abbiamo sentito ripeterci che siamo cittadini del mondo, e ora ve la prendete con i leghisti se gli italiani sono apatici e snazionalizzati?

Ma non sono leghisti i “prof” che insegnano a denigrare il proprio Paese, a rimuovere bandiere, eventi e simboli della tradizione italiana, e disprezzano il suo premier, definendolo arcitaliano… Non è leghista la cultura neoilluminista che secerne ancora veleni su tutto ciò che è nazionale,  bollandolo come provinciale, controriformista, oscurantista, antimoderno.

Lasciate stare l’amor patrio, ve ne siete sempre fregati e ora volete tirarlo fuori per attaccare il governo in carica.”

E’ difficile trovare l’aggettivo giusto per definire l’intelligenza di qualcuno che crede che la crisi dello Stato Nazione sia colpa degli insegnanti sessantottini, e non di un governo/impresa che manda truppe in Afghanistan sotto comando USA, favorisce chi delocalizza e ci regala il Grande Fratello come forma suprema di cultura.[3] La scuola pubblica, non Mediaset, “è” lo Stato Nazione; e lo Stato Nazione è il prodotto più concreto dell’illuminismo con cui Veneziani se la prende.

Lasciamo poi perdere l’”amor patrio” che consiste semplicemente nel rimuovere il fatto che questo paese, dal giorno della sua fondazione, ha condotto esclusivamente guerre di aggressione, peraltro con scarsi risultati (Viva Menelik!).

Ma Veneziani coglie bene la natura reattiva e infantile della sinistra italiana: siccome i leghisti, che non contano nulla, per fare scena parlano male del Tricolore (mentre partecipano in pieno al regime romano), allora bisogna fare controspettacolo tirando fuori la bandierina. Assieme a Casa Pound e la Lista Alemanno.

Note:

[1] Gli Stati Uniti non si sono mai immaginati come Stato-Nazione, e costituiscono un sistema a parte.

[2] Semplifico radicalmente. Non intendo affatto aderire alla tesi di Toni Negri sulle meraviglie del mondo globalizzato; le disuguaglianze ci sono più che mai, e una parte di queste disuguaglianze è regolamentata dalle frontiere. Che però non hanno più nulla a che vedere con i “sacri confini della Patria”.

[3] E qui finisce, per me, la disputa, se “Berlusconi è fascista”. Certo che sfrutta alcuni meccanismi della psiche italica, come faceva Mussolini; ma Berlusconi non può essere fascista, perché questo missionario dello smantellamento dello Stato è l’esatto contrario di un sostenitore dell’autarchia e della mobilitazione nazionale.

E l’autarchia e la mobilitazione nazionale sono l‘essenza concreta del fascismo.

bandiera-italica

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135 Responses to Lo Stato Nazione come spettacolo postumo

  1. Rock & Troll says:

    I leghisti adesso non contano nulla?
    Ma se è la Lega a tenere attaccata la spina al governo.
    E la legge Bossi-Fini, chi l’ha scritta?
    E il ministro degli interni, di che partito è?
    E quanti voti prende la Lega, contando il solo Nord?

    Mi sono forse perso qualcosa?

  2. Per Rock & Troll

    In termini di politica elettorale, hai ragione. Dietro questa forze elettorale, ricavata in massima parte nei paesini, non c’è però alcun potere: nessuna azienda che conti, nessuna banca, nessun interesse internazionale, nessuna istituzione statale.

    Tanto che citi la “Bossi-Fini”, cioè la legge che in Italia ha legalizzato più immigrati di qualunque altra, perché alla fine la Lega, tra gli interessi dei contadini della Val Brembana e quella degli imprenditori, ha scelto gli imprenditori.

    E’ proprio per la mancanza di potere reale che ogni giorno i leghisti devono riconquistare il consenso urlando qualcosa di rumoroso ai microfoni.

    Per quanto riguarda il motivo per cui c’è Maroni al Ministero degli Interni – un vero posto di potere – non saprei. Storicamente, era un ministero riservato a politici molto potenti personalmente, con forti legami internazionali e legati ai giri polizieschi, dei servizi e affini.

    Non credo che Maroni abbia alcuna di queste qualità; però il dubbio rimane – è un punto forte nella tua critica.

    • Daouda says:

      Miguel la Lega Nord è il partito che garantisce più di tutti l’unità nazionale, non ci prendiamo per il culo.

      • Moi says:

        Nel senso che trova capri espiatorii “che uniscono” i cittadini d’ Italia votanti ?

        … Ottima osservazione, nel caso.

  3. mirkhond says:

    Diciamo che la crisi dello stato nazione sette-novecentesco è speculare all’emergere di un’ancora confusa, ma ormai presente globalizzazione economico-culturale.
    Globalizzazione cui è speculare anche il riemergere di sentimenti localistici collegati alle memorie di soggetti statali pre stati nazionali moderni.
    Più grande è lo spazio globalizzato, maggiore è la reazione antiglobalista, almeno idealmente….
    Del resto vi sono siti in cui si afferma che l’immigrazione di massa verso di noi, è parte del solito maxicomplotto, finalizzato a dissolvere popoli, identità e religioni in un magma di sradicati omologati, e quindi più dominabili perchè privi degli argini culturali di difesa. Difesa contro la sinarchia giudaica di pippo-pluto-paperino ecc.
    Insomma un’immensa arena di burattini inconsapevoli nelle mani dei Soliti (pseudo)Ignoti…..
    In quest’epoca confusa, è normale che si cerchi di reagire alle spinte globalizzatrici esterne e a quelle centrifughe interne, col recupero, almeno di immagine, del vecchio soggetto risorgimentale. Da qui il recupero del 4 novembre e del 17 marzo, che il 25 aprile ormai se lo filano in pochi, con la crisi dell’ideale partigiano ad esso connesso.

  4. mirkhond says:

    Per soggetti statali preunitari a cui ricollegarsi, NON possiamo naturalmente, includervi l’idea di Padania, concetto attuale e artificiale, fondantesi sulle realtà settentrionali preunitarie, realtà che PRIMA del 1859-66 ( e l’aggiunta delle regioni strappate al dissolto impero austroungarico nel 1918), non furono MAI unite sotto un UNICO soggetto, centralistico o federale che fosse.
    Il regno longobardo-carolingio ad esempio, non incluse mai Venezia, provincia romano-bizantina messasi in proprio, e così le successive leghe lombarde del XII-XIII secolo, leghe di comuni e feudi, sviluppatesi nel soggetto longobardo-carolingio e spesso in aspra lotta TRA DI LORO.
    Così come le successive signorie, e infine la dominazione asburgica. Nemmeno il Regno Italico creato da Napoleone nel 1805-1814, e la cui bandiera era l’attuale tricolore, includeva TUTTO il Nord, col Piemonte e Liguria annessi direttamente alla Francia e ripartiti in dipartimenti.
    Un’identità quella padana leghista quindi, che pur richiamandosi agli svariati soggetti settentrionali preunitari, è sostanzialmente un’identità MODERNA, esattamente come lo fu quella risorgimentale, e di questo ne era perfettamente consapevole il suo primo ideologo, Gianfranco Miglio.
    Il quale, durante una trasmissione televisiva, più di una quindicina d’anni fa, a che gli faceva rilevare proprio l’artificiosità e la MODERNITA’ del soggetto statale padano da costruirsi, il celebre professore rispose rilevando il carattere spesso ARBITRARIO e ARTIFICIALE che ha portato alla nascita delle attuali nazioni.
    Se l’Italia è nata in base a queste premesse, allora anche la nascita della Padania poteva seguire lo stesso percorso, per poi finire col radicarsi nell’animo dei suoi cittadini e diventare infine un sentimento di appartenenza e una tradizione.

    • Andrea Di Vita says:

      Per mirkhond e Martinez

      Concordo sul fatto che lo Stato Nazione Italiano (così come qualunque altro) è una costruzione artificiale. Non c’e’ bisogno di un Dio Tricolore che ponga i sacri confini sul Brennero.

      Concordo anche sul fatto che come molte costruzioni artificiali esso si sia fondato su piramidi di sangue. La storia umana è un lungo macello.

      Concordo inevitabilmente sul fatto che ogni identità, come dice Amartya Sen, è inevitabilmente plurale Ragion per cui si puo’ e si deve essere al contempo che so Italiani e Genovesi e Genoani e Vegetariani e Europei. Dato che l’unica razza è quella umana, tutte le altre distinzioni sono artificiali.

      Detto questo, Martinez ha sottolineato l’aspetto fondante dello Stato Nazione, aspetto che di per sè non perde peso in una prospettiva Europea. Questo aspetto è la ‘sanità pubblica’, intendendo con questa espressione tutto cio’ che è sottratto alle grinfie del privato egoismo come la scuola pubblica, e fino a pochi anni fa l’energia pubblica, ecc.

      Da solo, il riconoscimento esplicito

      a) del fatto che esiste la possibilità di individuare razionalmente per spinte siccessive un interesse comune che va al di là delle convinzioni dei singoli e
      b) che questa possibilità è la condizione stessa perchè si possa sviluppare l’essere umano

      giustifica le parole dell’inno di Mameli: ‘noi siamo da secoli / calpesti e derisi / perchè non siam popolo / perchè siam divisi’.

      Purchè per ‘calpesti e divisi’ non si intenda solo da parte dello straniero (che l’idea della propria comunità ce l’ha eccome) ma da noi stessi.

      Non la fedeltà a un papa, a un duce a un re, non il clientelismo verso il signorotto del bunga bunga di turno, ma la condivisione di alcune regole, la presenza di una unica Costituzione, l’idea che non tutto sia appaltabile è il cemento dello Stato.

      Certo, siamo ancora lontani da una concreta condivisione di tutto questo nella vita quotidiana. Del resto, l’Italia unita ha appena centocinquant’anni.

      (Forse persino la logorrea legaiola un merito ce l’ha: quello di risvegliare per reazione una riflessione sopntanea che da sole le celebrazioni ufficiali con la loro retorica avrebbero cloroformizzato)

      Ma lasciatemelo dire dal profondo del cuore:

      VIVA L’ITALIA!

      Ciao!

      Andrea Di Vita

      • Z. says:

        ADV,

        io non so di che Italia stai parlando. A me pare che non ci sia nessuna forma di condivisione di tutto questo nella realtà italiana.

        E poi c’è la retorica che tanto appassiona, com’è giusto che sia, il Presidente della Repubblica.

        Z.

