Filip Dewinter in Israele, Ahmadinejad a Tehran e tanti altri in carcere

Il 7 dicembre, sulla scia di Geert Wilders, è arrivato in Israele anche Filip Dewinter,  carismatico dirigente del Vlaams Belang.

Il Vlaams Belang è un movimento indipendentista fiammingo e ultraliberista, erede del Vlaams Blok che si era sciolto nel 2004 appena in tempo per non essere messo fuorilegge per “discriminazione razziale“.  Il Vlaams Belang si dichiara “neoliberista” e chiede il

rimpatrio di tutti coloro che rifiutano, negano o combattono la nostra cultura e certi valori europei come la separazione tra Chiesa e Stato, la libertà di espressione e l’uguaglianza tra uomini e donne”.

In un’intervista, Dewinter ha spiegato che il foulard islamico costituiva un “contratto” firmato dalle donne musulmane per la propria deportazione (Buitenhof, Nederland 3, 14 novembre 2004).[1]

Sul proprio sito, Filip Dewinter scrive di essersi recato in Israele come uno dei delegati della “European Freedom Alliance”, che – secondo il sito dello stesso Dewinter – raccoglierebbe l’FPÖ austriaca, il Partito Popolare danese, la Lega Nord italiana, i Democratici svedesi e il Vlaams Belang.

Esiste in effetti una “European Freedom Alliance“, di cui questo blog ha raccontato l’atto di nascita nel 2008, nel corso di un incontro tra il barone Roberto de Mattei, della cattolica Fondazione Lepanto, e Ari Davis, dirigente dell’agenzia israeliana Freeman Center for Strategic Studies.[2]

Visto che viviamo in Italia, ci incuriosisce il riferimento alla Lega, ma non troviamo altri riferimenti in rete all’adesione della Lega alla EFA, né alla presenza di una sua delegazione a questo incontro.[3]

Non che la cosa sia sorprendente: la European Freedom Alliance, dopo un clamoroso lancio a Roma nel 2008, sembra aver preferito lavorare nell’ombra. Anzi, un altro partecipante alla spedizioni in Israele, l’inglese Paul Weston, che rappresenta la International Free Press Society, scrive

“Ringraziamo sentitamente gli organizzatori di questa conferenza, che in questi tempi così particolari devono restare anonimi”.

Ma forse Dewinter si è equivocato sul nome: infatti, altri siti islamofobi parlano di una delegazione della “Alliance of the European Freedom and National Parties“; che se cercate su Google, troverete unicamente riferimenti proprio a questa gita israeliana.

La delegazione cui appartenevano Dewinter e Weston era stata invitata da Eliezer Cohen, ex-membro della Knesset nello stesso partito di Avigdor Lieberman, il ministro degli esteri che ha ricevuto Geert Wilders (ma ha snobbato, a quanto pare, gli altri).

Due mesi prima, Eliezer Cohen aveva parlato a Berlino assieme a Geert Wilders,  durante la fondazione del nuovo partito die Freiheit (“la libertà”) del deputato democristiano René Stadtkewitz. Un incontro organizzato dai PI-Gruppen, raccolti attorno al blog Politically Incorrect, la cui visione del mondo si riassume nel banner che compare sul loro sito:

politically-incorrect-germanyNella delegazione,  c’era anche Elisabeth Sabaditsch-Wolff, una signora austriaca che rappresentava due movimenti, la Bürgerbewegung Pax Europa e ACT! for America di Brigitte Gabriel. Esclama la signora Sabaditsch-Wolff:

“Noi vi apprezziamo immensamente. Lottiamo e preghiamo per voi. Sosteniamo i prodotti israeliani. Promoviamo continuamente manifestazioni filoisraeliane. Stiamo nello stesso angolo con voi e a vostro fianco sempre.

Grazie a Dio per Israele. Faremo tutto ciò che è in nostro potere per amarvi, rispettarvi e difendervi. Dio vi benedica!”

Attualmente, Geert Wilders e Elisabeth Sabaditsch-Wolff sono entrambi sotto processo, nei propri paesi e secondo leggi diverse ma analoghe, per istigazione all’odio razziale, mentre Dewinter, come abbiamo visto, proviene da una formazione politica messa fuorilegge per motivi analoghi.

In tutti e tre i casi, le accuse vertono esclusivamente sull’espressione di opinioni, non su atti di violenza o su discriminazioni concrete. E in tutti e tre i casi, i relativi processi hanno contribuito enormemente al successo politico dei tre personaggi. I quali possono contare su una rete di solidarietà internazionale e sulla sensazione che hanno tanti in Europa oggi di essere vittime di sistemi politici arcaici, se non oppressivi. I processi hanno consacrato il ruolo di questi tre banali difensori dell’esistente come nemici del sistema.

