Bolivia, inondazioni umanitarie e l’industrializzazione della coca

Tra i vari e notevoli commentatori di questo blog, c’è Pedro Navaja: più che commenti, i suoi sono veri e propri saggi; i primi risalgono a quando scrissi della morte di quello straordinario uomo di confine che era Eduardo Rózsa Flores.Pedro Navaja scrive dalla Bolivia, di cui ci presenta un quadro decisamente insolito. Non so se sono d’accordo con il suo giudizio fortemente critico sul governo di Evo Morales, ma Pedro Navaja è eccezionalmente abile nel presentare le cose sotto una nuova luce, lontana dai luoghi comuni che imperversano a Destra come a Sinistra.

Abbiamo già pubblicato diversi mesi fa una sua

critica al governo di Morales.Oggi, invece, un nuovo intervento sul tema delle Organizzazioni Non Governative e più ampiamente dell’interventismo umanitario.

Ecco cosa scrive Pedro Navaja:

Non si tratta solo di ONG, o di missioni umanitarie o di donazioni di privati. I fondi maggiori per le missioni umanitarie, o di cooperazione (escludendo naturalmente il militare o affine) vengono direttamente dai governi. Il principale donante mondiale è la UE, Unione Europea. Che poi questa si muova anche sulla base delle pressioni calibrate dalla stampa sull’opinione pubblica è quasi sempre vero. Ma non avviene solo così.

Eccoti due casi, come sempre, della Bolivia, il paese che riceve più fondi di donazione e cooperazione del continente americano.

1 ) tutti gli anni le savane d’inondazione del Beni, una regione tropicale orientale della Bolivia, 200mila kmq, appunto si inondano; sempre, dalla cosiddetta notte dei tempi (per essere precisi da almeno 10 mila anni, ultima glaciazione, quindi praticamente dall’epoca della presenza umana nell’area).

E’ la savana d’inondazione più estesa del mondo (più estesa del noto Pantanal). Sede della cultura umana organizzata più antica di quel paese che oggi si chiama Bolivia, da migliaia di anni l’uomo conviveva con l’annuale inondazione sfruttando sia le risorse terrestri come quelle acquatiche. La cultura preispanica nota come “cultura de las lomas” (delle colline), costruiva appunto colline artificiali per gli insediamenti umani, quindi ubicati sopra il limite massimo dell’inondazione annuale, tumuli per le coltivazioni agricole, canali, lunghissime dighe o terrapieni per creare lagune o reti di comunicazione. Moltissime e di queste costruzioni, così come dei manufatti di ceramica, sono ancora visibili nella regione. Per farla breve quindi una regione che da sempre convive con l’inondazione periodica visto che in questa enorme depressione (meno di 200 mt slm a migliaia di km dall’oceano), coperta da uno spesso strato di argilla, confluiscono i fiumi di un bacino idrografico di quasi un milione di kmq.

Anche le attuali popolazioni locali hanno imparato a convivere con questo fenomeno, che ogni anno, va detto, si ripresenta in varia forma (più o meno esteso, in un’area piuttosto che un’altra ecc). Nel 2006-2007, in coincidenza con il grande richiamo mediatico dell’elezione di Evo Morales, per l’epoca dell’inondazione arrivarono le telecamere di CNN (e da li quindi la notizia in tutto il mondo, Italia compresa, con le foto delle vacche rifugiate appunto sulle antiche colline artificiali). Da allora nel Beni si sono istallate varie ONG internazionali (finanziate principalmente dalla UE), agenzie dell’ONU, sono apparse le jeep con le antenne satellitari, e tanti altri donanti che si contendono le popolazioni locali. Sia chiaro: principalmente gli abitanti delle aree urbane ricevono alcuni benefici da queste donazioni ma anche lo spirito e la prassi dell’assistenzialismo che potrebbe far dimenticare l’antica cultura di convivenza con l’inondazione.

