Miguel Martinez va in fabbrica (I)

In questo periodo, sto lavorando in fabbrica.

Non come operaio, perché oggi nessuno ti assumerebbe. Più modernamente, c'è un signore che conosco che mi ha chiamato, chiedendo se ero disposto a  insegnare inglese in una fabbrica  per qualche settimana – a partire da subito, come sempre.

Il signore che conosco è stato a sua volta contattato, con la solita urgenza, da un'agenzia che non si sa bene cosa faccia, ma è molto moderna. E che si occupa, tra l'altro, di Riqualificazione. Cioè si prende un operaio di quarant'anni, che tutta la vita ha fatto un certo mestiere ma lo sta per perdere – assieme al mutuo della casa – e lo si riempie di qualche ora di Corsi, cosa che dovrebbe improvvisamente trasformarlo in un protagonista multimediale e competitivo dei nostri tempi.

La fonte dei soldi per tutto il giro è l'Europa, la grande macchina dei Progetti con cui il capitalismo occidentale supera per meticolosa vacuità tutti i piani quinquennali dell'ex-URSS.

L'Europa paga l'azienda, che paga l'agenzia, che paga il signore che conosco, che paga me. Ma probabilmente ho perso qualche passaggio in mezzo, anche perché nessuno ha particolare interesse a raccontare a me come stanno le cose.

La fabbrica è immensa. A occhio e croce, ben più grande della basilica di San Pietro o quelle altre cose contro cui si misurano di solito le grosse costruzioni.

La struttura è fatta a blocchetti, una specie di Lego grigia, tenuta insieme da viti, bulloni e enormi pilastri di ferro arrugginito. In cui troviamo tutti gli elementi dell'epoca che sta morendo: enormi dimensioni, razionalità e molto, molto metallo.

Dentro, però, la fabbrica è vuota, sviscerata dei suoi organi e del suo sangue.Miguel Martinez va in fabbrica (I)

Vuota di macchinari: pilastro dopo pilastro, vedi solo ferro, cemento e vetro, e senti da lontano i passi dei pochi lavoratori rimasti: oggi ci stanno forse 300 persone, ma mi dicono che qualche decennio fa, ce ne stavano ventimila.

Da anni, gli operai aspettano e sospettano. Non capiscono bene a chi appartengono e non sanno cosa si voglia da loro. Una volta al mese, all'incirca, qualcuno scende da loro, per rassicurarli, e parlare delle grandi speranze di un'azienda proiettata verso il Mercato del Futuro.

Poi tutto cala di nuovo nel silenzio, con gli operai che si raccolgono attorno alla macchina del caffè o alla mensa – una mensa senza cuochi, con i cibi in sacchetti di plastica che devi sfondare con la forchetta per aprirli. Mentre si sussurra il sospetto: che i misteriosi padroni vogliano vendere tutto quell'immenso terreno e farne un quartiere di villette a schiera. E' solo un timore, perché non esista alcuna prova di un tale progetto. Però quando l'Italia non produrrà più nulla, c'è da chiedersi chi si comprerà quei villini o passerà le serate nei locali che si stanno aprendo ovunque.

I passi degli operai rimbombano nel grande vuoto, e mentre corro a preparare la lezione, penso come la loro attesa sia quella di tutti noi. Che forse una delle caratteristiche principali di questi particolarissimi tempi è l'assenza di futuro: cioè della base stessa di ogni progetto, individuale o comune.

Senza futuro, non serve né organizzarsi, né prepararsi. Possiamo solo aspettare.

(Continua…)

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42 Responses to Miguel Martinez va in fabbrica (I)

  1. dottord says:

    "[…] quando l'Italia non produrrà più nulla […]"

    Quando succederà, più o meno?

  2. utente anonimo says:

    Miguel, potresti specificare in cosa precisamente è vacua l'UE?

    Sandro

  3. kelebek says:

    Per dottor d. n. 1

    Caspita, mi ero dimenticato di mettere le faccine.

    :-) :-)

    Presumo che l'Italia produrrà sempre qualcosa, ad esempio guano di piccione.

    Non sono un economista, ma vedo un sistema che ogni giorno offre più forme di terziario estremo e precario, mentre chi faceva oggetti concreti viene licenziato. E ho la sensazione che i ragazzi dei call center non potranno accendere i mutui che potevano accendere i loro genitori operai.

    Miguel Martinez

  4. kelebek says:

    Per Sandro n. 2

    Ad esempio, quando manda me a riqualificare gli operai.

    Non che ci sia nulla di male nel fatto che imparino l'inglese, se la cosa interessa loro personalmente; ma pretendere che ciò possa essere di aiuto professionale a loro in questo momento costituisce il classico errore di pensare che far piovere soldi su un qualche problema equivalga a risolverlo.

    Credo che la storia della Cassa del Mezzogiorno dimostri qualcosa del genere.

