Da Tunisi, 19 gennaio

Ieri sera, Imed mi ha scritto un altro messaggio, che pubblico volentieri. I riferimenti sono ad alcuni commenti ai suoi messaggi precedenti, apparsi su questo blog.

Imed fa benissimo a rispondere, però lui vede solo i commenti, mentre io vedo sia le visite, sia i riferimenti su altri blog e su mailing list, e quindi posso dire che i suoi post hanno suscitato un interesse davvero notevole. E in tanti aspettano altri resoconti, proprio nello “stile narrativo” che Imed ci propone.

Ciao Miguel,

forse il fatto di aver scelto uno stile “narrativo” per raccontare alcuni aspetti della rivoluzione tunisina ha creato un po’ di confusione. Volontariamente, ho cercato di descrivere senza nominare, per lasciare al lettore il piacere di capire da solo la Tunisia, quella vera e non quella conosciuta attraverso la TV italiana che, mentre parla di disoccupazione, trasmette immagini di donne velate e dromedari nel deserto.

Nic! Magari avessimo ancora carrette tirate dal ‘chucho’ per assicurare il servizio della nettezza urbana. Purtroppo, di notte passano i rumorosi camion compattatori. Nic! Caro fratello italiano; tu che conosci abbastanza il Marocco di 20 anni fa, viaggia, viaggia, caro fratello italiano, passa dalle mie parti e conoscerai quella gioventù istruita con “i cellulari, i camcorders ultimo modello” che ha saputo usare i proxy per fregare la censura del regime nella speranza di raccontare a te, caro fratello Nic, il proprio dolore e i più bei sogni di libertà.

Le tue capacità fisiognomiche ti hanno consentendo di individuare nel video da me girato qualche giovane pusher? No, caro fratello italiano, quelli sono i volti della gioventù istruita che, con un master in tasca stanno rubando il lavoro a te. Sono i volti di quella gente “con occhiali alla moda” che ha reso l’Italia meno ricca perché ha avuto la capacità di allungare la mano ed appropriarsi di una fetta della torta che stavi mangiando da solo. Quella gente, nel video, ti stava dicendo che la democrazia e la libertà d’espressione non è una caratteristica “etnica”, non è monopolio “occidentale”, ma l’aspirazione di qualsiasi essere umano.

Agli inizi degli anni novanta, alcune circostanze mi hanno consentito di leggere regolarmente i documenti strategici elaborati dai prigionieri politici dell’estrema sinistra italiana. Ricorrevano, nelle analisi, due espressioni: Borghesia Internazionale e Proletariato Internazionale. Abbreviandole con “BI” e “PI” e ripetendole tante volte, perdevano il proprio significato. Nel contempo, leggevo con la stessa regolarità la rivista “Informazioni della Difesa” e notavo il divario incolmabile nella capacità di analisi del modo. Per cui, rifiuterei l’uso della categoria “medio alta borghesia che fa festa” alla quale si riferisce Nic, per analizzare gli eventi in corso.

Volevo tradurre dal francese un importante documento, pubblicato in rete il  13 gennaio 2011, relativo all’appropriazione del regime delle ricchezze del paese. Non ho abbastanza tempo per farlo, quindi incollo il link.

http://npatroyesaube.canalblog.com/archives/2011/01/13/20116973.html

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35 Responses to Da Tunisi, 19 gennaio

  1. Francesco says:

    >> prigionieri politici dell’estrema sinistra italiana

    caro fratello marocchino, temo di non riuscire a capire questa frase. a chi mai ti riferisci?

    grazie

    • Andrea Di Vita says:

      Per tutti,

      Nessuno si è accorto dei legami fra Ben Alì e Arafat?

      ‘L’État tunisien se fait voler des centaines de millions de dinars par les « Premières Dames » de Tunisie et de Palestine. Pourquoi la deuxième concession de téléphonie mobile a-t-elle été accordée à El Sawiress, un ami de Mme Arafat ? Parce que Mme Arafat a demandé à son amie, Mme Ben Ali d’intercéder en sa faveur contre une somme faramineuse.’

      Ce n’e’ anche per i Difensori Dei Valori (Locali, beninteso):

      ‘L’imagination ne fait pas partie des proches du régime : la licence de ZITOUNA FM a été accordée à Sakhr el Matri, gendre du président qui, à travers cette radio « islamisante », veut se faire passer pour un « véritable musulman » et acquérir les faveurs du peuple.’

      Ci sono anche chicche del tipo:

      ‘Il faut aussi rajouter à l’actif de M. Abdelwahab Abdallah l’une des plus stupides opérations de censure de toute la planète. En effet, à la fin des années 90, un livre dénonçant les dérives de Ben Ali étant paru à Paris, Monsieur Abdallah donna l’ordre d’acheter tous les exemplaires. C’est ainsi qu’il propulsa ce livre au top des ventes, lui donnant un succès et une notoriété inespérés.’

      Gli Italiani ci fanno la figura di chi rifiuta la corruzione:

      ‘Un pool industriel international mené par des Italiens a proposé à l’État tunisien l’achat de la cimenterie de Tunis. Après plusieurs mois de travail et après avoir obtenu l’essentiel des autorisations nécessaires, au moment de signer le contrat définitif avec l’État tunisien, les industriels sont contactés par Belhassen Trabelsi qui conditionne l’accord de l’État à 20% de l’affaire (80 millions de dinars). Choqués par ces pratiques, les industriels se retirent, laissant à Belhassen Trabelsi l’affaire qu’ils avaient montée.’

      Sul capitolo dedicato alle banane posso confermare. Da ragazzo mangiavo ottime banane Tunisine, che poi sono sparite dalla circolazione. Ora so il perchè.

