Metti il Porco nel Motòre

Un  bel  culo,  spalle  larghe,  testa  grossa  e  muso corto, chiamato volgarmente “tuscanu.”

La missione de Il Gigante [catena di ipermercati] punta a coniugare tradizione e modernità, proponendosi di operare in quanto “azienda italiana che crede e difende i valori e le tradizioni del passato, soddisfacendo le nuove esigenze”.”

Coniugare tradizione e modernità” è una frase che mi trovo a tradurre, per lavoro, almeno quattro volte al mese.

Con qualche minima variante, è il motto con cui ogni azienda italiana si presenta al mondo, e un motivo ci deve essere.

Poniamo che siate i titolari della Blu Plast S.R.L. Plastica Brillante Di L. Brillante, con sede in Via Madonna Di Fatima a Pagani; oppure della Cogencar di Pomponesco.[1] E decidete di lanciarvi sul mercato globale.

L’Italia è un paese che nel mondo fa sorridere, però è vagamente noto per avere enormi tesori d’arte che risalgono a secoli fa.

Quindi l’Azienda cerca innanzitutto di agganciarsi a questa immagine: Michelangelo veniva da un piccolo paese della Toscana. Anche la Sac Plastic di Natali Federico viene da un piccolo paese della Toscana, in questo caso da Montelupo Fiorentino. Quindi, Buonarroti Michelangelo e Natali Federico hanno qualcosa in comune.

Sì, però, un sacchetto di plastica prodotto con le tecniche del Cinquecento suscita qualche perplessità. E quindi bisogna dire anche di essere all’avanguardia. E così si “coniuga tradizione e modernità”. Che è un’ossimoro, come dire, “essere biondi e mori”. Ma nell’epoca postrazionale in cui viviamo, le contraddizioni non hanno la minima importanza, anzi allargano il richiamo del mercato.

Questo però è solo parte del discorso, perché il concetto di “coniugare tradizione e modernità” non serve solo all’estero, ma riflette qualcosa di profondamente italiano.

Le identità si fondano sulla mitizzazione del passato. Una cosa che riesce molto bene in certe società, ma quasi per nulla in Italia. Fate dire “George Washington” a un americano e “Camillo Benso di Cavour” a un italiano, e capirete cosa intendo.

Eppure,  gli italiani mitizzano il passato a modo loro. Semplicemente, al posto dei Padri della Patria, ci sono i Nonni del Paese.

Il Nonno è legato ancora più del Padre all’infanzia, e quindi a una dimensione in cui molte piccole trasgressioni vengono tollerate, anzi possono venire anche incoraggiate: pensiamo all’associazione tra i termini Maschietto e Furbo e capiremo molte cose del successo dei due gemelli morali, Alvaro Vitali e Silvio Berlusconi.

L’animale totemico del Nonno non è certo il Destriero e nemmeno il Leone. E’ piuttosto il Porco.

Che nella sua atroce morte, ardentemente desiderata per tutto l’anno, offriva le supreme gioie della pancia alla famiglia. In una bella poesia che ho trovato in rete, e che andrebbe letta tutta, Vanni-Merlin descrive così un particolare della Grande Uccisione, mentre le donne “lisciano il tavolone che è diventato bianco e pulito che sembra l’altare della Madonna“:

 

 

“el nono varda
sentà in te la carega
col capelo in testa
el baston in man
nol ghe la fa più
a starghe drio
ghe vegnaria
da fare anca eo
da dire
da dare ordeni
invesse el sta lì
piantà in tea carega
a ricordare quando
so nono el vardava lu
ghe vien da piansare
quasi
ma nol vol che i lo veda

il nonno guarda
seduto sulla sedia
col cappello in testa
ed il bastone in mano
non ce la fa più
a seguirli
vorrebbe
anch’egli fare
dire
dare ordini
invece se ne sta lì
piantato in quella sedia
a ricordare quando
suo nonno guardava lui
gli viene da piangere
quasi
ma non vuole che lo vedano”

L’uccisione del Porco, tramandata dai Nonni, genera, come è noto, una varietà infinita di prodotti. Varietà reale, ma anche immaginata: il sugo di Polentone di Sopra deve distinguersi per impercettibili sfumature da quello di Polentone di Sotto. Il campanile è solo la proiezione di questa differenza fondante.

La Tradizione è, letteralmente, viscerale, perché riguarda tutto ciò che sta tra le papille gustative e gli escrementi: le celebrazioni dei santi, i matrimoni, le feste dell’Unità, le adunate massoniche costituiscono un’occasione, un contorno, un’appendice del Porco. “Chi si sposa è felice un giorno, chi ammazza il porco è felice per un anno”. E il Porco, come fonte di ogni meraviglia, supera ampiamente il proprio Creatore, con cui toscani, veneti e romagnoli spesso lo confondono.

Man ist, was man isst” – “Si è ciò che si mangia” – dicono i turchi emigrati in Germania, sottintendendo che loro mangiano l’agnello, i tedeschi il maiale.

Il Porco è reale, e in questo senso la Tradizione italiana è autentica. Ed è anche in teoria irriducibile ai meccanismi standardizzanti della produzione di massa: è qualità contro tutto il sistema della quantificazione su cui si fonda il capitalismo. Il maiale è carnalmente grasso, al contrario dell’evanescente virtualità dei nostri tempi. E il Porco non parla né in inglese né in italiano, ma grugnisce in dialetto. In tutto ciò, vi è qualcosa di straordinariamente bello, come c’è nella varietà dei pani e dei vini di questo strano paese.

Nella grande menzogna dello Spettacolo, il Porco quindi grufola il Vero.

