Ipotesi egiziane

Provo a riassumere quello che ho capito – e anche quello che non ho capito – della situazione in Egitto.

Intanto, una notizia importante: Yusuf al-Qaradawi, il teologo musulmano più influente del mondo, ha attaccato direttamente l’esercito egiziano e ha invitato il clero egiziano a schierarsi con la rivolta (chiedo scusa delle superficialissime definizioni di teologo e clero).

Sappiamo che ci sono stati dieci giorni di enormi manifestazioni contro il regime di Hosni Mubarak. Manifestazioni scatenate dall’ennesimo invito di piccole forze di opposizione a manifestare, che con la sorpresa di tutti, hanno raccolto un seguito immenso.

Le manifestazioni sono gigantesche e spontanee, nel senso che i convocatori sono stati del tutto incapaci di dirigerle, mentre i Fratelli Musulmani si sono affiancati in maniera molto cauta.

Può darsi che un immediato e spietato massacro avrebbe fermato le manifestazioni, o forse no; comunque il regime ha preferito non rischiare. E quindi ha fatto sparire la polizia dalle strade, e gli apparati del regime – distinti dall’esercito – hanno preferito rendersi invisibili.

L’esercito si è presentato come garante della pace, sembrando a volte quasi schierarsi con il popolo. Ma l’esercito egiziano è una cosa spaventosamente seria; quindi non si trattava di un’autentica fraternizzazione – come è successo in Tunisia – ma di una scelta dall’alto: difficile dire però quale sia questo alto.

A questo punto, c’è stato l’intervento di Obama, che non chiedeva le dimissioni di Mubarak, ma gli ingiungeva, con fare assai arrogante, di “fare le riforme”.

E qui sbaglio previsione, perché credevo che a quel punto, Mubarak fosse fuori gioco, che gli Stati Uniti e Israele si fossero messi d’accordo con qualche oppositore per creare il personaggio del Simpatico Liberale del Futuro, garantito dall’esercito, perché cambiasse la forma, ma non la sostanza.

Con il suo intervento, poi, Obama avrebbe voluto anche farsi perdonare dagli egiziani più ingenui decenni di interferenze e di sostegno al regime di Mubarak.

Invece no. E avrei dovuto capirlo, visto che Mubarak aveva scelto di mandare avanti l’uomo che da anni gestisce la violenza nel paese, ‘Umar Suleyman. Che non sarà certo il Simpatico Liberale del Futuro.

Ieri i “gruppi pro-Mubarak” hanno attaccato contemporaneamente ad Alessandria e al Cairo. In maniera molto efficace: sul piano militare, vittoria sui pacifici e disorganizzati antimubarakiani. Quindi, dietro la loro improvvisa comparsa, ci deve essere stato un lavoro notevole, durato giorni.

Questo ci ricorda che il mubarakismo è qualcosa di ben più complesso di una semplice “dittatura” secondo i canoni del racconto del tiranno cattivo. E’ un sistema in cui si può morire torturati, in cui le elezioni possono essere drammaticamente truccate e in cui il film di maggior successo nei cinema può essere una violenta critica al presidente.

Questa sensazione dell’inafferrabilità del potere mi ricorda il Messico. Dove potevi trovare nelle librerie testi durissimi di denuncia contro il governo, mentre leggevi di sparizioni di oppositori nelle provincie; dove i docenti potevano discutere di rivoluzione, mentre l’elezione del preside della facoltà veniva decisa a colpi di pistola tra i capi di due fazioni dello stesso partito. O dove i venditori ambulanti costituivano una forza paramilitare per tenere sottomessi i più poveri del proprio quartiere.

Comunque, è chiaro che Mubarak può contare su una forza diversa dall’esercito. Che chiaramente è tenuta insieme da interessi, ma sarebbe riduttivo forse pensare solo a una “banda di mercenari”.  Questo è un rischio molto diffuso dai tempi dello stalinismo – siccome noi abbiamo ragione, l’unico motivo perché si sia contro di noi, è perché ti pagano. E’ consolante, eccitante e fa sentire molto buoni; ma non aiuta a capire la storia.

E’ possibile che ci siano dei mercenari, ma la vita reale è assai più complessa.

Vi ricordate ad esempio le pittoresche immagini dei cammellieri all’assalto? Un mio amico, scrivendomi dall’Egitto, chiarisce il mistero: erano i cammellieri delle Piramidi, che vedono nella manifestazioni solo il crollo del loro precario futuro. E in questo, c’è anche la forma tragica che talvolta assume la lotta di classe, quando chi vive problemi drammatici può finalmente sfogarsi sui presunti figli di papà che passano il tempo a giocare alla rivoluzione.