I reati di opinione sono stati introdotti nel diritto internazionale, grazie all’interazione di tre attori: l’Unione Sovietica, la Francia e le organizzazioni comunitarie ebraiche. Oggi si tende a pensare soprattutto a queste ultime, ma la base giuridica delle leggi in questione è costituita da una convenzione dell’ONU del 1947, imposta con il parere contrario degli Stati Uniti (ma favorevole dell’Arabia Saudita) che e riflette  la filosofia fondante degli Stati-Nazione europei, che cercavano di educare un “cittadino etico“, da inquadrare rigorosamente dentro uno schema di comunità unita e guidata dalle caste parallele di politici e magistrati.

E’ solo successivamente che le comunità ebraiche, comprensibilmente preoccupate per un possibile ritorno dell’antisemitismo, e meno legittimamente preoccupate a creare una barriera giuridica attorno all’unica potenza nucleare del Medio Oriente, si sono associate alla lenta costruzione del sistema di “leggi contro l’odio” [sic!] in tutta Europa.

Oggi questo impianto entra in crisi, perché gli Stati Nazione non hanno più il monopolio della cultura, ormai largamente in mano ai media (sia quelli monopolistici, sia Internet).[4] Ma anche perché la forza dello stato di diritto sta nella formale uguaglianza davanti alla legge, e quindi non può escludere le categorie che non si vogliono proteggere: così le leggi che vietano la “revisione” dell’Olocausto ebraico, ad esempio, si trovano in teorie estensibili a qualunque altro fenomeno storico; mentre le leggi contro “l’odio” finiscono per ritorcersi contro i più accaniti difensori di Israele. E alla fine contro chiunque critichi chiunque, come hanno imparato gli abitanti della Polonia, quando è stata vietata “l’apologia del comunismo“.

E’ la questione posta all’Occidente a suo tempo da Ahmadinejad: se non ci arrivate a capire di cosa sto parlando, vuol dire che i media sono veramente riusciti a confondere le acque.

Vi ricordate le vignette danesi, che ritraevano in maniera volutamente offensiva il fondatore dell’Islam?

All’epoca, l’islamofobo americano, Robert Spencer, su Front Page Magazine, scriveva:

“La libertà di parola comprende proprio la libertà di infastidire, di ridicolizzare, di offendere. Altrimenti, è vuota. Nel momento in cui si considera che una qualunque persona o ideologia non sia più accessible all’esame critico e al ridicolo, la libertà di parola è stata sostituita da una camicia di forza ideologica”.

Alcuni gruppi sunniti, spesso legati (come in Libano) a interessi sauditi reagirono con rumorose manifestazioni.

Mahmud Ahmedinejad scelse invece di mettere in rilievo come tutti siano bravi a fare i cretini con i tabù degli altri.

E così disse, senza usare la minima violenza, violo io un vostro tabù e vediamo come reagite.

Evitando di prendere una posizione personale a riguardo, organizzò un convegno internazionale dei revisionisti e/o negazionisti dell’Olocausto, enfatizzando come fossero perseguitati in Occidente semplicemente per aver espresso idee sulla storia.

Il ministro degli esteri iraniano, Manouchehr Mottaki, dichiarò che la conferenza

non cercava né di negare né di dimostrare l’Olocausto, ma di fornire un adeguato ambiente scientifico in cui gli studiosi potevano presentare liberamente le proprie opinioni riguardo a un evento storico”.

Così in un colpo solo, l’Iran sarebbe riuscito a ribaltare le accuse sulla scarsa libertà per gli oppositori interni; a strappare ai sunniti la guida dei musulmani offesi dalle vignette danesi; e ad avere la simpatia di quell’80 percento dell’umanità che vede nell’Olocausto un delitto interno agli imperialismi occidentali, trasformato in religione obbligatoria per tutto il mondo.

Il messaggio è andato perso, almeno per il pubblico occidentale, nella prolissa retorica di Ahmadinejad, nella natura discutibile di alcuni degli invitati (come il razzista dichiarato David Duke) e nella successiva falsificazione mediatica, che faceva di Ahmadinejad stesso un negazionista.

Ma la contraddizione evidenziata da Ahmadinejad è rimasta.

David Irving, un inglese piuttosto conservatore e spocchioso, ma nemmeno un vero “negazionista” (non dubita delle camere a gas, ma della loro collocazione ad Auschwitz), si fece oltre un anno in carcere in Austria per alcune frasi dette in una conferenza una decina di anni prima.

L’austriaco Gerd Honsik (un poeta, non uno storico) fu deportato dalla Spagna e condannato a cinque anni di carcere in patria per alcune sue affermazioni.

Erst am dritten Tage, da fällten sie
das Urteil für meine Verbrechen.
Die Stunde voll Stolz, ich vergesse sie nie,
nie der Presse rasendes Hecheln.
„Er hatte die Frechheit“, so tobten sie,
„über Schuld und Kerker zu lächeln.“

Nel 2008, Wolfgang Fröhlich fu condannato in Austria a sei anni e mezzo di carcere per espressioni considerate negazioniste; e in Germania l’avvocato Sylvia Stolz a tre anni e mezzo per alcune cose che aveva detto in tribunale mentre difendeva  l’imputato Ernst Ernst Zündel, a sua volta condannato a cinque anni di carcere per i suoi scritti su Internet.

