Breve saggio musicale di urbanistica americana alla vigilia dell’Apocalisse

TheFailedAmericanDreamBanner

banner del sito End of the American Dream, con quel che resta di un quartiere fatto di ticky-tacky [1]

Little Boxes è una canzone scritta da Malvina Reynolds nel 1963. Quando gli Stati Uniti, a forza di cambiare tutto, erano identici a come sono oggi.

Il conformismo statunitense è diverso da quello italiano, radicato nelle sue tradizioni perennemente inventate.

Alla base fisica del conformismo americano, c’è il possesso di una casa. Home ownership.

Una proprietà molto concreta, che rende ogni famiglia libera. Ma si tratta di una casa tutta particolare: la balloon-frame home e derivati, una struttura facile da montare o rivendere, o addirittura smontare e caricare su un camion, inseguendo il flusso vorticoso della devastazione economica. La scricchiolante struttura di legno con il suo illusorio giardino e i suoi immaginari scoiattoli e spazio barbecue, difesa dai fucili di mamma e papà, è quindi insieme unica – perché mia - e uguale, perché deve essere ovunque intercambiabile.

E poiché la casa è impermanente, è tipicamente costruita, come si dice, con ticky-tacky, materiali di scarso valore, facilmente reperibili ovunque.

Le casette descritte qui sono certamente quelle del ceto medio; ma sono il simbolo universale di un paese che è spiritualmente un’unica middle class. Anche in tempi come questi: nel solo mese di marzo del 2009, le banche hanno avviato cause per il sequestro  per debiti di 367.056 case negli Stati Uniti.

Oggi le banche possiedono più case di tutti i privati cittadini degli Stati Uniti messi insieme, ma non riescono a gestire un patrimonio così immenso: ne consegue il collasso di interi quartieri.

Potete ascoltare la versione originale di Little Boxes di Malvina Reynolds  su Youtube; ma preferisco la maniera in cui l’ha presentata Pete Seeger, il grande cantante comunista, aggettivo che fa un certo effetto nel contesto degli Stati Uniti.

Little boxes on the hillside,
Little boxes made of ticky-tacky,
Little boxes, little boxes,
Little boxes, all the same.
There’s a green one and a pink one
And a blue one and a yellow one
And they’re all made out of ticky-tacky
And they all look just the same.

And the people in the houses
All go to the university,
And they all get put in boxes,
Little boxes, all the same.
And there’s doctors and there’s lawyers
And business executives,
And they’re all made out of ticky-tacky
And they all look just the same.

And they all play on the golf-course,
And drink their Martini dry,
And they all have pretty children,
And the children go to school.
And the children go to summer camp
And then to the university,
And they all get put in boxes
And they all come out the same.

And the boys go into business,
And marry, and raise a family,
And they all get put in boxes,
Little boxes, all the same.
There’s a green one and a pink one
And a blue one and a yellow one
And they’re all made out of ticky-tacky
And they all look just the same.

Scatolette sulla collina
scatolette fatte di ticky-tacky
scatolette, scatolette,
scatolette tutte uguali.
Eccone una verde e una rosa
una azzurra e una gialla
e sono tutte fatte di ticky-tacky
e si somigliano tutte.

E quelli nelle case
vanno tutti all’università,
e li mettono tutti in scatole,
scatolette, tutte uguali.
E ci sono medici e ci sono avvocati
e ci sono dirigenti d’azienda,
e sono tutti fatti di ticky-tacky
e si somigliano tutti
[ndt. la mancanza di genere grammaticale in inglese permette una bella ambiguità: ci si riferisce alle case o ai loro abitanti?]

E tutti giocano a golf
e bevono i loro Martini dry,
e tutti hanno dei bei figli,
e i figli vanno a scuola.
E i figli vanno al campo estivo
e poi all’università,
E li mettono tutti in scatole
ed escono fuori tutti uguali.

E i ragazzi entrano in affari
e si sposano e formano una famiglia,
E li mettono tutti in scatole
scatolette, tutte uguali.
Eccone una verde e una rosa
una azzurra e una gialla
e sono tutte fatte di ticky-tacky
e si somigliano tutte.

 

Nota:

[1] Andate a vedere il sito, per capire il modo particolarissimo in cui gli americani medi più impegnati reagiscono alla crisi. Non puntando a qualche forma di socialismo, ma denunciando la complicità tra stato e grandi imprese, che schiaccerebbe il free American. Una rivolta, a volte anche coraggiosa e degna di rispetto, ma che esaspera ulteriormente le caratteristiche che portano l’America alla catastrofe.

In Europa non ci si rende conto del fatto che oggi Obama è percepito da milioni di persone come il distruttore delle loro esistenze, solo perché hanno passato a lui – volpe non troppo furba – la patata nel momento in cui è diventata incandescente.

P.S. Io Non Sto con Oriana, nei commenti, segnala una splendida riscrittura, a opera di Victor Jara, di questa canzone, adattata all’ambiente della tremenda periferia dell’Impero – i barrios bene dell’America Latina. Dove il tentativo di imitare il peggio degli Stati Uniti si coniuga a una spocchia tutta europea.