E’ ancora da venire la rivoluzione in cui i poveri faranno la guerra ai ricchi senza finire per colpire altri poveri. Prendiamone atto, almeno.

camelschargeMa anche se sono molto meglio organizzate, alcune migliaia di persone armate di mattoni, molotov e coltelli non possono avere ragione di masse come quelle che hanno manifestato contro Mubarak. Quindi è improbabile che Mubarak si sia affidato a questa gente. Mubarak non è uno stupido, e quindi non si tratta dell’ultimo gesto di un disperato, come qualcuno potrebbe pensare.

Per capire meglio, credo che dobbiamo guardare alcuni dettagli.

‘Umar Suleyman dice che lui sarà contento di dialogare, ma solo dopo che saranno finite tutte le manifestazioni. E poi basta aspettare otto mesi, che si vota.

E’ un discorso forte: infatti, ogni momento in più di crisi politica in Egitto aggrava anche la crisi economica, e gli egiziani sono un popolo decisamente ragionevole.

Il problema è che le manifestazioni sono l’unica carta che abbia l’opposizione abbia in mano; e  difficilmente potrebbero ricominciare ex novo con la stessa forza.

In questo contesto, appena prima dell’ora del telegiornale (che in questi giorni in Egitto sarà ancora più importante che in Italia) scoppiano feroci e incomprensibili scontri tra bande, con circhi di cammelli e cavalli e colpi di pistola. Questo in un paese che ha molta e giustificata paura. Paura non di problemi, ma della catastrofe e della fame, del collasso di quel poco di economia che c’è. Che si accompagna alla paura delle vecchie generazioni, che si ricordano cosa fu la guerra.

La mia ipotesi – che sono pronto a ritirare alla prima controprova – è che l’esercito intenda cogliere l’occasione per salvare il paese dalle contrapposte manifestazioni, e forse proprio per questo ha permesso l’attacco degli antimubarakiani. Infatti l’esercito si è contemporaneamente dichiarato “neutrale”  e ha invitato a farla finita con tutte le manifestazioni. Cosa più facile adesso, che i manifestanti si saranno stancati psicologicamente e fisicamente.

Due domande fondamentali restano però senza risposta. La guardia pretoriana realizza il progetto di Mubarak, oppure si appresta a far fuori anche lui? E cosa vogliono gli Stati Uniti?

Il fatto che Mubarak abbia messo a disposizione del progetto, molto letteralmente, la propria faccia, esibita sui cartelli dalle bande che hanno attaccato ieri, fa pensare che il progetto sia suo. Ma un indizio non costituisce una prova.

Per quanto riguarda l’atteggiamento degli Stati Uniti… uno degli elementi che ispirano la rivolta è certamente il senso di dignità calpestata, legato alla subordinazione dell’Egitto agli interessi statunitensi e israeliani. La rivolta non ha avuto forti parole d’ordine in questo senso, ma lo si vede da cento piccoli indizi.

Le interferenze di Obama e della Clinton hanno però permesso ai mubarakiani di rovesciare il quadro: il “presidente egiziano” è stato “umiliato dagli americani“. A Ramallah, subito dopo aver vietato manifestazioni a sostegno della rivolta egiziana, alcune decine di militanti di al-Fatah hanno inscenato una manifestazione a sostegno di Hosni Mubarak, in cui se la sono presa con “l’agente della CIA” ElBaradei e le “ingerenze americane”. Che detto da una banda di gente che da anni applica gli ordini della CIA – non nel senso traslato, parlo proprio dell’ufficio locale della CIA – contro il proprio popolo, fa ridere; ma colpisce una corda sensibile.

Qualcuno sostiene quindi che Obama abbia voluto fare un regalo a Mubarak, dandogli un’occasione per “riscattare l’onore arabo offeso” e per rubare un potente argomento all’opposizione. Non lo so e non lo sapremo mai. Perché non sappiamo nemmeno esattamente cosa gli Stati Uniti desiderino in questo momento.

La colpa comunque è anche delle opposizioni, a partire dai Fratelli Musulmani, che si lamentano da anni perché gli Stati Uniti usano due pesi e due misure, perché gli Stati Uniti non dicono niente. Cadendo in pieno così nel gioco della subordinazione.

Gli Stati Uniti non devono dire niente, e non devono dare un soldo a nessuno. Pensino ai propri di poveri.

P.S. Intanto,  i manifestanti del Cairo guadagnano ai miei occhi un sano e solido Punto Fiammy.