    Miguel Martinez

  5. utente anonimo says:

    Caro Miguel,

    a parte sterminare i malvagi operai cinesi e vietnamiti, turchi e polacchi, algerini e marocchini, che producono gli stessi beni a prezzo inferiore, vedo poche alternative praticabili.

    Si potrebbe impedire di vendere quei prodotti a prezzi inferiori a quelli italiani di produzione ma, come certo ben sai, questo incentiva solo il contrabbando, l'emigrazione e le guerre mondiali.

    Si potrebbe far comprare allo Stato i beni prodotti a prezzi italiani, lasciando che siano i cittadini a comprare quelli "forestieri" (come diceva mio nonno). Ma dubito che lo Stato abbia i soldi necessari

    Credo che Carletto Marx abbia studiato economica politica perchè sospettava che la questione fosse complessa, salvo poi risolverla peggio che peggio con la salvifica GRP

    Ciao

    Francesco

  6. Peucezio says:

    Sandro, si fa prima a dire in cosa NON è vacua.

  7. utente anonimo says:

    bel post….

    Ale

  8. Peucezio says:

    Francesco, in realtà qualcosa si potrebbe fare. Esistono ambiti di eccellenza grazie ai quali l'Italia potrebbe tirare avanti ancora per decenni.
    L'Occidente non è più, in prospettiva, l'area egemone del mondo, per motivi strutturali molto profondi e su questo non ci piove.
    Ma c'è modo e modo di gestire la decadenza.
    Il problema è che, mentre i popoli emergenti continuano ad acquisire competenze, da noi anziché cercare di salvaguardare quelle che ci sono, si cerca di affossarle in tutti i modi.
    E la terziarizzazione è uno dei modi tipici. Bisognerebbe finanziare da una parte la ricerca seria, con metodi meritocratici ultra-selettivi, ma al tempo stesso generosi verso chi ha davvero le capacità. E dall'altra bisognerebbe valorizzare con ogni mezzo ogni forma di artigianato e di competenza creativa che ancora si manifesta nella società, soprattutto (ma non solo) in quegli ambiti che possono avere successo sul mercato mondiale (eno-gastronomia, moda, arredamento, design…).
    Dal '68 in poi si è sostituita l'imporivvisazione e lo spontaneismo alla continuità, all'applicazione e alla pazienza (virtù che gli orientali hanno da vendere in quantità inesauribili), mentre ogni forma di civiltà e di sviluppo si fonda sull'idea, ma anche sulla mediazione, sulla struttura, sulla tecnica. Si è sostituita l'astrazione, il metodo, la generalizzazione, la teoria alla concretezza, alla specificità, ai contenuti, alla sostanza. Per non parlare del rifiuto del sacrificio, di ogni forma di gerarchia ecc., su cui già tanto si è scritto.
    Tutto ciò si è coniugato in modo  perfetto col turbocapitalismo finanziario degli ultimi anni (in questo senso consiglio di leggere Preve), per cui la scuola, sempre meno autoritaria e più "spontaneista" e anarchica, insegna sempre meno contenuti e più principi meotodologici, cioè non insegna niente, ogni forma di apprendistato e di acquisizione di competenze lavorative viene sostituita da sempre più anni di studio, di lauree, di corsi, stages, master e altre cazzate su cazzate, che col lavoro ormai c'entrano meno di nulla, si cerca sempre di più di formare figure professionali incomprensibili e inutili, si sviluppano facoltà e corsi di laurea dal significato sibillino, ma nessuno si preoccupa di capire come si fa a formare gente che sia in grado di creare e mantenere tutto ciò che serve alla nostra vita reale quotidiana, di persone che mangiano, bevono, abitano delle case, usano utensili e oggetti, elettrodomestici, automobili ecc. ecc.
    In un'epoca lontanissima dagli antichi Romani e lontana secoli dal Rinascimento, quando l'egemonia mondiale era già altrove da tempo altrove e l'Italia era ormai periferia del mondo che contava, cioè nei decenni dell'ultimo dopoguerra, abbiamo dimostrato in tantissimi campi di sapere ancora fare la differenza, di esportare in tutto il mondo, di essere all'avanguardia in svariati settori, il che si è trasformato in benessere, in progresso materiale e sociale, in approdo a standard di vita superiori: nel bene e nel male diamo passati da paese agricolo a paese industriale avanzato con benessere e ricchezza diffusa.
    Se si pensa a quanti simboli del progresso e della società di massa del '900, in particolare del secondo '900, sono invenzioni italiane, non ci si può che stupire: dall'autostrada alla lambretta, al motocarro, persino al processore dei moderni computer, al ruolo che abbiamo avuto e abbiamo nelle auto sportive di livello massimo all'apporto che abbiamo dato in forme di creatività e di intrattenimento popolare, dal cinema (non solo quello d'autore, si pensi ai B-movie degli anni '70, che sono il cult di personaggi come Tarantino) al fumetto d'autore ecc. e cito solo le cose che mi vengono in mente in questo momento.
    In Veneto, in Brianza, Emilia… ci sono ancora piccole industrie che producono pezzi, componenti o macchine che sono le uniche in tutto il mondo per certe specifiche funzioni e quelli che le producono non hanno fatto master, corsi di inglese e puttanate varie, ma di solito hanno la terza elementare, parlano italiano stentatamente, abituati come sono a usare il dialetto, hanno cominciato a lavorare praticamente da bambini, ma nessuno al mondo (probabilmente ancora per poco) è riuscito a raggiungere il loro standard qualitativo nel produrre quel particolarissimo pezzo che si usa nelle fabbriche dalla Cina al Canada all'Australia.
    E' chiaro che, se anziché valorizzare tutto questo e premiare e incentivare competenze e capacità che sopravvivono ancora, si cerca di affossare con ogni mezzo, in modo scientifico e sistematico, quel poco che ci è rimasto, è ovvio che diventeremouna colonia. Con la differenza che le colonie servivano ai colonizzatori o per le risorse naturali (e in Italia non abbiamo né materie prime né idrocarburi) o per la manodopera. Ma un popolo che non sa più lavorare, che non sa più usare le mani (e nemmeno la testa) per fare assolutamente nulla, come ci stiamo riducendo, è completamente inutile anche come manodopera.
    E poiché i popoli emegrenti come Cina, India, Brasile ecc. non hanno interesse a mantenere all'infinito l'Occidente, come stanno facendo ora, senza averne praticamente nulla in cambio, i casi sono tre: o ci estingueremo per denatalità o moriremo tutti di fame o ci stermineranno loro per non averci sul gobbone, come si fa coi parassiti e con le sanguisughe (e qui mi riferisco a tutto l'Occidente, non alla sola Italia), né li si potrebbe biasimare: cosa fai con chi ti succhia il sangue?
    Intanto noi ci beiamo parlando di democrazia e libertà di stampa: come preoccuparci per il fatto che energumeno, che sta per sgozzare noi e tutta la nostra famiglia, dice le parolacce e parla con la bocca piena. Ma questo è il provincialismo dell'Occidente, che ormia vive in un mondo onirico completamente avulso dalla realtà: mentre le nostre opinioni pubbliche e le nostre élites si preoccupano di diritti umani e di democrazia formale (e le nostre vere dirigenze, nella sostanza, fanno porcate e crimini immondi, senza per questo essere meno ottuse e crepuscolari, come il rapinatore che, sapendosi spacciato massacra gli ostaggi come ultimo atto di disperazione), loro, che di questi paraventi se ne fregano bellamente, lavorano, producono, innalzano pian piano il livello di vita delle loro popolazioni, investono in Africa e in altre realtà sottosviluppate in modo disinvolto ma meno distruttivo di come abbiamo fatto noi (col risultato che, sia pure da subalterni, si svilupperanno anche quei popoli) e costruiscono il futuro dell'umanità.