Molte ONG e organizzazioni internazionali agiscono quindi anche come grandi elementi della “globalizzazione” culturale, della standarizzazione e appiattimento delle storie locali, oltre ad apparire come grandi uccelli del malaugurio che, anticipando scenari d’inondazione sempre più catastrofici, facilitate anche dal richiamo mediatico del cambio climatico, chiedono di poter accedere a finanziamenti per mantenere strutture e funzionari in forma stabile nell’area.

 

2 ) in questo secondo esempio non c’è bisogno dell’intervento della stampa.

La Bolivia è il terzo produttore mondiale di coca. Dall’arrivo di Morales si è tornati a nuovi interessanti livelli di produzione (da più o meno 12 mila ettari del 2005 a quasi 35mila del 2009). Il ritornello del governo è sempre lo stesso: la coca è pianta ancestrale, storica, sacra, ecc ecc. Ma non è mistero per nessuno, tanto che lo stesso ministro del settore lo ha ammesso in varie occasioni, che almeno il 90% della produzione si trasforma in cocaina (ecco una delle ragioni per cui la Bolivia non è stata colpita dalla crisi mondiale ed ha avuto la maggiore crescita economica del continente nel 2009).

Ebbene: il governo chiede fondi per industrializzare la coca al di fuori del circuito del narcotraffico. Da chi ottiene questi fondi? Dalla UE. Cioè, facendo un po’ di demagogia, 50 milioni di euro dei contribuenti europei vanno per due piani di “industrializzazione” della coca che porteranno solo ad una maggiore e più pratica produzione delle foglie da trasformarsi in cocaina.

Nota1: è inutile nascondere ciò che è oramai da decenni chiaro. L’enorme margine di guadagno del narcotraffico non ha concorrenti, ancor più limitati quando praticamente sono stati quasi annullati i controlli come in Bolivia.

Nota2: l’area di principale produzione di coca, il chapare, ha ricevuto negli ultimi 20 anni, i maggiori finanziamenti internazionali (si chiamava “sviluppo alternativo” alla coca) di ogni altra area rurale del continente americano. Le ragioni del perchè non sia cambiato nulla sono esposte nella prima nota.

Nota 3: le popolazioni indigene del chapare sono state gradualmente espulse dai loro territori per far posto ai coloni andini quechua aymara, come morales, che hanno occupato l’area dell’oriente tropicale a partire dagli anni 60.

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11 Responses to Bolivia, inondazioni umanitarie e l’industrializzazione della coca

  1. utente anonimo says:

    Hai scortato di taggare il post …

    :)

    se posso suggerire:

    america latina, bolivia, capitalismo, dominio, immaginario

    Lo sai già, ma te lo dico lo stesso: il "lettore impegnato" medio si aspetta che prima o poi si arrivi all’ uomo-più-magliettato della Storia;

    Che Guevara . Un eroe dell’ anticapitalismo che però al capitalismo rende moltissimo come soggetto di gadget.

    :)

    XXX

  2. utente anonimo says:

    "scorDato" XXX

  3. utente anonimo says:

    … e che, per restare in tema, proprio in Bolivia trovò la morte.

    XXX

  4. utente anonimo says:

    Chiedo una cosa a Pedro Navaja o a chi ne sia informato: che ne è stato delle decisioni di Morales sui giacimenti di litio del suo paese (il litio sta diventando un materiale strategico per la fabricazione delle batterie per le automobili elettriche)? Mi riferisco all’articolo del New York Times che riporto qui sotto.