Il settantatreenne Horst Mahler, curiosamente uno dei fondatori del gruppo di estrema sinistra RAF, è stato dichiarato “non rieducabile” e condannato a undici anni complessivi di carcere nel 2009, sempre e unicamente per opinioni espresse.[5]

In tutti questi casi (e ce ne sarebbero parecchi altri), gli imputati erano chiaramente dei nazionalisti tedeschi, che avevano espresso opinioni apologetiche sull’era nazista. E quindi, mentre la sinistra gioiva delle loro condanne, la destra era felice di guadagnare attestati di bontà esaltando le punizioni.

Mentre gli imputati stessi non sembrano aver colto come queste leggi facciano parte di meccanismi repressivi ben più vasti, come sono ad esempio tutte le leggi che in Italia puniscono le intime intenzioni: se rompi una vetrina per divertimento, ti succede ben poco, ma se lo fai con “finalità eversive” o “terroristiche”, rimani in carcere per anni. Abbiamo seguito qui, ad esempio, il caso dell‘imam di Ponte Felcino, condannato ad anni di carcere per aver visitato dei siti internet e per aver espresso qualche idea critica sul destino delle anime dei non salvati nell’aldilà.

E ci sarebbe da aggiungere l’abolizione planetaria dello stato di diritto che ha seguito il Patriot Act negli Stati Uniti, oppure la creazione di “Centri di Permanenza Temporanea” e affini in tutta Europa.

Ma cosa distingue i nazionalisti germanici come Mahler da quelli che gestiscono il blog Politically Incorrect?

Certamente, una diversa idea del nemico, che per i primi sono gli Stati Uniti, per i secondi i musulmani. Probabilmente diverse idee economiche. Forse (ma non è facile saperlo) valutazioni diverse su fatti di settanta, ottant’anni fa.

Ma qual è “l’odio” che fa finire in carcere, e “l’odio” che è invece rispettabile? E cosa fare delle leggi che ciecamente sanzionerebbero tutte le emozioni e le espressioni troppo forti, che ormai – grazie a Internet – escono fuori ovunque, con un clic alla tastiera?

Note:

[1] Il Vlaams Belang non è erede dei neonazisti belgi, come talvolta si scrive; piuttosto proviene dall’ala destra del movimento moderato Volksunie. Il partito chiede però l’amnistia per i numerosi nazionalisti fiamminghi che durante la guerra collaboravano con i tedeschi.

[2] L’altro direttore della Freedom Alliance è Barak Lurie, avvocato di Los Angeles nato in Israele. Lurie si dedica a “combattere il multiculturalismo” e a “salvare la civiltà occidentale“.

La Freedom Alliance ha creato anche un Council for Democracy and Tolerance, rivolto più direttamente alla lotta antislamica, diretta dal pakistano Tashbih Sayyed e da Nir T. Boms, già impiegato dell’ambasciata israeliana a Washington.

[3] Invece il leghista piacentino, Massimo Polledri (quello che assieme a Giovanni Cantoni di Alleanza Cattolica organizzò la cerimonia per celebrare l’anniversario della battaglia di Lepanto, ha buoni legami con Israele:

“L’onorevole piacentino del Carroccio, Massimo Polledri, farà parte del gruppo di collaborazione tra Camera dei deputati e Knesset (il parlamento israeliano). Polledri è stato scelto dal presidente della Camera, Gianfranco Fini a seguito dell’interesse dimostrato in questi anni per la politica mediorientale e per la sua lunga esperienza all’interno dell’Associazione Italia-Israele. Con lui, nel gruppo, anche i deputati: Fiamma Nirenstein (Pdl), Ferdinando Adornato (Udc), Luca Barbareschi (Pdl), Augusto di Stanislao (Idv), Emanuele Fiano (Pd), Enrico Pianetta (Pdl), Gianni Vernetti (misto).”

Massimo Polledri che definisce Piacenza “patria generosa di carismi e di alti prelati“, ha scoperto che persino la celtica Padania dei mangiamaiali ha radici giudeocristiane:

M.O. POLLEDRI (LN): “ALLA KNESSET PER RICONOSCERE COMUNI ORIGINI EBRAICO-CRISTIANE” (fonte ufficio stampa) Roma, 23 giu – «Anche la Padania è presente oggi a Gerusalemme per riconoscere le comuni radici ebraico-cristiane dell’Europa e di Israele». Lo dichiara il deputato leghista Massimo Polledri, a margine della visita alla Knesset, il parlamento di Gerusalemme, con una delegazione al seguito del presidente della Camera Gianfranco Fini. «Le democrazie occidentali – prosegue Polledri – devono rispettare la laicità dello Stato, ma non possono arrendersi di fronte a totalitarismi religiosi, come quello islamico. Le esperienze religiose devono servire alla persona e in nessun caso possono essere usate per seminare e incitare odio».