Ma poiché la menzogna genera una sete enorme di verità, non esiste menzogna più vendibile della genuinità apparente. E’ qui il segreto delle Nozze di Tradizione e Modernità.[2]

Una mercificazione resa possibile dalla flessibilità, dalla crescente capacità del capitalismo di creare un’apposita soddisfazione per ogni capriccio del consumatore. “Desidera e avrai“. C’è chi vuole il tofu e chi la soppressata, basta chiedere (e pagare).

Il Porco di Sinistra.

Nel dicembre del 1997, il comune “rosso” di Castelnuovo Rangone, in provincia di Modena, che porta ufficialmente il titolo di “Paese del Maiale“, dove ogni anno si fa lo zampone più grande del mondo, fece erigere in piazza un porcello di bronzo che celebrava  la divinità locale. Gli entusiasti della Tradizione spazzano sotto il letame un semplice fatto: in assenza di volenterosi carnefici italiani, il maiale veniva allevato e ucciso in condizioni sempre peggiori di lavoro da operai immigrati reclutati  da una precaria rete di cooperative.[3]

Il 24 luglio del 2002, l’operaio tunisino Ismail Jauadi fu assassinato a colpi di pistola vicino a Castelnuovo Rangone: esperto lavoratore di carni suine, il giovane musulmano si era permesso di ricattare alcune cooperative che si dedicavano a spacciare per italiani prosciutti provenienti da chissà dove.

superzampone

Il monumento al Porco di Castelnuovo Rangone

Il Porco di Destra.

Il suino, presente nei pensieri di migliaia di assessori e infinite camere di commercio, ha un proprio linguaggio, nettamente distinto da quello aulico e notarile. Gli italiani hanno sempre saputo far convivere bestemmie private e rosari pubblici, battutacce sessiste e proclami femministi, pacche sulle spalle mentre si concludono affari e dichiarazioni di adesione ai Valori Democratici. Il grande merito di Umberto Bossi è quello di aver introdotto la vera democratizzazione – parlar porco si può!

Chi ha la bocca piena di grasso di porco, sciolta nel vino, si lascia andare. Si vanta, scherza, dà gomitate al vicino di tavolata per sottolineare quante volte il prete corre in latrina per aver troppo mangiato e bevuto. L’unto sulle dita, racconta nei dettagli ciò che farebbe alla cameriera; e allo stesso tempo, tutti sanno che non lo farà mai: il patto tra spacconi permette di costruire ricchissimi castelli in aria, sapendo che alla fine era tutto uno scherzo. Curiose assonanze: porci, perle, straparla, pirla...

Attorno al Porco totemico nasce la sterminata e modernissima cultura delle sagre. Come la Sagra dello Stinco e de’ Tagliarini co’ Fagioli di Piano del Quercione a Massarosa, in provincia di Lucca. La falsificazione essenziale è evidente e inevitabile: lo Stinco di Piano del Quercione è un godimento in più, nel contesto del grande spreco petrolifero, mentre una volta era il sogno nella fame di un mondo che andava a piedi nudi. Del maiale non si buttava niente; nella vita fluida, si deve buttare tutto, altrimenti si inceppa tutta la giostra.

Le sagre sono spesso collegate a un intero Medioevo inventato, con costumi di colori che non esistevano nemmeno prima dell’invenzione delle tinture chimiche tedesche nel tardo Ottocento; e il paradosso del Porco fa sì che quel Medioevo diventi simbolo di una sorta di godereccia abbondanza, un ricordo di Grandi Magnoni piuttosto che di Grandi Cavalieri. E qui accenniamo solo di sfuggita alla diffusa moda degli Ordini Cavallereschi Immaginari, le cui cerimonie iniziatiche costituiscono una straordinaria occasione di abbuffate per farmacisti e venditori di auto. Ordini che prosperano, forse, proprio in quanto l’Italia ha avuto molto meno aristocrazia di altri paesi.

Passiamo alla Festa di San Nicola – Sagra del Tortellino (ma anche lì compare il Porco) che si presenta così:

“Motori e Sapori

Un incontro unico fra le quattro ruote, i più bei motori d’Italia e la più gustosa gastronomia, quella del Tortellino e non solo. E’ il senso della manifestazione “Motori & Sapori”, che da alcuni anni, nell’ambito della tradizionale Festa di San Giuseppe , propone a Castelfranco Emilia un binomio tutto…”

Sapori e Motori (e piccolissimo dettaglio, lo spazio tra San Giuseppe e la virgola)…

Il mondo del Porco coincide in larga misura con il mondo dei Motòri. In senso ampio e in senso strettamente romagnolo, con la “ò” aperta, per indicare lo zugatlò, il giocattolone dei maschi appenninici.

Oppure, gli innumerevoli garage nelle villine a schiera in cui i nonni montano e smontano oggetti metallici del tutto inutili, spesso con meravigliosa perizia.

motomaialataIl paesaggio, il porco, il motòre e l’anglobale si fondono tutti in questa proposta rivolta a proprietari di Ferrari:

“Tour a Modena con auto sportive

“Ammirando la bellezza della natura,  alla guida delle vostre sportive, vi delizierete con i sapori delle nostre tradizioni in un percorso suggestivo che vi lascerà incantati, perché non sarete semplici turisti, sarete dei veri viaggiatori.

Sarete accolti dal nostro staff e verrete invitati al briefing durante il quale il nostro pilota professionista vi illustrerà le caratteristiche delle auto che guiderete ed i segreti della guida sicura.”

In questa immagine, tratta dalla Sagra del Tortellino, vediamo una Dama e un Cavaliere.

giuseppe-panini

La Dama è tale Cristina Ori, docente di musica; mentre l’armigero a destra è Giuseppe Panini, presentato nella didascalia come “Fondatore dell’Azienda Figurine Panini e Presidente della Camera di Commercio di Modena” e figlio di un edicolante.