    In Bolivia, Untapped Bounty Meets Nationalism –
    Underneath the salt flats in Uyuni, Bolivia, lie the world’s largest lithium reserves
    Noah Friedman-Rudovsky for The New York Times

    By SIMON ROMERO
    Published: February 2, 2009

    UYUNI, Bolivia — In the rush to build the next generation of hybrid or electric cars, a sobering fact confronts both automakers and governments seeking to lower their reliance on foreign oil: almost half of the world’s lithium, the mineral needed to power the vehicles, is found here in Bolivia — a country that may not be willing to surrender it so easily. Japanese and European companies are busily trying to strike deals to tap the resource, but a nationalist sentiment about the lithium is building quickly in the government of President Evo Morales, an ardent critic of the United States who has already nationalized Bolivia’s oil and natural gas industries.
    For now, the government talks of closely controlling the lithium and keeping foreigners at bay. Adding to the pressure, indigenous groups here in the remote salt desert where the mineral lies are pushing for a share in the eventual bounty. “We know that Bolivia can become the Saudi Arabia of lithium,” said Francisco Quisbert, 64, the leader of Frutcas, a group of salt gatherers and quinoa farmers on the edge of Salar de Uyuni, the world’s largest salt flat. “We are poor, but we are not stupid peasants. The lithium may be Bolivia’s, but it is also our property.” The new Constitution that Mr. Morales managed to get handily passed by voters last month bolstered such claims. One provision could give Indians control over the natural resources in their territory, strengthening their ability to win concessions from the authorities and private companies, or even block mining projects.
    None of this is dampening efforts by foreigners, including the Japanese conglomerates Mitsubishi and Sumitomo and a group led by a French industrialist, Vincent Bolloré. In recent months all three have sent representatives to La Paz, the capital, to meet with Mr. Morales’s government about gaining access to the lithium, a critical component for the batteries that power cars and other electronics. “There are salt lakes in Chile and Argentina, and a promising lithium deposit in Tibet, but the prize is clearly in Bolivia,” Oji Baba, an executive in Mitsubishi’s Base Metals Unit, said in La Paz. “If we want to be a force in the next wave of automobiles and the batteries that power them, then we must be here.”
    Mitsubishi is not alone in planning to produce cars using lithium-ion batteries. Ailing automakers in the United States are pinning their hopes on lithium. One of them is General Motors, which next year plans to roll out its Volt, a car using a lithium-ion battery along with a gas engine. Nissan, Ford and BMW, among other carmakers, have similar projects.
    Demand for lithium, long used in small amounts in mood-stabilizing drugs and thermonuclear weapons, has climbed as makers of batteries for BlackBerrys and other electronic devices use the mineral. But the automotive industry holds the biggest untapped potential for lithium, analysts say. Since it weighs less than nickel, which is also used in batteries, it would allow electric cars to store more energy and be driven longer distances. With governments, including the Obama administration, seeking to increase fuel efficiency and reduce their dependence on imported oil, private companies are focusing their attention on this desolate corner of the Andes, where Quechua-speaking Indians subsist on the remains of an ancient inland sea by bartering the salt they carry out on llama caravans. The United States Geological Survey says 5.4 million tons of lithium could potentially be extracted in Bolivia, compared with 3 million in Chile, 1.1 million in China and just 410,000 in the United States. Independent geologists estimate that Bolivia might have even more lithium at Uyuni and its other salt deserts, though high altitudes and the quality of the reserves could make access to the mineral difficult. While estimates vary widely, some geologists say electric-car manufacturers could draw on Bolivia’s lithium reserves for decades to come. But amid such potential, foreigners seeking to tap Bolivia’s lithium reserves must navigate the policies of Mr. Morales, 49, who has clashed repeatedly with American, European and even South American investors. Mr. Morales shocked neighboring Brazil, with whom he is on friendly terms, by nationalizing that country’s natural gas