Houria Bouteldja, gli Indigènes de la République e un falso di Alain Finkielkraut

“Il boa ci ha ingurgitati. Coloro che, almeno una volta nella loro vita, si sono vergognati dei loro genitori, del loro accento, dei loro modi, mi capiranno”.

Houria Bouteldja

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Houria Bouteldja

Il discorso occidentale è un interminabile monologo sulla propria superiorità. Che poi diventa anche un dialogo, ma tutto interno all’Occidente, tra due opposte fazioni: quella che sostiene che gli Altri siano inguaribili e quella che sostiene che con una forte dose di bastone e carota, possano diventare come noi.

Poi, ogni tanto, c’è qualcuno che spezza questo flusso delirante, con un colpo secco. Suscitando reazioni interessanti.

In Francia, il settimanale Le Point ha fatto un’intervista strappalacrime con una certa Bintou, presentata come una signora proveniente dal Mali e vittima di un matrimonio poligamico, con una lunga cicatrice sulla guancia, come spiega il giornalista.

Le Point esce in tutte le edicole, 400.000 e passa copie.

Subito dopo un ragazzo di 23 anni, che si fa chiamare Abdel rivela come sono andate davvero le cose.

Le Point aveva contattato Abdel, militante antirazzista, alla ricerca di una Vittima della Poligamia. Abdel si era messo lui stesso al telefono con i giornalisti, spacciandosi appunto per “Bintou, Vittima”.

Registrandosi davanti a una telecamera per avere la prova, con una voce femminile assolutamente improbabile, Abdel ha sciorinato luogo comune dopo luogo comune, che Le Point ha pubblicato senza esitazione.

Le Point ha messo sul proprio sito una nota su “come siamo caduti in trappola“. Nessuna autocritica sui metodi mediatici – la colpa è di un complotto. Il giornale annuncia infatti che intende “fare un’inchiesta sulle ragioni di questa manipolazione e portare alla luce gli interessi cui serve“.

Nulla deve spezzare il Monologo.

Altra storia.

Houria Bouteldja è una cittadina francese figlia di operai immigrati, nata in Algeria, e portavoce degli Indigènes de la République (prima movimento e poi partito, per cui ha due sigle – MIR e PIR), che si oppone sia agli xenofobi, sia a quella specie, assai diffusa in Francia, di antirazzisti istituzionali, sempre pronti e “recuperare” e “rieducare” le “minoranze” perché righino dritto. Il PIR nasce nel rigetto esplicito degli imam di stato (alla faccia della laicità) e ai numerosi House Muslims che sostengono le politiche islamofobe del governo.

Non a caso, il movimento dei PIR ha come proprio simbolo una pantera nera. Come Malcolm X, Houria Bouteldja “vient des quartiers, elle se la joue pas intello” (viene dai quartieri e non gioca a fare l’intellettuale) e proprio per questo è una delle poche persone a dire ciò che dovrebbe essere ovvio.

Sempre come Malcolm X, Houria Bouteldja ha capito che la questione è sia sociale/economica, sia di dignità umana. Finché i discendenti degli immigrati continueranno a guardare a se stessi come persone sradicate, che si devono vergognare dei propri genitori, che non hanno storia, non potranno mai uscire da una realtà menomata e di subordinazione – saranno sempre ridotti allo status di indigènes, che nel gergo coloniale indicava il limbo di coloro che non erano né francesi né stranieri. Indigènes che lo stato presume persino di spogliare fisicamente, con la famigerata legge contro il foulard islamico.

Il tema cruciale della dignità suscita il panico a Destra, ma anche nell’estrema sinistra, dove c’è una lunga tradizione leninista-staliniana di daltonismo verso qualunque fattore umano.

Dice Houria Bouteldja, parlando del sistema che emargina i discendenti degli immigrati:

“Le loro armi? Le parole. Parole che ci fanno la guerra. Parole che ci etichettano, ci schedano, ci paralizzano. Parole per soffocarci, per impedirci di respirare: diversità, integrazione, minoranze visibili, black, beurs, islam moderato, territori perduti della repubblica… eppure noi respiriamo e il nostro respiro è ARABO, AFRICANO, MUSULMANO. E’ BANLIEUSARD.”

Ci viene in mente il padre di Malika al-Aroud, dietro il suo martello pneumatico, “annientato dalla sua umiliazione”.

In un’intervista televisiva a Ce soir (ou jamais !), un programma condotto da Frédéric Taddeï, Houari Bouteldja ha detto

« Si mettono sempre sotto la lente i quartieri popolari […] che avrebbero un deficit di conoscenza, di coscienza politica, bisogna educarli, ecc., e si occulta completamente il resto della società e i suoi privilegi  […] e a me viene da dire, è il resto della società che bisogna educare, […] è il resto della società occidentale… infine di quella che si chiama, che noi chiamiamo, i “souchiens” – perché bisogna pure dare loro un nome -, i “bianchi”, a cui bisogna inculcare la storia della schiavitù, della colonizzazione… […] la questione dell’identità nazionale deve essere condivisa da tutti, ed è lì che c’è un deficit di conoscenza. »

Alla questione fondamentale che lei ha posto,  la grande macchina delle chiacchiere ha risposto con il silenzio.