«Si parla ancora molto di antisionismo. Mossi da imprescindibili valori di libertà e democrazia, nel documento prodotto oggi a Gerusalemme affermiamo le comuni origini cristiane e ci impegniamo a lottare contro l’antisionismo e la cristiano-fobia purtroppo ancora fortemente diffusa in diverse parti del mondo».

obelix

L'onorevole Polledri cerca radici ebraico-cristiane con cui cucinare

[4] Non aderiamo affatto alla tesi di Toni Negri sul superamento degli Stati Nazione dentro “l’Impero”. Ciò che entra in crisi è la struttura specifica degli Stati Nazione nati dalla rivoluzione francese, con le loro promesse di ridistribuzione sociale e basi autarchiche-educative. L’imperialismo, la disuguaglianza e la violenza del dominio sono più vivi che mai.

[5] Sempre poco rispetto al Rwanda, dove il governo ha introdotto leggi modellate su quelle europee. Célestin Sindikubwabo sta attualmente scontando 20 anni di carcere per “grossolana banalizzazione del genocidio”, non perché avrebbe sottovalutato i morti di una parte, ma perché la stessa legge vieta di accusare i vincitori di crimini: nel corso di un processo pubblico nel 2006, Sindikubwabo avrebbe detto che l’accusato era fuggito in Burundi perché aveva visto le truppe governative uccidere abitanti del posto.

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33 Responses to Filip Dewinter in Israele, Ahmadinejad a Tehran e tanti altri in carcere

  1. Andrea Di Vita says:

    Per Martinez

    ”apologia del comunismo”

    Kaczynski ha fatto di tutto per sobillare a proprio favore l’elettorato denunciando la presenza di ex-spie Comuniste anche sotto il letto. Ha coinvolto anche illustri militanti e intelettuali di Solidarnosc, usciti (ironia della sorte) dalle galere del regime filoSovietico e finiti vent’anni dopo sotto il torchio dei mass media favolrevoli al regime (Rado Maryia in primis) per collaborazionismo.

    Per adesso e’ stato sconfitto alle presidenziali da uno storico di origine Lituana (come se noi votassimo un Marocchino gay al Quirinale) e anche lui ex galeotto per motivi politici. Quando la TV diede l’annuncio ero presente, mia cognata (che pure va in chiesa) scoppio’ a piangere epr la gioia.

    Ma la storia non è finita: il Paese è spaccato esattamente in due, e i contrasti hanno avvelenato anche l’atmosfera di molte famiglie. Stiamo parlando di un posto dove le prediche alla domenica paragonano la vittoria su Trotskij del 1920 a Poitiers e alla caduta del Muro, e dove le contadine bigotevanno in giro a comprare preservativi nelle farmacie di paese pe farli sparire in omaggio alla Madre E Maestra.

    I meccanismi di creazione massmediologica di un’isteria collettiva in Polonia sono alla luce del sole per chi conosce un minimo la lingua e la società locali, e non a caso il giornale berluschino esalta kaczynski. La parentela fra Difensori dei Valori, fra il nostro premier e il loro papa, risulta sgradita ma lampante.

    E’ da notare che anche in Polonia c’e’ stato anni fa un candidato berlusca ante litteram, tal tyminski: ma non ha attecchito. A ciascuno le sue fobie.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

    • Peucezio says:

      Spaccato in due, ma quali sono le idee dell’altra parte? Puoi descrivere meglio la situazione, che mi pare molto interessante…

      • Andrea Di Vita says:

        Per Peucezio

        Mi vengono in mente tante risposte, ma al solito è difficile spiegare un universo concettuale (che io stsso conosco solo sfuggevolmente). Ci provo con degli esempi pratici.

        Forse la differenza maggiore fra i Polacchi e noi è che loro il problema dell’Identità se lo pongono da sempre. Mentre solo in questi anni ci si chiede ”Che cos’e’ un Italiano?” la domanda ”Che cos’è un Polacco?” sta fino nelle filastrocche dei bambini ‘Cosa sei?/Ho l’aquila bianca!…’ Italia e Polonia credo siano gli unici due Stati al mondo i cui inni nazionali facciano riferimento l’un l’altro: l’inno di Mameli parla di ‘sangue polacco’ e l’inno Polacco invita i patrioti Polacchi a lasciare l’Italia e a tornare a combattere per l’indipendenza Nazionale (alla faccia della Giovane Europa mazziniana).

        Spiego con un esempio la rilevanza di quanto sopra per rispondere alla tua domanda. E’ uscito un libro l’estate scorsa a Varsavia che proponeva di proclamare la sfortunata Insurrezione di Varsavia dell’Armia Krajowa contro i nazisti come simbolo stesso della Nazione. In quell’occasione, com’e’ noto, Stalin fermo’ l’Armata Rossa dall’altra parte della Vistola e attese che i nazisti facessero strame degli insorti prima di intervenire. L’inutile eroismo Polacco in quell’occasione è leggendario. E’ da notare che sotto Stalin militavano in quel momento fior di patrioti e militari Polacchi, come Berling, che già si erano distinti nella presa di Leopoli. (A Leopoli, città di tradizione Polacca se ce n’e’ una, Stalin non voleva usare i Polacchi per non dare adito alle voci patriottiche Polacche, ma quando si accorse di come i Tedeschi avevano munito la piazzaforte penso’ bene di mandare al macello i Polacchi).