projects here in 2006 and seeking a sharp rise in prices. He carried out his latest nationalization before the vote on the Constitution, sending soldiers to occupy the operations of the British oil giant BP. At the La Paz headquarters of Comibol, the state agency that oversees mining projects, Mr. Morales’s vision of combining socialism with advocacy for Bolivia’s Indians is prominently on display. Copies of Cambio, a new state-controlled daily newspaper, are available in the lobby, while posters of Che Guevara, the leftist icon killed in Bolivia in 1967, appear at the entrance to Comibol’s offices. “The previous imperialist model of exploitation of our natural resources will never be repeated in Bolivia,” said Saúl Villegas, head of a division in Comibol that oversees lithium extraction. “Maybe there could be the possibility of foreigners accepted as minority partners, or better yet, as our clients.”  To that end, Comibol is investing about $6 million in a small plant near the village of Río Grande on the edge of Salar de Uyuni, where it hopes to begin Bolivia’s first industrial-scale effort to mine lithium from the white, moonlike landscape and process it into carbonate for batteries. Technicians first need to get a brine, or water saturated with salt that is found deep beneath the salt desert, to the surface, where it is evaporated in pools to expose the lithium. Mr. Morales wants the plant finished by the end of this year. Workers here were in a frenzy to meet that goal during late January, laboring under the sun around half-finished walls of brick. Over a meal of llama stew and a Pepsi, Marcelo Castro, 48, the manager overseeing the project, explained that along with processing lithium, the plant had another objective.
    “Of course, lithium is the mineral that will lead us to the post-petroleum era,” Mr. Castro said. “But in order to go down that road, we must raise the revolutionary consciousness of our people, starting on the floor of this very factory.” Beyond the tiny plant, lithium analysts say Bolivia, one of Latin America’s least developed nations, needs to be investing much more to start producing carbonate. But with economic growth slowing and a decline in oil prices limiting the reach of its top patron, Venezuela, it remains unclear how Bolivia can achieve this on its own. Still, even though Mr. Morales is asserting greater control of the economy and taking over oil and gas projects, optimistic industry analysts point out that he allowed some foreign companies to remain in the country as minority partners.
    Mining lithium in Bolivia has its own history of fits and starts. In the early 1990s, nationalist opposition reportedly led by Gonzalo Sánchez de Lozada, a wealthy holder of mining concessions who later became Bolivia’s president, thwarted a plan by Lithco, an American company, to tap the lithium deposits here. That history, coupled with Mr. Morales’s current tensions with Washington, might help explain why American companies appear to be on the sidelines as others seek lithium deals here. Mr. Sánchez de Lozada was ultimately forced to resign as president in 2003 after Mr. Morales led protests against his efforts to export natural gas with the help of foreign capital. As Bolivia ponders how to tap its lithium, nations with smaller reserves are stepping up. China has emerged as a top lithium producer, tapping reserves found in a Tibetan salt flat.
    But geologists and economists are fiercely debating whether the lithium reserves outside of Bolivia are enough to meet the climbing global demand. Keith Evans, a California-based geologist, argues that accessible lithium resources outside Bolivia are significantly larger than estimated by the United States Geological Survey. Juan Carlos Zuleta, an economist in La Paz, said: “We have the most magnificent lithium reserves on the planet, but if we don’t step into the race now, we will lose this chance. The market will find other solutions for the world’s battery needs.”
    On the flat salt desert of Uyuni, such debate seems remote to those still laboring as their ancestors did, scraping salt off the ground into the cone-shaped piles that line the horizon like some geometric mirage. The lithium found under the surface of this desert seems even more remote for these 21st-century salt gatherers. “I’ve heard of the lithium, but I only hope it creates work for us,” said Pedro Camata, 19, his face shielded from the unforgiving sun by a ski mask and cheap sunglasses covering his eyes. “Without work out here, one is dead.”