Il fratello di Giuseppe Panini è Umberto, inventore della Fifimatic, l’imbustatrice che permise ai fratelli di mettere in piedi la famosa industria di figurine dei calciatori, per passare poi a  produrre quelle della Disney: sette miliardi di santini l’anno per giovani credenti spacciati nel corso di 40 anni.

Oggi l’azienda è proprietà della multinazionale di Robert Maxwell, il signore che avrebbe venduto Mordechai Vanunu al Mossad (al 54%, il resto se lo è comprato il patron della Sinistra, Carlo De Benedetti); ma ciò non toglie l’aura tutta italiana di Tradizione che svolazza attorno al nome Panini:

Spirito imprenditoriale, idee visionarie, amore per l’arte e le bellezze del nostro Paese, passione per il proprio lavoro. E’ la splendida storia della famiglia Panini, grande esempio della capacità imprenditoriale dell’Italia degli anni ’60 che, fra idee geniali e obiettivi improbabili, ha scritto un capitolo indelebile del romanzo del nostro Paese.”

Umberto Panini, invece delle proprie figurine, collezionava Maserati e moto, come dimostra il Museo dell’Auto e delle Moto d’Epoca Umberto Panini vicino a Modena (“una raccolta che è un ulteriore tassello dell’emozionante storia automobilistica di questa “terra di motori“).

Non lontano dal Museo Panini, sorge la Galleria Ferrari, monumento a tutte le fantasie paratradizionali:

Ferrari  rappresenta un universo, non solo una automobile di lusso. Ferrari è un mondo ben definito, sognato e amato, a cui molti aspirano. Il successo e l’eccellenza del marchio italiano, amato in tutto il mondo, poggiano su quattro pilastri portanti, ossia sui principi Ferrari.

Tradizione e innovazione, per affiancare soluzioni tecnologiche d’avanguardia ad una tradizione di artigianalità. Persona e Team, perchè è la Squadra che raggiunge ogni giorno gli obiettivi, grandi e piccoli. Passione e Spirito Sportivo, il DNA di casa Ferrari. Territorialità e Internazionalità, come made in Italy nel mondo e fusione di stimoli e idee differenti.”

Il DNA di casa Ferrari… acciaio cinese, informatica indiana, benzina della Shell, sistemi di comunicazione della Vodafone  (Regno Unito), pneumatici statunitensi. E tanta Passione, che quella ce la mettono gli italiani, assieme ai Cojoni di Mulo di Norcia.

nonno-veroni

Note:

[1] No, non sono miei clienti, li ho pescati a caso in rete.

[2] La poligamica vita del suino permette anche altri accoppiamenti fantasiosi: “La tradizione sposa l’informatica: il Salumificio Viani e CSB-System”.  Gli amanti del porco hard possono assistere invece a una disquisizione sulle differenze tra il culatello di Zibello e il gammune di Belmonte Calabro, con tanto di docenti di estetica che discettano su ““Il gusto delle sfide, gusto della filosofia. Valori e riferimenti per una cittadinanza attiva.

[3] Ne parla ad esempio il blog “Un po’ di mondo”, dove l’autore cita  il caso di un operaio nigeriano licenziato, secondo Repubblica per razzismo. E’ utile leggere i commenti, da cui emerge che questa categoria un po’ moraleggiante in realtà rispecchia una durissima realtà sociale. Che non sarà certo rovesciata da Carlo De Benedetti e i suoi media privati.

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40 Responses to Metti il Porco nel Motòre

  1. Andrea Di Vita says:

    L’Italia è un Paese che fa sorridere?

    Lascia che sorridano. Anzi, che sorridano. Sorride bene chi sorride ultimo. :-)

    A furia di non essere presi sul serio, sopravviviamo a tutto.

    Perchè in questo, Martinez, hai trionfalmente ragione: da noi il Porco ha una quantità sorprendente di significati. La forza Italiana è che quei significati, ancorchè contradditttori, sono tutti veri.

    Sono stato a Città della Pieve, e ho assistito al Palio. Qualcosa di turistico e di finto come tutti i Palii (quelo senese nela sua forma attuale non è medievale, risale al Seicento), ma cionostante la gente delle contrade vincitrici e sconfitte rideva e piangeva davvero. Ed è questo che manda in visibilio i turisti. Nel mondo liquido la flessibilità è tutto: ecco perchè ogni successo Italiano è una sorpresa, nella storia come nei mondiali di calcio.

    Lascia che gli altri giocano a sentirsi grandi potenze, e a piangere sulle proprie frustrazioni. Tu, o Italiano, insegnerai al modo cos’e’ una buona salama da sugo, e un buon vino, e bel vestito Armani, e una Maserati.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  2. Caro Andrea,

    Il tuo commento mi ha fatto enormemente piacere.

    Cogli le tante dimensioni della faccenda.

    Vedi, mi aspettavo i seguenti commenti:

    1) COME CZ TI PERMETTI INSULTARE ITALIANI DICENDO CHE SIAMO PORCHI PORCO SARAI TU E TUA MADRE

    2) Come ti permetti di fare l’apologia del barbaro rituale di ammazzare i maiali, torturatore di animali! Il tuo schifoso medioevo tientelo per te!

    3) Come ti permetti di offendere la sinistra quando c’è il fascismo di Berlusconi alle porte?

    4) Facile sai insultare Bossi ma cosa ne dici di Stalin che ha ucciso 600 milioni di persone, eh? Avanti, rispondi, se hai coraggio di pubblicare questo commento ma so che non lo farai mai perchè voi adoratori di Pol Pot siete tutti vigliacchi

    5) Tu che insulti i preti e i maiali perckè non te ne vai in Arabbia Saudita poi ci racconti che prima però ti lapideranno!!!!!!!!!!!!!