Ma qualche settimana dopo, entra in scena il polemista sionista francese, Alain Finkielkraut. Nella pubblicità dei suoi libri, lui viene presentato così:

“è considerato uno dei più grandi filosofi contemporanei: autore di una dozzina di saggi, si distingue per le sue posizioni spesso “scomode” e “anticonformiste“.”

Quando sento parlare di “posizioni anticonformiste”, mi viene in mente l’immagine di un signore strapagato per gridare su tutti i media, “nessuno ha il coraggio di pubblicarmi!

Finkielkraut si è attaccato alla parola souchien, ironico riferimento al termine français de souche.

In lingua francese, souche indica letteralmente la base del tronco di un albero, assieme alle sue radici; l’espressione français de souche viene spesso adoperata (oltre 2 milioni di riferimenti su Google) dai francesi che si ritengono autoctoni, in contrasto con i Français musulmans, i nord-africains oppure più brutalmente i  sidis o i bougnoules.

Non dimentichiamo mai perché in Francia ci sono tante persone non di souche: intere comunità, è bene ricordare, sono state portate in Francia nel dopoguerra, spesso per diretta iniziativa del governo, per ricostruire il paese – persone che hanno trasformato una nazione distrutta nella quinta potenza economica del mondo.

Finkielkraut ha spezzato in due la parola souchien.

Ha aggiunto una “s”.

Poi ci ha messo un trattino.

E così è venuto fuori sous-chiens. Che vorrebbe dire “sotto-cani”. Non significa molto né in francese, né in italiano (in inglese underdog è un termine piuttosto bonario, che indica una persona socialmente sottomessa), ma suona malissimo.

Se cercate “Houria Bouteldja” e “sous-chiens” (à la Finkielkraut) su Google, troverete ben 26.000 urla indignate. In genere accompagnate da accuse di fascisme, che non si sa bene cosa c’entri, ma è sempre utile per suscitare allarme.

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Manifestazione degli Indigènes de la République

Il mio neocon del giorno, anonimo come al solito, è un certo Cyrano, un francese che possiamo definire l’Ateo da Presepe, che vi presento nella traduzione approssimativa di un suo compare italico:

“Sono francese perché non comprendo che dei studenti musulmani ricusano […] il pensiero deista, inciclopedista, ateo […]. Sono francese perché sono stanco di non potere più mettere, a Natale, un presepe in una finestra o un albero in una scuola senza far scattare una commissione d’indagine.”

Comunque, Cyrano pontifica:

“Sono francese  […] quando Houria Bouteldja tratta i miei compatrioti “di cani„, quando denuncio l’ islamizzazione del mio paese come tutti i paesi europei, quando peroro per un’Europa laica e  femminista”.

L’attuale ministro degli interni, Brice Hortefeux, all’epoca Ministro per l’Immigrazione e l’Identità Nazionale, dichiarò che avrebbe iniziato un procedimento contro il PIR, cosa che non ha fatto per mancanza di qualunque appiglio legale. Non è certo nuovo a simili sparate – qualche settimana fa, ha chiesto misure legali contro chi istiga al boicottaggio di prodotti kasher o israeliani“, deliberatamente mescolando religione ebraica e politica sionista.

Gli hanno fatto eco Respublica, organo ultralaicista della “sinistra repubblicana”, che ha accusato Houria di “racisme” per aver detto un “propos hallucinant” in una manifestazione:

“Noi siamo per la resistenza palestinese, che si chiami Hamas o no, Hezbollah o no”.

Le Post, emanazione telematica del giornale di sinistra Le Monde, si è autovittimizzato, mettendo sul proprio sito questa immagine:

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"Vietato ai cani"

Al centrodestra, la rivista Marianne, parla di un “discorso fondato sul rancore l’odio“: nessuno si ribella al miglior sistema del mondo, se non per pura malvagità o follia. L’Unione degli studenti ebrei ha cercato di far vietare le conferenze del movimento, mentre la Lega di Difesa Ebraica ha evitato di attaccare fisicamente i militanti del PIR solo perché si sono trovati davanti un servizio d’ordine piuttosto agguerrito.

Estremisti di destra hanno messo su Facebook un gruppo denominato “Condamner Houria Bouteldja “racisme anti blanc“”. “Houria Bouteldja non ha rispetto per niente!” piagnucola un blogger, accompagnando questa affermazione a un’immagine che indica esattamente quanto rispetto abbia lui per gli altri (se volete vergognarvi di essere occidentali, andate qui).

Jean-Marie Le Pen ha chiesto la messa fuorilegge del PIR. Infine, l’associazione cattolica di destra, AGRIF – Alliance Générale contre le Racisme et pour le respect de l’Identité Française – dell’ex-eurodeputato lepenista Bernard Antony ha citato in giudizio Houria Bouteldja per “offesa razziale”: il processo è iniziato lo scorso 10 maggio.

Le leggi-museruola francesi, sotto il pretesto di difendere i deboli, rivelano così il loro vero scopo: mascherare i conflitti reali che dividono la società francese, trasformando ogni critica generale in insulto personale.

Ovviamente nelle parole di Houria Bouteldja, non c’è nulla di razzista: il problema non sono certamente le persone di pelle bianca o di fede cristiana (molti militanti indigène sono cristiani delle Antille), ma il monologo occidentale. Sta poi a ogni bianco, come a ogni cristiano, scegliere se identificarsi in quel monologo.

Per integrarvi, dovete rinnegare le fondamenta della vostra cultura e adottare la rappresentazione diffusa del cittadino ideale, secondo la televisione o secondo Alain Finkielkraut.”