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  5. pedronavaja says:

    Caro Miguel. Ringrazio per la fiducia anche se mi prendi un po’ in contropiede. Un commento è normalmente più evasivo di un post. In tutti i casi, se ci sarà bisogno di approfondimenti sono a disposizione.

    Per ora cerco di rispondere, come posso e per quanto so o ricordo, ad andrea.

     

    IL salar de uyuni è per il momento più che altro una grande risorsa turistica. Nella buona stagione (turistica, non climatica), tra luglio ed agosto, turisti di ogni latitudine affollano gli hotel locali per fare il classico tour del salar in 4×4: uyuni, colchani, isla del pascador (una roccia di coralli calcarei che affiora dal sale, coperta di cactus e popolata di viscaccie) e ritorno.

     

    Già prima del grande sviluppo turistico, si parlava però di sfruttamento del litio. Non ricordo, come citato l’articolo del NYT, se nel 1992 fu Goni (gonzalo sanchez de Lozada, presidente poi dal 1993-97 e quindi tra il 2002-03) a frustrare il piano di sfruttamento del litio da parte di un’impresa USA. Allora, il presidente Paz Zamora, del movimento nacionalista revolucionario (MIR), firmò un contratto con la Lithium corp. ma le popolazioni locali si opposero. Opportunamente il governo fece marcia indietro e del litio, non del salar, non si parlò più fino all’interesse di questi ultimi tempi.

     

    Cosa sono però sti “salares” (in bolivia ne esiste un altro di grandi dimensioni, coipasa, ed altri piccoli)? Sono praticamente il residuo di un grande lago di epoca preglaciale, che copriva in questo caso un’area di circa 60mila kmq in quello che è oggi l’altipiano. L’erosione dalle cime andine (catena montuosa recente, quindi più predisposta all’erosione) ha accumulato in quelle acque sedimenti con grandi concentrazioni di sali che, una volta evaporata l’acqua, hanno lasciato nel caso di uyuni, un’ area di circa 10mila kmq coperta di una strato di sali di 2-10 metri, e forse altri strati più sotterranei.

     

    La propaganda del governo mostra oggi il litio come un grande orgoglio nazionale. Ne ha ragione. I calcoli ottimisti parlano anche di 9milioni di tonnellate solo in Uyuni. Ma in un paese abituato ai veti incrociati dei vari gruppi corporativi-movimenti sociali (minatori cooperativisti contro minatori sindacali – tra i 20 e 30 morti nel primo periodo di governo Morales-, venditrici di pastiglie contro vespasiani, infermiere “sin carton” (senza diploma) contro quelle “con carton” o, come in questi giorni, di lotte intestine al partito di governo per i posti in lista di consigliere comunale per le prossime amministrative) diventa difficile pronosticare chi, come e quando realmente inizierà uno sfruttamento industriale sistematico del litio.

     

    Credo in linea generale che non ci sia molta fretta: un po’ perchè l’economia va bene, poi perchè comunque bolivia è uno dei principali produttori mondiali di zinco, stagno, piombo, argento, oro, antimonio, rame, tungsteno, wolfram, con le riserve più importanti di gas del continente dopo il Venezuela….e solo 10 milioni di abitanti. Per una facile comparazione, sono quasi gli stessi abitanti di haiti, che però ha le dimensioni di una piccola provincia boliviana. La bolivia è 40 volte più grande di haiti: se avesse la stessa densità di abitanti dovrebbe perciò avere 400milioni di abitanti.

     

    Quindi, anche senza il circuito coca-cocaina, si tratta di un patrimonio invidiabile di materie prime i cui ricavi, di questi tempi, se distribuiti equamente ed amministrati in forma trasparente, potrebbero facilmente permettere qualche lusso in più ai boliviani..

  6. utente anonimo says:

    Per pedronavaja #5

    Ringrazio per l’esaustiva spiegazione :-)

    Quanto a ”equamente”, mi permetto un distinguo. Non sarebbe la prima volta che in Paesi meno sviluppati l’abbondanza di materie prime porta a un approfondimento delle disuguaglianze sociali, tant’e’ che si parla per esempio di ‘maledizione del petrolio’. Se i Boliviani non avranno personale tecnico, politico e amministrativo all’alteza delle multinazionali estrattive, è fin troppo facile prevedere un ritorno all’era Banzer (Banzer è l’unico politico boliviano di cui ricordo il nome, esempio per antonomasia di caudillo appoggiato dallo straniero).

    Ciao!