  9. utente anonimo says:

    Per Peucezio #9

    Concordo con te solo in parte.

    Guarda, da ventitre' anni conosco un posto…

    …dove un dirigente ebbe a dire in faccia al quadro che poi sarebbe diventato il suo successore: 'Dottore, lei non ha capito: non occorre fare le cose, occorre far vedere che si stanno facendo';
    …dove il rapporto fra la percentuale dei dirigenti e quella dei dipendenti  è stata per anni superiore a quella dei ministeri dell'URSS dei bei tempi (e parlo alla lettera);
    …il cui amministratore delegato ebbe a dire che l'importante è gestire, chè tanto le competenze le si trova fuori della porta un tanto al chilo;
    …in cui un dirigente sbotto' in riunione a dire ''sì, vabbeh, lo so, è la solita 'F = ma' -o è mica 'F = Ma2', non mi ricordo mai'';
    …dove per vent'anni un dirigente s'e' preso trattamento di trasferta abitando nello stesso comune dello stabilimento, figurando come dirigente di una inesistente filiale esterna;
    …dove un documento burocratico sbagliato è stato corretto dopo due giorni e un documento tecnico sbagliato è stato corretto dopo quindici anni.

    Questo stesso posto è stato fino a ieri foraggiato da quella stessa UE…

    …che ha nominato delle persone traduttori dal francese all'italiano senza mai passar loro una traduzione in dieci anni;
    …che ha scelto due volte un fisico del plasma come esperto valutatore di proposte di finanziamento su materiali ceramici;
    …che alcuni politici pugliesi dell'area di governo hanno definito in un comizio 'la Cassa per il Mezzogiorno che parla francese';
    …che ha finanziato con trecentomila ECU (gli euro dell'epoca) ricerche sulla gravità a professori di chimica;
    …che, forte dell'1% dell'IVA versata in tutti gli  Stati membri, paga sedicenti traduttori fiamminghi madrelingua italiana che con la lingua di Dante hanno in comune solo il nonno sopravvissuto a Marcinelle.