Houria Bouteldja ha detto che per iniziare un dialogo, bisogna ammettere che si è in due, una cosa evidente a chiunque giri per la Francia: c’è il quartiere miserabile in cui non vedi nemmeno un souchien, e il quartiere benestante in cui non vedi nemmeno un beur. E chiunque segua i media francesi, sa che hanno diritto di parola solo quei beur che hanno accettato il Monologo. Gli altri sono oggetto delle attenzioni degli assistenti sociali quando va bene, della polizia quando va male.

Il monologo mondiale non è più accettabile. Il dialogo si fa in due, o si fa la guerra.

Ascoltiamo, se ne siamo capaci, l‘ammonimento di Houria Bouteldja. Evitando per favore, almeno qui, di gridare, “questa ci minaccia! Sopprimetela!

“Si è fatto di tutto … Tutto è stato esplorato. Abbiamo cominciato noi.[1] Vi abbiamo amati. Abbiamo voluto fare come voi: le ragazze in minigonna, i ragazzi in giacca e cravatta, i capelli schiariti… abbiamo parlato il francese meglio di voi, abbiamo mangiato il porco, siamo usciti con dei francesi, con delle francesi, abbiamo insultato i nostri genitori, abbiamo strisciato… siamo stati violenti, abbiamo combattuto… Vi abbiamo amato tanto! E ci si trova davanti a un muro di ARROGANZA… allora, dopo questo, ci siamo detti che non c’era niente da fare. Ecco che l’appello degli Indigènes dice: « Merde. » Suggerisce di partire su basi sane. Ecco, è un regalo che vi abbiamo fatto. Prendetelo: il discorso non vi piace… prendetelo lo stesso!”

Gli Indigènes de la République sono un progetto per voi; questa società che tanto amate, salvatela… adesso! Presto sarà troppo tardi: i Bianchi non potranno più entrare nei quartieri, come già succede per le organizzazioni di sinistra. Dovranno fare le loro prove e saranno sempre sospettati di paternalismo. Oggi, ci sono ancora delle persone come noi che parlano con voi. Ma domani, non è detto che la generazione che segue accetterà la presenza dei bianchi. »

Nota:

[1] Houria Bouteldja adopera l’impersonale francese “on”, ma l’equivalente italiano “si” stona.

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Indigènes in corteo per la Palestina

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51 Responses to Houria Bouteldja, gli Indigènes de la République e un falso di Alain Finkielkraut

  1. Rock & Troll says:

    Non grido di sopprimerla, ma obiettivamente dalle sue parole riportate in questo post non si capisce bene cosa proponga in concreto questa Houria Bouteldja.
    Sarò limitato. O forse troppo occidentale.

  2. Per Rock & Troll

    1) come fai a mettere il tuo avatar su WordPress?

    2) certo, non ho parlato di programmi, il limite sta in quello che ho scritto io, non in te o in Houria Bouteldja.

    3) Qui si trova un loro manifesto http://www.indigenes-republique.fr/article.php3?id_article=6

    4) Credo che il punto fondamentale però non stia in un manifesto. Sta nel fatto che la gente dei banlieues, gli immigrati, i musulmani, gli antillani, gli abitanti dei quartieri HLM possano parlare con la stessa autorevolezza degli “intellettuali riconosciuti”. Questa di per sé sarebbe già la rivoluzione, il rovesciamento completo dei paradigmi. Che si riconosca lo stesso diritto di parola ai resistenti che ai dominanti.

  3. p says:

    Dignità è una parola che frega, non si tratta di daltonismo. Mi viene in mente chi ciancia di dignità del lavoro. Roba sua. Sull’identità c’è sempre sta storia dell’aut aut, magari per arrivare a un et et attraverso la riconosciuta dignità dell’inferiore socialmente. Esiste una terza posizione, che è né né.p

    • Andrea Di Vita says:

      Per p

      Forse mi sbaglio, ma mi sembra che tu concordi con quanto sostenuto da Sartre nel suo ‘Antisemitismo’. Lì si discute (dopo la Shoah) dell’antisemitismo francese nelle sue varie forme, da prima di Dreyfus fino al paternalismo di chi vuole l’integrazione come assimilazione.

      E si risponde pari pari che la soluzione NON sta nel laicismo illuminista della Dichiarazione dei diritti umani, che vede solo l’individuo coi suoi diritti e doveri e non la comunità di appartenenza dell’individuo.

      Secondo Sartre invece la soluzione sta nella orgogliosa presa di coscienza della propria identità, che nel caso degli Ebrei sarebbe dovuta essere un ingrugnito: ‘Sì, portiamo la kippah e non lavoriamo di sabato, e allora?’

      Personalmente ritengo che il problema sia proprio il termine di ‘identità’, questa etichetta tanto arbitraria quanto vaga e proprio per questo indelebile e pericolosa, che dopo la seconda guerra mondiale ha sostituito il concetto di ‘razza’.

      Una società come quella auspicata da Sartre (e dal PIR a quanto ho capito) è una società di separati in casa, di tante tribù che non comunicano se non per via di conflitti e rivendicazioni: una specie di prova generale della Bosnia, o di certe città Statunitensi. (Già oggi da noi non si fa lutto cittadino per tre annegati, se gli annegati sono Cinesi).