        Ora, la proposta di quel libro ha provocato polemiche insospettate ma ferocissime (un’altra pratica in cui Polacchi e Italiani sono maestri). La metà, diciamo cosi’, antiKaczynski del paese (grosso modo corrispondente al partito PO = Giustizia e Cittadinanza) ha accusato l’autore di perpetuare una Polonia mitica ancorata ai propri stereotipi, impedendo cosi’ ai Polacchi di occupare consapevolmente il proprio posto nel mondo.

        Mentre l’Italiano ha di se stesso lo stereotipo ‘Italiani brava gente’, i Polacchi hanno di se stessi lo stereotipo di un bellisimo quadro di Gierymski al Museo Nazionale: un prestante e baffuto giovinotto in divisa che bacia la mano di una eterea fanciulla in gramaglie che con lui ancora in vita lo piange da morto perchè sa che andrà a morire eroicamente contro i nemici. Questa perdurante identificazione di sè con un qualcuno intermedio fra la Piccola vedetta Lombarda e Pierrot appare naturale un Polacco e ossessionante allo straniero. (Due esempi: l’onnipresente souvenir per turisti è la statuetta in legno col Cristo in posizione Pensatore di Rodin, in cui ogni Polacco vede ipersonificatao il proprio Paese; e non conosco nessun Poalcco che non chiami con l’antico nome Polacco di Kròlewiec la nota città di Kalininigrad/Koenigsberg).

        Lo si vede nella posizione sulla Shoah. Certo, sarebbe ingiusto identificare i macellai di Jedwabne con tutta la Polonia. Ma anche la stragrande maggioranza di Polacchi che non sono antisemiti ha un senso di fastidio quando vede che ad Auschwitz sono commemorate le vittime Ebree ma nessuno sembera ricordare che la volontà sterminatrice nazista aveva i Polacchi come obiettivo immediatamente successivo: e ne fa fede lo spropositato numero di vittime. Infine, pure nel momento peggiore gli Ebrei e i Polacchi hanno combattuto i nazisti separatemente: la rivolta del Ghetto di Varsavia è del ’43, l’insurrezione dell’Armia Krajowa del ’44. Quando ho chiesto perchè, mi ricordo la risposta che ricevetti: a Bialystok, all’arrivo dei Sovietici nel ’39 gli Ebrei andarono loro incontro con pane e sale, il tradizionale benvenuto di quelle parti.

        Insomma: Kaczynski e il PiS (= Legge e Giustizia) che lo appoggiano alimentano col mito del tragico passato nazionale riverniciato di maccartismo un risentimento che è quello dei molti esclusi dai benefici della globalizzazione, dai pensionati a reddito fisso (come ‘il partito del mohair’, la massa di vedove bigotte che si ritrova in parrocchia dal caratteristico berrettino) ai delusi dell’Unione Europea (che ha pagato per le nuove dogane verso la Bielorusia ma che ha tardato a finanziare nuove strade e che contingenta la produzione di patate, mentre si nega la libera circolazione dei lavoratori Polacchi fuorchè in Irlanda e in Belgio).

        Gli altri, che votano soprattutto il PO, sono allergici a Kaczynski ma brillano per la mancanza di un unico leader riconosciuto, il che in un semipresidenzialismo come quello Polacco è una jattura anche più che da noi. L’attuale Presidente è stato scelto propri perchè non dava fastidio alla nomenklatura dei vari partiti. Questi Polacchi includono intellettuali, la grande stampa, i banchieri, l’industria, i giovani studenti che sognano prima l’Erasmus e poi una carriera nell’ufficio di qualche multinazionale che consenta loro di sciare in Italia e fare i l sub in Italia o Spagna. Gente disposta pagare tre euro una tazzina di autentico espresso Italiano.

        Grosso modo, oggi PiS e PO dominano rispettivamente ad Est e ad Ovest, con alcune vistose eccezioni (ad es. Bialystok è saldamente nele mani di una amministrazione PO). Ma il più importante periodico del paese, Polytika, che come approfondimenti è a livello dell’Economist, ha paventato in un suo erecente numero addirittura la scissione in due del paese, tipo quella che si rischia in Belgio: tanto profonda è la frattura alimentata da Kaczynski e rivelata dalla sua propaganda.

        Ciao!

        Andrea Di Vita

        • Peucezio says:

          Molto interessante. Grazie dell’approfondita risposta.
          Una curiosità, tu parli anche polacco?