      E c’e’ tutto un lungo pezzo sul controllo diretto e indiretto della stragrande maggioranza dele reti televisive…

      Ritengo infine notevole il dfatto che la proposta costruttiva dell’autore del brano sia simile a quella di Beppe Grillo:

      ‘Nous proposons que chaque futur dirigeant de la Tunisie n’ait la possibilité de gouverner que durant un unique et court mandat, pour laisser à la société civile tunisienne, qui durant ces dernières semaines a merveilleusement résisté au terrible système de Ben Ali, la possibilité d’émerger définitivement.’

      Ciao!

      Andrea Di Vita

      • Francesco says:

        Da un estremo all’altro, la malattia infantile delle rivoluzione.

        Guardassero in casa nostra, dove dopo 20 anni di Mussolini governante forte abbiamo avuto 50 anni di governi di 11 mesi e deboli … e ora governi di magati qualche anno ma ugualmente deboli, inefficaci, quindi poco democratici.

        Imparare dagli errore dei cretini è un utile modo per risparmiarsi dolori evitabili.

        Saluti

        • Andrea Di Vita says:

          Per Francesco

          Concordo in pieno sulla frase riguardante gli errori evitabili.

          Pero’ mi chiedo se intendiamo la stessa cosa quando parlimo di governi ‘forti’ e ‘deboli’.

          Si puo’ essere governanti autorevoli senza per questo ricorrere necessariamente alla repressione. Viceversa, si puo’ essere autoritari ma screditati. Ottaviano si vantava di appartenere alla prima categoria di governanti. Temo che ben alì e molti suoi sodali nostrani appartenessero alla seconda.

          Ciao!

          Andrea Di Vita

          • Francesco says:

            “forte” e “repressivo” non sono commensurabili nel mio linguaggio, chiedo scusa

            ‘governo debole’ è la forma istituzionale italiana da (diciamo) la fine di De Gasperi alla Seconda Repubblica. o la Quarta Repubblica francese. o la repubblica di Weimar.

            ‘governo forte’ è quello inglese sempre, quello USA dopo Roosvelt e così via

            le dittature mi interessano poco

    • Ritvan says:

      Caro Francesco, fratello padano:-), perché pur essendo tu cattolico usi la legge del taglione:-) nei confronti di Imed, ovvero alla sua castroneria di chiamare “prigionieri politici” gli assassini rossi tu rispondi chiamando lui “marocchino”?

      • Francesco says:

        chiedo scusa

        leggo solo ora la reprimenda di Ritvan ma giuro sulla mia testa che si è trattato solo di un errore

        in primis perchè non vedo ragione di essere maleducato col mio interlocutore

        non considero “marocchino” un termine insultante (per qualche motivo, il Marocco non suscita in me alcun sentimento, nè postivo nè negativo) e non sono solito usarlo come sinonimo di abitante del Nord Africa

        ero solo distratto e porgo nuovamente le mie scuse, perchè mi rendo conto che la frase ha tutto l’aspetto di un insulto, ripeto del tutto non voluto

        grazie

        • Ritvan says:

          Eddai, caro Francesco, stavo scherzando, non si capiva?
          P.S. Capita a tutti di distrarsi sull’argomento Nordafrica: p.es. Berlusconi che si beve la parentela della marocchina Ruby con l’egiziano Mubarak!:-)

          • Francesco says:

            ma lui aveva motivi di distrazione più seri dei miei …

            mi spiace veramente perchè questo argomento è serio e pareva che io volessi mandarlo in vacca

            ciao

  2. ernesto says:

    Carissimo Imed,
    ti scrivo oggi, perchè sto seguendo i tuoi preziosissimi racconti da quando è iniziata la VOSTRA rivoluzione. Non potrei farne a meno dei tuoi resoconti, in quanto descritti dalla viva voce di un cittadino che non fa propaganda di sorta ma cerca di inquadrare la realtà.
    Ti chiedo di non farti trasportare in competizioni (anche solo discorsive) da stupidi commenti che hanno solo l\’obiettivo di provocare. Io e te, io ragazzo italiano(del sud italia per giunta) e tu ragazzo tunisino, condividiamo molti problemi e qualsiasi persona con un minimo di cervello , capirebbe che VOI, A DIFFERENZA NOSTRA, STATE SCRIVENDO LA STORIA!!!! continua a raccontarci quello che vedi per strada, le emozioni provocate insieme ai fatti del giorno, sii indifferente a chi non ha la minima percezione dei problemi altrui e si ripara dietro l\’illusione della democrazia americana. Questi saranno i primi a perire nel mondo di domani, saranno accusati di collaborazionismo anche solo intellettuale, per non aver capito quanta distruzione e morte è stata esportata nel mondo dai loro amici democratici di israele e usa. In italia non siamo tutti così e lo sai bene, una grossa parte di italiani, tifa per il popolo tunisino e non vi considererebbe mai, cugini arretrati, ma al massimo fratelli di sventura.
    Grazie Imed per la passione che ci metti e in bocca al lupo per la costruzione di un \"Nuovo Paese\" libero da qualsiasi censura o forma di potere autoritario..
    un abbraccio
    ernesto

  3. Timida says:

    Imed, i tuoi post vengono rilanciati da Facebook, dai blog e dalle liste italiane. I tuoi resoconti sono i migliori disponibili nella Rete qui in Italia, incluso il pessimo mainstream. Li stiamo leggendo tutti.
    Continua così… :-)

  4. ettore says:

    Caro Imed magari la torta ce la stessimo mangiando noi, il fatto è che la torta ce la stanno mangiando altri, nella gran parte, ed a noi lasciano delle briciole contando che ci scanniamo con voi per difenderle. Quindi la situazione è abbastanza grigia anche per noi, con l’unica differenza che da noi quando uno si getta giù dal viadotto perchè ha perso il posto e non sa come mantenere la famiglia, non abbiamo le palle per rivoltarci, come le avete avute voi. Ma per favore non parlare di torta che mi son mangiato solo io, o parlane a chi fra i politicanti del mio paese si è accordato con quelli del tuo per depredarlo, così come fa depredare il nostro futuro da Washington…Ettore

  5. ettore says:

    comunque ho postato in rete tutti i tuoi post. I miei auguri sinceri al popolo tunisino in lotta

  6. nic says:

    Imed,

    ora mi tocca fare quello che lavora… non vorrei che un giovane tunisino con il master in tasca, sicuramente con molte più motivazioni e aspirazioni di me, arrivasse fino a qui (!!!) per fottermi il posto! e che posto, poveretto :-). Ma prometto di risponderti presto, se vuoi loggandomi da un proxy, che persino io, che in tasca ci ho solo le sigarette, dovrei farcela.

    saludos

  7. Moi says:

    A chi interessa, le dichiarazioni sul caso tunisino dell’ oramai celeberrima Nabiha Akkari :

    http://cinema.ilsole24ore.com/film-brevi/2011-01-19/farah-sempre-00017892.php

  8. nic says:

    Innanzi tutto mi unisco al coro di ringraziamenti per le tue “narrazioni”. Senza sarcasmo, al di là delle probabili divergenze politiche ed esistenziali che ci dividono, i tuoi post sono molto più interessanti e chiarificatori che i “copia e incolla” di Repubblica on line. La tv non la guardo da anni, ma posso immaginare.

    Rispetto alla tua risposta, e ti ringrazio ancora per aver perso tempo in redattarla, trovo una contraddizione allarmante :-) che forse è anche il nodo della questione.
    Inizi raccontandomi della “gioventù istruita con i cellulari, i camcorders ultimo modello che spera di raccontare a me, suo caro fratello, il proprio dolore e i più bei sogni di libertà”, ma non faccio a tempo a sentirmi una merda imperialista cinica e insensibile che i miei nuovi fratelli si trasformano immediatamente nel peggior incubo di Calderoli in astinenza da lambrusco: “i volti della gioventù istruita che, con un master in tasca stanno rubandomi il lavoro e vogliono mangiare la mia torta!”.

    Se i giovani tunisini istruiti volessero rovesciare la tavola per ripartire la torta tra tutti (almeno tra tutti i loro connazionali) avrebbero la mia solidarietà incondizionata (per quel che può servire) ma dai tuoi racconti mi sembra di capire (spero sbagliarmi) che invece vogliate solo solo aggiungere qualche posto alla tavola globale dei “vip” per partecipare all’abbuffata a colpi di gomito di quel che resta della torta.

    Ti chiedo: questa “rivoluzione” si fa perchè al banchetto sia prevista anche la partecipazione dei signori ritratti nelle foto applaudendo a cambio di carne d’agnello?
    O chi non ha il master in tasca, per quanto applauda, resterà per il momento a bocca asciutta, aspettando che lo sviluppo delle forze dinamiche dell’economia liberata dalla corruzione statale porti a una ridistribusione della ricchezza..bla, bla, bla..

    Mohamed Bouazizi, si è dato fuoco per avere libere elezioni e poter presentare senza censure il suo dramma in facebook o perchè, perso il suo lavoro, non sapeva più come mangiare? Credi che la formula magica “democrazia e libertà d’espressione” avrebbe portato anche a lui benessere e master (card)?

    “Quella gente, nel video, ti stava dicendo che la democrazia e la libertà d’espressione non è una caratteristica “etnica”, non è monopolio “occidentale”, ma l’aspirazione di qualsiasi essere umano.

    E questa, Andrea di Vita permettendo, é davvero una fukuyamata all’ennesima potenza: milioni di anni di evoluzione dall’ameba al sapiens, tribu, popoli e civilizzazioni, invenzioni, speranze, guerre e massacri per arrivare a ‘sta Meraviglia Universale Assoluta. Anche i Mexica tra una guerra florida e un sacrificio rituale di massa si torturavano pensando: “perchè non posso votare?” O i mexica non erano ancora “esseri umani”, come non lo sono ancor’oggi neppure i talibani ed i cinesi?

    Saluti

    • Francesco says:

      >> milioni di anni di evoluzione dall’ameba al sapiens, tribu, popoli e civilizzazioni, invenzioni, speranze, guerre e massacri per arrivare a ‘sta Meraviglia Universale Assoluta.

      Iniziamo ad arrivare tutti fin qui, poi si andrà oltre.

      Mica è vero che la storia è finita, però vorremmo vedere errori nuovi e non orrori vecchi.

      Trovo persino affascinante il disgusto per la libertà e penso ai rimpianti dei dirigenti politici comunisti, quello che nell’89 avevano 25-30 anni e tutta una carriera davanti, in un mondo in cui tutti sapevano come mangiare, bastava chinare la testa e obbedire (confermi, compagno Ritvan?).

      • nic says:

        Anche a me sorprende sempre come i sudditi di quella che è la società più totalitaria, omnipresente, omnipotente ed autodistruttiva della storia dell’umanità, ridotti a mansueti e domestici produttori-consumatori di merci futili, possano considerarsi “liberi” solo per il fatto che, oltre a poter scegliere tra gli scaffali del supermercato la loro marca favorita, periodicamente vengano abilitati in massa a fare una crocetta dove preferiscono.

        Io non oso neppure immaginare l’ Oltre. Tu si?