    6) quelli come te ke fanno apologia della Lega dovrebbero finire a pulire i cessi nei lagher, nazisti che non siete altro

    6) se tu comunista non puzzassi più dei magliali che tqanto dici male beh io ti mangerei come un arosto solo ke qui da noi a Castelfranco il più zozzo dei majali è meglio di te

    Sarà che sono diventato masochista per abitudine :-)

  3. PinoMamet says:

    Qualche nota di aggiunta al post:

    -da queste parti fanno una roba che si chiama (ufficialmente) “November Porc”.
    Non chiedetemi che lingua è: dialetto non è, suppongo sia la stadio finale di sviluppo dell'”inglese inventato”, grande passione degli italiani.
    Il riferimento è chiaramente all’ Oktoberfest.

    Il fatto che l’inglese inventato sia così laconico lo rende più adatto alle suggestioni che alle descrizioni, e infatti questa non è solo una “festa”, ma qualcosa di “porco” che celebra il “porco”.

    Io non ci vado, perché le abitudini culinarie mi mettono definitivamente nella categoria dei “diversi”, sopportati qualche volta- credetemi- assai mal volentieri.

    -altra nota: “coniugare tradizione e modernità” (come faceva ovviamente, con inevitabile richiamo a Michelangelo, la ditta di Modena che mi contattò per un noiosissimo filmato “istituzionale”… ) in realtà si può fare davvero, in molti campi
    (che ne so, penso alla “computerizzazione”- non so manco come si dice- dell’intero corpus della letteratura greca e di quella latina in un unico database, che già mi fu utile ai tempi della laurea e ora non ricordo manco come si chiama..):
    peccato che non siano quasi mai i campi della ditta di Modena o di Reggio, ma vabbè…

    Ma in realtà lo si può fare più prosaicamente anche in campo alimentare (grandissima fissazione delle televisioni italiane, che andrebbe indagata), tessile, o nei mobilifici ecc.

    Qualcuno (pochissimi) addirittura lo fa davvero.

    -ottima la descrizione dell’inestricabile e inspiegabile legame tipicamente emilianoromagnolo tra “maiale” e “motori”.

    Io so anche la spiegazione, in realtà, ma vado di fretta…

    :)

    Ciao!

  4. PinoMamet says:

    Eccomi di ritorno a rompere le palle, con altre notazioni:

    -la “o” di porco qui è aperta, quella di “motore” invece chiusa; ma sono regole che cambiano nel raggio di cinque chilometri…

    -infine il legame tra porco e motori. Bisogna aver abitato in campagna.

    Gli stessi agricoltori (adesso poeticamente, o offensivamente, chiamati “contadini”) che allevavano il porco (“maiale”, ” ‘nimale”, “gognino”, “gosino” secondo le varie zone, e probabilmente molti altri termini, gli etimi li lascio ai volenterosi; la vacca invece, che sappia io, era sempre e solo “vacca”, idem gli altri animali) dovevano, per necessità, saper fare di tutto:
    il muratore in primis, ma anche il fabbro, il maniscalco, il calzolaio e insomma tutto quanto.

    L’arrivo dei primi motori agricoli (“motore” è nei dialetti delle campagne qua attorno sinonimo di “trattore agricolo”; non sinonimo per modo di dire, proprio sinonimo e basta) ha segnato una rivoluzione non secondaria nell’organizzazione del lavoro agricolo.
    Gli agricoltori, già abituati per povertà ad adattarsi, si sono adattati volentieri ai motori, diventandone appassionati smontatori, rimontatori e modificatori.

    Se ti si rompe il “motore” mentre stai arando il campo (ma non c’è solo arare: c’è zappare, erpicare, seminare ecc. ecc.) c’è poco da fare: puoi andare a chiamare il meccanico (che poi è il fratello di un altro agricoltore) ma nel frattempo è meglio se lo aggiusti tu, se ci riesci.
    Così sono nate vere passioni.

    Tutto un mondo di piccoli “artigiani”, che poi sono meccanici, idraulici, carrozzieri, elettrauto, piastrellisti e così via, vengono direttamente dal mondo “contadino” e dalla passione, derivata dalla necessità, per “fare delle modifiche”.

    In un certo senso, “coniugano tradizione e modernità”.

    Ognuno di questi meccanici (nel senso più vasto del termine) è legatissimo allo stile di vita agricolo e dialettale (il “porc”) e al contempo preparatissimo nel suo campo;
    se lo chiamate ad aggiustare qualcosa, la Porsche come la lavatrice, inevitabilmente se ne uscirà dicendo che “chi ha progettato questo coso qui era un gran coglione!” (meglio se capite la frase in dialetto) e che lui ha in testa una “modifica” che lo renderebbe molto migliore.
    Potete fargliela fare, la “modifica” famigerata, a vostro rischio e pericolo: a esperienza mia, di solito funziona, solo che funziona troppo.

    Ricordo una pagina dell’odiato (dai “communisti”) Guareschi dove Peppone, bravissimo meccanico, non riesce a far funzionare un motore sovietico, e accetta suo malgrado l’aiuto di Don Camillo, che anche lui sa cavarsela tanto con i motori come a mungere la vacche:
    ecco, quel mondo lì esisteva, davvero. Posso testimoniare di averne visto le ultime testimonianze.

    Ciao!