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13 Responses to Breve saggio musicale di urbanistica americana alla vigilia dell’Apocalisse

  1. LAS CASITAS DEL BARRIO ALTO
    (Victor Jara)

    Las casitas del Barrio Alto
    con rejas y antejardin,
    una preciosa entrada de autos
    esperando un Peugeot.
    Hay rosadas, verdecitas,
    blanquitas y celestitas,
    las casitas del Barrio Alto
    todas hechas con resipol.
    Y las gentes de las casitas
    se sonrien y se visitan.
    Van juntitos al supermarket
    y todos tienen un televisor.
    Hay dentistas, comerciantes,
    latifundistas y traficantes,
    abogados y rentistas.
    Y todos visten policron,
    juegan bridge, toman martini-dry.
    Y los niños son rubiecitos
    y con otros rubiecitos
    van juntitos al colegio high.
    Y el hijito de su papi
    luego va a la universidad
    comenzando su problematica
    y la intringulis social.
    Fuman pitillos en Austin mini,
    juegan con bombas y con politicos,
    asesina generales,
    y es un gangster de la sedicion.
    Y las gentes de las casitas
    se sonrien y se visitan.
    Van juntitos al supermarket
    y todos tienen un televisor.
    Hay rosadas, verdecitas,
    blanquitas y celestitas,
    las casitas del Barrio Alto,
    todas hechas con resipol.

  2. PinoMamet says:

    Aggiornamenti dall'Emiliaromagna:

    comincio grazie al tuo post a capire il motivo della differenza costruttiva tra la casetta americana 
    (che mi ha torturato per un mese con i suoi scricchiolii)
    e la casettina che il ceto medio ex-contadino di qua si è costruito a forza di sacrifici.

    Si assomigliano parecchio:
    anche quelle di qua all look just the same, e sono un simbolo e un diritto; hanno un minuscolo cortile, niente scoiattoloni grigi (il loro ruolo direi che è preso dal merlo), e i fucili che si invocano a tutela del diritto alla proprietà sono ancora più immaginari, invocati in discorsi dialettali che non trovano mai applicazione reale.

    Però la caslén'na è di solidi mattoni e cemento perché non si deve correre da nessuna parte.

    Un'altra differenza notevole è che i quartieri di caslen'ni fatte una uguale ma diversa dall'altra non sono la maggioranza assoluta dell'edilizia del ceto medio, ma rappresentano solo quella fase transitoria dell'operaio ex-contadino che ce l'ha fatta e la lascia ai nipoti (di solito costruita negli anni Sessanta), mentre la maggioranza assoluta del ceto medio da queste parti direi che vive nei soliti palazzi del centro o della periferia (sono diversi solo architettonicamente, gli interni sono identici e interscambiabili).

    I quartieri di caslen'ni sono in assoluto i più adatti agli umarell.

    Ciao!

  3. utente anonimo says:

    per essere una canzone critica, quello che descrive assomiglia decisamente troppo al destino dell'essere umano.

    cosa voleva di diverso, la tua amica?

    e spero che almeno il comunista fossse contento, di cantare il suo universo ideale

    mah

    ciao

    Francesco

  4. kelebek says:

    Per Pino Mamet n. 2

    Grazie!

    Sul tema della casa americana – nonché su tante altre cose – consiglio la lettura di Marco D'Eramo, Il maiale e il grattacielo.

    Miguel Martinez

  5. kelebek says:

    Per Nonsto 1

    Grazie, ho segnalato nel corpo del post.

    Miguel Martinez

  6. kelebek says:

    Se state cercando casa a Miami, c'è un'agenzia specializzata unicamente in case sequestrate per debiti:

    http://www.pazglobal.com/properties/

    Miguel Martinez

  7. utente anonimo says:

    Dubito che Obama non si sia fosse conto che la patata stava diventando incandescente. Piuttosto, Rocco Siffredi ci insegna che la patata tira: e siccome tira, bisognerà pure accettare di scottarsi se la si vuol portare a casa…

    Z.

  8. utente anonimo says:

    Per PinoMamet #2

    ''Però la caslén'na è di solidi mattoni e cemento perché non si deve correre da nessuna parte.''

    E sì che gli Statunitensi hnno i tifoni…

    Comunque, segnalo sul tema delle mobilità delle abitazione un vecchio Urania, di MacReynolds, La Città Semovete, dve appunto un'intera small town è dotata di ruote semoventi e si muove collettivamente.

    Causando ingorghi inimmaginabili quando si incrocia con altre small town mobile sulle Interstates con conseguenti conflitti a fuoco.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  9. PinoMamet says:

    Credo che sulla fascinazione per l'America dell'emilianoromagnolo medio

    (di altre regioni non saprei dire con sicurezza)

    si basasse in tempi non sospetti sul sentimento di una qualche affinità, non so quanto reale, ma comunque percepita.
    Insomma, se Guccini scriveva Tra la via Emilia e il West, faceva riferimento a qualcosa che era nell'aria, ma concreto, si sentiva (adesso non so).