    • PinoMamet says:

      Concordo sulla sostanziale falsità della Padania
      (beh, ci vuole poco, è evidente ;) )
      a parte che forse, dai e dai, si arriverà anche a creare un sentimento padanao, e chissà che qualcuno sulle Prealpi non ce l’abbia già…

      in ogni caso, mi viene da chiedermi: se già l’Italia tutta intera non sa resistere alle logiche che spingono alla sua disintegrazione, come faranno a farcela i suoi “pezzetti”?
      Alla fine, sia i leghisti che i neoborbonici non fanno che rifiutare il sentimento nazionale italiano per sostituirlo con un altro, più locale: ma alla fine, cosa cambia?
      Non sarà certo l’ora di napoletano o di milanese nelle scuole pubbliche a cambiare la situazione…

      • Daouda says:

        Logico ma improbabile per via delle questioni geo-politiche che sovrastano queste cose

      • Francesco says:

        1) confermo, il sentirsi padani esiste, anche se la classe politica locale fa di tutto per distruggerlo – nessuno ama far parte di una comunità il cui simbolo è uno stronzo

        2) la Padania diventa vera nella misura in cui lo si vuole e ci si crede (mica è come l’onestà dell’Inter)

        3) i “pezzetti” di Italia hanno una omogeneità interna che rende possibile la loro vitalità, al contrario del tutto

        4) i dialetti non c’entrano

        ciao

        • PinoMamet says:

          “confermo, il sentirsi padani esiste”

          ??
          Forse da voi. Qua non ne ho mai visto traccia.
          Mi sembra un punto da tenere in considerazione, quando e se si vorranno tracciare i confini della Padania.

    • Daouda says:

      Semplicemente persiste il degrado dell’umanità che non ha alcuna complottomania dietro.
      E’ del tutto naturale che si cerchi di far sparire i popoli in coscienza ed identità, fu del tutto naturale l’avvento della democrazia.
      Chi ha potuto ha combattuto ed ha perso. Amen.

      Il maxi gomblotto, che non esiste, è semmai l’attuazione del piano di sovversione poiché ovviamente per realizzarsi tale realtà odierna DEVE pressuporre un impronta, dacché è illogico ed impossibile che si possa giungere a tanto senza una direzione degli eventi.
      Ed è qui che si supera il piano fisico per giungere a quello delle “forze dell’aria” che sfruttando il processo degenerativo hanno determinato la sovversione.
      Anche in questo caso è del tutto naturale e di conseguenza non vi è nulla di arcano.
      E’ ovvio che poi la massa legga come sinistro quel che non riesce a comprendere e da un certo punto di vista ciò è anche la sua salvezza , degli anticorpi insisti nella sua grossolanità e nel suo buon senso innato, fin quando non si è deviata del tutto come oggi è…

      p.s. sono provocatorio : i veneti sono ROMA!

      p.s. ad essere rigorosi anche il salento, la calabria e la sicilia non potevano dirsi napolitania.

  5. mirkhond says:

    errata corrige :
    a chi gli faceva rilevare

  6. mirkhond says:

    Per Andrea Di Vita

    Sulla sanità e sugli altri aspetti di solidarietà nazionale non posso che concordare con te.
    E proprio l’oscuro ma fondato timore che il federalismo, svantaggi ulteriormente le aree del Regno che c’era un dì, provocando un aumento della malasanità e il cadere sotto il dominio delle associazioni mafiose data la debolezza, se non l’inconsistenza e la ricattabilità delle nostre classi dirigenti, a farmi guardare con diffidenza sia la Lega, almeno nella sua area più dura, e sia la confusa e litigiosa galassia chiachiella neoborbonica, incapace persino di dar vita ad un unico movimento e ad un unico programma come la ben più organizzata Lega.
    E’ proprio la rivoluzione risorgimentale con le devastazioni che provocò ieri, a spingermi paradossalmente oggi, a voler mantenere il soggetto unitario italiano.
    Sfasciare è facile, ricostruire è difficilissimo, faticoso e doloroso.
    E questo pensiero Andrea, ti posso assicurare che è condiviso dalla maggioranza dei meridionali.

    ciao

    • Daouda says:

      Il ché è voltagabbanismo, lo stesso voltagabbanismo dei papi che rifiutano la democrazia, poi la accettano e poi ancora la legittimano quando in realtà la demograzia in sé stessa per ogni autoità spirituale è illeggittima.

    • Francesco says:

      anche se tu avessi ragione, caro Mirkhond, il prezzo che gli altri italiani devono pagare per “mantenere” l’attuale soggetto unitario è troppo alto

      dopo decenni di astuto nascondimento, questo prezzo inizia a essere visto, e solo la stupidità della Lega mantiene ancora un velo davanti agli occhi degli italiani tutti (sospetto che i politici leghisti stiano piuttosto pensando a come ottenere un loro rivolo di quell’incredibile fiume di risorse)

      per un cristiano, prendere risorse e buttarle via è un peccato, anche se gli si da nome “solidarietà”

      ciao

      • mirkhond says:

        In sostanza, cornuti e mazziati!
        ciao

        ps. Sull’ultima frase, confermi che il Cristianesimo è la religione più ipocrita che esista, come del resto le sue filiazioni liberalismo e comunismo.

        • mirkhond says:

          Per “Cristianesimo” è da intendersi il cielle style, ossia criptoprotestantesimo sempre culo e camicia col più forte se SENZA PIETA’ con i deboli, cioè con i prediletti da Gesù.

        • mirkhond says:

          errata corrige:
          e senza pietà

  7. Per Andrea

    “Certo, siamo ancora lontani da una concreta condivisione di tutto questo nella vita quotidiana. Del resto, l’Italia unita ha appena centocinquant’anni. “

    Premesso che come profeta, sbaglio quasi sempre… a me sembra che sia l’esatto contrario. Cioè che siamo sempre più lontani da ciò che dici; e che l’Italia abbia compiuto il suo ciclo.

    Il problema è che non è per nulla chiaro verso cosa andiamo. Questo è il mio punto di disaccordo profondo con tanti marxisti che conosco, che ancora vedono un parallelo tra il passaggio dal potere feudale a quello borghese, al presunto passaggio dal potere borghese a quello proletario.

    Nel 1800, l’avanzata creativa dei borghesi (e quindi anche dello Stato Nazione) si vedeva in maniera chiarissima, entusiasmante o spaventosa secondo i punti di vista; oggi non si vede avanzare nulla – certamente non la classe operaia :-) Lele Mora o i banchieri del FMI non sono esattamente una nuova civiltà.

    Chiaramente qualcosa verrà fuori dalle rovine dello Stato Nazione, ma non si capisce cosa.

  8. Vedo che ci si è messo pure il Papa, a dire che sì, nell’Ottocento le “istituzioni” non si sono capite bene, ma

    “nessun conflitto si verificò nel corpo sociale, segnato da una profonda amicizia tra comunità civile e comunità ecclesiale”. Ne consegue che “in definitiva la conciliazione doveva avvenire fra le istituzioni, non nel corpo sociale, dove fede e cittadinanza non erano in conflitto. Anche negli anni della dilacerazione i cattolici hanno lavorato all’unità del Paese”.”

    Per farlo tira in ballo una sfilza di personaggi indubbiamente cattolici, italiani e famosi… ma che con lo Stato Nazione Italia non c’entrano un benemerito tubo (Dante, Giotto, Petrarca, Michelangelo, Raffaello, Pierluigi da Palestrina, Caravaggio, Scarlatti, Bernini e Borromini).

    Ritrovo una cosa che scrissi tempo fa


    La storia dell’Italia si può raccontare in mille modi, ognuno un po’ vero e un po’ falso. Però proviamo a raccontarla in un modo assolutamente sommario e superficiale, ma che forse è un po’ meno falso di quello condiviso da Fini e Napolitano, nonché dai proclamatori di questi giorni.

    Certo che i popoli, le regioni, i comuni che oggi fanno parte dell’Italia hanno una tradizione cattolica, con alti e bassi, cosa che non distingue l’Italia dalla Slovenia (e non ha impedito agli italiani di massacrare gli sloveni).

    Questi popoli-regioni-comuni sono stati dichiarati Italia da Napoleone, cosa che ha incontrato la fiera resistenza della maggior parte delle persone che Napoleone aveva deciso dovessero essere italiani. Una resistenza che ha comportato atroci massacri da entrambe le parti.

    Le impotenti trame risorgimentali sono state basate su una premessa: il primo nemico dell’Italia è il Papa e quindi la religione cattolica; e l’immaginario risorgimentale si è nutrito di qualunque forma di pensiero girasse allora per il mondo, sfidando la Chiesa.

    Più tardi, un gruppo di francofoni a Torino, con la più straordinaria serie di truffe della storia, è riuscito a impossessarsi di una gran parte delle regioni che a loro giudizio dovevano far parte dell’Italia. In particolare, imponendo l’Italia all’ex-regno di Napoli con lunghi anni di strage.

    Questo gruppo di persone, che si è mantenuto al potere concedendo il diritto di voto a un’infima minoranza della popolazione, è stato considerato nemico sia dai cattolici che dai socialisti. Tanto che i cattolici simpatizzavano con l’Abissinia aggredita da Crispi, mentre il governo attribuiva l’insurrezione di Milano stroncata da Bava Beccaris alle trame clericali che diffondevano il socialismo nel paese.

    L’Italia ha raggiunto le frontiere che il Dio del Risorgimento – che non era certo quello dei cattolici – le aveva promesso, grazie alla guerra contro la nazione più cattolica d’Europa, e a quella tremenda strage che Papa Benedetto XV aveva pubblicamente condannato.

    Che poi questo paese, da Vittorio Emanuele I a Prodi, sia stato un infinito compromesso pratico tra italiani e cattolici, non toglie una cosa semplice: l’Italia, nella misura in cui è Italia, non è un paese cattolico.