    • Andrea Di Vita says:

      Per Pinomamet

      Da ufficiale topografo di complemento in congedo e da dilettante di linguistica mi permetto di aggiungere due informazioni

      Primo, spesso e volentieri i campi dei contadini della vasta zona appenninica compresa fra fra Emilia-Romagna, Marche, Umbria e Toscana non sono grandi distese pianeggianti, ma piccoli appezzamenti con forti dislivelli di quota al proprio interno. (Ho appena fatto le mie vacanze da quelle parti, e l’ho visto di persona). La minima meccanizzazione risulta dunque particolarmente ardua. Logico quindi che il contadino debba avere dimistichezza con un minimo di meccanica, se non vuole fermarsi in attesa del tecnico tutte le non poche volte che il trattore (o l’erpice a motore o che so io) si rovescia. Gli ci vogliono motori piccoli, robusti e affidabili. Insomma, l’urbinate e il senese sono per vocazione portati a diventare motociclisti smanettoni (nonchè armaioli: ci sono paesi dove il principale edificio laico non è il Municipio, ma l’ARCI-caccia, e in cui la caccia al cinghiale devastatore di raccolti è benemerita). E quelle sono anche le zone dove impera l’allevamento di un animale ‘di cui non si butta via niente’ come il porco. Logico quindi l’abbinamento troie-motori (gioie-dolori, appunto). (Quanto al cinghiale, conosco una vigna in Umbria dove i cinghiali devasano solamente la parte del vigneto destinata al vino DOC, non quella destinata al vino da tavola: buongustai pure loro).

      Secondo, sarà una combinazione ma in lingua Inglese ”pork” indica la carne di maiale cucinata e pronta all’uso, mentre ”pig” indica l’animale vivo. (Tanto che per insultare un maschio dalle attenzioni non gradite le donne usano in inglese il termine ”pig”, e non ”pork”). Cio’ è forse dovuto al fatto che ”pork” deriva dalla lingua francesizzata dei conquistatori normanni, abituati nelle loro raffinate corti a farsi cucinare la carne che i loro sudditi campagnoli d’oigine sassone vedevano col cannocchiale. (Non diversamente ”veal” indica un ingrediente, non un animale). L’assenza in Italiano di una distinzione fra il ”porco” che si mangia e il ”porco” vivo (animale o umano che sia) indica una contiguità tra la sfera del cibo e quella del sesso che è estranea alla puritana tradizuione britannica. Mi consola il fatto che la stessa assenza di puritanesimo valga in Francia (”cochon”) e in Polonia (”świnia”). Ed è proprio la connotazione del maniale che qui conta, non il suo ruolo in cucina Infatti, in tutte le lingue considerate l’animale è distinto dal risultato della sua preparazione della sua carne: è notevole che mentre al termine specialistico Italiano ”insaccato” corrisponda l’altrettanto specialistico termine Polacco ”wieprzowina” (e il generico ”sac” francese), l’Inglese debba ricorrere ad un italianismo (‘salami”) o a un francesismo (”sausage”): ”bagged” è solo il participio di un verbo.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

  5. Claudio says:

    Esco momentaneamente dalla mia usuale condizione di lettore silenzioso per:
    1) farti i complimenti per la sintesi: mi trovo a contatto (ingegnere e toscano) sia col linguaggio aziendale che nel culto della “tradizione” (nel mio paese di origine non si sono fatti problemi ad inventare una rievocazione storica ed un “gioco medioevale” negli anni ’80)
    2) menzionare il recente uso identitario del maiale nella guerra all’Islam (ricordo una distribuzione di zuppa di lardo da parte di un qualche movimento identitario in Svizzera o Francia)
    3)Augurare “buon appetito” (che a quest’ora, a parlar di maiale…)

  6. mirkhond says:

    Forse questa adorazione per il porco può anche spiegarsi col fatto che nelle epoche preindustriali, il maiale abbia salvato letteralmente molti dei nostri antenati dalla morte per fame, spettro sempre presente date le frequenti carestie.
    Così almeno ci spiegava all’università il prof. col quale mi sono laureato. Lui avrebbe voluto fare il monumento al maiale.
    ciao

  7. Pagnino says:

    Ecco, quando ho letto che l’animale totemico del nonno è il porco sono stato colto da una epifania che mi darà da pensare almeno per una settimana. Se ne incontrassero di blogger così. Grazie.

  8. PinoMamet says:

    Se mi permettete di allargare il concetto

    (non vorrei essere palloso; se c’è una cosa che odiano tutti, da queste parti, è la retorica)

    direi che sul porco non saprei aggiungere altro a ciò che ha scritto Miguel; era, più “genuinamente” di adesso, il passato rassicurante dei nonni, cioè tutto il passato che i “contadini” si potevano permettere per cultura e per necessità, una cosa molto diversa dai fabieschi medioevi in technicolor delle rievocazioni di oggi
    (il simbolo degli album Panini è appunto una caricatura di cavaliere in armatura…)

    il motore, invece:
    era prima di tutto qualcosa che faceva faticare meno; uno dei “prodigi del progresso” come cantava Guccini nella Locomotiva, qualcosa che avrebbe liberato da una parte non indifferente dal peso del lavoro; e qualcosa di nuovo, un “prodigio” appunto, ma un prodigio di cui ci si poteva finalmente impadronire, al contrario del latino dei preti e delle formule giuridiche con le quali i padroni, alla fine, riuscivano a mettertela sempre nel culo.
    Un prodigio proletario.

    E quindi amato e scoperto con vera passione.
    Ferrari, Lamborghini ecc. vengono in fondo da quel mondo dialettale lì, checchè siano diventati ora;
    ma dal mondo “contadino” vengono anche aviatori come Luigi Gorrini o mio prozio, che si è sempre autoprogettato, costruito e brevettato gli aerei da solo (credo sia attualmente uno dei più vecchi, se non il più vecchio, titolare di brevetto di volo in Italia; mi dicono però che da quest’anno non vola più sul suo biplano giallo).