    Con questo po' po' di esperienza alle spalle ti dico:

    guarda che per la repressione metodica delle eccellenze italiane non c'e' bisogno di chissà quale disegno centralista o mondialista. Basta che ci sia una classe dirigente che voglia mantenersi attaccata alla poltrona senza assumersi alcuna delle responsabilità del comando. (Una volta si sarebbe detto: basta la DC).

    Chi ha mal di denti va dal dentista: se uno dice che ha mal di denti poi va dal ginecologo, è verosimile che voglia solo marcare visita, ma certamente non ha mal di denti.

    La frase di quel dirigente merita una traduzione in latino, da mettersi come stemma all'ingresso di molti luoghi di questo paese e in Europa:

    NON FIERI SED VIDERI OPORTET

    Per il resto del tuo post concordo con te.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  10. controlL says:

    in realtà èmolto semplice economicamente, parecchio più complicato politicamente. non ha più senso lavorare, ne aveva già pochissimo nel dopoguerra, così.p

  11. utente anonimo says:

    grazie ragazzi!  mi avete fatto venire una botta di allegria! Non avrei mai pensato che potesse essere felice di entrare nella terza età…  al meno la mia mancanza di futuro è fisiologica!!
    v.

  12. Peucezio says:

    Andrea, sono d'accordo.
    Io non è che penso che ci sia un complotto, anche se è qualcosa che va incontro in parte a certi interessi del capitalismo contemporaneo.
    C'è piucchealtro una somma di fattori: ottusità e mancanza di un minimo senso di prospettiva della classe politica e di molta parte delle élites dirigenti; post-sessantotto con tutto il suo portato culturale e antropologico; post-modernità americana idiota con i suoi psicologi d'azienda, il suo pensare positivo, i suoi corsi su come masturbarsi, come mingere, come defecare ecc.; Unione Europea che di questa postmodernità americana prende il metodo, ma non l'aggressività, lo spirito di competizione, il pragmatismo e il principio di responsabilità individuale, che un minimo gli americani hanno ancora;  aggiungiamoci un po' di tendenza italiana a barcamenarci e a lasciare che le cose vadano un po' come vanno, tanto alla fine ce la si cava ed è presto fatt.
    Ma il problema non è l'Italia in sé. L'Italia ha un po' più da perdere di altri perché ha ancora un po' di insustria manifatturiera, un po' di tessuto produttivo, ma il problema è l'Europa e l'Occidente in genere, che pretende di continuare a vivere bene senza produrre più un cavolo e, quel che è peggio, disperdendo le competenze che aveva. Perché finché tu smetti di fare le cose, ma le sai fare, puoi sempre ricominciare a farle. Se tu disimpari a farle, sei finito.

  13. utente anonimo says:

    Per Peucezio #13

    Sostanzialmente concordo. Anche se esiste, bisogna pur dirlo, una notevole eccezione dove rinnoviamo i fasti rinascimentali. Da che mondo e mondo, quando un'area decade e un'altra sorge prima o poi scoppia una serie di conflitti armati. Ne segue che il mercato delle armi deve rifiorire. E difatti, non solo il mercato delle armi non conosce crisi, ma la produzione manifatturiera italiana nel settore è assolutamente florida: +62% di fatturato negli ultimi due anni. E' di ieri la notizia (di fonte Peacereporter) che gli emuli della Valsella aggirano il bando sulle mine antiuomo vendendo via triangolazioni assortite le schede elettroniche per il loro funzionamento (come al solito, l'Italia va forte nella componentistica). L'Oto Melara rifulge nel settore dei cannoni navali. In un settore dove l'attenzione è rivolta soprattutto alle armi di distruzione di massa, trionfa il mercato delle armi leggere:  Beretta e Franchi stanno a pistole e fucili copme Ferrari e Armani stanno alle automobili e alla moda. La Cavour la bella mostra dell'industira bellica nazionale con la scusa dela missione umanitaria ad Haiti, i centomila euro giornalieri per il suo mantentimento essendo ripagati direttamente o indirettamente dagli sponsor ufficiosi -che poi sono quelli che ci bombardano di inviti a donare via cellulare a Telethon e soci. Ho visto di recente una brochuire di una nota impresa nazionale del settore armiero che vantava il proprio finanziamento ad un convento di Frati Minori. (Quanto a spudoratezza, nulla tuttavia supera quella pubblicità specialistica che lessi a suo tempo su una rivista del settore: 'UNA GUERRA NON E' UNA GUERRA SENZA UN ELICOTTERO AEROSPATIALE').

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  14. Peucezio says:

    con la T??