      Ritengo insomma che Sartre (e il PIR) abbiano torto tanto quanto i paternalisti e i razzisti espliciti.

      Nelle loro mani l’arbitraria e liquida parola ‘identità’ è un’arma di distruzione di massa tanto quanto lo era nelle mani dei razzisti la screditata (?) parola ‘razza’. Solamemente rifiutando di ragionare in termini di ‘identità’ (e di ‘razza’, se per questo) e valorizzando solo il comportamento del singolo individuo si puo’ trovare una via d’uscita.

      Pare triviale ripeterlo, ma lo ripeto lo stesso: non conta se uno è bianco o nero, cristiano o arabo: se ruba va punito, se meritevole gli va data una borsa di studio.

      Non conta chi si è, ma che cosa si fa. Non contano le Radici, i Valori, le Identità e le Razze, ma l’osservanza o meno di comuni regole di comportamento (se passo col rosso prendo la multa che io sia padano o immigrto: o quantomendo dovrei prenderla).

      Non esiste il Palestinese di Gaza bombardato dai sionisti: esiste l’essere umano di Gaza bombardato dai sionisti (così come non è esistito l’Ebreo assassinato dai terroristi o dai nazisti, ma l’essere umano assassinato dai
      terroristi o dai nazisti).

      Come tutte, la diffusione di questo approccio indubbiamente richiede un rigido imperialismo intellettuale già sui banchi di scuola: poche cose sono più intolleranti dela tolleranza.

      Dalla scuola (e auspicabilmente dalle piazze, dalle strade e dai luoghi pubblici) va tolto non solo lo chador, ma anche il sole delle alpi e il crocifisso: tutte bandiere di passati e/o futuri supplizi.

      Il laicismo Illuminista ha ragione.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

  4. Riccardo Giuliani says:

    Stavolta la denigrazione deve fare a meno di molte armi pubblicitarie assai in voga da qualche anno a questa parte: la facinorosa è araba e donna, un connubio difficilmente affrontabile dagli olimpici urlatori della sana società, senza che possa rivelarsi un autogol; a chi si opponesse alle idee che lei manifesta si potrebbe sempre obiettare che così facendo violerebbe violentemente il diritto all’emancipazione delle donne arabe.

    Tuttavia confido nel camaleontismo delle nostri torri eburnee.

  5. giovanni says:

    vedo che il manifesto ha 5 anni. Quanta strada ha fatto quel movimento da allora?

  6. Per p.

    Bentornato!

  7. Per Giovanni

    Domanda fondamentale, risposta mancante…

    Io conosco il PIR esclusivamente per le cose che ho letto in rete, dove c’è poco sul progresso (o eventuale regresso) del movimento: tutto verte sulle dichiarazioni di Houria.

    Ora, l’esperienza mi insegna che un conto sono le dichiarazioni, un conto la complessa realtà politica di qualsiasi movimento, che comprende una buona dose di personalismi, scontri, follie, megalomanie… nel caso del PIR, non ne ho trovato traccia, ma non vuol dire ovviamente che non ci siano.

    Quindi in realtà non parlo del PIR, bensì dei temi trattati dal PIR e delle reazioni a quei temi.

  8. roberto says:

    lascio da parte da parte finkielkraut per concentrarmi su alcune cose che mi sembrano molto importanti

    1. tu scrivi (o houria scrive?)
    “Finché i discendenti degli immigrati continueranno a guardare a se stessi come persone sradicate, che si devono vergognare dei propri genitori (…) saranno sempre ridotti allo status di indigènes”
    sono assolutamente d’accordo, ma mi piacerebbe capire perché i discendenti di persone che sono arrivate in francia letteralmente con le pezze al culo dovrebbero vergognarsi dei propri genitori, o non avere una storia.
    a me risulta incomprensibile come immigrati di seconda generazione sono presenti in tutte le fasce della società (a parte gli énarques sui quali torno fra un attimo) mentre la terza generazione brucia le banlieu…

    2.
    vorrei far notare l’incoerenza fra: “eppure noi respiriamo e il nostro respiro è ARABO, AFRICANO, MUSULMANO. E’ BANLIEUSARD” e “la questione dell’identità nazionale deve essere condivisa da tutti”. se tu rifiuti la tua identità nazionale per ricostruirti un’identità X, non puoi poi lamentarti che “i bianchi” non ti riconoscano i quanto concittadino a parte intera

    3.
    infine, potrei sbagnliarmi ma ho l’impressione che la buona Houria (e con lei i bruciatori di banlieu) non abbia capito una cosa importante e cioè che le stesse parole che sono usate come armi contro i beurs, sono usate come armi contro chiunque non abbia fatto la scuola giusta, non sia di una certa famiglia, non viva in un certo quartiere. non credo proprio che l’énarque faccia una qualche differenza fra rachid ahmed il kebbabbaro e michel dupont, scaricatore di porto marsigliese da 30 generazioni

  9. PinoMamet says:

    “ma mi piacerebbe capire perché i discendenti di persone che sono arrivate in francia letteralmente con le pezze al culo dovrebbero vergognarsi dei propri genitori, o non avere una storia.”

    Roberto, però ti rispondi da solo: perché sono arrivate in Francia con le pezze al culo.

    Quanto alla tua storia o Storia, nelle mani sbagliate, è sempre un’arma contro di te; finché non sei tu stesso a controllarla.