        • Francesco says:

          Allora, siamo liberi di votare, se ci piace pure di candidarci, a corredo di parlare, scrivere e leggere, c’abbiamo i supermarket con le merci e i soldi per comprarle, e possiamo pure lamentarci!

          Dimmi tu cosa vuoi di più.

          PS passi per lo Stato più onniscente e la Societò più autodistruttiva. Non capisco cosa sia una Società totalitaria nè onnipotente. Saluti.

      • Ritvan says:

        Confermo, compagno:-) Francesco.

    • Andrea Di Vita says:

      Per nic

      ”Mohamed Bouazizi, si è dato fuoco per avere libere elezioni e poter presentare senza censure il suo dramma in facebook o perchè, perso il suo lavoro, non sapeva più come mangiare?”

      Questa è una domanda fondamentale. In breve, da un lato c’e’ Brecht: ”prima viene il riempirsi la pancia, poi viene la morale”. Dall’altro la Buona Novella: ”non di solo pane vive l’uomo”.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

      • Francesco says:

        direi che non c’è partita tra i due contendenti, un pò come mettere Rosy Bindi e Sofia Loren in un concorso di bellezza …

        :D

        • Andrea Di Vita says:

          Per Francesco

          Concordo, soprattutto tenedo conto delel convinzioni relgiose della Bindi.

          Ciao!

          Andrea Di Vita

  9. http://www.lequotidienalgerie.org/2011/01/20/revolution-tunisienne-%E2%80%93-les-menaces-exterieures/

    Révolution tunisienne – Les menaces extérieures

    Posté par Rédaction LQA le jan 20th, 2011 // 6 Commentaires
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    In AGORAVOX

    Outre les questions que le peuple tunisien est en droit de se poser après l’annonce de la formation du nouveau gouvernement, il faut aussi se demander quel est l’avenir de ce pays sur le nouvel échiquier régional et international.

    A l’heure où tous les peuples, et particulièrement les peuples arabes, expriment leur soutien à la révolution tunisienne, certains gouvernements, malgré des déclarations positives, restent sceptiques quant aux conséquences de ce raz de marée autant formidable qu’inattendu qui a balayé à jamais l’une des dictatures les plus répressives et les plus sanglantes de notre monde actuel.

    L’Italie, comme la France ont refusé à l’avion de l’ancien président d’atterrir à Cagliari ou à Paris ‘sur leur sol respectif) alors que l’Arabie Saoudite a accepté de l’accueillir. A l’exception de la France, les deux autres pays ne font pas partie de ceux vers lesquels le regard doit se porter pour préserver la transition démocratique et veiller à son bon déroulement.

    La Libye

    Quand bien même le discours adressé par Kadhafi à la nation tunisienne laisse percevoir la peur réelle d’une contagion, on peut l’interpréter comme une déclaration de guerre à la révolution tunisienne. Pour calmer le jeu, l’ancien président tunisien avait déclaré qu’outre les 30000(0) emplois qui seraient créés, la Lybie avait proposé d’accueillir 5 000 demandeurs d’emplois tunisiens sur ces terres. On ne saura jamais qui sont ceux qui se sont « précipités » aux frontières et quels sont les « emplois » qui leur ont été offerts ? On peut également se poser la question : pourquoi Ali Seriati, l’ancien directeur de général de la sécurité présidentielle se dirigeait-il, accompagné d’une cinquantaine de personnes vers la Lybie au moment où il a é arrêté à la frontière ?

    La peur des dirigeants lybiens et dans une moindre mesure algériens peut, en cas de persistance de l’instabilité en Tunisie les amener à essayer d’aggraver la situation pour maintenir le chaos.

    La France

    Sa position a été claire dès le départ, un soutien silencieux à Ben Ali et à son régime. Sa ministre des Affaires étrangères a même suggéré de proposer le savoir-faire français à la police tunisienne pour »régler les situations sécuritaires ». On sait que, à l’image des CRS, les BOP- Brigades de maintien de l’ordre public- avaient été formées par les experts français.

    Selon le Professeur Rob Prince, membre du Peace Corps, qui connait bien la Tunisie, le piège dans lequel est tombée l’économie tunisienne est la conséquence de son enfermement dans le rôle stratégique de territoire périphérique ou semi périphérique, ayant pour seule mission de fournir une main d’œuvre sous payée aux entreprises délocalisées ainsi que d’être une destination touristique bradée pour les pays européens et particulièrement la France.

    Après un silence pesant et une attitude hostile à la révolution, le gouvernement français a amorcé un virage à 180° pour apporter son soutien total au changement opéré en Tunisie. Mais la véritable grande question est de savoir comment la France va-t-elle opérer pour éviter un repli du marché tunisien sur lui-même en premier lieu et sur d’autres débouchés où les balances commerciales seraient plus équitables ? A la traîne, ses médias « officieux », continuent de brandir le spectre de l’islamisme, mais pour combien de temps encore ?

    Les Etats-Unis

    « Je condamne et déplore le recours à la violence contre des citoyens qui ont exprimé de façon pacifique leur opinion en Tunisie et je salue le courage et la dignité du peuple tunisien a déclaré le président Obama en apprenant la chute de l’ancien dictateur. Compte tenu du comportement du « je dis une chose et je fais son contraire » adopté par le président américain depuis son arrivée au pouvoir, ces déclarations semblent avoir très peu d’impact sur le peuple tunisien. Ce dernier n’oublie pas que la désignation de Ben Ali à Varsovie n’était qu’une couverture à sa véritable activité en tant qu’agent de la Cia lors de la guerre froide, que ce sont encore les Etats-Unis qui l’ont « placé » à la tête du pays en 1987 et qui l’ont soutenu sous couvert du combat contre l’islamisme et le terrorisme. Ces deux « menaces » montrant des signes d’essoufflement, ce soutien a commencé à laisser percevoir des failles depuis quelques années. L’abandon de la lutte contre le terrorisme comme leitmotiv a laissé le régime de Ben Ali sans parrain. La publication des Tunileaks a révélé que les Etats-Unis exécraient Ben Ali mais qu’ils ne trouvaient pas de solution de rechange. Enfin le coup de grâce de l’armée à Ben Ali n’aurait pas pu se faire sans le feu vert des USA.