    Un altro aspetto da considerare nelle dinamiche geopolitiche mondiali è il fatto che la forza gioca comunque un ruolo determinante. Non c'è sistema economico, per quanto florido, che possa sopravvivere se arriva un aggressore armato e lo sottomette. D'altronde però non puoi creare un sistema di difesa valido se non hai un retroterra industriale ed economico decente: le armi costano, bisogna produrle o almeno acquistarle, mantenere in piedi un esercito efficiente richiede mezzi economici ingenti…
    In questo senso l'Italia, che è comunque una delle 8 maggiori potenze industriali e che, appunto, ha una produzione di armamenti di rilievo, ha una difesa molto sottodimensionata alle sue potenzialità, mentre potrebbe benissimo essere una potenza militare al pari della Francia o dell'Inghilterra. Il che avrebbe una ricaduta rilevante in termini di deterrenza ma, più in generale, di prestigio e di peso internazionale, perché la voce in capitolo che hai nel mondo non dipende solo dalla tua forza economico e dalla tua abilità diplomatica, che pure sono importantissime.
    La forza bruta purtroppo è ancora un elemento determinante nei rapporti internazionali e bisogna quindi tenerne conto.

  15. utente anonimo says:

    Per Peucezio #15

    Sì, con la T perchè era una ditta francese.

    Per il resto concordo (a parte il fatto che per essere alla pari dell'Inghilterra non basta avere voglia di spendere quanto spende l'Inghilterra ma bisogna anche avere le basi in giro per il mondo).

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  16. utente anonimo says:

    Perchè non dite queste cose a Miguel che sogna/rimpiange fabbriche con 20.000 dipendenti sindacalizzati che non esistono più in nessuna parte del mondo?

    Il bello è che nessuno affronta il problema in termini (anche) economici, o si fa del moralismo alla ADV, o del bellicismo, o della pura antropologia.

    Vabbè, mi accodo al partito di Peucezio, in realtà ci sono un sacco di mestieri MANUALI che si potrebbero fare per sopravvivere, e che gli immigrati iniziano a fare.

    E molti di questi permetterebbero di realizzare oggetti e servizi vendibili ai nuovi padroni del mondo, permettendo agli italiani di campare.

    Saluti

    Francesco

  17. PinoMamet says:

    "Finché c'è guerra c'è speranza":
    titolo fantastico, e film godibilissimo (e sempre attuale, come si usa dire)

  18. kelebek says:

    Per Francesco n. 5

    vedo poche alternative praticabili.

    Alternative a cosa? Perché la domanda fondamentale è quella.

    Quando milioni di contadini sono emigrati nelle città, era per passare da una condizione all'altra.

    Il passaggio ha avuto aspetti profondamente negativi; ma era un rinunciare a questo per avere quello.

    La domanda è, qual è il "quello" attuale?

    Miguel Martinez

  19. kelebek says:

    Per Peucezio n. 8

    Io lavoro spesso con piccole aziende, create esattamente dal tipo umano che tu descrivi ("in Veneto, in Brianza" ecc.).

    E concordo che quella gente costituisce la forza dell'economia italiana: è un dato di fatto, a prescindere dalla simpatia o l'antipatia che tale tipo umano possa attirare.

    Se crollano loro, crolla l'economia italiana.

    E loro stanno già crollando, se non altro per un passaggio di generazione: il ragazzo che eredita la villetta di famiglia non è detto che abbia voglia di alzarsi alle 5 di mattina per controllare la fabbrichetta prima che arrivino gli operai, o a rinunciare alle vacanze per fare una consegna a Ferragosto.

    Miguel Martinez

  20. kelebek says:

    Per Andrea n. 9

    Interessante, perché dimostri come la distinzione tra "pubblico" e "privato" costituisca in gran parte un falso antagonismo.

    Esiste una dimensione in cui un'azienda diventa essa stessa quasi uno stato, con relativi fenomeni di corruzione, intrighi, truffe e mancanza di partecipazione.

    Miguel Martinez

  21. kelebek says:

    Per Francesco n. 16

    Perchè non dite queste cose a Miguel che sogna/rimpiange fabbriche con 20.000 dipendenti sindacalizzati che non esistono più in nessuna parte del mondo?

    Perché leggi cose che io non ho mai scritto?

    Non ho parlato né di sogni né di rimpianti, ma di constatazione. Certo che è l'economia che crea queste condizioni. E allora?

    Miguel Martinez

  22. utente anonimo says:

    e allora sarà l'economia a spiegare cosa non può più esistere e cosa esisterà

    io leggo un tuo rimpianto (si è perso il futuro) per la sicurezza garantita da un sistema che è morto, e da parecchio tempo

    troverei più interessante una riflessione su cosa CI offre il presente

    ciao

    Francesco

  23. onemuslim says:

    Ciao Miguel,

    potresti dire al signore che ti ha contattato, di dire all'azienda in questione, di dire all'agenzia, di dire alla Eu di contattare l'azienda dove lavoro io per farti venire a farci lezione? ;) qui c'è veramente bisogno di un corso d'inglese, ma i "capi" non riescono a capirlo!!

    buona giornata!

    ps. bel pos!