    Secondo me la Bouteldja tira qualche conclusione sbagliata, nel senso di localistica, francese (da loro ormai è una faccenda “razziale” e lei dice, occhio che poi va a finire male; però nel dirlo un po’ spinge anche in quella direzione… )
    ma le premesse sono giuste e davvero universalistiche
    (mai trovato a scuola quei ragazzini che ti facevano l’interrogatorio, “che macchina ha papà? a che ora mangiate?”
    e non ti è mai venuto voglia di prenderli a calci in culo? ;) )

    • roberto says:

      capisco cosa vuoi dire, pero’ magari sono strano io, ma se mio nonno fosse un albanese sbarcato con un gommone, un paio di jeans stracciati ed una maglietta sporca, ed io mi trovassi ora ad avere una casa, ad andare a scuola o ad avere un lavoro normale, sarei molto molto fiero della mia famiglia e della mia storia.
      forse come direbbe franceso sono infinitamente più filoamericano che filofrancese
      :-)

      • PinoMamet says:

        E avresti perfettamente ragione, però quello- essere orgogliosi di “avercela fatta” nonostante le difficoltà- è un traguardo abbastanza difficile.
        Prima, ci si vergogna.
        Ho un amico brasiliano nato, letteralmente, in una favela (che poi mi pare di capire non sia esattamente una baraccopoli, ma più una città illegale o non completamente legale, e certo non facile da abitare e piena di difficoltà enormi) che ora lavora per una importante banca statunitense e fa un sacco di quattrini.
        Però la vergogna un po’ se la porta dietro, e c’è voluto tutto il lavoro di convinzione italo-sinistrese del mio amico italiano che stava a Boston (lo ho conosciuto tramite lui) per renderlo più cosciente della cosa che dici tu, cioè, sono orgoglioso di avercela fatta nonostante le difficoltà.
        Adesso pubblica con un certo orgoglio le foto di quando era giovanissimo metalmeccanico, primo grande traguardo della vita, ma prima non credo lo avrebbe fatto.

        Sì, forse siamo tutti quanti più filoamericani di quanto credessimo :)

  10. Pingback: E se non imparano le nostre regole, se ne tornino a casa loro! | Kelebekler Blog

  11. Francesco says:

    Che bello trovare una conferma ai miei pregiudizi filo-americani!

    Là, i discendenti degli emigrati “con le pezze al culo” sono fierissimi della loro storia, riuniti in boriose associazioni american-nazionali, pienamente integrati nella società, persino una quota significativa dei neri africani, portati e non andati negli USA, è ormai dentro.

    Senza sognarsi di alzare il ditino e fare la morale – ma questa tua pupilla fa la maestra d’asilo o la suora quando non fa politica?

    I francesi, poveretti, sono i francesi. Del resto, nel panegirico della violenza di Stato che tesse ADV ci sono ricchi indizi del perchè.

    Ciao

    Francesco

    PS bentornato a p. il mio comunista preferito dopo l’elefantino Ferrara!

    • Andrea Di Vita says:

      Per Francesco

      ”violenza di Stato”

      Certo. Meglio la violenza della Chiesa.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

    • Andrea Di Vita says:

      Per Francesco

      ”Che bello trovare una conferma ai miei pregiudizi filo-americani!”

      Come si fa ad essere filo-Ku-Kux-Klan o filo-Sarah-Palin?

      E poi rispettiamo il nostro padrone di casa (cioè di blog): parliamo di Statunitensi, che un Messicano magari potrebbe offendersi. Come reagirebbe un pizzaiolo Italiano se un Cinese parlasse di ‘cucina Europea’?

      Ciao!

      Andrea Di Vita

  12. Francesco says:

    “Non esiste il Palestinese di Gaza bombardato dai sionisti: esiste l’essere umano di Gaza bombardato dai sionisti”

    un premio di mille euri a chi trova la gigantesca contraddizione logica contenuta in questa frase!

    • Andrea Di Vita says:

      Per Francesco

      ”contraddizione”

      Vuoi dire che i Palestinesi di Gaza bombardati dai sionisti sono ‘più bombardati’ ad esempio dei Palestines di Shabra e Chatila? :-)

      Ciao!

      Andrea Di Vita

  13. Per Roberto e Pino Mamet

    Roberto, oltre a essere un’ottima persona, è anche un ottimo critico. Oltre tutto, credo che conosca la Francia molto meglio di me.

    Qualche risposta sparsa:

    Capirci sul concetto di “pezze al culo”… E’ ovvio che sono venuti in Francia, perché avevano bisogno di venirci. Ma culturalmente, non è sempre così.

    Prima di tutto perché l’emigrazione assorbe per primi i giovani di ceto medio-basso che hanno studiato e non trovano lavoro.

    Secondo, non è affatto detto che i migranti, anche se semianalfabeti, siano privi di cultura. In Sicilia, sono rimasto impressionato dal numero di persone con la quinta elementare, che parlano un italiano penoso, da barzelletta; ma che quando passano a parlare in dialetto, si trasformano completamente, dimostrando riserve di riflessione e di saggezza che non troverete mai tra i dirigenti d’azienda e di rado tra gli insegnanti.

    Tutto ciò che queste persone possiedono viene però azzerato quando emigrano: una cosa che mi fa sempre soffrire è vedere certi migranti (penso a una famiglia albanese, una peruviana e una filippina che conosco) che cercano disperatamente di parlare in un pessimo italiano ai propri figli.

