Egitto, tra musulmani e cristiani copti

Andrea Brigaglia è un esperto di Islam al Dipartimento di Religious Studies, Universita’ di Cape Town.

Si è affidato a due blog per presentare un suo lavoro – qui su Kelebek, presenta la sua traduzione di un testo di Ahmed Rehab, il direttore di CAIR-Chicago; su Tutto in 30 secondi, presenta invece un proprio commento a questo testo.

CAIR è la principale associazione a occuparsi, negli Stati Uniti, dei diritti dei musulmani.

Ecco il testo tradotto da Andrea Brigaglia.

Squarcio di luce nell’oscura nube egiziana

La risposta interreligiosa potrebbe trasformare la tragedia egiziana in un’opportunità

Ahmed Rehab, Direttore, CAIR-Chicago

Originale inglese in:

Chicago Tribune: http://www.cairchicago.org/2011/01/04/chicago-tribune-a-silver-lining-to-egypts-dark-cloud/

La recente esplosione fuori da una chiesa copta nel porto di Alessandria, che ha fatto 21 vittime e 96 feriti, ha sconcertato l’Egitto e fatto titoli in tutto il mondo.

La maggior parte dei media nel mondo si è limitata a registrare l’evento dell’esplosione stessa, insieme alla successiva rabbia espressa dai giovani copti attraverso le proteste nelle strade. Alcuni giornalisti più avvertiti hanno incluso qualche discussione sulla negligenza del Governo, e sul contesto di violenza settaria che affligge oggi l’Egitto.

Eppure, una parte integrante della storia resta non detta fuori dall’Egitto: la forte risposta degli egiziani ordinari, musulmani e copti.

Una fermento popolare di rabbia, ribellione e unità nazionale sta attraversando il paese, espresso da leader politici, membri del clero, stelle del cinema, e uomini e donne ordinari, tutti a ripetere lo stesso tema di fondo: questo è un attacco all’Egitto e a tutti gli egiziani.

Se è vero che la tensione – anche la violenza – settaria è un grave problema in questa nazione prevalentemente musulmana dove abita un’importante popolazione copta, è anche vero che musulmani e copti generalmente vivono fianco a fianco in pace, come hanno fatto per secoli.

Egiziani di ogni tendenza sembrano essere d’accordo sul fatto che l’attentato di Alessandria, che è stato il più grave attacco terroristico dell’ultimo decennio, è un attacco allo stile di vita egiziano stesso, con l’intento di creare una frattura tra comunità religiose e spingere la nazione nel caos.

Questo non è solo un attacco ai copti, questo è un attacco a me, a voi, e a tutti gli egiziani, all’Egitto, alla sia storia e ai suoi simboli, da parte di terroristi che non conoscono né Dio, né patria, né umanità”, ha affermato Shaykh Ali Gumaa, gran Mufti d’Egitto.

Questo non può essere classificato come estremismo religioso, ma come apostasia”, ha detto Shaykh Khaled el Gendy, popolare personaggio musulmano della TV egiziana, aggiungendo: “non offro le mie condoglianze ai Cristiani, ma a tutti gli Egiziani e all’Egitto. Tutti i copti sono egiziani e tutti gli egiziani sono copti; i loro luoghi di culto sono luoghi di culto nazionali, e una bomba contro di loro ci fa sanguinare tutti”. Un alto rappresentante del clero copto che sedeva alle sue spalle gli ha poi fatto eco, nella stessa trasmissione, con le stesse parole.

Un atto come questo è interamente condannabile in Islam. I musulmani sono obbligati non solo a non aggredire i Cristiani, ma anche a proteggere e difendere loro e i loro luoghi di culto”, ha detto l’Imam Ahmed Al Tayeb, Grande Imam dell’Azhar, sede storica dell’Ortodossia religiosa in Egitto.

Appendiamo bandiere nere alle finestre delle nostre case, nastri neri alle nostre machine, per mostrare il nostro lutto per questo vile attacco contro i nostril fratelli e sorelle; mandiamo un messaggio simbolico di sfida a quelli che stanno cercando di dividerci”, ha detto un visibilmente arrabbiato Adel Imam, il più popolare attore vivente egiziano, musulmano e da lungo tempo difensore dei diritti dei copti.

Il messaggio era pressoché uguale in tutti i talk show più popolari dell’Egitto, tutti traboccanti di ospiti musulmani e copti, negli studi televisivi e nelle strade, che esprimevano reciprocamente la propria solidarietà, sfidando quello che vedono come un nemico comune che sta cercando di creare una divisione tra egiziani.