    • mirkhond says:

      Per Miguel Martinez

      Riguardo alle parole del Papa, sono in massima d’accordo con lei, ma dobbiamo considerare un aspetto che a volte, anzi spesso, viene trascurato nell’attuale dibattito revisionista sul risorgimento.
      I revisionisti moderni, neoborbonici in testa ma non solo, credenti e praticanti cattolici o non, danno per scontato che la lotta antiunitaria avvenisse in accordo con la Santa Sede, DIMENTICANDO però che la Chiesa se si oppose all’unificazione massonica della penisola, lo fece solo e nella misura in cui ebbe minacciati i SUOI interessi.
      Quando si rese conto dell’ineluttabilità dell’unificazione sabaudo-massonica, proprio perchè supportata dalle due più grandi potenze dell’epoca, Gran Bretagna e Francia, seppure in armonica disarmonia e con una lunga oscillazione francese, la Santa Sede nel 1865 ABBANDONO’ la causa borbonica, e lentamente, pazientemente, cominciò ad accettare il nuovo ordine, cercando inizialmente di SOPRAVVIVERE alla tempesta, per poi, sempre molto gradualmente, tentare la RICONQUISTA dei suoi spazi di potere e di influenza in nuovi modi e nel nuovo ordine.
      Da qui, l’ordine cencelli ai parroci di favorire DE FACTO il nuovo ordine unitario, mettendo da parte i sostenitori del vecchio ordine preunitario.
      Ciò spiega quindi, la scomparsa, se non la riduzione a lumicini di nostalgici inguaribili, dei movimenti resistenziali antipiemontesi, come il Circolo Whist a Napoli, esistente ancora nel primo’900, ma oramai rifugio di una ristretta cerchia di vecchi aristocratici.
      Ciò spiega o può forse spiegare, come mai gli emigrati napoletani e siciliani, finissero per identificarsi come italiani e vedere nel tricolore, causa delle immense sofferenze che li avevano costretti a emigrare pe’ terre assai luntane, il PROPRIO simbolo identitario.
      Tant’è vero che ancora oggi sul tubo, nei forum neoborbonici, questi discendenti di immigrati, restano SCIOCCATI al leggere ciò che raccontano i revisionisti da bar o meno, proprio per l’identificazione totale, per il resettamento della memoria identitaria, da far invidia al comunismo stalinista.
      La Chiesa ha tenuto il piede in due staffe, e ciò come sempre, in vista dei suoi interessi, che potevano coincidere solo FINO AD UN CERTO PUNTO, con la causa “reazionaria” che si raccoglieva attorno ad essa, e che ancora in parte, pretende di raccogliersi tutt’oggi.
      La morale è questa: i regimi vanno e vengono, la Chiesa RESTA, e per restare deve fare anche il patto col diavolo, coll’anticristo, napoleonico, sabaudo, massonico, ecc.

      • mirkhond says:

        Con ciò non voglio dire che il sentimento “nazionale” napoletano scomparisse di botto. Nel 1887-88, un gruppo di contadini lucani, riaffermò la propria identità NAPOLETANA al meridionalista e convinto unitarista Giustino Fortunato.
        Ancora intorno al 1930, i montanari della Marsica, chiamavano il governo italiano, “piemontese”, se stiamo a ciò che racconta Ignazio Silone nel suo Fontamara.
        Il sentimento della napoletanità quindi, ancora sopravviveva, ma, privo del sostegno del ceto colto, entusiasticamente filounitario, delle classi dirigenti, anch’esse per convenienza filounitarie, e quindi del clero, questo sentimento che sopravviveva come un ricordo, finì collo scomparire in un confuso sentimento di vergogna, di inferiorità verso il “progredito” Nord, e oggi quando si parla di napoletani, la maggioranza dei meridionali di OGGI pensa a Napoli città, alla Campania alla camorra e alla munnezza, come ha ben sperimentato chi sta scrivendo e che nel Regno che fu, ci è nato e ci vive.

        • Moi says:

          L’ Italia è talmente cattolica da aver conferito su youtube e su facebook una popolarità da rockstar / popstar a più o meno volontari ;-) protagonisti della bestemmia creativa … forma d’ arte inconcepibile in qualsiasi altro paese del globo terracqueo ;-)

        • mirkhond says:

          Marcello Veneziani, anni fa sulla Gazzetta del Mezzogiorno, per spiegare la popolarità di Berlusconi, disse che gli Italiani seguivano un moderato cattolicesimo, non un cattolicesimo moderato….
          ciao

        • Moi says:

          Si direbbe interessante … Non è che per caso riesci a recuperarlo ?

        • mirkhond says:

          Purtroppo è un articolo apparso una decina d’anni fa.
          ciao

      • Daouda says:

        Anzi, il Papa voleva un’Italia federale al suo cospetto!

  9. mirkhond says:

    Questo sentimento di confusione, di incertezza, mi viene spontaneo confrontarlo con quello dei pensatori tardo antichi dell’Impero Romano del IV-V secolo dopo Cristo.
    I quali spaventati e confusi dal Cristianesimo, ormai divenuto religione di stato della Romània e dalle invasioni barbariche germanico-iraniche, erano portati a collegare le seconde al primo che, non riuscivano proprio a capire e che consideravano, da esteti raffinati quali erano, alla stregua di un talebanismo.
    Nell’autunno del 417 d.C., l’imperatore romano-occidentale Onorio (395-423), cristiano, invia una missione di soccorso, di “aiuti umanitari”, alle popolazioni della Gallia meridionale, Provenza, Lione, Aquitania, devastate dalla marea barbarica visigota. A capo della missione, viene inviato il praefectus Urbi, Rutilio Namaziano, galloromano lui stesso, ma rimasto pagano.
    Rutilio Namaziano, nel suo viaggio da Roma alle Gallie, guarda schifato, un gruppo di eremiti cristiani che stanno edificando un monastero nei pressi di Marsiglia, e crede che lo stellone di Roma sia ancora alto, che la civiltà romana, che ha attraversato tante catastrofi alla fine si sarebbe ripresa più forte di prima.
    Non poteva sapere che proprio quei Visigoti, l’anno successivo si sarebbero stanziati proprio in Aquitania, col consenso di un impotente Onorio, dando origine al primo regno germano-romano.
    In sostanza stava morendo una civiltà e ne stava nascendo una nuova, ma per i coevi invece non si poteva fare altro che arroccarsi sulla difesa di un passato ormai morituro, oppure, da parte cristiana, vedasi Sant’Agostino ma non solo, sperare nella Grazia di Dio, in vista di una Città Divina che non può essere di questo mondo.
    Del resto lo stesso San Girolamo, ritiratosi nel lontano eremo di Betlemme, quando gli giunse la notizia del sacco di Roma del 410 d.C., sempre ad opera dei Visigoti, pensava che si fosse giunti alla fine del mondo!
    Ciò che stiamo vivendo è l’ennesima crisi di passaggio da una civiltà ad un’altra, e naturalmente solo nel futuro si potrà capire dove siamo arrivati.

  10. Moi says:

    E’ difficile trovare l’aggettivo giusto per definire l’intelligenza di qualcuno che crede che la crisi dello Stato Nazione sia colpa degli insegnanti sessantottini, e non di un governo/impresa che manda truppe in Afghanistan sotto comando USA, favorisce chi delocalizza e ci regala il Grande Fratello come forma suprema di cultura.[3] La scuola pubblica, non Mediaset, “è” lo Stato Nazione; e lo Stato Nazione è il prodotto più concreto dell’illuminismo con cui Veneziani se la prende.

    _______________________

    Lungi da me fare l’ Avvocato del Diavolo, ma se chiedi a un affezionato lettore di effedieffe e/o holywar ti risponderà che dietro al Capitalismo più Guerrafondaio e dietro al Pauperismo più Irenico … v’ è il medesimo Progetto dell’ Odio Talmudico .

  11. Moi says:

    Ritengo che il chiosone di Marcello Veneziani al Radical Chic “Mauviffio Vivoli” ci stia tutto ! ;-)

  12. Per Moi

    “Lungi da me fare l’ Avvocato del Diavolo, ma se chiedi a un affezionato lettore di effedieffe e/o holywar ti risponderà che dietro al Capitalismo più Guerrafondaio e dietro al Pauperismo più Irenico … v’ è il medesimo Progetto dell’ Odio Talmudico .”

    Ma non è ciò che dice Veneziani.

    Innanzitutto distinguerei tra Effedieffe e Holywar, che sono qualitativamente ben diversi: Blondet ha scritto delle analisi assolutamente brillanti del movimento Tea Party negli Stati Uniti, ad esempio, senza bisogno di ricorrere all’”Odio Talmudico”, che pure è presente in altre cose che scrive.

    Casomai, è vero che esiste una diffusa tendenza di ispirazione lontanamente cattolica, a vedere il mondo come un campo di battaglia tra due princìpi. In cui sia i fatti personali, sia quelli sociali e storici farebbero parte di uno scontro che dura almeno dalla Caduta – la storia della mia vita, come quella del mondo, sarebbe storia della salvezza e degli ostacoli che la salvezza incontra.

    E quindi c’è la tendenza a inquadrare ogni evento politico e storico in questo quadro. Ora, il bene, come il male, si presenta innanzitutto nel mondo delle idee, per cui le ideologie – come l’illuminismo, il giudaismo, la massoneria, ecc. – assumono un ruolo che a mio avviso è eccessivo; e si vedono i fatti sociali solo come ricadute e conseguenze di uno squilibrio nel mondo delle idee.

    Poi nei fatti, una vasta parte della sinistra ragiona allo stesso modo, prendendosela con il “fascismo”, con il “razzismo”, il “maschilismo”, la “violenza”, l’”egoismo” o altre cose che appartengono più alla sfera della psicologia che a quella della storia.

    • Peucezio says:

      Miguel, fammi capire, sei iscritto?
      Io ho pagato l’obolo per il primo semestre, dopodiché ho lasciato perdere, perché se no poi mi sarei sentito in dovere di leggere tutti gli articoli di Blondet e gli altri ogni santo giorno, per non sprecare i miei soldi, il che mi avrebbe portato via troppo tempo.

      • daouda says:

        Il ché Miguel ma comprendere come il cattolicesimo non sia stato manicheo solo fin quando aveva il potere…

        Concordo comunque.

        p.s.E’ possibile trovare la critica dei tea party di Blondet?

      • daouda says:

        Concrodo con Miguel. E’ singolare che il cattolicesimo si sia scoperto dualista mano a mano che perdesse il potere…

        p.s. si può rimediare la critica blondettiana ai tea party?

  13. Moi says:

    Ho una testimonianza personale che va nella direzione indicata da Marcello Veneziani, in un campo propagandistico di grande efficacia sulle masse : la musica, le canzoni …

    Ricordo che le mitiche Feste dell’ Unità del PCI andavano come colonna sonora “Internzaionale” e “Bandiera Rossa”, poi dopo il 1989 “Bandiera Rossa” venne
    “messa in soffita” (come scriverebbe Giovannino Guareschi, forse l’ autore più banalizzato e meno capito nella storia della letteratura, ma sorvoliamo …) e cominciano a fare capolino canzoni dapprima vituperate perché troppo frivole, seppur di cantautori simpatizzanti o perfino militanti … in realtà penso che, semplicemente, tali canzoni fossero musicalmente inconciliabile con i gusti uditivi della Umarellocrazia ;-) del vecchio PCI … Poi piano piano “va in soffitta” anche l’ Internazionale. Ma poi venne il Gran Giorno della Vittoria di Prodi e dell’ Ulivo nel 1996 e come per incanto si sente “Fratelli d’ Italia”, che fino all’ anno prima sarebbe stato una provocazione da linciaggio seduta stante sul posto del malcapitato presunto “Provocatore Fascio” che avesse osato anche solo fischiettarla al cesso “del stènd” (in Umarellish :-) ) di piadine più sfigato di tutta la festa.