    Force est donc de reconnaître aujourd’hui qu’ils ont joué de manière indirecte un rôle important dans la chute du Dictateur.

    La question qui se pose est de savoir quel va être leur rôle dans la marche du pays vers la démocratie ? Sur quelles nouvelles bases leur collaboration avec le nouveau régime va-t-elle être fondée ? Et surtout de quelle manière les USA vont-ils poser leurs exigences de poursuivre la collaboration militaire et le maintien des « relations » avec Israel ?

    Israel

    Non content d’autoriser la création de sociétés fictives pour le blanchiment d’argent en provenance d’Israel, les placements de la fortune de Ben Ali dans des comptes bancaires israéliens ne seraient plus secrets pour personne.

    Dans un travail de sape mené sous forme de dossier spécial sur la révolution tunisienne, la presse israélienne ne contient pas ses craintes de voir cette révolution réussir et surtout de devenir contagieuse. « Les autorités israéliennes suivent attentivement la situation tout en s’inquiétant que la « révolution du jasmin » ne fasse tache d’huile au Proche-Orient » a déclaré Benjamin Netanyahou. « La dictature va revenir » titre le Ydediot Aharanot, quand Haaretz décrit la révolution tunisienne comme « un tremblement de terre.

    Par ailleurs, une information du Yediot Ahahranot n’a pas manqué de retenir l’attention des lecteurs, celle de la laborieuse évacuation de 20 touristes israéliens détenteurs de passeports européens (conf. l’affaire Medhbouh à Dubaï) par le ministère des Affaires étrangères israélien. Pourquoi par le biais des ambassades européennes ? Qui sont-ils réellement ?

    Selon des sources non officielles, depuis plusieurs années des agents du Mossad avaient élu domicile dans le bunker du palais de Carthage. Quelle était leur véritable mission ? On le saura peut-être un jour. En attendant et pour mieux comprendre les préoccupations israéliennes, il suffit de faire référence à l’une des dernières déclarations publiques de Yehud Olmert : « la chute du gouvernement de Moubarak si elle devait arriver, sonnerait le glas des accords de camp David ». Il semble avoir compris le mécanisme de ce que l’on appelle l’effet domino.

    Fatma BENMOSBAH

  10. http://www.mecanopolis.org/?p=21440

    Quand la révolte fait trembler le monde capitaliste
    Article placé le 17 jan 2011, par Faouzi Elmir (Lyon)

    Ce serait une grave erreur d’appréciation d’attribuer la révolte tunisienne et la fuite précipitée de Zine Albdine Ben Ali à la nature et aux caractéristiques d’un régime politique, celui de la Tunisie. En réalité, ce sont la propagande politique capitaliste et ses relais dans le monde arabo-musulman qui cherchent à focaliser l’attention, pour divertir et maquiller la réalité des choses, sur le côté politique, répressif et anti-démocratique du régime de Ben Ali dans le but de gommer les raisons profondes qui sont à l’origine de la révolte de la jeunesse tunisienne. Il faut rappeler à cet égard que le système politique de Ben Ali n’est ni plus ni moins démocratique que celui des démocraties capitalistes occidentales puisque le président est élu pour cinq ans au suffrage universel et il existe en Tunisie des institutions représentatives semblables en Europe et aux États unis. Dans la Tunisie de Ben Ali, il existe des forces d’opposition politiques, sociales et syndicales comme dans les démocraties capitalistes occidentales. Malgré la convergence des critères politiques et institutionnels, pourquoi le régime politique de Ben Ali serait-il plus ou moins démocratique que ceux qui sont en France, en Allemagne ou aux Etats-Unis ?

    La question qui se pose est de savoir si la révolte de la jeunesse tunisienne est politique ou sociale. Ceux qui cherchent à noyer le poisson en donnant une coloration politique à la révolte tunisienne se trompent, car celle-ci est avant tout une crise sociale. Mais dire que la révolte tunisienne est une crise sociale, cela ne reflète que partiellement la réalité, car pour être dans le vrai, il faudra aussitôt ajouter qu’elle est aussi et avant tout le symptôme pathologique d’une crise globale bien plus profonde dépassant largement les frontières d’un pays, LA crise d’un système planétaire en phase terminale qui est en train de rendre son âme, le système capitaliste dont la Tunisie n’est qu’un simple maillon. Autrement dit, pour être plus clair et plus précis, Mohamed Bouaziz, le jeune qui s’est immolé par le feu et qui a été à l’origine de la révolte n’est pas seulement victime de l’injustice sociale de son pays, la Tunisie et du régime de Ben Ali mais il est aussi victime d’un système planétaire générateur de misère et d’injustice, le capitalisme. L’hypothèse que la révolte tunisienne dépasse largement les frontières de la Tunisie et elle n’est pas seulement une affaire purement domestique peut être corroborée par deux éléments : (1) la complicité des « patries des droits de l’Homme », l’Europe et des Etats-Unis avec le régime de Ben Ali et leur silence radio depuis le début de la crise sur la violence policière et sur le nombre des victimes de la répression; (2) Les « recettes » et les conseils apportés au régime de Ben Ali par l’Europe et les Etats-Unis pour manipuler psychologiquement et mentalement les émeutiers et les tunisiens en général, pour circonscrire les foyers de révolte et pour étouffer et venir à bout des contestations sociales qui secouent le pays. Mais, face à la détermination des émeutiers et leur emploi des nouvelles technologies de communication, les « recettes » des pays capitalistes européens et des Etats-Unis se sont révélées inefficaces dans la mesure où elles n’ont pas pu empêcher ni la propagation de la révolte à l’ensemble du pays ni la chute du régime du président Ben Ali et la fuite précipitée de ce dernier en Arabie Saoudite.