Gli studenti di istituzioni superiori islamiche ad Alessandria e al Cairo hanno promesso di unirsi ai copti nelle loro prossime celebrazioni di Natale (che cade, secondo il calendario copto, il 7 Gennaio): “Ci saremo, mostrando cartelli che mostrano la mezzaluna e la croce; celebreremo con loro, staremo in piedi con loro, e cadremo con loro se necessario”, ha detto una giovane leader studentesca islamica velata, circondata dai suoi colleghi”.

Da egiziano, mi sento rinvigorito dall’atmosfera diffusa in Egitto, tanto quanto sono prostro dalla bomba. Comunque, prego anche che questa ondata di unità sia un’opportunità che venga raccolta e perpetuata. Spero che rimanga radicata nel nostro tessuto sociale, e che si faccia leva su di essa per indurre riforme lungamente attese.

E’ vero che un attacco come questo, firmato da Al-Qaeda e da gruppi nati ad imitazione di essa, va visto non tanto all’interno delle normali logiche della tensione settaria, quanto in un’ottica di sicurezza nazionale. Cionondimeno, gli egiziani dovrebbero vedere l’atmosfera attuale di empatia che si è creata nel Paese come un’opportunità per affrontare le lagnanze dei copti e compiere uno sforzo verso una società più equa.

Non possiamo più negare che a partire dall’emergere dell’ideologia estremista islamica negli anni Settanta, le relazioni islamo-copte in Egitto, un tempo esemplari, si sono significativamente deteriorate.

Mio padre mi racconta che, crescendo negli anni Cinquanta, spesso non veniva a sapere se un suo amico fosse un musulmano o un copto, se non per mera coincidenza, e che una volta saputolo, la cosa importava ben poco. Questa non è stata esattamente la mia esperienza crescendo nello stesso Egitto pochi anni dopo, quando il mio insegnante di religione si sentiva in dovere di mettermi in guardia contro la “slealtà” dei miei colleghi copti.

Negli anni Quaranta, nessuno sembrava prestare attenzione più di tanto al fatto che Naguib el-Rihany, all’epoca il più grande attore comico egiziano e vero e proprio monumento nazionale, fosse un copto: era semplicemente un egiziano. Allo stesso modo, i copti non batterono ciglio quando Omar Sharif, un cristiano, si convertì all’Islam negli anni Cinquanta, al vertice della sua celebrità. Che distanza rispetto a certe reazioni violente create oggi dalle conversioni!

Già nel Dodicesimo secolo, egiziani musulmani e copti combatterono fianco a fianco contro i Crociati, visti come una minaccia alla sicurezza nazionale e non come i protagonisti di una guerra di religione. Insieme, si sono opposti al colonialismo inglese – una famosa imagine del periodo mostra membri del clero musulmano marciare insieme a preti copti al grido di “lunga vita al Crescente e alla Croce!”.

Basta guardare alla chiesa stessa di Alessandria vittima della bomba, per farsi un’idea di quanto la coabitazione religiosa sia fenomeno squisitamente egiziano: la chiesa è infatti vividamente illuminata dai fari puntati su una moschea, a pochi metri di distanza nella stessa strada.

Gli egiziani oggi si chiedono, in privato e in pubblico: che ne è di tutto questo? Ma non dobbiamo soltanto porre domande e lamentarci. Dobbiamo agire.

La solidarietà post-Alessandria tra musulmani e copti – fenomeno che l’Egitto non conosceva da anni – è uno squarcio di luce nella nube oscura della tensione e della diffidenza settaria.

Sarebbe sbagliato non prenderne atto ed applaudirla, ma sarebbe ugualmente sbagliato accontentarsi di essa. Uno squarcio di luce non è mai bastato a fare un giorno di sole.

Dobbiamo trasformare lo slancio in un vero cambiamento. Quando i discorsi religiosi estremisti nelle moschee (e nei gruppi copti) sarà condannato regolarmente e inequivocabilmente, e contrastato attivamente con reali parole che invitano ad una rispettosa convivenza, allora sarà un giorno di sole.

Quando gli egiziani non dovranno più menzionare la propria affiliazione religiosa nelle loro carte d’identità, allora sarà un giorno di sole.

Quando i copti non avranno più bisogno di uno speciale permesso del governo per costruire chiese (o riparare i bagni delle loro chiese esistenti), allora sarà un giorno di sole.

Quando vedrò uomini copti giocare nella nazionale di calcio egiziana in percentuale proporzionale al talento dei ragazzi copti della mia classe di liceo, allora sarà un giorno di sole.

Quando il muro di vetro che impedisce ai copti di raggiungere le posizioni più alte nel nostro governo sarà infranto, allora sarà un giorno di sole.