    • PinoMamet says:

      Si vede che siamo delle stessa regione, Moi.
      Confermo le reazioni che si sarebbero avute a sentire l’inno d’Italia, e lo stupore (non solo umarellico) nel vedere il sentimento patriottico, che prima era una cosa “da fasci”, fatto passare quasi per una cosa di sinistra
      (naturalmente per sdoganarlo si è dovuto legarlo, almeno inizialmente, alla retorica della Resistenza).
      Che a pensarci bene è stata una cosa un po’ triste: prima il pensionato che serviva le piadine si sentiva almeno “internazionale”, adesso gli tocca di sentirsi italiano, e della specie più ritrita e meno reale, quella dell’inno di Mameli che “si stringe a coorte”.

  14. Moi says:

    popoli, le regioni, i comuni che oggi fanno parte dell’Italia hanno una tradizione cattolica, con alti e bassi, cosa che non distingue l’Italia dalla Slovenia (e non ha impedito agli italiani di massacrare gli sloveni).

    ___________

    … e VICEVERSA

    • Moi says:

      Stranamente non si trova su youtube, ma l’ attore comunista e gay (che evidentemente “ha fatto outing” DOPO il famoso Disgelo sovietoide …) Leo Gullotta fu fischiato _ nonché “accolto” a slogan del tipo “Viva Tito Viva le Foibe Viva la Jugoslavia !”_ qualche anno fa a un convegno di Rifondazione Comunista.

      Il motivo del presunto “tradimento” fu la fiction “Il Cuore nel Pozzo”, cosa che scatenò un putiferio internettaro d’ inaudita ferocia fra Italiani (!) Comunisti VS Fascisti.

      Frasi del tipo che non ci si deve impietosire per “femmine e cuccioli di fascista” [sic] o speculazioni teoretiche per giustificare gli stupri dei Titini alle Italiane chiedendosi se, dal momento che NON è reato uccidere un fascista … perché allora dovrebbe essere mai reato stuprare una “femmina di fascista”.

      No, non credo, purtroppo, che fossero tutti utenti adolescenti …

  15. mirkhond says:

    Il revisionismo è difficile da mandare giù, per chi ha un visione fanatica dei propri ideali.
    Il Cuore nel Pozzo, però, a mio parere non si può certo definire un capolavoro di obiettività storica, semmai essa esista.
    Sarebbe stato forse più corretto, dare spazio nella fiction, a ciò che accadde prima delle famigerate foibe, quantomeno per valutare meglio il trapasso tra Italia fascista e Jugoslavia titina comunista, in quelle tormentate terre.
    Presentare il tutto come un problema di slavi psicopatici, non penso che abbia aiutato a capire, i milioni di telespettatori che per la PRIMA volta hanno sentito parlare del dramma delle foibe.
    ciao

    • Moi says:

      Sostanzialmente concordo … notare però come Fascisti e Comunisti d’ Italia NON si sentano membri dello stesso popolo, ancora oggi !

  16. mirkhond says:

    L’Italia è il paese dei guelfi e dei ghibellini.
    ciao

  17. Moi says:

    @ Mirkhond

    “un moderato cattolicesimo, non un cattolicesimo moderato” (per spiegare il successo di Berlusconi, ndr)

    ________________

    Scusa, ma non sono così perspicace … qual era il senso esatto ?

  18. mirkhond says:

    Il senso era/è che gli Italiani hanno un rapporto con la religione cattolica molto annacquato e fai da te. Ad esempio i rutti e bestemmie in chiesa o il festival delle nullità che ci inviasti, registrato sul Tubo.
    Questo almeno, è ciò che mi è parso di capire dall’affermazione di Veneziani.
    ciao

  19. Moi says:

    http://www.youtube.com/watch?v=Ng95Y-aooiQ

    Non era solo questione di cavallo … a mio avviso, ma giudicate eventualmente da voi, il Roberto Nazionale dice cose che in gioventù non avrebbe mai pensato di dover dire un giorno !

  20. Moi says:

    Riguardo a Pino Aprile, a cui si fa giusto riferimento nel post :

    non sarà uno storico, non sarà neppure un divulgatore fra i migliori … ma gli spetta un merito oggettivo :

    aver aggiunto qualche zero alla quantità di Italiani che anche DOPO l’ esame di maturità hanno letto qualcosa di Storia !

    http://www.youtube.com/watch?v=3Hp4wZAri58

    (Questa versione “dissacrante” della marcia garibaldina non la conoscevo !)

  21. Claudio Martini says:

    Ragazzi, datemi retta, diamolo via il sud-tirolo: non serve a nulla e costa un botto.
    Puntiamo piuttosto su Nizza, Corsica e Malta.
    W L’ITALIA!

    • Moi says:

      … Ma se non riusciamo nemmeno ad affrancarci dalle ingerenze di un mezzo kilometro quadro scarso di chiese e giardini ! :-(

  22. Riccardo Giuliani says:

    L’incipit mi ha fatto pensare a “La coscienza di Zeno”, in particolare sul discorso della salute.
    Spero che almeno, finito di scrivere, tu ti sia fatto una bella risata.
    Io, finito di leggere, no.

  23. Peucezio says:

    Miguel,
    il tuo è un articolo molto bello, con alcuni punti a mio parere molto opinabili, insieme ad altri pienamente condivisibili e a una lucidità di fondo, anche se un po’ schematica.
    Tratta questioni che hanno tantissime implicazioni, ognuna delle quali, a volerna analizzare, richiederebbe diversi volumi.
    Quindi per ora mi limito a due notazioni di margine, una secondaria e una su una qestione fondamentale.
    Quella secondaria riguarda il rapporto fra la perdita del sentimento nazionale (o di quel poco che ce n’è stato) e il ’68. Non è che il ’68 e la delocalizzazione, il Grande Fratelli e il resto siano cose distinte. Il primo è stato funzionale ai secondi. Una civiltà globalizzata e neo-capitalista ha bisogno di uomini globali che vivono secondo le loro pulsioni, sfruttabili dal mercato, non secondo idealità ottocentesche e categorie nazionali, quindi ha bisogno di rivoluzionare il costume e la società. Mi meraviglio che ti sia sfuggita una cosa così banale.
    Il secondo punto, più succoso, riguarda la questione del capitalismo mondiale odierno, nel suo rapporto con gli stati nazionali. Ciò che dici è vero, ma solo all’interno dell’Occidente e nelle parti del mondo ad esso asseggettate, che cominciano a diminuire progressivamente. Lo stato cinese non è scavalcato o sovrastato dai consigli di amministrazione delle grandi aziende, ma è lui che le assoggetta agli interessi e progetti nazionali, che non sono nazionali nel senso degli stati nazionali classici, ma imperiali, in ogni caso non mondiali e non privati. E lo stesso più o meno si può dire della Russia, in prospettiva forse dell’India, del Brasile ecc.
    Può essere che si tratti di un passaggio intermedio verso una piena integrazione di queste realtà in un mercato apolide governato da entità finanziarie sovrastatuali, ma può anche essere che, finito il ciclo dell’egemonia del mondo anglosassone, questi altri popoli imprimano dei tratti peculiari e diversi al mondo che egemonizzeranno, oppure che il policentrismo che si fa strada non approdi a nessuna egemonia, ma alla creazione di macro-aree non ben integrate fra loro.
    Sono mere ipotesi ovviamente, ma resta il fatto che lo svuotamento sostanziale della sovranità degli stati è un fatto compiuto solo all’interno dell’Occidente e degli stati fantoccio che esso tiene in piedi in giro per il Terzo Mondo, là dove controlla ancora la situazione e le risorse.

    • daouda says:

      diciamo che se la Cina e la Russia dovranno subirsi la finanza è perché poi, assieme all’occidente, possano risottomettersi ad una statualità comune.

      D’altronde il capitalismo non sussite senza statualismo…

  24. Moi says:

    Da recuperare … meglio ancora sarebbe recuperarne il romanzo, censurato per oltre un secolo (!) per non essersi minimamente accodato allo sbrodolamento retorico ufficiale da Libro Cuore :

    http://www.youtube.com/watch?v=unym712s93A

  25. Elio says:

    Ancora un magnifico articolo, caro Miguel.

  26. p says:

    veneziani è uno dei tanti che scambiano i luoghi comuni che si dicono sulla storia per la storia. Il pci fu nazionale e nazionalista. Certo, non a modo di altri partiti, ma monta poco. Il pci fu la forma italiana di nazionalcomunismo. Ci vuole poco a dire le cose, se non si ha chiacchiere in testa. Non stupisce affatto napolitano, se si sa che nel sessantesimo compleanno togliatti fu definito dai suoi collaboratori come sintesi della sua quarantennale opera “un grande patriota”.p

    • Moi says:

      … Ma di quale patria era “patriota” Togliatti ?

      … quella che gli ha dedicato una città intera, per caso ?

      ___

      :-) ;-)

      • Ritvan says:

        —–… Ma di quale patria era “patriota” Togliatti ?… quella che gli ha dedicato una città intera, per caso ? Moi—-
        Esatto.
        Dalla Sacra:-) Wiki:
        “Nel corso del XVI Congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica, tenutosi a Mosca nel 1930,….dalla pag. 185 del resoconto stenografico emerge questa dichiarazione di Palmiro Togliatti: «È per me motivo di particolare orgoglio aver rinunciato alla cittadinanza italiana perché come italiano mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più. Come cittadino sovietico sento di valere dieci volte più del migliore italiano»

    • daouda says:

      Il fronte nazionale della gioventù era un creazione del primo P.C.I. il ché è tutto dire…d’altronde le analogie tra fascismo teorico e sovietismo sono innumerevoli.

  27. Per Peucezio

    “Quindi per ora mi limito a due notazioni di margine, una secondaria e una su una qestione fondamentale.”

    Dunque… partiamo dal Sessantotto. La tua tesi è sostanzialmente uguale a quella di Costanzo Preve, con cui mi trovo spesso d’accordo; ma in questo caso un po’ di meno.

    Io allora avevo 12 anni, ma ho vissuto abbastanza intensamente gli anni subito dopo.

    Credo che fosse un fenomeno molto variegato – il fricchettone che scopre le canne, l’operaio che fa il corteo in fabbrica e il teorico leninista sono cose completamente diverse.