  24. Peucezio says:

    Beh, Franceso, converrai che la decadenza dell'Italia è un dato di fatto. Che poi certi sistemi di iperprotezione sindacale e di mantenimento di logiche legate alla grande industria e ai carrozzoni di stato, con il conseguente mantenimento di privilegi ingiusti da parte di ceti parassitari a scapito dei ceti produttivi, dei giovani e delle fasce prive di protezione, lungi dal risolverla, concorra ad aggravare tale crisi, non c'è dubbio.
    Il fatto è che fino a venti o quandici anni fa c'era quel sistema perché ce lo potevamo permettere (o credevamo di potercelo permettere, consumando a credito ai danni delle generazioni successive), mentre oggi non ce lo possiamo permettere più. Ma il venire meno di quel paese del bengodi non è, ovviamente, la causa della crisi, ma ne è la conseguenza e, tanto più resistono sacche di quel bengodi, tanto più la crisi si aggrava a scapito degli altri e, alla lunga, a scapito di tutti.

    Miguel #19
    In effetti sembrerebbe fisiologico che il benessere e la ricchezza portino decadenza: una volta che uno ha la pancia piena e le comodità, non ne vuole più sapere di lavorare, solo che se non lavora, chi mantiene la sua pancia e le sue comodità?
    Probabilmente ci arriveranno anche i Cinesi, ma per loro ci vuole ancora tempo e nel frattempo, se tutto continua nella stessa direzione, ci avranno annientati.
    E' anche vero che l'Italia nella sua storia ha manifestato una vitalità che sembra trascendere le condizioni economico-sociali e politiche, perché anche la parabola di Roma è stata analoga, eppure già nel basso Medioevo eravamo ancora tornati il centro del mondo e lo siamo rimasti fino al Rinascimento e oltre. Perché se è vero che dopo la scoperta dell'America il baricentro della storia si è di nuovo spostato altrove, in tanti ambiti, malgrado tutto, abbiamo continuato a primeggiare e, a ogni mazzata, ci siamo ritirati su e abbiamo tirato fuori cose nuove.
    Il problema dell'Italia attuale è che condivide i suoi destini con quelli del mondo occidentale contemporaneo (che è nato altrove, ha una matrice nord-europea e protestante e con le nostre raidic storiche in fondo c'entra poco) e quindi ne condivide anche la parabola decadente (così come ne ha condiviso l'ascesa), per molti versi acuendola.
    Se noi scindessimo una volta per tutte i nostri destini da quelli dell'Occidente e in particolare dell'Europa occidentale, non solo geopoliticamente, ma anche culturalmente, come modelli sociali, antropologici, di costume, potremmo scongiurare il disastro.
    D'altronde, come basta una generazione per abituarsi alla disponibilità di risorse e a un modello individualista ed edonista, ne basta una anche per riabituarsi a uno stile più sobrio e a un modello familistico, comunitario, collettivo: il primo cambiamento è determinato appunto dalla disponibilità, il secondo, di solito, dalla necessità: pochi rinunciano a consumare o a godere ciò che hanno, nessuno consuma ciò che non ha.

  25. kelebek says:

    Per Francesco n. 22

    troverei più interessante una riflessione su cosa CI offre il presente

    E' esattamente ciò che ho chiesto a te.

    Aspetto (tanto in cassa integrazione non mi ci mettono).

    Miguel Martinez

  26. Peucezio says:

    Per inciso, dirò una cosa che per molti di voi suonerà una bestemmia.
    Credo che la presenza della Chiesa Cattolica in italia possa favorire un processo del genere. E' un'entità che, pur non combattendolo frontalmente, almeno negli ultimi anni, non ha mai assimilato e accettato davvero la logica del modello individualista e consumista e, ultimamente ancor più di alcuni anni fa, insiste nel proporre modelli e valori che, sia pure in forma molto più blanda, ricordano di più quelli di società non occidentali che quelli del laico, indifferentista e (sempre meno) opulento Occidente liberal-democratico. Nel momento in cui quest'ultimo sarà travolto (e non ci vorrà molto) noi abbiamo una risorsa in più, non dobbiamo reinventarci tutto da zero.

  27. Peucezio says:

    Miguel, magari ti ci mettevano, così continuavi a tradurre i tuoi manuali tecnici e intanto ti insaccocciavi in più ottocento euro ogni mese gratis et amore Dei.

  28. utente anonimo says:

    Per Peucezio #24 e #26

    Sorprendente quanti sono i punti di contatto fra noi!

    ''Chiesa''

    L'idea di una economia di mercato alternativa al liberismo thatcheriano riaffiora periodicamente nel pensiero cattolico: 'Populorun progressio' e Rerum Novarum' a parte, vien da pensare al 'distributismo' professato dagli amici di Chesterton. E' ben possibile che tramontato il mito statunitense ci sia un rifiorire di questi atteggiamenti.