    I quali rideranno dietro ai loro genitori ignoranti, per poi piangere un giorno del fatto che non hanno mai ricevuto nulla in casa.

    Il discorso dell’integrazione è a senso unico: voi dovete imparare da noi. E sarete sempre sotto esame, perché non riuscirete mai a essere proprio come noi; ma sarà sempre colpa vostra, perché noi la porta ve l’abbiamo lasciata aperta.

    Credo che Houria tocchi un tasto di enorme importanza. Nei ghetti di tutto il mondo, il crollo della famiglia comporta conseguenze tragiche, perché i giovani non hanno alcun riferimento, se non magari qualche banda di delinquenti. Recuperare il rispetto della propria famiglia (senza necessariamente diventarne una fotocopia) è cruciale, e permette di recuperare la fiducia in se stessi.

    Recuperare la famiglia vuol dire anche credere che ciò che la famiglia a sua volta si porta dietro – Africa, Islam, Antille, quello che vuoi – abbia qualcosa di positivo; e questo ovviamente comporta il rischio di mitologizzare culture che noi, che ci possiamo permettere il lusso di leggere volumi di storia e antropologia, troviamo molto discutibili.

    Poi c’è la questione etnica, esasperata a Destra, come puro rifiuto; e nascosta sotto il tappeto dalla Sinistra.

    Perché le questioni sociali in realtà sono anche etniche: negli Stati Uniti, si usavano i crumiri irlandesi contro gli operai WASP, poi i crumiri italiani contro gli irlandesi, poi i crumiri neri contro tutti, e questo meccanismo ha determinato l’urbanistica e la maniera di vivere delle persone. E anche in Italia, sta diventando così. Il che non vuol dire, ovviamente, che i “poveri” siano solo i migranti.

    Ma Houria coglie un dato fondamentale: che non è un problema moralistico di “razzismo” – gente cattiva che disprezza i “neri” e non riconosce che anche i “neri”, con molto sapone, possono diventare esattamente come noi.

    E’ una questione strutturale profonda, e qui risiede la straordinaria importanza del pensiero/esperienza di Malcolm X, a mio avviso una delle menti più acute del secolo scorso.

    Le cause, Houria probabilmente le semplifica molto, ma non “se la gioca all’intellò”, come abbiamo scritto.

    Se si rimuove la realtà etnica, se si pensa che tutta la questione si possa risolvere con qualche “progetto” che “integra” gli “individui”, finisce che la Sinistra si prende le chiacchiere e lascia la realtà alla Destra.

    Ora, sono decenni che la Destra dice che arriveremo a un conflitto etnico. E non ha torto al 100% – semplicemente che quel conflitto, a mio avviso, sarà provocato in gran parte proprio dalla Destra.

    • roberto says:

      ti ringrazio.
      preciso solo che l’espressione “pezze al culo” si riferiva esclusivamente al fattore economico, senza nessun riferimento alla cultura (non credo che ci sia bisogno di specificarlo ma su cultura/immigrati sono assolutamente d’accordo con te)

    • Andrea Di Vita says:

      Per Martinez

      ”semplicemente che quel conflitto, a mio avviso, sarà provocato in gran parte proprio dalla Destra.”

      Ed ecco spiegato in una sola frase perchè è necessario militare sempre e comunque a Sinistra :-)

      Ciao!

      Andrea Di Vita

  14. Sempre sulla questione dello sradicamento e dell’umiliazione….

    Credo che sia, a livello psicologico, la questione centrale del Messico. I cui abitanti hanno dovuto prima vergognarsi di non essere spagnoli, poi di non essere degli imprenditori laico-liberali. E gran parte della catastrofe del paese è legata a questo senso di smarrimento.

  15. PinoMamet says:

    “Che bello trovare una conferma ai miei pregiudizi filo-americani!

    Là, i discendenti degli emigrati “con le pezze al culo” sono fierissimi della loro storia, riuniti in boriose associazioni american-nazionali”

    Mmm, che però alla fine si comportano come i nipoti futuri della Bouteldja;
    cioè, se tu dici qualcosa contro gli x-americani, o l’Associazione degli X-Americani ha questa impressione, l’Associazione stessa ti salta al collo e ti spenna a mezzo avvocati.

    Poi ci sarebbe anche da dire sull’uso degli stereotipi negativi da parte degli X-americani stessi, quando gli fa comodo.
    Cioè, io posso aprire un ristorante italiano e chiamarlo Il Padrino (possibilissimo che esista davvero, copyright permettendo), e poi però incazzarmi come un’ape se qualcuno fa uno sceneggiato con la famiglia italo-americana di mafiosi;
    interpretando i quali però una mezza dozzina di attori italo-americani costruiscono la propria immagine e la propria fortuna…

  16. PinoMamet says:

    ““Non esiste il Palestinese di Gaza bombardato dai sionisti: esiste l’essere umano di Gaza bombardato dai sionisti”

    un premio di mille euri a chi trova la gigantesca contraddizione logica contenuta in questa frase!
    Francesco”

    Posso provare?
    Secondo me sarebbe che, mentre si evita di generalizzare per i palestinesi, si generalizza per gli israeliani che diventano tutti sionisti…
    o sbaglio?