    E credo che fosse anche ambiguo, come tutti i fenomeni. Ogni evento storico contiene tante cose dentro di sé.

    Inoltre, la maggior parte dei protagonisti sono ancora vivi, ma molto diversi oggi, per cui è difficile giudicare “i sessantottini”.

    Primo, statisticamente: io ho fatto il liceo classico, e almeno lì avevi un 5% di “contestatori”, un 20% di simpatizzanti e un 75% di gente del tutto indifferente, che mirava a campare, allora come sempre.

    Siccome fare i “contestatori” voleva dire chiacchierare molto e guidare la gente, alcuni di loro hanno fatto carriera nella politica e nei media. La maggior parte no: o sono ridiventati “normali” (e quindi il loro sessantottismo è irrilevante), o sono diventati insegnanti (uno dei mestieri socialmente meno incisivi al mondo, nonché mal pagati) o hanno fatto qualche fine brutta e precaria, o guidano ridicoli gruppuscoli di persone dalle barbe bianche.

    La maggior parte delle carriere che contano le hanno fatte, invece, gli “indifferenti”.

    Quindi, non esiste una “generazione del Sessantotto che ha fatto la storia dell’Italia”, nel bene o nel male.

    I contestatori contestavano, è ovvio. Contestavano cose “conservatrici”, come la famiglia, certo. E la famiglia di allora era un’istituzione piuttosto austera, al contrario di oggi. E nell’ala fricchettona dei contestatori, c’era certamente un atteggiamento da “faccio il c… che mi pare, porco….”, in cui ci sono analogie con la cultura giovanile attuale. La dissacrazione era una forte caratteristica sessantottina, e ha certamente paralleli con l’incessante dissacrazione che caratterizza ad esempio la pubblicità.

    Però io mi ricordo anche di una radicale contestazione del consumismo, e qui siamo all’opposto del mondo di oggi. Anche negli aspetti sciocchi, siamo all’opposto delle sciocchezze di oggi: gente benestante che andava in giro con i jeans sdruciti o che si vantava di aver speso di meno di chiunque altro per qualche capo di abbigliamento.

    Al posto delle discoteche e del commercio culturale, c’era l’idea che qualunque ragazzetto stonato poteva prendere la chitarra (di seconda mano) e suonarla in piazza, con un gruppo di altri ragazzi, perché nulla deve essere una merce.

    C’era poi il settarismo. L’esistenza di numerosi gruppi di giovani che avevano in tasca la spiegazione di tutto, seguivano “democraticamente” dei capi più o meno assoluti, ed erano disposti a rischiare tutto, nonché a fare danni illimitati al prossimo per la Causa, in nome di analisi paranoiche e demonizzanti.

    Una realtà che praticamente a partire già dall’autunno del ’68 ha determinato tutta la storia del “movimento”, fino ai rottami che ancora oggi girano. Un fenomeno che Roberto Massari ha chiamato “dei mille Lenin, di cui la metà a Roma”.

    Una cosa terrificante, ma al polo opposto della disgregazione dei nostri tempi. E che si associava alla necessità di teorizzare tutto, di ragionare su cose di cui non si sapeva assolutamente nulla (che so, la guerra di indipendenza del Bangladesh o le cause sociali della malattia mentale) – il contrario dell’incapacità assoluta di ragionare o di interessarsi a qualcosa che può essere la caratteristica dominante dei nostri tempi.

    Questo implicava una grande produzione di testi, miseramente ciclostilati e autoprodotti, che spiccano oggi per l’incredibile capacità di sbagliare ogni profezia; ma che spesso contenevano riflessioni assolutamente brillanti, che leggo ancora oggi con grande interesse.

    Mi vengono in mente, ad esempio, gli scritti di Salierno sulla violenza e il carcere; o alcune stupende analisi anarchiche della società siciliana.

    • Peucezio says:

      La mia interpretazione peccava, inevitabilmente, di schematismo, come ogni estrema sintesi.
      La tua analisi considera il fenomeno in diversi suoi aspetti e mi pare in generale convincente. Per la verità, mi sembra, non è che sia in contraddizione con la tesi mia o di Preve: direi che dipende dal rilievo che si dà a questo o quell’aspetto. L’opposizione al consumismo, che si ritrova in effetti negli stessi più o meno indiretti ispiratori del movimento, gli autori della Scuola di Fraoncoforte, così come il logorroico profluvio di analisi, a tratti deliranti, a tratti anche molto interessanti, come tu stesso sottolinei, sono tutti aspetti che non sono sopravvissuti (ciò non toglie che ci siano stati, quindi fai bene a rilevarlo).
      Non sono d’accordo invece sul fatto che il sessantottismo dei “normali” sia irrilevante. E’ tutto un rapporto con la sessualità, la famiglia, i rapporti sociali, le forme, l’atteggiamento verso il lavoro, l’impegno, la cultura, le gerarchie (non parlo delle gerarchie sociali di classe, ma del rapporto coi “superiori”: genitori, insegnanti, persone più mature ecc.), che noi oggi tendiamo a dare per scontato, ma che prima del ’68 funzionava in modo diversissimo ed è essenzialmente su questo che istituisco una connessione col consumismo e col capitalismo contemporaneo.
      L’elemento dell’”impegno”, informe molto mutate e ridotte, è a mio avviso rimasto ed è la base antropologica del moralismo antiberlusconiano. Ma questo c’entra poco, ovviamente, con la questione del modello consumista internazionale. Semmai si potrebbe dire che lo spirito “impegnato” della sinistra di qualche decennio fa è stato rifunzionalizzato (chiaramente non nel senso che c’è un burattinaio chesi è messo a tavolino e lo ha attuato scientemente) alla tendenza puritana anglosassone che si è imposta in tutto l’Occidente negli ultimi anni e che essenzialmente serve a dare una finzione di regole e di eticità a un sistema che rappresenta l’arbitrio del più forte e del peggiore, oltre che a tenere sotto scacco la gente, instillando un costante senso di colpa e percezione di controllo.

    • Luigi says:

      Bell’articolo sul 68.
      Ma forse dimentichiamo che fu una rivoluzione di costume molto ben riuscita.
      Forse perchè molte mode,come il femminismo,andavano incontro a delle trasformazioni sociali molto ben gradite al capitalismo.

      • Moi says:

        In teoria il Capitalismo gradisce qualunque cosa possa diventare o implicare la produzione merce …

  28. Per p.

    “Il pci fu nazionale e nazionalista. Certo, non a modo di altri partiti, ma monta poco. Il pci fu la forma italiana di nazionalcomunismo.”

    Concordo in pieno. Credo che l’accusa di “antipatriottismo” rivolto al PCI fosse più o meno l’equivalente dell’accusa folle di “simpatia per l’Islam” che si rivolge oggi alla sinistra.

    Certo, c’era un’eccezione importante, sulla questione di Trieste. Ma io mi ricordo di tanti riferimenti alla “indipendenza dell’Italia” nel partito che definiva i partigiani “patrioti”.

    Certamente, il Sessantotto non fu “patriottico”; ma non fu nemmeno un prodotto del PCI.

  29. Per Moi

    “Stranamente non si trova su youtube, ma l’ attore comunista e gay (che evidentemente “ha fatto outing” DOPO il famoso Disgelo sovietoide …) Leo Gullotta fu fischiato _ nonché “accolto” a slogan del tipo “Viva Tito Viva le Foibe Viva la Jugoslavia !”_ qualche anno fa a un convegno di Rifondazione Comunista.”

    Non confondere la storia del PCI e della sinistra italiana con i convegni di Rifondazione. Dove quattro gatti di pensionati, italiani fino al midollo e ignoranti di qualunque altra lingua, urlano qualunque cosa pur di fare un dispetto ai “fascisti” e forse ancora di più, per mandare un messaggio trasversale ai propri Dirigenti Traditori (le maiuscole, perché il Dirigente Traditore è una categoria fissa dello spettacolo militante).

  30. Sulla “antitalianità” presunta della Sinistra…

    In Italia, non esiste alcun “antitalianismo” confrontabile ad esempio con gli Antideutsche di cui abbiamo già parlato qui.

    Gli Antideutsche accusano l’intero popolo tedesco, di cui loro stessi fanno parte, di essere intrinsecamente genocida.

    In Italia, la questione riguarda solo alcuni fatti concreti.

    Ci sono persone che dicono che dietro la retorica del Tricolore, siano stati commessi numerosi delitti… e come dare loro torto?

    Storicamente, una parte della sinistra si è opposta a guerre di aggressione lanciate dall’Italia, dall’attacco all’Etiopia, all’attacco alla Libia, alla pugnalata alle spalle all’impero austroungarico: e di nuovo, come dare torto a quella parte della sinistra?

    Una parte dell’Italia si è opposta agli attacchi tricolori all’Etiopia, all’Albania, alla Grecia, alla Jugoslavia; ma quella stessa parte si è dichiarata “patriota” nel combattere “il tedesco invasore”.

    Sul caso specifico della zona retrostante Trieste, il PCI ha preso posizioni “antinazionali”, almeno per un certo periodo. Ma non mi risultano altre questioni in cui il PCI si sia schierato “contro l’Italia” a favore di qualche stato estero.

    Poi, certo, c’è chi si diverte a fare di ogni erba un fascio, e confondere qualche canzone anarchica con la posizione del PCI; e poi da lì saltare all’improbabile tesi che i professori sessantottini riuscissero a fare il lavaggio del cervello ai loro alunni menefreghisti.

  31. Per Peucezio

    “Il secondo punto, più succoso, riguarda la questione del capitalismo mondiale odierno, nel suo rapporto con gli stati nazionali.”

    Riflessioni interessanti; e in effetti il mio articolo è tutto concentrato sulla questione del tricolorismo italico, con il resto del mondo come vago contorno.

  32. Per PinoMamet

    “Confermo le reazioni che si sarebbero avute a sentire l’inno d’Italia, e lo stupore (non solo umarellico) nel vedere il sentimento patriottico, che prima era una cosa “da fasci”, fatto passare quasi per una cosa di sinistra”

    Interessante. In Toscana direi di no, qui il “partito” ha contato di meno, ha contato molto di più uno spirito che potremmo definire per certi aspetti risorgimentale.

  33. Moi says:

    La fondamentale differenza tra AntiDeutsche e Anti-Italiani direi che consiste nel fatto che i primi si esprimono alla prima persona plurale … i secondi invece alla terza.