          • Andrea Di Vita says:

            Per Peucezio

            Come si dice in Polacco: ‘Kali mòwi Kali rozumie’ cioè: si’ ma in modo del tutto maccheronico. (‘Kali parla Kali capisce’ è l’unica cosa che in Polacco sa dire Kali, servo negro analfabeta dell’eroe di un romanzo di Sienkiewicz).
            Ciao!

            Andrea Di Vita

  2. Athanasius says:

    “Per adesso e’ stato sconfitto alle presidenziali da uno storico di origine Lituana (come se noi votassimo un Marocchino gay al Quirinale)”

    I lituani sono tanto odiati in Polonia?

    • Andrea Di Vita says:

      Per Athanasius

      Al loro rinascere in Stati indipendenti dopo la Prima Guerra Mondiale, non appena ritiratisi i Tedeschi dalle terre ex-zariste lasciate loro dai Bolscevichi i soldati Polacchi e quelli Lituani si sono presi a fucilate fra loro, a prescindere dal fatto che fossero ex-appartenenti alle armate zariste o a quelle guglielmine.

      Il motivo è semplice ma ignoto in Occidente. Prima della sparizione/spartizione della Polonia nel XVIII secolo, i Lituani erano stati assorbiti dai Polacchi con un processo che porto’ a quello che gli storici Inglesi chiamano ‘Commonwealth’ e i Polacchi ‘Repubblica dei Due Mari’, anche se formalmente era una monarchia. Questo processo è iniziato come unione dinastica (la dinastia Polacca dei Jagelloni porta un nome Lituano, Bialystok è nome di origine Lituana e il suo stemma contiene lo stemma di Lituania) ed è proseguito come graduale assorbimento economico e culturale. La Dieta del Commonwealth si riuniva solo a Varsavia, gli aristocratici Lituani parlavano solo Polacco e a parlare Lituano erano solo contadini analfabeti, il Lituano conosce l’alfabeto scritto molto dopo il Polacco ecc. Insomma, un soft power che nel tempo ha cancellato mota cultura Lituana anche più efficacemente di uanto ‘unone dinastica del Regno Unito abbia fatto con la cultura scozzese dopo Culloden.

      Nell’Ottocento la Polonia conserva compattamente la propria identità tramite le classi alte -che rifiutan la germanizzazione e la russificazione- e il popolo -cui il clero predica solo in Polacco. Ma nella piccola Lituania gli zaristi favoriscono il più possibile (divide et impera) il fritto misto fra Lituani, Polacchi, Ebrei di lingua Jyddisch ed Ebraica, Ucraini, Bielorussi, Tedeschi e Russi. Nella Vilnius del 1900 si parlano otto lingue, e il Lituano era la lingua dei poveracci. Peggio, per i Polacchi la Lituania diventa un luogo mitico, l’erede di un passato favoloso e inesistente da evocare romanticamente nella letteratura patriottica. Così il poema nazionale Polacco, l’equivalente in versi dei nostri Promessi Sposi, ‘Il Signor Taddeo’ di Mickiewicz, comincia con ‘Lituania! O patria mia!’.

      Persino gli Ebrei Polacchi, pur divisi fra Hassidim, Frankiti ecc., obbediscono a un rabbinato ben distinto da quello, intriso di cultura giuridica, dei Gaon di Lituania: e al tempo dei peggiori pogrom si arriverà ad accuse reciproche di delazione.

      Logico quindi che nel proprio risorgimento nazionale i Lituani ‘lituanizzino’ il più pssibile la lingia, tornando a più non posso alle sue radici arcaiche e ‘depolonizzandola’ all’estremo.

      Ma quello che fa esplodere la bugna alla fine della prima guerra mondiale è il problema della sorte di Vilnius. La principale città della Lituania è sede del secondo santuario Polacco per importanza, la Ostra Brama, venerata come Czestochowa. Per di più, colui che in Polonia è la somma di Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele, l’audace Maresciallo Pilsudski padre della Patria, è nato a Vilnius. Vilnius per i Polacchi è molto più importante di Danzica. Il risultato è che i Lituani ne vengono cacciati subito, e -dopo un’effimera indipendenza della odierna Lituania Orientale in una repubblichetta durata una manciata di mesi- la Lituania indipendente è costretta a eleggere come capitale Kaunas (per semplicità uso i nomi della lingua ufficiale dello Stato che ora possiede quei luoghi, se no non ne usciamo più).

      Risultato folle: il blocco delle frontiere. Gente abituata a vendere il latte nel mercato del villaggio vicino nel 1913, nel 1921 deve passare per la Lettonia in un viaggio di quattro giorni via terra e via mare per arrivare lo stesso villaggio. Chi avesse letto il romanzo ‘Gli amanti dell’Orsa Maggiore’ ha un’idea della situazione, con la gente ridotta al contrabbando per sopravvivere.

      Dopo il ’29 e la sua crisi economica, entrambi i Paesi subiscono una svolt autoritaria. La morte di Pilsudski non facilita il compito di chi vuol sedare gli scontri interetnici nell’ancora multietnica Polonia, e il risultato è una crisi poitica che sfocia nel governo di una giunta militare -la Sanacja. Ne fanno l spese minoranze religiose (testimoni di Geova) ed etniche (Lituani).