    (se non sbaglio, potrei avere gli euri? :) )

    • Andrea Di Vita says:

      Per Pinomamet

      ”sionisti”

      Mica tutti i sionisti sono Israeliani. E che ci sta a fare se no il sito kelebek, se non a mosrare quanti sionisti stanno fuori lo Stato di Israele? Il guaio non sono solo i bombardamenti, ma chi li approva.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

    • Francesco says:

      sbagliato

      la contraddizione è più profonda

      ciao

      Francesco

  17. PinoMamet says:

    Oh beh io cercavo solo di rispondere a Francesco e di vincere i 1000 euri :) ,
    poi a dire il vero non ho mai capito cosa voglia dire di preciso “sionista”;

    come di riflesso non capisco bene cosa significhi “antisionista”.

    Mi sembra che a questi termini venga adattato uno spettro di significati così ampio (in realtà in entrambi gli schieramenti) da renderli del tutto ambigui.

    Ciao!

    • Andrea Di Vita says:

      Per Pinomamet

      Beh, una definizione utile puo’ forse essere la seguente:

      ‘sionista’ =’sostenitore dela tesi secondo la quale il territorio oggi controllato dallo Stato di Israele fosse nel 1947 una terra senza un popolo per un popolo senza una terra’.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

      • PinoMamet says:

        Mmm se andasse bene questa definizione avrebbe ragione Francesco (se ho capito la sua obiezione): mica c’è bisogno di sostenerla per far parte dell’esercito israeliano, anzi, credo ci sia dentro un sacco di gente che sa benissimo che i palestinesi esistono ;)

        al contrario, noto che la tesi gode di un buon sostegno all’estero, dove lo scontro diventa esclusivamente verbale e si può prendere per buona qualunque panzana, purché bene confezionata
        (e gli hasbarini sono bravi confezionatori, per quanto pessimi divulgatori)

        • Andrea Di Vita says:

          Per Pinomamet

          ”esistono”

          Certo che sa che esistono, visto che sparano loro addosso. Da questo ad alzarsi al di sopra del livello ”l’unico Palestinese buono è quello morto” ce ne corre. Anche perchè il giorno che volessero capire, lo Stato di Israele sparirebbe. E’ meravigliosa la apacità delle persone di convincersi della verità di cio’ che appare conveniente.

          Ciao!

          Andrea Di Vita

  18. p says:

    Io capisco il motivo che fa dire a bouteldja che il suo respiro è arabo, africano e musulmano. Ma io guardo quelle foto e vedo una francese. E le banlieues non sono terre arabe, ma è terra francese. Il “boa l’ha ingurgitata”, come dice benissimo. Non è più la stessa di prima. Ma non è più lo stesso di prima neanche il boa, dopo aver ingurgitato le tante bouteldja e i suoi compagni. A è uguale a non-A, paradossalmente. Forse rileggere il vecchio hegel non sarebbe una cattiva idea, dopotutto.

  19. maria says:

    Moltissimi anni fa conobbi una ragazzina francese di origine algerina, figlia di immigrati che si erano stabiliti nella banlieue parigina, io avevo diversi anni di più, fu ospite a casa mia per 15 giorni nel quadro di uno scambio che allora in alcuni comuni di sinistra erano molto frequenti, gemellaggi si chiamavano.

    L’anno successivo fui io ad andare in francia e non dimenticherò mai la conoscenza con la sua numerosa famiglia, quel giorno fui accolta con calore incredibile dai vecchi genitori e da una fila in ordine decrescente di sei o sette bambini seduti su una specie di panca di una casa molto povera, più della mia, che era tutto dire, essendo io di famiglia operaia. Infatti non restai lì, non c’era posto, ma andai in una famiglia francese con cui tra l’altro non ho mantenuto rapporti, non per scelta ma è venuto così:-)

    Sono passati gli anni, e non ci siamo mai perse di vista del tutto, la mia amica intanto si era laureata in farmacia e aveva trovato lavoro a parigi in una industria franco americana.

    L’ultima volta che l’ho vista è stato prima dell’11 settembre, andammo a cena in un piccolo ristorante e parlammo di cosa facevamo, delle nostre rispettive famiglie, anche di politica e lei fu molto critica con gli americani dell’impresa in cui lavorava, soltanto alla fine dell’incontro prima di salutarci, mi disse, Maria sai sono stata due volte alla Mecca con mia madre. Il padre era morto da tempo.

    Rimasi abbastanza sorpresa di questo viaggio che in un certo senso considerai di natura identitario-religiosa ma nello stesso momento e contradditoriamente non m i meravigliai e pensai con una certa commozione al legame che i due genitori avevano mantenuto con la cultura d’origine ma anche che in lei ,forse, c’era qualcosa che non funzionava pienamente nel suo rapporto con la Francia malgrado gli studi e tutto il resto.
    Poi non ci pensai più.
    La questione islamica non era ancora esplosa o meglio non era diventata quella di ora.

    Non ci siamo più viste, soltanto degli auguri e brevi notizie sui nostri familiari, ma a volte penso che se dovessi incontrarla ancora ,e succederà, non mi stupirei di trovarla con il foulard.

    maria

  20. Per Maria,

    Grazie, come sempre!

  21. Per p.

    Io capisco il motivo che fa dire a bouteldja che il suo respiro è arabo, africano e musulmano.

    Mi sembra un commento importantissimo.

    Riproviamo.

    Dunque, c’è il Dominante, con il suo Monologo e la sua Sordità (uso le maiuscole per indicare concetti molto riassuntivi di tematiche perennemente ricorrenti),

    C’è il Dominato, con il suo Silenzio e il suo Ascolto.