    Ah, un’altra cosa: il maiale grosso e rosa dei prosciutti mica era grosso e rosa. Lo è dal dopoguerra, per motivi di boom economico.
    Era, invece, piccolo e nero.
    Idem le mucche frisone del formaggio parmigiano: mica erano frisone, ovviamente, ma di varie razze italiane.
    Ma bisognava vendere, vendere, vendere…

    Tanto io quella roba non la mangio, quindi non saprei, ma dubito che il sapore sia lo stesso.

    Ciao!!

  9. Francesco says:

    Caro Miguel,

    per essere così razzista, sei sempre simpatico.

    Anche se ammetto di scrivere da un mondo molto lontano da quello che descrivi (la città di Milano – in ogni caso manco totalmente di esperienza e sensibilità campagnola).

    Gli è che scrivi sempre da un paio di miglia di altezza, quando parli dei buffi umani. Mi ricordo Dr. Manhattan di Watchmen (lo hai letto? un vero capolavoro, anche se ideologicamente discutibile).

    Ciao

  10. PinoMamet says:

    Francesco

    non so bene cosa tu ci veda di così razzista; forse che l’Italia fa sorridere nel mondo?
    Io sono il primo a dire (no, il secondo: lo ha già detto Andrea Di Vita) che è il mondo, a sbagliarsi.

    E mi è capitato, quasi mio malgrado, di difendere l’Italia all’estero o di fronte a stranieri che, più che criticarla ferocemente come si fa appunto con gli avversari, la mettevano in quella categoria di cose da guardare con una certa aria di superiorità (quella che dici Miguel riserva agli umani, per intenderci), con condiscendenza, ecco.

    Più che i luoghi comuni più beceri, tipo “italiani mafiosi” o “italiani vili e opportunisti” (sopravvivono anche questi, purtroppo), riscontro frequentemente un atteggiamento tipo “ah, sì, c’è anche l’Italia… ma quelli non contano un cazzo, alla fine. Oh, simpatici, eh, niente da dire. Però dai, parliamo di cose serie…”

    Con il risultato che spesso altri “serissimi” paesi- i quali, tolta la prosopopea tragica e seria dei loro politici e scrittori, non è che poi siano così avanti e irraggiungibili come piace figurarceli a noi italiani- fanno delle robe peggio delle nostre.
    E se ne vantano.

    Esempio tipico, gli scandali montati da giornalacci d’Oltremanica sul fatto che i militari italiani, orribile a dirsi, parlassero, contrattassero e sganciassero soldi a qualche leader afghano.
    Prassi che adesso nel Pentagono raccomandano pure, e non ci voleva un genio;
    ma la prosopopea kiplinghiana (quella sì razzista: chiedete agli indiani) lo vede come chissà che tradimento.

    D’altra parte, per celebrare gli eroi bisognava prima averceli; e per averceli, bisogna prima mandarli al macello.

    Mille volte meglio il norcino e la tovaglia a quadretti della carica della Brigata Leggera.

    Concordo con Andrea Di Vita: sorride bene chi sorride ultimo.

    • Andrea Di Vita says:

      Per PinoMamet

      ”Oltremanica”

      Mica solo i gornalacci. Ho personalmente sentito anni fa alla BBC l’intervista ad un ufficiale pluridecorato Inglese, mutilato di guerra (senza un braccio ed un occhio) sull’attacco in Bosnia ad un elicottero della forza di interposizione Nato, un elicottero Italiano abbattuto da un missile. Dopo una mezz’ora buona di attenta disamina della posizione politica, il giornalista ha chiesto a bruciapelo se in fondo era proprio vero che gli Italiani sapessero combattere. ”Direi di sì”, disse l’Inglese, che aveva perso occhio e braccio sul proprio carro armato distrutto ad El Alamein da quelli della Folgore. A volte non ci prendono sul serio perchè noi stessi non ci prendiamo sul serio, troppo attenti come siamo ai nostri affari interni per smettere di essere provinciali. Il complesso di superiorità altrui è un segno di deblezza tale quale il nostro complesso di inferiorità: una coda di paglia.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

  11. Per Francesco

    Per sapere chi era Dr Manhattan, sono stato costretto a ricorrere a Wikipedia. Che ovviamente non ti dà il vero sapore del personaggio.

    Non ho capito se essere “razzisti” voglia dire essere a favore di una razza (tipo “viva i greci e quindi abbasso i turchi!”) o semplicemente essere contro una razza (tipo “abbasso i turchi e viva nessuno in particolare”).

    Viste le mie confuse e ambigue origini, sono costretto a essere un razzista del secondo tipo.

  12. Per PinoMamet

    Infatti, il Porco è un animale vincente.

    Sul rapporto tra “Italia” e “ridicolo”, credo che sia un rapporto in gran parte voluto.

    Prendiamo Berlusconi: non è solo ridicolo; fa di tutto per esserlo. Ci lavora sodo e ci riesce. Facendo pure una barcata di soldi e governando, con alti e bassi, più a lungo di qualunque governante della storia italiana, se si eccettua un altro personaggio per molti versi ridicolo.

    E Berlusconi trionfa a man bassa su Gianfranco Fini, che ridicolo non è.

    Rendendosi ridicoli, si disarma il nemico, e ciò permette di assestargli degli splendidi calci al basso ventre quando meno se l’aspetta. Per poi tornare a sorridere come Pierino.

  13. OT

    Vedo solo adesso le notizie riguardanti la passeggiata di Gheddafi a Roma.

    Questa però è la più curiosa:

    31.08.2010- «Inviteremo 200 uomini libici a una lezione sulla Bibbia e sulle radici della cultura europea». È l’idea avanzata dalle parlamentari Nunzia De Girolamo (Pdl) e Paola De Micheli (del Pd) durante «veDrò», il think tank di Enrico Letta che si sta svolgendo in questi giorni in Trentino sul tema dell’identikit de leader de futuro, in risposta alle iniziative del leader libico Gheddafi.