      I Lituani in Polonia vengono discriminati pesantemente nella ricerca di un impiego, anche con la complicità dei francescani in sostegno al regime parafascista Polacco. L’autobiografia del premio Nobel per la letteratura, il Lituano di lingua e passaporto Polacco Czeslaw Milosc (così lui stesso vi si definisce, e così pure lo definiva ai tempi il sito Internet del consolato Lituano in Italia) contiene la frase rivelatrice: ‘ i miei lettori Italiani mi scuseranno se non sono mai stato ad Assisi’.

      Prima del ’39 la NKVD rapisce Lituani con scorrerie oltre confine per deportarli in Siberia e provocare una reazione armata Lituana che giustifichi un casus belli (ne parla pure Montanelli in una corrispondenza dell’epoca). La Polonia tace. Nel ’39 la Polonia fiaccata da Hitler viene aggredita da Stalin alle spalle, l’anno dopo Stalin occupa la Lituania: ancora fino all ’89 il confine è attraversato da una striscia di neve larga cento metri in cui le guardie Sovietiche possono rintracciare le orme dei fuggiaschi.

      Durante le alluvioni di qualche anno fa, che prima di devastare la Polonia hanno colpito la Lituania, ho visto i Polacchi raccogliere viveri per i Polacchi di Lituania; e ho visto le sottoscrizioni per pagare gli studi ai bambini Polacchi di Lituania che secondo i Polacchi sarebbero discriminati nel diritto allo studio.

      Ironia della sorte: oggi le strade Polacche sono intasate da code di tir Lituani che collegano S. Pietroburgo e l’Occidente (ne ho persino incontrati tre a Geniova, e a uno ho indicato la strada – in Polacco :-) ).

      Dall’altra parte, code di fedeli Polacchi visitano devolti la Ostra Brama di Vilnius e vanno poi a visitare la tomba di Mickiewicz, trovando ovunque indicazioni scritte solamente in Lituano, che per loro è tanto incomprensibile quanto per noi.

      Il passato è appicicaticcio.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

  3. Moi says:

    Segnalo un punto di vista cattolico che, sarà ignoranza mia, non avevo mai sentito prima :

    http://www.pontifex.roma.it/index.php/interviste/religiosi/3451-vescovo-qislam-castigo-del-signore-maometto-un-mercante-senza-scrupoli-basta-col-buonismo-verso-gli-immigrati-i-vescovi-facciano-meno-politica-ed-ospitino-loro-i-migranti-omosessuali-viziosi-e-depravatiq

    … se questo monsignore riesce a unire “islamici” e gay contro la Chiesa è un vero genio dell’ autolesionismo sociale e politico.

  4. la libertà di espressione è la prevenzione e la cura di questi fenomeni.
    \/\/ Espinoza, /\/\ Hobbes.
    (comunque il disegnino dei PI è veramente dolcissimo, soprattutto il particolare della pedatona)

  5. PinoMamet says:

    Colgo l’occasione per notare che l’Italia è evidentemente in Asia (” certi valori europei come la separazione tra Chiesa e Stato”)

    ciao!

    • roberto says:

      semplicemente non è vero che la separazione fra stato e chiesa sia un “valore europeo” (si, lo so che se miguel ha un lettore francese gli sarà venuto un coccolone, ma bisogna arrendersi all’evidenza)

      • Francesco says:

        quoto

        l’Europa NON è quella cosa che discende dalla Rivoluzione Francese, anzi sarebbe bene trovare un nome all’abominio, sennò continua a rubare quello di Europa :)

        L’Europa è quella roba di Benedetto e Cirillo e Metodio, non quella di Rousseau e Voltaire

        Così si riesce a capire il valore storico dell’Europa, tra l’altro

        • Z. says:

          L’Europa è anche quella di Cirillo, purtroppo. Ma è anche quella della Rivoluzione francese.

          Insomma, è qualcosa di un pochino più vasto e complesso di quel che voleva farci credere il pensionato più pesante d’Italia :-)

          Z.

  6. Per Andrea

    Grazie della testimonianza sulla Polonia!

  7. Per Moi e Peucezio

    Riguardo al vescovo di Grosseto…

    1) Moi non se la prenda, non è certo un difensore della Chiesa; ma quel suo riferimento all’ “autolesionismo” mi ha colpito – è come se vivessimo in una gara continua a essere “popolari” e a “non farsi nemici”. Ora, in una società molto uniforme, questa voglia di popolarità conduce a certi comportamenti estremi; nella nostra, conduce al nulla, che è quanto rimane una volta che non hai detto nulla che non offendesse nessuno.

    2) Quindi mi ritroverei nel commento di Peucezio (anche se non sono cattolico); solo che il vescovo compie il tipico errore dei cattolici “conservatori” che consiste non solo nel definire il confine, ma nel tranciare giudizi su ciò che è oltre il confine.