    Gli operai ex-contadini che si costruivano la caslén'na la facevano, italicamente, con mattoni e cemento, con l'idea li sarebbero rimasti optime, loro i loro figli nipoti e pronipoti, idea assai poco americana.

    Di italico, e "americano" al contempo, c'era il fatto che queste case fossero davvero, se mi passate il gioco di parole, "fatte in casa", costruite fisicamente dal proprietario e da pochi amici/parenti muratori e falegnami; l'identificazione con il primo proprietario era totale.

    Ma soprattutto erano un simbolo: molti di quei primi proprietari venivano da una situazione di affitto o di mezzadria tutt'altro che idillica, e la casetta di proprietà segnava, per così di dire, una dichiarazione di indipendenza e anche un forte stacco con il passato.

    Non era "tradizionale", era anzi un gesto di rottura con la tradizione e un modo di proclamarsi "liberi" e fieri dei propri diritti.
    La prima casa di proprietà, a pensarci, è stata "l'America" per moltissime persone di qua.

    Non penso fosse neanche per caso che la tematica western fosse così popolare in Italia in genere, ma da queste parti in modo quasi totalizzante:
    ricordo benissimo di essere stato ospite di "contadini" (sapete che non amo questo termine) assorbiti dalla visione di "La conquista del West" (non ricordo il titolo esatto in italiano) e sentirli discutere di come si facevano determinate cose o lavori agricoli ai tempi dei loro padri a confronto di come si facevano negli USA dei pioneri (a volte nello stesso modo, a volte diversamente: essendo discussioni tecniche non ci capivo niente).
    Zio Zeb era uno di casa, insomma (assai più dei personaggi sopra le righe di Sergio Leone).

    L'eroe western era del resto il primo eroe popolare e campagnolo che si vedesse in giro, ovvio che ci si identificasse volentieri.

    Però i primi proprietari di caslén'ni avevano anche una differenza notevolissima con l'americano medio, cioé erano estremamente consci che la loro casa non fosse né un regalo nè una necessità del sistema capitalistico, ma che fosse qualcosa che loro avevano letteralmente strappato al sistema come eccezione e privilegio.

    Ecco quindi il bizzarro "americanismo socialista" emiliano.

    PS
    In più, da queste parti è popolare anche il baseball :-)

  10. marijam says:

    Non so cosa ci sia alla base dell'ossessione italiana per le case di proprietà, in italia la stragrande maggioranza possiede una casa, oltre mi pare di ricordate l'80%, dentro questa maggioranza ci sono tutti i ceti sociali anche se quelli più poveri sono arrivati ultimi.

    Anche in toscana come diceva Pino una volta le case erano edificate dai proprietari, erano tirate su la domenica o dopo il lavoro. Pratica che credo venga meno proprio con il boom economico negli anni Sessanta.

    Avere una casa significava  la sicurezza, nessuno ti butterà fuori diceva mia mamma quando non ce l'aveva, e inoltre ti salverà dalla preoccupazione di pagare un fitto;   per moltissimi nel  secolo scorso,  il fitto era una voce importante del reddito a disposizione  visti i salari dei ceti popolari  di allora, soprattutto operai. O è ancora così?

    Non conosco la situazione americana  ma credo che là l'abitazione non sia considerata parossisticamente  un bene di investimento  come in italia che come è noto si è esteso anche alle seconde case, vero flagello ambientale.

    Le abitazioni  americane quando vengono affittate hanno armadi e cucine che restano le stesse forse per la mobilità di quel popolo e anche per uno stile di vita meno formale credo e meno attaccato quindi ai mobili.
    Questo aspetto della società americana mi ha sempre affascinato, forse perchè sono nata, cresciuta e vissuta sempre in Toscana

    Per concludere direi che In italia casa e famiglia sono alla base di ogni conformismo e si intrecciano alla storia nazionale con mille varianti ma la base resta sempre la stessa. 

  11. Peucezio says:

    Pino, cosa cono gli umarell?

  12. PinoMamet says:

    Dovrebbe anche un link qua, umarell's blog:

    umarell è nei dialetti emiliani uno dei modi per dire "ometto", "omarino";

    ma da quando Danilo Masotti si è dedicato alla loro catalogazione, ha preso il significato specifico di "vecchio pensionato che passa il suo tempo a controllare i lavori stradali, inveire contro i ragazzini che giocano a palla dove è proibito, attaccare sulle scale del condominio manifesti sgrammaticati pieni di divieti e invettive…"

    si tratta di un fenomeno non solo emiliano, ma universale, come chiarito dall'ampio apparato iconografico del blog ;-)

  13. utente anonimo says:

    Salve.
    Piccolo contributo. Non so quanto c'entri, ma leggere il post mi ha fatto ricordare che nel manifesto dell'architettura futurista (1914), al punto 8, si scriveva che:

    "i caratteri fondamentali dell'architettura futurista saranno la caducità e la transitorietà;
    le case dureranno meno di noi;
    ogni generazione dovrà fabbricarsi la sua città".

     E' una parte del Manifesto dovuta a Marinetti, mentre altre che, se lo leggete, paiono più sensate sono dovute a Sant'Elia.

    Ciao

    Aleksis

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