Quando la legge egiziana, i pubblici ministeri, gli ufficiali governativi, i giudici tratteranno musulmani e copti semplicemente come egiziani – cioè come uguali cittadini, come prevede la costituzione – utilizzando il merito come unico criterio distintivo, allora sarà un giorno di sole.

Viste le conversazioni aperte e franche che avvengono per ogni dove oggi in Egitto, credo che un giorno di sole sia a portata di mano. Sta a noi “trasformare questa tragedia in un’opportunità”, per prendere a prestito le parole di Sheikh Gomaa, gran Mufti d’Egitto.

E’ chiaro che la priorità immediata è la sicurezza, ma questa deve essere seguita – se non accompagnata – dall’affrontare a viso aperto le lamentele civiche dei copti. Perché ciò possa avere delle realistiche possibilità di successo, la causa copta deve diventare una causa nazionale, diretta e combattuta dai musulmani all’interno di un progetto più ampio di riforma dei diritti civili.

Ahmed Rehab è membro del consiglio direttivo della Società Americana-Egiziana, e co-autore e signatario della Dichiarazione di Chicago (vedi: Chicago Declaration), un documento che invoca trattamento equo per i copti nella legislazione egiziana, consegnato al governo egiziano nel 2005.

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12 Responses to Egitto, tra musulmani e cristiani copti

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  2. mirkhond says:

    Molti anni fa, vidi un film egiziano del regista Youssef Chahine, sul Saladino, in cui, a parte l’identificazione obbligata Saladino/Nasser (il film è del 1967), e dove Saladino viene presentato come un nazionalista ARABO, emergeva l’unità tra Musulmani e Cristiani medio-orientali, Copti e Siro-Giacobiti nella lotta contro i Franchi. Uno dei protagonisti, un cristiano, ufficiale del Saladino (non si capisce se copto o giacobita), catturato e curato in un ospedale da campo franco, sciocca la “crocerossina” franca che lo cura e lo assiste, una nobildonna della famiglia dei Lusignano, la quale, giunta da poco dal Frangistan, inizialmente non riesce proprio a capire come mai i cristiani indigeni siro-palestinesi-egiziani non si uniscano nella lotta ai fratelli in Cristo franchi, giunti in Terrasanta per “liberarli”.
    Gli attori erano TUTTI egiziani, anche chi interpretava i Franchi e si vede un Riccardo Cuor di Leone con i capelli rossi tinti, ma con le fattezze inequivocabilmente arabe, e i soldati inglesi con fattezze nubiane….
    Un film carino.

    • Per Lycopodium

      Grazie dell’interessante articolo. Visto che non tutti apriranno il pdf, mi permetto di ricopiarlo qui:

      Tollerare i cristiani d’Oriente significa insultarli
      di Hasni Abidi
      in “Le Monde” del 7 gennaio 2011 (traduzione: http://www.finesettimana.org)
      Oggi ci si preoccupa della sorte dei cristiani del mondo arabo. È perfino diventato un tema
      ricorrente ogni volta che un attentato colpisce una chiesa in Iraq, o che i copti egiziani diventano
      oggetto di nuove vessazioni. I media continuano ad annunciare la scomparsa o la partenza
      generalizzata dei cristiani d’Oriente come una prospettiva “imminente” o “ineluttabile”. Eppure,
      quello che succede non è per niente nuovo. È da molto tempo, e non è un segreto per nessuno, che
      certi cristiani del Libano non sono in odore di santità. L’equilibrio tra le diverse comunità che
      compongono le società del Medio Oriente è sempre stato fragile e soggetto a sovvertimenti di
      alleanze tattiche.
      È di moda anche spiegare i pericoli che pesano sui cristiani con l’aumento del radicalismo islamico.
      Così, non si rischia di far arrabbiare nessuno. I cristiani sono confortati nella posizione di vittime
      esemplari che bisogna salvare dall’idra islamica. Quanto ai governi arabi, sono allora liberi di
      fuggire le loro responsabilità, strumentalizzando l’ambito religioso per offrirsi una nuova legittimità
      a basso costo.
      Certi opinionisti non si rendono conto della portata delle loro dichiarazioni quando affermano ad
      esempio che la fine del colonialismo avrebbe fatto perdere ai cristiani dei preziosi appoggi, o
      quando presentano questi ultimi come gli “occidentalizzati” del mondo arabo. Significa ignorare
      l’importanza dell’apporto ideologico dei cristiani alle società del Medio Oriente. Significa
      dimenticare che le elite cristiane hanno concepito e sostenuto il bel progetto dell’unità araba: la
      nozione di arabità forgiata in parte da intellettuali cristiani.
      Da quando le Nazioni Unite hanno dichiarato il 1999 anno del dialogo di civiltà, la comunità
      internazionale sembra essersi addormentata di fronte alle poste in gioco reali della diversità nel
      mondo. Celebrare non è una risposta alle sfide della coesistenza. Un dialogo delle culture sul piano
      internazionale ha delle possibilità di riuscire solo se si accompagna ad un paradigma sul piano
      nazionale. Certi rifiutano di ammettere che possono essere contemporaneamente vittime e
      oppressori!
      Come si può fare la promozione della coesistenza delle culture se, all’interno delle frontiere, resta in
      vigore il culto della maggioranza e della religione dominante, se non del partito unico? Quale
      credibilità dare agli appelli incessanti e ripetitivi dell’Organizzazione della conferenza islamica e
      dell’Organizzazione islamica per la scienza, l’istruzione e la cultura, che si pongono come difensori
      dei musulmani che vivono in Occidente, mentre queste due organizzazioni mantengono un silenzio
      colpevole davanti alle esazioni subite dai cristiani d’Oriente? Mentre in pratica, i governi dei paesi
      arabi sono incapaci di proteggere i cristiani che se ne vanno o portano davanti alla giustizia delle
      donne e degli uomini che hanno scelto una via diversa da quella della maggioranza?
      Rare sono le voci, come quella del principe saudita Talal Ibn Abdel Aziz, fratello del re Abdallah,
      che affermano che la partenza dei cristiani metterebbe in pericolo la democrazia e la modernità nel
      mondo arabo. Ce ne vorrebbero, di queste voci, se si vuole suscitare un dibattito indispensabile. Il
      deficit democratico è in gran parte responsabile della confusione attuale. E l’Occidente, che non osa
      urtare i suoi alleati, è colpevole delle sue cattive frequentazioni.
      Dire che la presenza dei cristiani deve essere “tollerata” nel mondo arabo è, in fondo,
      profondamente ingiusto. I cristiani hanno sempre appartenuto alla terra che li ha visti nascere e
      crescere, la terra dei loro avi, i paesi della Bibbia. Non sono una minoranza religiosa venuta da fuori
      che può suscitare compassione nei propri riguardi. Sono nel loro paese e devono restarvi. La loro
      partenza, è la fine della nostra storia e l’inizio di tutte le derive.