    Sur la fuite précipitée de Ben Ali, les commentaires vont bon train. Certains évoquent l’hypothèse d’un effet de domino sur les autres pays arabes et nord-africains à l’instar des régimes communistes qui sont tombés les uns après les autres après la chute du mur de Berlin en novembre 1989. Cette hypothèse semble improbable pour une raison très simple : la Tunisie est un maillon dans la chaîne impérialiste et une zone franche pour le capital transnational et il en est ainsi de tous les pays arabes et musulmans du Moyen Orient.. Si l’effet de domino a joué dans le cas du bloc communiste, c’est parce que les Etats-Unis et l’Europe avaient déjà préparé le terrain politique en suscitant et en favorisant l’émergence au sein des régimes communistes, de forces sociales et politiques réactionnaires appelées à prendre la relève après le départ des communistes et dont la plupart était d’anciens membres de la nomenklatura formés depuis de longue date aux techniques des révolutions de velours. L’effet de domino ne saurait jouer dans le cas des pays du Moyen Orient qui, rappelons-le, sont tous des satellites des Etats-Unis et de l’Europe capitaliste.

    En tout cas, si risque il y a d’un effet de domino, ce n’est pas du côté du Moyen Orient qu’il faut regarder mais du côté de l’Europe capitaliste. Car, malgré les apparences trompeuses, les émeutes tunisiennes inquiètent plus les pays capitalistes d’Europe et les Etats-Unis que ceux du Moyen-Orient. D’abord, contrairement aux pays du Moyen-Orient, les pas capitalistes du centre, l’Europe et les Etats-Unis possèdent une longue histoire sociale et ils savent pertinemment qu’à cause de la crise qui les frappe actuellement, tout peut arriver et qu’une situation explosive peut à tout moment dégénérer en émeutes semblables à celles de Tunisie. Ensuite, il y a en Europe et à moindre mesure aux Etats-Unis de forces sociales et politiques existant à l’état latent et mais qui peuvent rapidement devenir le fer de lance des mouvements de contestation et de révolte. Enfin, la révolte tunisienne et l’échec des « recettes » fournies par l’Europe et les Etats-Unis au régime de Ben pour étouffer ou du moins pour limiter la contagion à d’autres villes de la Tunisie ont de quoi inquiéter les pays capitalistes en Europe et aux Etats unis dont les classes dominantes et les responsables politiques ne manqueront pas d’analyser à la loupe ce qui s’est passé dans ce pays du pourtour méditerranéen pour en tirer certaines leçons pour l’avenir. Le premier élément à relever est l’inertie et la logique intrinsèque des mobilisations multisectorielles dépassant les stratégies initiales des acteurs de la révolte et des contestations et qu’une simple crise sociale peut facilement dégénérer en émeutes, en révolte et même en révolution que plus personne ne semble arrêter. Le deuxième élément à relever, l’obsolescence des techniques habituelles de manipulation psychologique et mentale des masses utilisées dans les pays capitalistes, en Europe et aux Etats-Unis, pour étouffer toute velléité de révolte et pour empêcher la contagion et le désenclavement des différents secteurs qui composent le corps social. À cet égard, l’exemple tunisien est éloquent car il montre comment les émeutiers ont su habilement déjouer les techniques de manipulation et de confinement du pouvoir en en recourant aux nouvelles technologies de communication dont ils se sont dotés les émeutiers, blogs, internet, téléphone portable, facebook, twittter, etc. qui transmettaient non seulement aux habitants d’autres régions de la Tunisie mais au monde entier des images de morts sans leurs boîtes crâniennes et de blessés défigurés et torturées par la police et la forces de répression du régime.

    FAOUZI ELMIR

  11. Credo che questo possa interessare a Peucezio e agli altri lettori che avevano qualche dubbio sul termine “rivoluzione del gelsomino”

    http://www.mecanopolis.org/?p=21479

    « Révolution de Jasmin » et manipulation médiatique
    Article placé le 20 jan 2011, par Faouzi Elmir (Lyon)

    Depuis la révolte de la jeunesse tunisienne contre le régime fantoche de Ben Ali, les mass média capitalistes en Occident relayés par leurs clones, les mass media arabes inventent de toutes pièces l’expression « révolution de jasmin » pour qualifier les événements qui ont secoué la Tunisie depuis le 17 décembre 2010 en référence aux révolutions des couleurs qui eurent lieu dans les anciens pays communistes et tout récemment en Iran avec sa révolution verte. D’abord, dire que la révolte tunisienne est une révolution, c’est aller un peu vite en besogne, car, sans minimiser aucunement la portée de cet événement et sa symbolique, le renversement du régime de Ben Ali n’a rien de révolutionnaire puisque le régime capitaliste que l’on peut appeler périphérique mis en place par les colonisateurs français depuis la soi-disant indépendance de la Tunisie continue et il n’y a aucune raison pour que cela change avec les nouveaux pantins qui vont succéder au pouvoir. Cette absence d’alternative politique dans la révolte tunisienne est due, comme c’est le cas de tous les pays du monde arabo-musulman, à l’inexistence de forces politiques et sociales révolutionnaires, en l’occurrence de partis communistes révolutionnaires, décidées à en finir une fois pour toutes avec le capitalisme au Moyen-Orient et en Afrique du Nord et avec des régimes fantoches créés de toutes pièces par les anciennes puissances impérialistes sur les décombres de l’ancien Empire Ottoman.