    ''Il problema dell'Italia attuale è che condivide i suoi destini con quelli del mondo occidentale contemporaneo (che è nato altrove, ha una matrice nord-europea e protestante e con le nostre raidic storiche in fondo c'entra poco) e quindi ne condivide anche la parabola decadente (così come ne ha condiviso l'ascesa), per molti versi acuendola.''

    Stai invocando la tesi della parte centrale (cito a memoria) dell' Etica protestante e lo spirito del capitalismo di Weber. L'autore contrappone infatti il capitalismo all'economia umanistica. Il primo è rappresentato in sommo grado dallo statunitense Benjamin Franklin il quale sostiene che 'perdere per pigrizia l'occasione di un buon affare è tanto grave quanto l'omicidio volontario: in entrambi i casi si tratta dela volontaria distruzione dell'opera dell'Onnipotente'. Il secondo è rappresentato dall'italiano Leon Battista Alberti, che teorizza una ricchezza posta al servizio della bellezza vissuta in modo conviviale. C'e' una poesia di Ezra Pound sull'usura che dice all'incirca la stessa cosa.

    ''il primo cambiamento è determinato appunto dalla disponibilità, il secondo, di solito, dalla necessità''

    E' Platone a descrivere Eros come un monello vagabondo figlio della Necessità, ed è De Crescenzo a ritrovare nella descrizione platonica la descrizione de tradizionale scugnizzo napoletano.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  29. utente anonimo says:

    Per Peucezio #24

    ''permettere''

    E qui discordiamo. Il sistema delle garanzie a favore del lavoro dipendente ha mantenuto un reddito minimo ai quegli stessi consumatori nazionali dei prodotti nazionali, consumatori senza i quali nessuna industria si afferma all'estero (a meno di non esercitare sulla socetà un controllo davvero confuciano). Introdurre la guerra fra poveri tramite l'esclusione di fasce crescenti della popolazione dal godimento di quei diritti (come vogliono i teorici della 'società dei due terzi' e come non dovrebbe volere una sinistra appena degna di questo nome) è il modo migliore di abbassare la paga media, di produrre povertà diffusa, di deprimere i consumi e di accelerare la deindustrializzazione. Perseguire tale scopo è ignorare che -come ogni cosa in ogni epoca- il benessere della collettività è sempre e solo frutto della lotta di classe.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  30. utente anonimo says:

    Forse una delle caratteristiche principali di questi particolarissimi tempi è l'assenza di futuro: cioè della base stessa di ogni progetto, individuale o comune.

    Senza futuro, non serve né organizzarsi, né prepararsi. Possiamo solo aspettare.

    MiguelMartinez

    _______________

    Probabilmente avrai ragione tu. ma io la vedo un po' diversamente: il futuro non è che non c' è più … c' è sempre, solo che anzicché essere lo spazio-tempo in cui proiettare l' immaginario collettivo del meglio, è   spazio-tempo in cui proiettare l' immaginario collettivo del peggio.

    Ad esempio, provate a mettere un trentenne odierno davanti a una fiat ritmo e un ottantenne, sempre odierno, davanti a una fiat balilla … chi si commuoverà di più pensando al passato ? … Io prevedo, anzi vedo, un esito paradossale.

    Anche se guardate i commenti a spezzoni di film / cartoni animati o a video di canzoni su Youtube e siti simili, è incredibile quanti trentenni rievochino sconsolati quei tempi, quei "valori semplici e positivi" che tali programmi presuntamente trasmettevano … neanche fossero degli ultracentenari di trent'anni prima !

    XXX

  31. kelebek says:

    Per Andrea n. 29

    Giustissimo. E spiega perché il capitalismo fino al 1975 circa ha diffuso ovunque la cultura "socialdemocratica" dei redditi che permettevano l'accesso ai consumi.

    Miguel Martinez

  32. kelebek says:

    Per XXX n. 30

    Grazie

    Miguel Martinez

  33. Peucezio says:

    Andrea,
    in effetti "L'etica protestante e lo spirito del capitalismo" (anch'io cito a memoria) è uno di quei libri che io non ho letto (e me ne vergogno: fa bella vista di sé, si fa per dire, in una semplice edizione BUR in uno scaffale delle mia libreria, praticamente intonso) ma che, cionondimeno, ha avuto un'influenza profondissima sulla mia visione del mondo. Io sono un buon esempio di persona che ha tratto grande conoscenza e dottrina dai libri che NON ha letto, un po' come in mio amico che alcuni anni fa era in grado di darti un acuto e profondo giudizio critico-estetico su film contemporanei che NON aveva visto, tanto che gli capitava spesso di dire, con estrema  naturalezza, frasi del tipo: "quello è veramente un bel film, il più bello dei film di quest'anno che io non ho visto". E' un po', in forma rovesciata, come la famosa frase di Vanni Scheiwiller: "Non l'ho letto e non mi piace".