    Su questo, c’è il Patto Sociale, e all’inizio viene sostanzialmente accettato.

    Poi c’è l’istupidimento del Dominante e il risveglio del Dominato, che possiede non solo la cultura propria, almeno a frammenti, ma anche quella del Dominante.

    Quando inizia ad accorgersene, il Dominato si ribella e il Dominante si offende – un verbo importante, perché il Dominante si esprime denunciando la gratuita malvagità dell’altro ed esaltando la propria generosità.

    Qualunque cosa faccia il Dominato, gli viene interpretata contro. Finché il tutto non sfocia nella Violenza. Nella Violenza, ciascuna parte, anche se realmente contaminata dall’altra, si rifugge sotto la finzione della purezza propria.

    Dalla Violenza, può nascere un nuovo mondo, che sarà il risultato dei due vecchi, ma non ne sarà certo la semplice somma.

    Ma se leggete tra le righe, è quanto dice Houria stessa, con una splendida capacità di fare Hegel senza bisogno di libri: http://lavissauveaconditiondeclairer.blogs.nouvelobs.com/tag/houria+bouteldja

    • Andrea Di Vita says:

      Per Martinez

      ”« Elisabeth, VA T’FAIRE INTEGRER !!! »”

      Come se qualcuno da noi scrivesse

      ‘OSTELLINO, ma va’ a farti INTEGRARE!!’

      O al posto di Ostellino Giovanardi, la Gelmini.. :-)

      Ciao!

      Andrea Di Vita

  22. Pingback: E SE NON IMPARANO LE NOSTRE REGOLE, SE NE TORNINO A CASA LORO ! | Informare per Resistere

  23. p says:

    Infatti. Buoteldja dice bene quanto parla che elisabeth si sta integrando. Sono andato a rivedere per sfizio un manuale della logica hegeliana che avevo trovato tempo fa in rete (l’annosa questione del rapporto hegel/marx, di cui un po’ mi occupo). L’identità è calata dentro una serie di categorie soprendenti, l’una derivante dall’altra, com’è tipico di hegel: identità, differenza, diversità, opposizione, contraddizione e infine fondamento, la più strana di tutte.
    Dico quello che c’ho capito io. Hegel è astruso e non sono un esperto della sua filosofia. A = A comporta necessariamente la differenza e la diversità. Se A è uguale ad A, ogni cosa che non è A è differente da A. Ogni cosa è uguale a se stessa e non c’è cosa che sia uguale a un’altra sono due verità. Ma parziali. Qui viene il bello.Queste due proposizioni che sembrano certissime valgono solo quando qualcosa è isolata. Ma non c’è niente che sia isolato. Identità e differenza si contrappongono dunque, diventano opposizione. Ma l’opposizione tra identità e differenza diventa contraddizione, proprio perché sono in rapporto e, dice hegel, non sono solo due navi che solcano un diverso oceano. A questo punto sorge il fondamento e lascio direttamente la parola al filosofo:
    La massima del fondamento recita così: ogni cosa ha il suo fondamento sufficiente: cioè, la vera essenzialità di qualunque cosa non è la predicazione di essa come identica a sé o come differente (varia), o meramente positiva o meramente negativa, ma come avente il suo essere in un altro che, essendo l’identica cosa [traduco così the self-same del manuale in inglese], è la sua essenza.
    Se ci capisco qualcosa, ogni cosa ha la sua verità nell’altra, o meglio, nel rapporto che stabilisce con l’altra, che diventa il fondamento dell’una e dell’altra cosa. Houria buoteldja e elisabeth badinter stanno già combattendo su un terreno (fondamento è grund in tedesco e ground nel mio manuale inglese) che non è più né l’identità araba o francese né la differenza tra le due. Ma sembra vero che è l’“araba” a capire meglio questa dialettica hegeliana. Strano, perché la più bella traduzione d’un’opera di hegel in una lingua straniera è d’un francese, tanto da essere diventata classica: la fenomenologia dello spirito tradotta da jean hyppolite.
    Io invece ho voluto giocare a fare un po’ l’intello.p

  24. Z. says:

    p.,

    — A = A comporta necessariamente la differenza e la diversità. Se A è uguale ad A, ogni cosa che non è A è differente da A —

    Beh, non necessariamente. Se A = B, allora B non è differente da A pur non essendo A.

    O mi è sfuggito quarcosa?

    Z.

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  26. p says:

    In matematica funziona A uguale a B. Ma la matematica è astrazione, direbbe hegel. Concretamente non c’è una cosa uguale all’altra. Ma A è uguale ad A è solo l’inizio per mettere in discussione anche questa identità. Anche questa è astrazione, infatti.p

  27. Z. says:

    Più che un’astrazione me pare na tautologia, per dirla con Vìtghenstain.

    Cioè, possiamo pacificamente convenire che Miguel è uguale a Miguel, e Ritvan è uguale a Ritvan… o no? :-)

    Z.

  28. p says:

    Si, ma quando dico che miguel è uguale a miguel o ritvan è uguale a ritvan, d’acchito distinguo puramente una persona dalle altre persone. Ma questa è l’identità astratta. Della loro identità reale non ne so nulla, basandomi su questa astrazione.p

  29. letturearabe says:

    era un po’ che non leggevo un post che mi piacesse così. complimenti.

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