    La grossière manipulation médiatique veut nous faire gober l’idée que la révolte tunisienne est une révolution, ce qui est faux, car elle n’en est pas une dans la mesure où ceux qui ont mené la fronde contre le régime de Ben Ali n’ont rien de révolutionnaire et ils ne sont porteurs d’aucun projet politique alternatif susceptible d’abolir la propriété privée des moyens de production et donc le capitalisme dans leur pays qui est l’unique et le principal responsable de leurs malheurs et de leur misère. D’ailleurs, si la Tunisie est devenue aujourd’hui une zone franche notamment sous le régime de Ben Ali, c’est à cause de ses structures capitalistes héritées du passé et mises en place par les anciens colonisateurs français et maintenues par leurs agents autochtones qui ont pris leur place. C’est pourquoi les anciennes puissances coloniales ont tout fait pour empêcher l’arrivée au pouvoir d’hommes nouveaux décidés à couper le cordon ombilical avec leurs anciens colonisateurs, car toute atteinte au principe sacro saint de la propriété privée dans les « Etats » nouvellement indépendants était blasphématoire. Par exemple, sans le régime de la propriété privée des moyens de production consacré par des lois et des législations, il n’aurait pas eu un système capitaliste périphérique en Tunisie. Ce n’est pas seulement contre le régime fantoche de Ben Ali que la jeunesse tunisienne aurait dû diriger sa colère mais contre le capital transnational qui est le vrai responsable de son état d’esclavage et de sa misère matérielle et intellectuelle Il faut rappeler à toutes fins utiles et contrairement aux apparences trompeuses, que ce n’est pas un régime politique ou un l’Etat régime de Ben Ali qui est à l’origine du chômage des jeunes en Tunisie mais un mode de production fondé sur la propriété privée des moyens de production et sur l’accumulation du capital. L’État et le régime tunisien sont au service d’un système qui en profite mais qui contribue aussi à son maintien par la force, par l’idéologie et par l’abrutissement des masses comme dans les pays capitalistes en Europe et en Amérique du Nord.

    L’appellation « révolution de jasmin » pour qualifier la révolte tunisienne est donc une pure supercherie médiatique et une vraie tromperie sur le produit, car les révolutions des couleurs qui ont eu lieu dans les anciens pays communistes et tout récemment en Iran après la élection d’Ahmadinejad sont en réalité des coup-d’Etat réactionnaires Made USA, préparés et manigancés par des stratèges états-uniens et des fondations vouées jadis à la lutte contre le communisme et après la chute du ce dernier contre des régimes et des dirigeants récalcitrants qui refusent d’obéir à l’œil et au doigt et qui ne veulent pas exécuter des ordres émanant de multinationales et des élites impérialistes. Si la révolte tunisienne n’a rien de « révolution de couleurs », c’est parce que ceux qui l’ont conduite étaient des jeunes chômeurs victimes du système capitaliste de leur pays synonyme de misère et de pauvreté et demandant des comptes à leurs dirigeants fantoches alors que le fer de lance des révolutions des couleurs menées dans les ex-républiques soviétiques ou en Iran sont des jeunes gens, généralement des étudiants manipulés et instrumentalisés par la propagande capitaliste américaine et européenne, par des fondations anticommunistes et par des stratèges états uniens commis pour renverser des régime ou des dirigeants qui ne sont plus en odeur de sainteté auprès de leurs anciens maîtres, à Washington, à Londres ou à Berlin etc. À cet égard, l’exemple de la Géorgie d’Edouard Chevardnadze est éloquent, car ce dernier qui, après avoir été l’homme des Américains après la dislocation de l’Union soviétique, est tombé par la suite en disgrâce et il allait être balayé par la révolution rose menée par un agent de la CIA, Michael Saakashvili.

    La révolte tunisienne et les événements qui s’en suivirent avec la chute du régime Ben Ali sont tout sauf une révolution de couleurs. Car, le régime tunisien de Ben Ali était un régime pro-occidental inféodé aux intérêts du capital étranger, notamment une zone franche pour les capitaux français et américain, et les Etats-Unis et la France, sauf un masochisme avéré, n’ont aucun intérêt ni politique ni stratégique au renversement d’un homme et d’un régime considéré comme « amis ». Bien au contraire, les dernières déclarations fracassantes de la ministre des Affaires Etrangères Madame Michèle Alliot-Marie devant la « représentation nationale », en vantant le mérite et le professionnalisme reconnus dans le monde entier, des forces policières françaises en matière de répression des émeutes populaires ou selon la propre expression de la ministre de « gestion des foules », montrent, bien au contraire, que l’Occident capitaliste, notamment le gouvernement français et sa position se comprend facilement à cause de la présence massive de capitaux français dans les deux secteurs du tourisme et du textile, a œuvré jusqu’au bout et il a tout fait jusqu’au dernier moment, c’est-à-dire la fuite de Ben Ali et de sa famille en Arabie Saoudite, pour circonscrire les foyers de révolte et pour limiter de leur la propagation en essayant de sauver coûte que coûte, le régime policier et répressif de leur protégé. Les nouvelles technologies de communication mises en œuvre et utilisées jadis par les révolutions des couleurs (les vraies) pour renverser des régimes hostiles aux intérêts du capital transnational et ceux de l’impérialisme se sont avérées une arme à double tranchant, car la jeunesse tunisienne révoltée a réussi en déjouant, grâce aux images transmises aux autres villes et au monde par le téléphone portable et l’Internet, des victimes de la répression policière, la stratégie du pouvoir visant justement à « faire le travail » et réprimer à l’abri des regards et en toute tranquillité dans le sang la révolte et les manifestations. La soi-disant liberté de l’Internet octroyée par Ben Ali dans son dernier discours à la jeunesse en dit long sur l’échec retentissant des forces de répression tunisiennes dans la « gestion des foules » et l’étouffement de la révolte comme ce fut le cas dans le passé. C’est pourquoi, la révolte tunisienne est un phénomène sociologique assez intéressant et elle annonce un tournant dans l’histoire moderne dans la mesure où, désormais, en cas de nouvelles révoltes, aucun pouvoir ne serait assez fort pour cacher à son opinion publique et au monde entier, les images de la barbarie et de la sauvagerie de ses forces armées et policières.