Scrive infatti Fiamma Nirenstein sul Giornale:

Il Giornale, 1 febbraio 2011

Il presidente americano Obama dovrebbe smetterla di pasticciare col Medio Oriente, di cambiare posizione due volte in due giorni sulla più grave delle situazioni sul tappeto della pace mondiale, il futuro dell’Egitto. Dovrebbe smetterla di mettersi in relazione con il bene assoluto invece che con quello della sua nazione e di tutto il mondo che, dietro agli Usa, crede nella libertà, nel libero mercato, nella monogamia, nei diritti delle donne. Che frivolezza è mai questa? Che razza di informazioni ha la signora Clinton quando ci dice che «Non importa chi detiene il potere (comunque, non si sa mai, magari Mubarak la sfanga, sembra sottintendere questa frase ndr), il punto è come risponderemo ai legittimi bisogni e alle lagnanze del popolo egiziano». Ottimo, ma Obama, che ha dato questa linea mollando il suo alleato di sempre, il suo punto di riferimento nel mondo arabo dopo parecchie ore di incertezza, lo sa che fra le “lagnanze”, le più dure (ormai comuni in piazza) oltre che contro Mubarak, inveiscono contro gli Usa e Israele, e contro il mondo occidentale in generale? Lo sa che questa grande rivoluzione di piazza, che nella nostra visione ha soprattutto connotati sociali, deve invece essere misurata su connotati culturali islamici completamente diversi? O dobbiamo seguitare a fingere che si parli solo di pane e di lavoro, elementi senz’altro rilevanti?

Ma ci richiama alla realtà il sito jihadista salafita Minbar Al Tawhid dove il prominente clerico Abu Mundhit Al Shinqiti raccomanda di partecipare alle manifestazioni spiegando: «Siamo sull’orlo di uno stadio storico per la nazione islamica, la caduta del regime egiziano sarà simile al terremoto dell’11 di settembre». L’11 di settembre, Presidente! Obama dovrebbe ascoltare il chiaro suggerimento di Al Shinqiti. Sa che in queste ore fra le varie forze in campo si gioca la trattativa per un governo in cui la Fratellanza Musulmana dovrebbe avere un ruolo preminente? Che l’abbiamo attraversata di già, con gli Hezbollah in Libano, questa fase “democratica”? Sa che gli slogan nelle piazze hanno un carattere sempre più antiamericano e antisraeliano, fino all’odio classico dei movimenti ideologici dei nostri tempi, sempre più grandi, sempre più sorretti da stati come l’Iran o la Siria? La piazza egiziana dice e scrive sui muri: «Gli Usa sostengono il regime, non il popolo»; per Mubarak hanno scritto sul ponte più grande del Cairo «Traditore, vattene in Israele»; e «Questa è la fine di tutti gli ebrei». Al Jazeera,  presenta al pubblico “esperti” come l’ex membro del parlamento israeliano, il palestinese Azmi Bishara, fuggito dopo essere stato accusato di spionaggio a favore degli Hezbollah durante la guerra del 2006. Spiega che la lobby sionista Usa è quella che sorregge Mubarak.

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16 Responses to Ipotesi egiziane

  1. mirkhond says:

    Approssimativamente, su una popolazione di 80000000 di abitanti, quanti sono i sostenitori di Mubarak?
    Quanto agli Usa, quel che viene da pensare, stando almeno all’attualità, è che siano rimasti spiazzati da una rivolta di una tale imponenza e che probabilmente non si aspettavano, almeno in queste dimensioni. Probabilmente stanno cercando soltanto di trovare la soluzione più confacente ai propri interessi. Piuttosto è Israele che non si capisce cosa possa fare. Certamente non sono contenti di perdere un prezioso vassallo.

    • Ho letto in giro che il partito nazional-democratico (ehi, l’ho già sentito da qualche parte!) conta 12 milioni di iscritti. ignono se siano compresi i dromedari, ma è l’unica cifra che ho trovato.

  2. Timida says:

    Hmmmm io ho l’atroce sospetto che nella piazza del Cairo si stiano in realtà combattendo USA e Israele.
    Gli uni stufi di Mubarak, gli altri che lo sostengono ancora e sono assai incazzati coi primi.

    Sbaglierò…

    • Francesco says:

      finalmente qualcuno che nota la abissale distanza tra le posizioni del governo USA e quelle del governo di Israele.

      se è un gioco delle parti, non se ne è mai visto uno simile.

      Miguel, avevo letto la Fiammy, contiene anche riferimenti a sondaggi che mostrano desideri abbastanza fondamentalisti della maggioranza degli egiziani (tralascio i deliri vari, come l’Iran che finanzia la rivolta egiziana).

      Ciao

      • nic says:

        -se è un gioco delle parti, non se ne è mai visto uno simile.-

        ah no? Ed il poliziotto buono e quello cattivo non è forse un classico dai tempi dei tempi? Ora poi che il buono è pure nero, c’è persino chi ci casca.

        • Francesco says:

          Può darsi, io ricordo un allineamento molto maggiore tra gli USA e il loro “miglior alleato in Medio Oriente”.