    Poi Bersani, che per primo considera Altro-Da-Sé i concittadini che gli preferiscono Berlusconi … si chiede come mai la Germania si sia sentita unita in un decennio e mezzo mentre l’ Italia, in un secolo (!) e mezzo, si è sentita unita solo in quattro fortuite occasioni pallonare su scala mondiale. :-)

    • PinoMamet says:

      “La fondamentale differenza tra AntiDeutsche e Anti-Italiani direi che consiste nel fatto che i primi si esprimono alla prima persona plurale … i secondi invece alla terza.”
      :)

      Non saprei aggiungere altro!!

  34. Per Peucezio e Daouda

    Per l’articolo di Blondet sul Tea Party, scrivetemi in privato…

    muqawama@gmail.com

  35. Moi says:

    La storia dell’ accusa di simpatia islam-sinistra si riassume nell’ adozione del relativismo culturale da parte della sinistra post-comunista … i Sovietici erano quello che erano, ma avevano la coerenza di odiare qualunque religione in quanto tale, in Italia invece _ per ragioni a mio avviso sbagliate ma inevitabili_ l’ ateismo marxista era sempre stato un ottimo mascheramento dell’ anticlericalismo.

    L’ Italia _ sempre per ragioni mio avviso sbagliate ma inevitabili_ è l’ unico paese al mondo (se non forse giusto in molto minore misura assieme alle frange più oltranziste della Francia più giacobina) in cui molto spesso dire “Sono Ateo !” non significa affatto “Non credo nella trascendenza !” ma semplicemente “Mi son rotto il c…zzo del Vaticano e delle sue ingerenze, lo delegittimo alla radice : il suo D… in nome del quale impone le ingerenze , se proprio esiste, o abbaia o grufola ! … E mi sganascio di risate a spregio del Vaticano con la bestemmia creativa on line”. :-) ;-)

    La parte di Sinistra che NON ha accolto il relativismo culturale è diventata la Lega (vedi curriculum di Bossi) , perché anche i Sovietici, in Afghanistan profanavano provocatoriamente il Corano … NON si tratta di un’ invenzione di Calderoli.

    Tuttavia, siccome in Italia l’ odio fra due parti si supera trovandone una terza che entrambe le parti possano odiare ancor più di quanto già si odiano l’ una l’ altra … la Lega, come da Paradosso Daoudico ;-) , è il vero Partito del Collante Nazionale.

    La Lega, e in questo rivela le proprie vestigia di cultura stalinista, è un ottimo “Scape Goat Talent Scout”… adesso tenere unita l’ Italia in nome di un Odio Maggiore tocca ai Musulmani, domani chissà.

    • daouda says:

      Concordo in generale ma per quanto riguarda la figura di Stalin non è esattamente così, anzi.Si abbisognava della santa madre Russia, ma Stalin fu una figura che non sò veramente definire…e comunque sti cavoli!

      L’ “opinione” sulla Lega come collante per mantenere l’unità itagliona la hanno i vari indipendentisti piemontesi, veneti, friuliani e lombardi.
      D’altronde è troppo palese il giochino!

      Per suffragare inoltre parte del tuo discorso faccio notare che anche le questioni massoniche rientrano in quell’anticlericalismo che citi, il ché deve far diffidare molto sia dei massonicisti che dei cattolicisti alla Blondet, se si è capito il meccanismo…

      Veramente grande intuizione la tua…ciao.

  36. Leo bis says:

    Per me oggi è soltanto la festa di San Patrizio.

    Viva San Patrizio ! Viva l’ Irlanda !

    P.S. : nel caso vi siano irlandesi o discendenti di irlandesi nel blog auguri a tutti loro, oltre naturalmente a tutti i Patrizi e le Patrizie !

  37. Per Leo bis

    “nel caso vi siano irlandesi o discendenti di irlandesi nel blog auguri a tutti loro”

    Io, io, grazie!

  38. mirkhond says:

    Mi associo agli auguri di Leo bis.

  39. PinoMamet says:

    Forse per la nota massima per cui ci sono gli irlandesi, quelli che vogliono esserlo, e quelli senza ambizioni;
    forse per proto-leghismo strisciante;
    forse semplicemente per gli strascichi delle mode passate e il fascino del paese;
    forse per misteriosi legami di pronuncia;

    fatto sta che qua da me, sì, l’Inno di Mameli viene visto o come una roba “fasista” o come una roba un po’ così, da ampollosi gigioni, di quella retorica un po’ stantia, da melodramma appunto, che non convince nessuno;

    invece, ci fosse una festa di San Patrizio (anzi, sono quasi sicuro che ci sia, ne fanno tutti gli anni) correrebbero tutti a ubriacarsi con convinzione. :)

    Più seriamente, Miguel:
    sì, ti confermo la mancanza quasi assoluta di sentimento patriottico-risorgimentale nell’umarell medio.
    Non erano queste le cose che lo scaldavano, ecco, neanche in passato.

    Ciao!

    • mirkhond says:

      Anche qui, dove abito io, solo pochissimi hanno esposto il tricolore, a differenza che agli europei e ai mondiali.
      ciao

      • Moi says:

        Dalle mie parti, ieri, il quantitativo di Tricolori esposti era da “Passaggio alle Fasi Eliminatorie dell’ Europeo Pallonaro”
        :-) … non di più. Già stamane

    • Z. says:

      Pino,

      – fatto sta che qua da me, sì, l’Inno di Mameli viene visto o come una roba “fasista” o come una roba un po’ così, da ampollosi gigioni, di quella retorica un po’ stantia, da melodramma appunto, che non convince nessuno –

      E meno male, direi…

      Z.

  40. Peucezio says:

    Cavolo, è vero! Altro che ‘ste sciocchezze risorgimentali, oggi è San Patrizio!!
    Peccato che non mi capita, stasera, di sorseggiare una bella pinta di Beamish o di Guinness in un pub…

  41. jam says:

    …ah! Peucezio,
    non dirmi che sei come un uomo globale sessantottino,
    “schiavo della civiltà globale, che ha bisogno di uomini globali che vivono secondo le loro pulsioni consumistiche”
    di bere birra ad esempio + ecc…

    comunque criticando gli impulsi cannibali della società borghese con le sue attitudini esclusiviste ed ipocrite, criticando gli impulsi animali del gigante che vuole tutte le ricchezze per sé, auspicando uno spirito critico che sappia ben definire e distinguere gli impulsi predatori della specie animale, da quelli più raffinati dell’uomo che vuole raggiungere civilizzazione e giustizia per tutte le strisce sociali, libertà di realizzzare l’uomo con sentimenti ed ideali umani, cioé raffinati giusti , alti, luminosi, il 68 é contro l’appiattimento culturale ed il consumismo, ed é proprio il contrario di quello che dici tu…
    ciao.

    • Moi says:

      Il’ 68, chi c’ era, lo ha vissuto ciascuno a suo modo … chi non c’ era lo ha immaginato a posteriori ciascuno a suo modo. Non tutte le persone vivono le stesse cose e gli stessi eventi allo stesso modo, e ritengo che il livello di scolarizzazione influisca molto meno di quanto si creda. Anzi, soprattutto in un modello scolastico nozionistico come quello italiano, la creatività e lo spirito critico sono il proverbiale fumo negli occhi.

  42. mirkhond says:

    Può darsi che Jam abbia vissuto il’68 in Francia, e quindi in modalità differenti da quello italiano.
    ciao

  43. mirkhond says:

    Per quel che mi risulta, essendo nato DOPO il ’68, ne ho quasi sempre sentito parlare male, come di una sovversione, una contestazione di tutto e tutti, dell’acqua sporca come del bambino, di una rivolta di studenti ricchi snob, di privilegiati figli di papà, di comunisti con le ville a Capri e a Cortina…
    In questo non mi sento di contestare del tutto Peucezio.
    ciao

  44. PinoMamet says:

    Ai miei tempi liceali, il ’68 era già un passato mitico, nel bene e nel male;
    ma direi che se ne parlava più che altro bene.
    Le critiche (era una roba da borghesi viziati ecc.) sono arrivate dopo, prima goccia a goccia, poi tsunami, ma il Liceo ormai era bello che finito da anni, per me.
    Il ’77 invece era già più sputtanato, considerato (non saprei bene perché) come la versione più “colorata” e creativa ma anche più inutile e cazzona.

    I politicizzati parlavano ancora di argomenti che ormai sono da egittologi, come le Brigate Rosse, l’omicidio Calabresi, l’anarchico Pinelli (si diceva sempre “l’anarchico Pinelli”, mai solo Pinelli), Aldo Moro ecc.
    e circolavano, per i duri e puri, libri credo complottistici, di cui ricordo solo che erano pieni di “guardacaso”.

    Intanto stavno costruendo un’altra Italia, ma ce ne accorgemmo solo dopo;
    e mentre i politicizzati discutevano dell’anarchico Pinelli, i ciellini subdolamente si preparavano a occupare tutti gli spazi lasciati sguarniti, e dai e dai ormai hanno infilato un sacco di loro gente a fare gli insegnanti, i medici, i “cooperativi” ecc., quindi chi parla dei “professori comunisti” in realtà parla della situazione forse di vent’anni fa.

    I professori ex sessantottini invece ce li avevamo sotto gli occhi allora, e quando non sapevano una sega la cosa era evidente, e i motivi erano confessati da loro con il massimo candore autodistruttivo;
    forse era un retaggio comunista/cattolico, l’idea di essere salvati grazie all’autocritica.

    Peraltro ho avuto invece professori della stessa generazione preparatissimi, ed erano l’assoluta maggioranza; forse, chissà, nel ’68 erano nel 75% di indifferenti.
    Ma la minoranza, come sempre, spiccava (anche se poi erano un paio di persone e basta, a pensarci bene!)

    Ciao!

  45. Peucezio says:

    Però secondo me c’è una considerazione statistica che rende improbabile che gli insegnanti di sinistra siano la minoranza. In Italia più o meno siamo metà e metà. Se si considera che gli insegnanti sono laureati (ormai anche i maestri, ma qua parliamo di professori almeno delle medie) questo già fa sì che ci sia uno sbilanciamento a sinistra. Se poi si considera che sono statali (o almeno lo è la maggior parte di essi, quelli che insegnano alla scuola pubblica) è davvero difficile pensare che quelli che votano il centro-sinistra siano la maggioranza.

    Per quanto riguarda l’obiezione di Jam, basta dire che il sistema capitalista ha costantemente bisogno di creare la falsa contrapposizione al suo interno. E’ ovvio quindi che nel ’68 ci fosse anche un’anima anticonsumista, ma quello che conta sono i risultati. Anche i giovani dei centri sociali sono anticapitalisti e anticonsumisti. Eppure sono pienamente funzionali al sistema.
    E poi bisogna anche valutare: si è contro il capitalismo per sostituirvi cosa? E se ciò che vi si vuole sostituire è ancor peggio, sai che bel guadagno. ma qui entrano in gioco giudizi sui valori che come tali sono personali.