    FAOUZI ELMIR, pour Mecanopolis

  12. nic says:

    “L’abandon de la lutte contre le terrorisme comme leitmotiv a laissé le régime de Ben Ali sans parrain. La publication des Tunileaks a révélé que les Etats-Unis exécraient Ben Ali mais qu’ils ne trouvaient pas de solution de rechange. Enfin le coup de grâce de l’armée à Ben Ali n’aurait pas pu se faire sans le feu vert des USA. Force est donc de reconnaître aujourd’hui qu’ils ont joué de manière indirecte un rôle important dans la chute du Dictateur.”

    1- Non è antimperialista, anzi…

    “Sur la fuite précipitée de Ben Ali, les commentaires vont bon train. Certains évoquent l’hypothèse d’un effet de domino sur les autres pays arabes et nord-africains à l’instar des régimes communistes qui sont tombés les uns après les autres après la chute du mur de Berlin en novembre 1989. Cette hypothèse semble improbable pour une raison très simple : la Tunisie est un maillon dans la chaîne impérialiste et une zone franche pour le capital transnational et il en est ainsi de tous les pays arabes et musulmans du Moyen Orient”

    2- Non ci sarà nessun effetto domino, l’Egitto può attendere…

    “D’abord, dire que la révolte tunisienne est une révolution, c’est aller un peu vite en besogne, car, sans minimiser aucunement la portée de cet événement et sa symbolique, le renversement du régime de Ben Ali n’a rien de révolutionnaire puisque le régime capitaliste que l’on peut appeler périphérique mis en place par les colonisateurs français depuis la soi-disant indépendance de la Tunisie continue et il n’y a aucune raison pour que cela change avec les nouveaux pantins qui vont succéder au pouvoir.”

    3- Non è una rivoluzione.

    Grazie Miguel
    Forse se provassi a postare in francese avrei qualche amico in più… ma ho già seri problemi con il mio itañol…

  13. jam says:

    …ho letto un articolo di un proff. universitario tunisino, il quale afferma che la repressione, sotto il regime di Ben Ali era talmente grande che NON avere la tessera del RCD (solo il 20% della popolazione la possedeva) costituiva un atto di resistenza, la repressione era tale che “il silenzio era un atto militante”. Allora che Faouzi Elmir su mecanopolis racconti che il sistema democratico (?) di Ben Ali non fosse diverso da quello francese, tedesco o americano, mi sembra assurdo, una miopia ideologica. In più, ogni rivolta ha in sé qualcosa di rivoluzionario, e per essere corretti, se diciamo che non é una rivoluzione, non possiamo nemmeno dire che non lo é! Oppure soltanto le rivoluzioni fantoccio, dei comunisti-rivoluzionari sono rivoluzioni? Bisogna essere comunisti per essere rivoluzionari? Non si puo’ essere rivoluzionari anche senza essere comunisti? I progetti altenarnati, se non ci sono si determineranno in un susseguirsi di momenti, una cosa alla volta…
    ciao

    • Peucezio says:

      Fammi capire: l’80% della popolazione quindi era riguardata come pericolosi sovversivi? E che misure si prendevano contro questo 80% che, non avendo la tessera del partito, compiva un “atto di resistenza”? Si metteva ogni tesserato a spiare i movimenti di quattro non tesserati?

      • Francesco says:

        i soliti prof. universitari … questo qui mi sa che vuole costruirsi una storia di eroico resistente ex post

      • Andrea Di Vita says:

        Per Peucezio

        La Tunisia non la conosco. So che nella DDR era quasi così: su venti milioni scarsi di abitanti la Stasi aveva qualcosa come due milioni di informatori. Quanto alla Bulgaria, ti porto una testimonianza personale. Ho dormito a Sofia nel 1988 a casa di un traduttore di testi di elettrotecnica dal Polacco. Il suo vicino di casa era notoriamente una spia della polizia, con il compito dichiarato di sorvegliare il mio ospire perchè non traducesse etsti di Solidarnosc.

        Ciao!

        Andrea Di Vita

  14. mirkhond says:

    “Non si puo’ essere rivoluzionari anche senza essere comunisti?”

    Sante parole.
    ciao

  15. Moi says:

    Fatto raro in questi casi, NON c’ è stata la classica “Fuga dei Turisti” con questa Rivoluzione del Gelsomino … chiunque andrà al potere dopo Ben Ali, SE sprangasse la Tunisia al turismo, a mio immodesto :-) avviso sarebbe un discreto fesso.

  16. Leo says:

    ALL dear reader of this blog, and Dear Miguel.. to have “cold feet” for the name..yasmin was a good point.. sorry Martinez.. but using colour and flowers.. yes is a too USual standard…Please READ HERE

    http://www.voltairenet.org/article168223.html

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