    A proposito invece della tua obiezione, intendiamoci, non è che io sia per la deregulation, la precarizzazione selvaggia ecc. E' che, proprio per dare un minimo – e magari anche più di un minimo – di garanzie ai non garantiti, sarebbe il caso di sradicare i privilegi di quelli che sono troppo garantiti, cioè che sono inamovibili anche se non lavorano, che fanno centocinquanta giorni di malattia all'anno, ecc.
    Ciao

  34. utente anonimo says:

    x Andrea 29 e Miguel 31

    stupendo!

    se si doveva sintetizzare perchè non c'è futuro per l'Italia, questi post sull'accecamento ideologico che persiste di fronte a qualsiasi cosa i fatti vogliano (poveri illusi) proporre è perfetto.

    Mi ricodate tantissimi i megabanchieri che spiegano che non hanno fatto niente di male nelgi ultimi 15 anni e che il sistema va bene così e che i rimedi proposti sono sbagliati.

    Mi sa che invece di Max Weber devo riprendere Alessandro Manzoni …

    saluti

    Francesco

  35. utente anonimo says:

    Per Peucezio #33

    ''di garanzie ai non garantiti, sarebbe il caso di sradicare i privilegi di quelli che sono troppo garantiti''

    Nobile l'obiettivo, sbagliato il bersaglio. Avversario di chi guadagna poco non è chi guadagna poco più di lui, ma chi guadagnando tanto toglie a entrambi. Ovvio che chi più guadagna ha tutto i'interesse vedere il non garantito e l'appena garantito sbranarsi per quello he hanno. Divide et impera, no? Nemico del precario non è il dipendente, ma l'evasore; così come nemico del contadino non è lo zingaro giramondo, ma il latifondista, e nemico dell'intelligenza non è l'ignoranza, ma l'irrazionalità. E difatti ogni destra, immancabilmente, butta negli occhi degli utlimi e dei penultimi il fumo dei Valori, le armi di distrazione di massa della Paura, la menzogna del Bene Comune del monologo di Menenio Agrippa. Mentre ogni sinistra difendendo l'universale validità delle regole fa per cio' stesso lotta di classe.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  36. utente anonimo says:

    >> Nemico del precario non è il dipendente, ma l'evasore

    David RIcardo e il ruolo del commercio internazionale. Dovrebbe bastare a smentire questa "economia politica alla Di Pietro".

    Ma forse pecco di razionalismo …

    Francesco

  37. utente anonimo says:

    Per Francesco #36

    ''Ricardo''

    Cosa c'entra il comercio internazionale con l'evadere le tasse? Non vorrai mica dire che le fortune dei grandi Paesi capitalistici come l'Inghilterra o gli USA si basano sull'evasione fiscale di massa?

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  38. utente anonimo says:

    i nemici dei lavoratori italiani non sono gli evasori fiscali, che in larghissima parte spendono il denaro evaso creando più lavoro che se fosse buttato via dallo Stato, ma i lavoratori stranieri che hanno uno stipendio più basso

    contro questo dato di fatto a livello di struttura dell'economia, i discorsi sull'evasione sono seghe mentali sovrastrutturali, del tutto irrilevanti

    Francesco

  39. utente anonimo says:

    Per Francesco #38

    ''larghissima parte''

    Mah. Io tutti questi capitali reinvestiti non ne vedo. l capitalimo italianoè famoso per essere un capitalismo senza capitali. Vedo invece un sacco di macellai che appaono nlatenenti al fisco e si beccano abbonamenti gratuiti sull'autous e i primi posti per gli asili nido comunali dei figli.

    ''irrilevanti''

    Sono tanto irrilevanti che negli altri paesi sviluppati ad alto costo del lavoro coi soldi delle tasse si pagano la scuola, la ricerca e i servizi alle imprese che rendono più competitiva l'industria nazionale O che Francesi e Tedeschi son tutti scemi e noi siamo gli unci furbi?

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  40. utente anonimo says:

    e chi ha parlato di reinvestimenti?

    da buon keynesiamo mi accontento dei consumo dei proventi dell'evasione, che è tutta domanda, e di qualità miglioer di quella espressa dallo Stato

    servizi alle imprese … ricerca e sviluppo … mi sa che vedi troppi film di fantascenza

    Francesco

  41. utente anonimo says:

    Per Francesco #40

    ''reinvestimenti''

    Ah ecco, volevo ben dire che pensavi alla borghesia compradora che ha ridotto il Sudamerica nelle condizioni in cui era alla fine dell'era Reagan.

    ''fantascienza''

    Sì: fantascienza francese, tedesca, giapponese, finlandese, spagnola…

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  42. utente anonimo says:

    Francia?
    Giappone?
    Spagna?

    ma tu hai mai lavorato in vita tua?

    Francesco il realista

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