    • Moi says:

      Ritvan potrebbe esserci di grande aiuto spiegandoci come fanno i giovani dei Centri Sociali OKKupati a “vivere di stenti” ma … mantenendo dei molossoidi in perfetta salute e con il pelo perfettamente lucido ;-)

      O ci sono Misteri che la Scienza Veterinaria non può spiegare o … “le Pancabestie” come li chiamano gli Umarell, non ce la raccontano giusta circa le loro effettive condizioni economiche ! :-)

      • Ritvan says:

        Caro Moi, la Scienza Veterinaria non offre risposte al tuo quesito…qualche ipotesi potrebbero offrirtela, invece, le Scienze Socio-Politiche…ecco, p.es. hai preso in considerazione l’ipotesi che i sullodati molossoidi debbano il loro florido aspetto a regolari “espropri proletari” di succulente bistecche presso le macellerie della zona?:-)

    • Daouda says:

      Se c’è qualcuno o qualcosa che non è anticapitalista quelli sono i centri sociali!

      Ridurre l’epoca a capitalismo, socialismo o cos’altro è comunque altamente riduttivo, come credere sempre e comunque che le contrapposizioni siano artificiali e non profondamente radicate.
      Come una società non può essere ricondotta unicamente al consumismo ( che non c’entra in sé col capitalismo perché si può essere avari e capitalisti al contempo ) ugualmente il problema delle opposizioni è che si è smarrita la capacità di ricondurle al principio o comunque riconoscerne la fallacia.

  46. Moi says:

    @ Pino e Miguel (e tutti ovviamente) …

    ___

    Credo che il Risorgimento come “mito identitario” in Emilia Romagna sia stato fagocitato dalla Resistenza … ripeto, non (!) “inverato”, ma “fagocitato” proprio. :-)

  47. Emilio Praga says:

    PRELUDIO

    Noi siamo i figli dei padri ammalati:
    aquile al tempo di mutar le piume,
    svolazziam muti, attoniti, affamati,
    sull’agonia di un nume.

    Nebbia remota è lo splendor dell’arca,
    e già all’idolo d’or torna l’umano,
    e dal vertice sacro il patriarca
    s’attende invano;

    s’attende invano dalla musa bianca
    che abitò venti secoli il Calvario,
    e invan l’esausta vergine s’abbranca
    ai lembi del Sudario…

    Casto poeta che l ‘Italia adora,
    vegliardo in sante visioni assorto,
    tu puoi morir!… Degli antecristi è l’ora!
    Cristo è rimorto !

    O nemico lettor, canto la Noia,
    l’eredità del dubbio e dell’ignoto,
    il tuo re, il tuo pontefice, il tuo boia, il tuo cielo,
    e il tuo loto !

    Canto litane di martire e d’empio;
    canto gli amori dei sette peccati
    che mi stanno nel cor, come in un tempio,
    inginocchiati.

    Canto le ebbrezze dei bagni d’azzurro,
    e l’Ideale che annega nel fango…
    Non irrider, fratello, al mio sussurro,
    se qualche volta piango :

    giacché più del mio pallido demone,
    odio il minio e la maschera al pensiero,
    giacché canto una misera canzone,
    ma canto il vero!

    Novembre 1864

  48. mirkhond says:

    Infatti. Del resto la retorica resistenziale definiva la Resistenza 1943-45 come il Secondo risorgimento.
    Garibaldi era il simbolo delle brigate partigiane comuniste e il simbolo del fronte comunista-socialista alle elezioni del 1948.
    ciao

  49. Per Mirkhond

    “E proprio l’oscuro ma fondato timore che il federalismo…”

    Credo che Mirkhond abbia colto l’essenza del problema. Una paura che riguarda tutta l’Italia, ormai, almeno sotto il Po.

    Si è in qualche modo costretti a difendere lo Stato Nazione.

  50. Per Moi

    “come fanno i giovani dei Centri Sociali OKKupati a…”

    Ma perché queste generalizzazioni? Esistono centri sociali di fumatori di canne a tempo perso; esistono centri sociali che sono imprese economiche; esistono centri sociali che sono eccellenti e limpide iniziative di gente che lavora sodo, come il CPA a Firenze.

    Come esistono fascisti che sono animali da stadio e fascisti che riflettono seriamente e cercano di vivere con coerenza; cattolici che vanno in Chiesa dopo aver incassato la tangente e cattolici che vanno a vivere con i più poveri del Kenya; liberali che sono furbi opportunisti e liberali che onestamente ritengono che i fanatismi siano sbagliati.

  51. Per Mirkhond

    “Per quel che mi risulta, essendo nato DOPO il ’68, ne ho quasi sempre sentito parlare male…”

    Ma anch’io ne parlo male, come di qualunque fenomeno sociale :-)

    Prima di tutto, il Sessantotto (concordo con Preve nell’usare la maiuscola per definire il movimento, la minuscola per definire l’anno) è stato uno dei pochi movimenti nella storia in cui gli intellettuali hanno giocato davvero un ruolo importante; e in particolare i giovani aspiranti intellettuali, cioè gli studenti di lettere e filosofia o del liceo classico.

    Ora, si diventa intellettuali, di solito – con le dovute eccezioni – in famiglie in cui si vedono i libri da piccoli; e quindi una buona parte del ceto dirigente del Sessantotto era costituito da figli di persone che si erano laureate quando la laurea era riservata nei fatti alla borghesia.

    Inoltre, come sottolinea Romolo Gobbi, i contestatori contestavano le regole precedenti; e quindi c’era un’atmosfera di festa permanente e di libertà sessuale, che piaceva a grandi masse di persone non particolarmente interessate alla politica.

    Secondo, qualunque fenomeno sociale tende a degenerare, appena diventa di massa. La critica sociale più lucida, estesa a diecimila adolescenti in corteo, significa gridare in coro “Se vedi un punto nero spara a vista o è un carabiniere o è un fascista”, e simili amenità.

    Ma lo stesso si può dire appunto di qualunque fenomeno sociale.

  52. Certamente, il Sessantotto coincide con la crisi della borghesia. Chiedo scusa ai lettori marxisti, ma per borghesia non intendo solo “i ricchi”, che ovviamente esistono più che mai, ma tutto un complesso, uno stile di vita, con aspetti positivi e negativi:

    pensa al domani – puoi andare al bordello ma non sposare la figlia del tranviere – a scuola devi metterti la cravatta – meglio un aborto clandestino che un matrimonio come non conviene – trasgredisci ma lontano dall’occhio pubblico – pratichi certi sport – vestiti bene ma senza ostentare soldi – vai in chiesa ma non fidarti dei preti e non credere troppo – uomini e donne non devono fare le stesse cose

    Il crollo di un simile sistema porta sia al Sessantotto, che alla Jeune Fille di cui abbiamo spesso parlato su questo blog, e che è la figura antropologica essenziale dei nostri tempi.

    Ma non è il Sessantotto che genera la Jeune Fille.

    • Moi says:

      “Ma non è il Sessantotto che genera la Jeune Fille.”

      ___________

      Ok, ma nell’ immaginario di chi NON è un intellettuale invece, sì !

      … Nessuno lo sa meglio di Berlusconi, per questo non solo non si dimette, ma riesce a far apparire i “Sinistrati” che lo criticano come degli invidiosi sfigati.

      SE poi qualche Alfiere della Superiorità Morale si fa beccare con i transessuali …

  53. Per gli emiliani e i baresi…

    No, qui a Firenze di tricolori alle finestre se ne vedono tanti. Immagino di più che in qualsiasi altra parte d’Italia. In fondo, Firenze non è mai stata una città “comunista”, ma è stata laica, massonica, borghese, anticlericale; è abbastanza sotto gli Appennini e abbastanza polemica da “avercela con i leghisti”; ma abbastanza benestante da poter dire che l’Italia è stata “una buona cosa”.

    Almeno queste sono le mie ipotesi, del tutto azzardate.

    • Moi says:

      Gli anziani Toscani non hanno mai preso bacchettate sulle dita a scuola se dicevano una parola in “dialetto” … automaticamente ritenuta “maleducata”.

      Probabilmente, ha influito anche questo.

  54. jam says:

    ..non bisogna confondere i rutti con le bestemmie,
    dopo un rutto si dice wa l-hamdullilah! grazie!
    ma la bestemmia invece non potrà mai assumere il ruolo di una maschera apotropaica, ed invece di esorcizzare crea un nuovo incubo, un danno, astaghfiru-llah
    ciao

    • Moi says:

      “wa l-hamdullilah”, “wa l-hamdullilah” … ovvero, tradotti ?

      Arguisco che si tratti di ringraziamenti a Dio, ma … grazie di che ? ;-)

      • PinoMamet says:

        Dall’uso che ne fa il mio conoscente senegalese sufi (anzi, “amico dei Sufi”, come si definisce lui) direi che il primo è “lode a Dio” o “Dio sia lodato”,
        mntre astafigrullah dovrebbe essere tipo “che Dio mi perdoni”;

        poi lui ci mette in mezzo anche le invocazioni e i ringraziamenti al Serigne Toubà.

        Ciao!

  55. PinoMamet says:

    Aggiornamento “federalismo”:
    direi che da ‘ste parti la convinzione più diffusa è che finirà per regalare il sud alla Mafia, il nord a Formigoni e simili (visti come “mafia soft”, nel senso che non sparano- per adesso), mentre per noialtri prenderà in pratica la forma di un generalizzato aumento delle tasse locali.
    Avere una polizia locale, valorizzazione di dialetti e compagnia cantante: non gliene frega un cazzo a nessuno.

    Ciao!

  56. jam says:

    …il ’68 riapri “la via della seta” stile Marco Polo, che si richiuse poi nel dicembre 1979 con l’invasione russa dell’Afghanistan…
    ciao

  57. PinoMamet says:

    Sentito oggi, e credo di interesse;
    poi traduco:

    ” ‘s pol mi’a parlèr mèl in gir di partigiàn… guèi! ma s’i han fat? gnenta, s’i gnivan mi’a in sà j’americàn, s’i fèvn i partigiàn, con un s-ciopèt in man?”

    “si può mica parlare male in giro dei partigiani… guai! ma cosa han fatto? niente, se non arrivavano mica gli americani, cosa facevano i partigiani, con uno schioppetto in mano?”