      *Hasni Abidi è politologo, direttore del Cermam a Ginevra

  3. Pierluigi says:

    a spanne direi che la bomba l’hanno messi quelli che volevano che la gente dimenticasse la fame e la miseria in cui si vive in Egitto… stragi di stato, niente di nuovo, ne abbiamo anche noi avute la nostra dose in Italia.

  4. Francesco says:

    1) i copti sono effettivamente penalizzati nella società egiziana, e a causa della loro appartenenza religiosa, che pure non li collega a nessuna potenza o cultura straniera
    2) questo non ha avuto inizio con la nascita dello stato di Israele, chè negli anni ’50 e anche dopo problemi tra egiziani copti e egiziani musulmani non ce ne erano e Sharif poteva convertirsi pacificamente
    3) la colpa è comunque e sempre in primis degli Ebrei e in secundis dei copti stessi

    ho riassunto bene il papirone?

    • PinoMamet says:

      1- mi sa che nel papirone si accenni ad alcune discriminazioni verso i copti
      (che poi sono giù per le stesse che si fanno in Italia verso i musulmani…)
      2-nel papirone non si parla di Israele (Sharif era cristiano ma non copto, credo fosse libanese di
      origine)
      3-nel papirone non si parla di ebrei.

      Insomma, no, non lo hai riassunto tanto bene ;)

      • marco says:

        Davvero sono supergiù le stesse? Non mi risutla che se in italia ti converti all’Islam ti ammazino con la benedizione di giudici e polizia sulla base di una precisa legge approvata dal vaticano che rifacendosi ad alcune decisioni della vita di gesù prescriva la morte per gli apostati…Ma che cavolo scrivi???

        • Ritvan says:

          Marco, neanche in Egitto ti ammazzano come dici tu “con la benedizione di giudici e polizia sulla base di una precisa legge” se ti converti dall’islam ad altra religione. Ma che cavolo scrivi???

          P.S. Sì, le discriminazioni sono suppergiù le stesse, tipo interminabile odissea burocratica per poter costruire un luogo di culto. Però, a differenza dell’Italia, in Egitto un Ministro della Repubblica musulmano non si sognerebbe mai di dichiarare l’intento di andare a passeggiare con un maiale al guinzaglio sul terreno destinato alla costruzione di una chiesa…ma forse sarà solo perché ai cristiani la passeggiata maialesca fa un baffo e, per di più, l’unico a commettere peccato in tal caso sarebbe – secondo la sua religione – il suddetto ministro:-)

  5. mirkhond says:

    Sharif era cattolico.
    ciao

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