    «Le donne in Occidente ed in Italia – hanno spiegato le due parlamentari – non raccattano ruoli o rendite di posizione ma sono parte attiva e decisiva nella cultura e nelle politiche di sviluppo. Le radici culturali e la tradizione di democrazia dell’Europa sono il terreno ideale in cui le donne possono vedere esaltate le qualità che le pongono al centro del ricambio generazionale nel nostro Paese e in Europa. Di questo vorremmo parlare in una lezione sulla cultura europea e sulla cristianità agli uomini libici ed allo stesso Gheddafi». Il Messaggero

  14. Ecco un breve ritratto delle due bibbiatrici trasversali. Prima la comunista:

    “Una come Paola De Micheli, che a 13 anni dirigeva il giornalino scolastico e scriveva articoli non sull’ora di ricreazione ma su Gorbaciov, che a 17 si iscrive alla Dc, che è stata educatrice, catechista e in Azione Cattolica fino ai 20 anni, che a 23 ha fatto nascere una cooperativa agricola, che fino a ieri viaggiava sola dall’Africa alla Cina per lavoro, che ha due romanzi già scritti nel cassetto, che ha scalato il Piz Palù, ha praticato tutti gli sport e al mattino alle 6 fa jogging sul Pubblico Passeggio sotto le finestre del suo assessorato…”

    Poi la fascista:

    “Nunzia De Girolamo: porterò Berlusconi dove Padre Pio ricevette le stigmate

    La deputata beneventana del Pdl sta organizzando la trasferta del premier a Pietrelcina: credo nel perdono”

    a voi trovare le fonti, non ho voglia nemmeno di mettere gli url.

    • Andrea Di Vita says:

      Per Martinez

      ‘porterò Berlusconi dove Padre Pio ricevette le stigmate’

      Wow!

      Una nuova seguace della nota massima della filosofia greca: ‘il simile conosce il simile’

      Ciao!

      Andrea Di Vita

      • E allora beccati il resto:

        NAPOLI – La deputata beneventana del Pdl Nunzia De Girolamo sta organizzando la trasferta di Berlusconi a Pietralcina, il paesino del Sannio dove Francesco Forgione nacque ed ebbe le stigmate. Lo conferma al Riformista la stessa De Girolamo, diventata famosa per l’affettuoso biglietto del premier di cui fu destinataria assieme alla collega Gabriella Giammanco a inizio legislatura: «Gabriella, Nunzia, state molto bene insieme! Grazie per restare qui, ma non è necessario. Se avete qualche invito galante per colazione, Vi autorizzo ad andarvene! Molti baci a tutte e due!!! Il “Vostro” presidente».

        E di fronte a tanto affetto, la deputata beneventana non poteva tirarsi indietro proprio nel momento in cui il premier è travolto dal ciclone mediatico: «Sono una devota e credo nel perdono – dice al Riformista – Berlusconi non è un santo, come tutti, ma ha l’umiltà e non si dimentica delle persone che ha a cuore». Ma si tratta di un vero pellegrinaggio? «Non proprio – precisa De Girolamo – Io sono anche coordinatrice provinciale del Pdl nel Sannio e sto organizzando la festa del partito per settembre. Berlusconi ha accettato di venire: farà un comizio di chiusura al termine di quattro giorni di dibattito con vari leader nazionali».

        Visiterete i luoghi di Padre Pio, chiede il cronista. «Spero di sì – risponde la bella Nunzia – Voglio portare il presidente a Piana Romana, il luogo dove ricevette le stigmate. Poi c’è la casa natale, la cappellina dove pregava, tutti i posti del nostro santo». E Padre Pio ne sarebbe contento? «Conoscendo bene la sua biografia so che lui non amava la spettacolarizzazione. Non avrebbe mai accettato di essere strumentalizzato. Per lui ogni eccesso era fuori luogo. Se Berlusconi è un eccesso? Il presidente è una persona con il sole in tasca, sempre positiva. La sua dote più grande è l’umiltà. Certo, non è un santo, ma nessuno lo è».

  15. mirkhond says:

    Sarebbe interessante sapere le gentili signore nei dialoghi con i libici, accennassero al giovane morto in carcere in Francia per l’accusa di aver falsificato una carta di credito…
    Interessante davvero questa lezione sulla nostra bella civiltà così nobile e così antica…

  16. mirkhond says:

    Per Miguel Martinez

    Sarebbe interessante sapere le gentili signore nei dialoghi con i libici, accennassero al giovane morto in carcere in Francia per l’accusa di aver falsificato una carta di credito…
    Interessante davvero questa lezione sulla nostra bella civiltà così nobile e così antica…

  17. PinoMamet says:

    Ma scriviamo il “tra le righe”

    “Una come Tale dei Tali, che ha 13 anni era già un’insopportabile saccente che scriveva su Gorbaciov le banalità che può scrivere una 13enne invece di divertirsi a ricreazione; a 17 anni si iscrive, con tutti i partiti che stanno in Italia, proprio alla DC, perché oltre che arrampicatrice le piaceva mostrarsi come una bigottona, e dalli e dalli co’ ‘sti preti alla fine è riuscita a farsi aprire una cooperativa e spesare i viaggi all’estero, ma non ha mica smesso di cagare il cazzo, infatti ha scritto due romanzi (anziché i soliti tre che ogni italiano tiene nel cassetto) e a sentire lei è a metà tra Wonder Woman e Rita Levi Montalcini, però cattolica.
    Insomma, una palla di donna, evitatela se potete. Magari ce annasse, in Libia!”