    Voglio dire, va benissimo dire che i musulmani sono fuori dalla salvezza, in errore teologico e bisognosi di essere convertiti alla vera fede; va benissimo dire che non si deve mai dare loro uno spazio consacrato della Chiesa in cui pregare. Ma da lì a passare a sparare luoghi comuni piuttosto ignoranti e confusionari sull’immigrazione…

    Allo stesso modo, mi va benissimo la condanna ecclesiastica dell’omosessualità. Perché no? L’Islam condanna il consumo dell’alcol, il giudaismo condanna il mescolare latticini e carne, non vedo perché anche la Chiesa cattolica non possa avere dei comportamenti vietati. E ritengo perfettamente lecito credere che i comportamenti vietati possano avere un effetto negativo sul destino dell’anima dopo la morte.

    Ma non mi piace il vescovo che si improvvisa psicologo per condannare gli omosessuali anche laicamente.

    Che poi il vescovo trancia giudizi laici, facendo una figura di pesce, proprio per “piacere” e per “farsi capire” dai “non credenti”, e quindi in un certo senso per buonismo.

    • Claudio says:

      Ragazzi,
      va bene tutto, ma state a parlare di Babini, vescovo emerito, cioè pensionato per raggiunti e abbondantemente superati limiti di età, che poi è il profilo tipico dell’ecclesiastico “tipo” di pontifex, tutta gente che non vale la fatica di una rettifica.
      Di Babini, finchè è stato al suo posto, non si ricorda nulla. Dai su, leggetevi la pagina su Wikipedia:
      http://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_Babini
      Se c’è qualcuno che si gasa per un vecchio pensionato sfuggito alla badante che spara i soliti luoghi comuni eh beh… son soddisfazioni, ma come ex chierichetto son capace di trovare di meglio, se ai difensori dei nostri Valori interessa … :-P

  8. A. says:

    Il Vlaams Belang non è erede dei neonazisti belgi, come talvolta si scrive; piuttosto proviene dall’ala destra del movimento moderato Volksunie. Il partito chiede però l’amnistia per i numerosi nazionalisti fiamminghi che durante la guerra collaboravano con i tedeschi.
    In realtà le simpatie (neo)naziste del Vlaams Belang sono cosa ben nota, a partire proprio da Filip Dewinter (che nel corso degli anni Ottanta partecipava a varie riunioni di nostalgici: Youtube è pieno di video in proposito) per arrivare a quel segretario di una sezione del partito, espulso dallo stesso dopo essere stato filmato mentre cantava una canzone delle SS (esistono riferimenti in rete anche su questo caso, che pero’ adesso non trovo). E si potrebbe continuare con diversi altri aneddoti.
    L’importanza del VB è assai sopravvalutata, quantomeno in Belgio, sia per la politica del “cordon sanitaire” (l’esclusione del Vlaams Belang da ogni coalizione elettorale con i rimanenti partiti fiamminghi) sia per il fatto che i nazionalisti dell’NVA (separatisti anche loro, ma dotati di un europeismo/pragmatismo che li rende più appetibili all’elettorato) hanno drenato a loro vantaggio molti dei voti che confluivano nel Vlaams Belang. Il palcoscenico che si è guadagnato Geert Wilders in Olanda, Dewinter se lo sogna la notte.

  9. Z. says:

    Ecco, la storia dell’avvocato sbattuto in carcere per aver difeso il proprio cliente è la prova – se mai qualcuno avesse ancora dubbi al riguardo – che lo stato liberale europeo ha preso una piega bruttina.

    Z.

    • Andrea Di Vita says:

      Per Z.

      E’ incredibile. Nemmeno nell’esercito di leva Italiano di una volta era punibile il difensore di un militare passibile di consegna dirigore per quello che diceva nel corso della sua arringa davanti alla commissione giudicante.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

      • Z. says:

        Essere liberali oggi – essere veramente liberali, intendo – è atto eversivo, ogni giorno di più.

        Vediamo quanto resisterà la costituzione italiana a questo assalto internazionale alle libertà negative.

        Z.

        PS: Beh, un amico mi raccontava di un colonnello (PM e giudice ad un tempo) che provava a intimidire il difensore. Però va detto che non si trattava di un vero e proprio processo, ma di una pseudo-istruttoria per mere punizioni amministrative (tipo una settimana o due di consegna). E ciò nonostante, le minacce – non eseguite – del colonnello hanno stupito persino i trupponi.

    • Peucezio says:

      Non è bruttina, è di merda.

    • Francesco says:

      quale storia?

      non riesco a trovarla

      grazie

      PS lo hanno sbattuto in galera per averlo difeso male? Ghidini rischia? :)

      • Z. says:

        C’è anche il link, Francè, basta cliccare su Sylvia Stolz…

        Z.

        PS: Ma va là, ma cosa dice, ma si figuri se Berlusconi va a puttane! :lol:

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