          Vedremo come andrà a finire.

      • Ritvan says:

        Beh, “abissale”…non esageriamo, caro Francesco.

        • Francesco says:

          beh, fino a ieri Israele sosteneva a piene mani Mubarak e chiedeva a USA ed Europa di fare altrettanto. mentre Obama diceva a Muby di andarsene in fretta.

          oggi intravedo due scenari: Suleyman “succede” a Mubarak e mantiene le cose come stanno (regime “laico”, pace con Israele) oppure deve accordarsi con i Fratelli Musulmani per dividere le opposizioni, abbraccia il nazionalismo spinto e si passa ad un regime nazional-islamico (strepiti contro Israele e le ingerenze USA, regime “islamico”)

          non vedo uno sbocco di libertà per i cittadini egiziani in nessuno dei due casi

          spero di sbagliarmi

          PS sarei curioso di vedere che parte sceglie Miguel nel secondo caso: i rivoltosi o il regime Suleyman-FM?

  3. Agostino says:

    L’assalto dei clientes straccioni del governo Mubarak mi ha fatto tornare alla mente il pestaggio degli studenti rumeni avvenuto a Bucarest nel 1990 ad opera dei minatori trasportati in città da camion gentilmente forniti dal governo Iliescu (il ‘traghettatore’).
    La storia è sempre uguale a se stessa: la lotta tra disgraziati è la migliore garanzia dei signori.

  4. Un commento all’americana:
    L’unica speranza per gli egiziani è che quelle ronde e quei manipoli che hanno difeso, per esempio, il museo nazionale, si procurino un discreto quantitativo di armi da fuoco e imparino ad usarle; ci avvicineremmo molto alla legalità democratica. All’erta.

  5. nic says:

    “Questa sensazione dell’inafferrabilità del potere mi ricorda il Messico”.-

    Faccio lo stesso confronto ma provo esattamente l’opposto. In Messico tutti sanno fin da bambini – salvo non professino voto di castità nella reducida secta de la sociedad civil chilanga – che senza armi non si va da nessuna parte. Se non si va al cumple de la chamaca, men che meno a fare la revolución! Il potere in Messico è un cuerno de chivo sulla spalla di quien sea. Dal comunero del villaggio zapoteca persa nella selva, fino al tecno narco di Tijuana. Tanti poteri, tutti armati e tutti ben tangibili. Il potere lo si può toccare, smontare, lubrificare e ricaricare. Non so se è esattamente la realizzazione in terra del famoso “mundo donde quepan todos los mundos” del subcomediante ma bisogna riconoscere che la ridistribuzione di poteri è molto più orizzontale che in altre società considerate culla della democrazia. E soprattutto, se una mattina ti svegli rivoluzionario, sai già cosa portarti da casa e non è lo scolapasta.
    http://www.abc.es/20110203/internacional/abci-fotogaleria-armas-anti-mubarak-201102031253.html

  6. Andrea Di Vita says:

    Per Martinez

    ”cento piccoli indizi.”

    Quali?

    Andrea Di Vita

  7. Leo says:

    Hi Martinez
    I suggested this link under previous post, do you read it..?? This is can explain if not all …a lot…
    http://www.voltairenet.org/article168337.html

  8. Leo says:

    Hi Martinez
    I have suspicious that your source about contemporary Islamic fiqh (theology cannot be really applied in western understanding of such word to Islam) is UCOII..now I am quite sure.. Dr. Qaradawi is only the most prominent thinker for the MB, the Great Mufti of Egypt and Syria, have an higher and larger religious impact then him, among the scholars in Turkey he is considered more a political figures then else…OK al Ahzar has been so sold to regime that lost a lot of prestigious.. but Qaradawi is followed only from MB in Egypt and elsewhere, in Italy UCOII.. People as Muhammed Aqmal (Jerusalem), Tahirul Qadri (Pakistan), Umar Al Habib Al Haddad (Yemen), the passed al Ahzar Shaych Mohammed al Tantawi, Shaych Ali Gooma (Egypt) are/were much more prominent as scholars then Dr Qaradawi,. However they abide to the principal (old of centuries which we can like or not but technically fully valid from the point of Islamic jurisprudence) that you cannot take position in a contrast between muslim ruler and muslim ruled except when the first openly forbids the basic practice of the religion…OR of course if we have clearly proof that the ruler betray his own people for advantage of no Islamic power..(that is the clear case here) but that is quite difficult to evidence in term of Islamic jurisprudence. If Dr Ali Gooma (great Mufti of Egypt, nominated but NOT CHOSEN by mr Mubarak) takes the responsibility to attack Mubarek then it will be a complete different matter…what Qaradawi said, it is what normally expect from him and unfortunately irrelevant.

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