    Più concisa quella di destra:
    “Talatra dei Talaltri: me porto Berlusconi in Puglia da coso, Padre Pio. Male non gli fa di sicuro, tanta pubblicità in più per me, e poi giù si mangia bene.”

    • roberto says:

      eccheccazzo metti un warninng quando scrivi dei messaggi particolarmente divertenti che non è bello esplodere una risata in ufficio!
      :-)

  18. PinoMamet says:

    Mi accorgo ora di aver confuso quella di “destra” con quella di “sinistra”: poco cambia, evidentemente.

  19. PinoMamet says:

    Errata corrige:
    non m iero confuso allora, comunista la prima, fascia la seconda, lo hai scritto chiaramente, mi pareva!
    è che con “PD” e “PDL” faccio confusione…

    • Per PinoMamet

      E come fai a confonderli? Guarda che è semplice:

      1) Il PD è quello che vuole abolire la proprietà privata e introdurre il burqa obbligatorio, nonché piazzare uno zingaro a sbafo in ogni casa

      2) il PDL è quello che vuole costruire le camere a gas per omosessuali, concubini e liberi pensatori

  20. Francesco says:

    >> Concordo con Andrea Di Vita: sorride bene chi sorride ultimo.

    Mi sa che concordate entrambio con Andreotti, carissimi.

    Miguel, tu non sei certo un razzista biologico o linguistico. Sei un razzista “sociologico”, con una evidente, conclamata e soddifatta incapacità di empatia per una larga parte del genere umano, non necessariamente stronzi.

    Se tu detestassi solo (che so) Bush II e Rumsfeld, saresti più accettabile. Ma tu proprio non sopporti i poveri Albertosordi (maschi e femmine) che tantissimi umani sono.

    Sul ridicolo degli italiani: per una Folgore che a El Alamein combatte benissimo, ci sono mille reparti che sono neppure arrivati al fronte. O ci sono arrivati senza armi, senza munizioni, senza scarpe …

    Saluti

    Francesco

    PS a me Berlusconi sembra molto invecchiato, voi cosa ne dite?

  21. Manuel says:

    “il Porco, come fonte di ogni meraviglia, supera ampiamente il proprio Creatore, con cui toscani, veneti e romagnoli spesso lo confondono.”

    È la piú raffinata giustificazione della bestemmia che abbia mai letto. Da bravo romagnolo, dovrò ricordarmi di riciclarla spudoratamente qualora mi riprendessero nell’atto di lanciarne una. O al limite potrei dire che rendo onore al nostro animale totemico, che è di piú immediata comprensione.
    Ora devo solo trovarne una altrettanto raffinata anche per il cane, il boja e tutto il resto della combriccola… :P
    Molto interessanti non solo la tua riflessione, Miguel, ma pure i commenti. Da riminese aggiungo che uno dei tanti confini che ci piace tracciare coi vicini è costituito anche dagli ingredienti della piada: fino a Rimini e in tutta la Valmarecchia preparata con lo strutto (e ritorna il porco… pardon, baghino), da Riccione in giú con l’olio.
    In realtà una gran montatura pubblicitaria come tante altre, ché c’è chi la prepara in ambo i modi da ambo le parti: ma in tempi di crisi identitarie (cioè la situazione normale di sempre) ci si attacca a tutto, anche al grasso del maiale…
    Altre riflessioni sull’andazzo di quelle da te citate le puoi leggere qui:
    http://www.romagnamania.com/ricette_romagna/Il_Maiale_in_Romagna.asp
    Manuel

  22. Ale says:

    Miguel,
    A me più che altro interesserebbe capire dove hai tratto ispirazione per questo post. Non lo so, ti immagino davanti a una costicina fumante, che all’improvviso lasci tavola e commensali per registrare l’improvviso furor creativo: “i’ mi son un che quel che porco ispira, noto, e per modo ch’ei ditta dentro vo significando”. O forse stavi semplicemente seduto al tavolo di una delle sagre paesane porcocentriche, e ti sei guardato intorno e la divinità ti ha folgorato. Me la devi spiegare, questa la mistica e la poetica del porco, come funziona….
    Ciao!

  23. Z. says:

    “Zugatlò” – meglio, “Zugatlôn” – vuole la “o” chiusa!

    Z(ugatlò).

    :-)

  24. PinoMamet says:

    Noto, carissimo Z.

    che molti non scrivono più (probabilmente perché non hanno più l’orecchio per sentirla nella pronuncia) la “n” finale di molte parole dei dialetti emiliano-romagnoli;

    me ne sono accorto (come sbagliarsi) dalle scritte sui bagni pubblici, dove “culano” (omosessuale) è scritto sempre più spesso “culà” anzichè “culan”.
    Immagino che in questo caso, visto il contesto, gli scriventi siano persone originarie di altre parti d’Italia, abbastanza integrate per conoscere il repertorio di insulti locali, ma non allenati a riconoscere la “n” velare.
    (Per inciso, nel dialetto di qua la si trova anche all’interno di parola e senza consonante velare a farle da appoggio: nella già citata “lon’na” per la quale immaginavo un’origine etrusca la seconda “n” è appunto velare).

    Comunque, se mi ricordo la pronuncia dei vecchi di quando ero bambino (accidenti, che frase da vecchio…) e la confronto con quella di oggi, mi pare di notare dei cambiamenti, degli “scempiamenti” per così dire
    (“c’m’è” diventa “‘mè” ecc.); oltre a un notevolissimo impoverimento lessicale.

    Ciao! :)

  25. PinoMamet says:

    Correggo: la prima “n” è velare, nella Luna :)

  26. PinoMamet says:

    Correggo: la prima “n” è velare, nella Luna :) :)

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  30. sono er porco e ve piace er sugo co la sarcicia”

  31. so er porch ……..te piace a sarciccia co a polenta” me te magnio pure a te”

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