    Ovviamente, la retorica ufficiale è l’esatto contrario; ed è anche uno dei rari casi in cui abbia sentito una frase simile, tantopiù in dialetto e tra ultrasessantenni;
    significativo il fatto che il parlante abbia detto “non si può parlare male in giro dei partigiani”, perché è la verità.

    Ciao!

    • PinoMamet says:

      Forse casuale, ma forse più probabilmente no, il fatto che l’argomento sia uscito dopo le celebrazioni “risorgimentali”.

    • mirkhond says:

      Parma si dice Perma in parmigiano o in bolognese?
      ciao

      • PinoMamet says:

        In parmigiano si dice senz’altro Pèrma, ma suppongo anche in bolognese

        ciao!

        • Moi says:

          Si dice “Pèrma” anche a Piacenza ?

          ____

          Cmq a Bologna si dice sempre “Pèrma” con “è” aperta, ma a Ravenna e da Imola a Senigallia mi sembra che si dica tendenzialmene “Pérma” con “é” chiusa …

          Ferrara non saprei, forse si dice “Parma”, visto che hanno una fonetica (e solo quella) che tende a “veneteggiare” ;-)

        • Moi says:

          Per chi fosse ulteriormente interessato, segnalo che la peculiarità del Bolognese è l’ alfacismo non etimologico … ad esempio “zdàura” o “arzdàura” è tipicissimo di Bologna, nel resto della regione al posto di quel “àu”tende esserci “o” o “ou” o “òu” … se il “piede” tende a essere “al pè” a nord ovest di Bologna e “e’ pé” in Romagna :-) (sempre Ravenna + da Imola a Senigallia tirando dentro Montefeltro e San Marino) a Bologna è “pà”.

          Se la mela e la pera tendono a essere “méila” / “mèila” o “péira”/ “pèira” in tutta la regione, la peculiarità marcatrice del Bolognese è “pàira” e “màila”.

          ___

          L’ articolo determinativo maschile singolare ” ‘E ” tende a caratterizzare _ almeno in Pianura_ la Romagna, mentre “Al” (come in Arabo ?!) tende a caratterizzare l’ Emilia.

          A voler essere pignoli-pignoli in realtà nel “àu” bolognese c’ è anche un’ evanescente “ò” che si sente “a stramezzo” ;-) … infatti la grafia ufficiale ha “spigolato” :-) e adottato la “A con cerchietto sopra” dello Svedese che fa tanto prodotto Ikea ;-) :-)

        • PinoMamet says:

          “Se la mela e la pera tendono a essere “méila” / “mèila” o “péira”/ “pèira” in tutta la regione, la peculiarità marcatrice del Bolognese è “pàira” e “màila”.”

          Da noi sono rispettivamente “pom” e “per”
          (maschili; la pianta invece è femminile, come in latino…)
          una delle poche cose differenze notevoli che ho notato guardando il film sui partigiani in dialetto bologense, come si chiamava… dai quello di un paio di anni fa…

          ciao!

        • Moi says:

          “L’ Uomo Che Verrà” … in realtà non è o cmq non vuole essere “Bolognese” nel senso proprio di “Bulgnàis” [notare l' "àis"] … è la variante “muntanèra” … difatto ci sono anche personaggi che parlano un quasi-Romagnolo, anche se l’ articolo determinativo maschile singolare ” e’ ” al posto di “al” è tipico delle zone montanare.

  58. mirkhond says:

    Noto che anche da voi vi è il passaggio a/e tipo appunto Parma/Pèrma come Bari/Beri in alcune parlate pugliesi.
    ciao

  59. PinoMamet says:

    Certo, è una delle caratteristiche più tipiche dei dialetti emiliani-romagnoli, che li differenziano ad es. dai dialetti lombardi;
    ne avevamo già parlato in passato, non ricordo se con te o forse con Peucezio, di questa somiglianza emiliano-pugliese.
    Per l’Emiliaromagna, qualcuno ha tirato in ballo il sostrato celtico, ma allora perchè mancherebbe in Lombardia? (dove, a rigore, i celti sono rimasti più lungo e anche più “puri” che qua)
    e perché sarebbe presente anche a Bari?
    Qualcuno, forse sempre Peucezio (mi corregga se sbaglio) ipotizzava, chissà, un influsso illiro-balcanico su tutta la parte d’Italia che, diciamo, guarda verso l’Adriatico.

    Già Dante, buon osservatore, notava, come dicevamo, una differenza tra le parlate “al di qua” e “al di là” della dorsale appeninica, più che tra nord e sud.
    (forse anche per come erano disegnate le mappe d’Italia ai suoi tempi!)

    ciao!!

    • Moi says:

      Non ricordo più dove, ma mi pare di aver letto che i Boi e i Senoni fossero dei Celti “più puri” degli Insubri … boh !

      L’ Emilia Romagna ha avuto anche molti insediamenti degli Etruschi … eppure non v’ è traccia di “gorgia” nei dialetti. ;-)

      • PinoMamet says:

        Allora, la questione degli insediamenti celtici in nord Italia è abbastanza confusa, comunque pare che ci fosse un gruppo sufficientemente antico da poter essere considerato autoctono
        (gli Insubri) e gruppi di “nuovi arrivati”, tra i quali i Boi e i Senoni appunto;
        questi- teniamo presente la difficoltà di lavorare su materiali scarsi e frammentari- dovevano parlare la stessa lingua dei transalpini, a logica, mentre gli Insubri avevano una variante loro.

        Comunque è abbandonata l’idea che “scacciassero” del tutto gli Etruschi (come anche quella che i Romani abbiano scacciato completamente i Galli): pare invece che finirono per mescolarsi (trovate sepolture di “coppie miste”, come testimoniato dai diversi corredi funebri).

        La gorgia è attribuita agli Etruschi solo in via ipotetica, legame molto contestato da alcuni;
        comunque, come già ebbi a scrivere, anche il “mangiarsi” le vocali non accentate era caratteristica etrusca, che i dialetti emiliani hanno in pieno;
        e quando vedo che gli Etruschi chiamavano la luna “Losna”, sento subito l’antenata della “Lon’na” di qua, che mi sembra poco spiegabile come esito latino.

        Ciao!!

        • Moi says:

          Non so a Parma, ma a Bologna “la losna” è un termine che indica il bagliore dei temporali notturni … esiste pure il verbo meterologico difettivo “al slosna” o “ai [locativo] slosna” / “slusnèr”

  60. mirkhond says:

    Quel qualcuno ero/sono io.
    ciao

    ps. il bistrattato (da Peucezio) linguista dilettante (nel senso di non accademico) Stefano Leonardo Imperio, ammetteva comunque un qualche sottile influsso celtico anche nelle nostre parlate a nord della linea Taranto-Brindisi, che lui ricollegava al sostrato della vasta area celto-illirica dagli attuali Grigioni Svizzero alla Croazia.

    • PinoMamet says:

      Scusami, ho una pessima memoria e vi ho confusi anche a causa della provenienza geografica.

      Una influenza celtica anche da voi non la escluderei del tutto: o la si fa rimontare a quello che dice il linguista che citi, oppure si può benissimo pensare a insediamenti storici (i popoli antichi erano assai meno puristi di noi nell’autodefinirsi, e mi pare ci siano ritrovamenti celtici ben più a sud di Ancona; so che frequentavano luoghi sacri comuni con i Sanniti; non vedo perché non avrebbero potuto fare una capatina più a Sud, magari per il mare :) ; altrimenti qualche influsso gallo-italico più tardo?)

      Ciao!!

      • mirkhond says:

        Stefano Leonardo Imperio ad es. sosteneva che Taras, Taranto, fosse un termine di origine celtica e preesistente all’insediamento greco che ne rilevò il nome. A sostegno della sua ipotesi, citava la Tarantasia, regione alpina, Tarascona, città della Gallia, ecc.
        Lui pensava appunto ad uno stanziamento celto-illirico.
        Quanto alla presenza dei Celti, o gruppi misti a Celti, anche a sud di Ancona, mi sembra che Dionigi di Siracusa (405-367 a.C.), nel fare dell’Adriatico un lago siracusano, reclutasse anche mercenari celti negli empori di Ancona e Spina.
        Hai ragione, gli antichi si spostavano, soprattutto i Celti.
        ciao

  61. mirkhond says:

    Quel qualcuno in riferimento al sostrato illirico-balcanico su entrambe le sponde dell’Adriatico.
    Quanto ad un’identità “adriatica” distinta da quella tirrenica, ne parlò anche Marcello Veneziani in una conferenza qui a Bari, in occasione del millenario della spedizione veneziana guidata dal doge Pietro Orseolo che liberò la stessa Bari dall’assedio dell’emiro musulmano di Pietrapertosa in Basilicata.
    ciao

  62. mirkhond says:

    Riguardo agli Etruschi, in effetti l’invasione celtica del V-IV secolo avanti Cristo, non li spazzò via del tutto. Mantova era una città etruscofona ancora ai tempi di Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.), e verosimilmente dovettero generarsi aree mistilingui e meticce, il che potrebbe spiegare le differenze tra dialetti cis e transpadani che avete rilevato.
    Quanto al paira romagnolo, anche nell’estinto dalmatico latino, si diceva paira, come kaina (cena), saira (sera), ecc., ma paira si dice anche ad Altamura in Terra di Bari.
    Penso che un sostrato illirico o celto-illirico possa non essere poi così assurdo.
    ciao

  63. mirkhond says:

    Riguardo alla gorgia, è presente nell’Umbria perugina tra la Toscana e il Tevere? Nel bacino del Trasimeno? A Perugia stessa?
    Quando anni fai andai a Viterbo e provincia, non ne trovai traccia nel dialetto romanesco della regione, l’antica Tuscia (Etruria) papalina.
    ciao

  64. jam says:

    …concordo e respiro:
    non é il ’68 che ha prodotto la jeune fille!
    Semmai il ’68 ha prodotto l’arzdoura macrobiotica e intellettuale, i tortelloni alla pasta verde con le ortiche e le marmellate di zucca x panini di felicità. Chi vuole affibbiargli la jeune fille, lo fa perché é interessato a mistificare un avvenimento assai più complesso e scomodo, quasi irrazionale come quando gridava: la Ragione, non é della ragione…
    Quante persone ci vogliono x fare un’idea?
    ciao

  65. Moi says:

    ” ‘s pol mi’a parlèr mèl in gir di partigiàn… guèi! ma s’i han fat? gnenta, s’i gnivan mi’a in sà j’americàn, s’i fèvn i partigiàn, con un s-ciopèt in man?”

    “Biastàmmia in Cisaaaa !!!!” ;-) :-) / “Bestemmia in Chiesaaa !!!”

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