    Andrea Di Vita

    P.S. Il litio non serve solo alle batterie delle auto elettriche, prodotto che ha un mercato in rapida espansione. serbve anche alla fusione nucleare, controllata e no, perchè ne amplifica gli effetti. Ad es. il deuteruro di litio è l’esplosivo della bomba all’idrogeno.

  7. rigirandola says:

    Interessante punto di vista…
    Quasi tutte le ong  contribuiscano all’appiattimento culturale ed alla distruzione, conseguente, della vita dei popoli, che in Bolivia accade quanto descritto da Navaja è, invece, notizia che contrasta con quelle ufficiali….quindi da considerare…..

  8. Ciao Miguel, vista la tua insistenza a mantenere le falsità rispetto alla mia persona che coinvolge in modo erroneo anche rappresentanti del Governo e che non vuoi tenere fede alle tue parole dove ti dicevi disponibile a modificare gli errori, agirò di conseguenza…siccome Io non vengo a leggere il Tuo Blog se decidessi di tenere fede ai tuoi impegni mi puoi scrivere qui…armanettimaurizio@libero.it
    Ti consiglio di prendere le tue definitive decisioni in tempi brevi…Maurizio Armanetti

  9. dantem says:

    Non avevo letto il precedente post "Bolivia, un punto di vista diverso". Penso comunque che questo articolo potrebbe essere utile a Pedro Navaja:

    USAID’s Silent Invasion in Bolivia

    […]In the case of Bolivia, the OTI contracted the US company, Casals & Associates, to coordinate a program based on decentralization and autonomy in the region considered the "media luna" (half-moon), where the hard core opposition to President Evo Morales is based, particularly in the province of Santa Cruz de la Sierra. Casals & Associates was also charged with conducting a series of training seminars and workshops to strengthen oppositional political parties that were working against then presidential candidate Evo Morales in 2004 and 2005.

    E in particolare, in fondo:

    Penetration in Indigenous Communities

    […]USAID’s work in Bolivia is not just oriented towards strengthening the opposition to Evo Morales and promoting separatism, but also involves attempts to penetrate and infiltrate indigenous communities, seeking out new actors to promote Washington’s agenda that have an image more representative of the Bolivian indigenous majority. One declassified document clearly outlines the necessity to give "more support to USAID and Embassy indigenous interns to build and consolidate a network of graduates who advocate for the US Government in key areas." The document further discusses the need to "strengthen democratic citizenship and local economic development for Bolivia’s most vulnerable indigenous groups." Per USAID, "this program shows that no one country or government has a monopoly on helping the indigenous. The program shows that the US is a friend to Bolivia and the indigenous…"

  10. dantem says:

    Non avevo letto il precedente post "Bolivia, un punto di vista diverso". Penso comunque che questo articolo potrebbe essere utile a Pedro Navaja:

    USAID’s Silent Invasion in Bolivia

    […]In the case of Bolivia, the OTI contracted the US company, Casals & Associates, to coordinate a program based on decentralization and autonomy in the region considered the "media luna" (half-moon), where the hard core opposition to President Evo Morales is based, particularly in the province of Santa Cruz de la Sierra. Casals & Associates was also charged with conducting a series of training seminars and workshops to strengthen oppositional political parties that were working against then presidential candidate Evo Morales in 2004 and 2005.

    E in particolare, in fondo:

    Penetration in Indigenous Communities

    […]USAID’s work in Bolivia is not just oriented towards strengthening the opposition to Evo Morales and promoting separatism, but also involves attempts to penetrate and infiltrate indigenous communities, seeking out new actors to promote Washington’s agenda that have an image more representative of the Bolivian indigenous majority. One declassified document clearly outlines the necessity to give "more support to USAID and Embassy indigenous interns to build and consolidate a network of graduates who advocate for the US Government in key areas." The document further discusses the need to "strengthen democratic citizenship and local economic development for Bolivia’s most vulnerable indigenous groups." Per USAID, "this program shows that no one country or government has a monopoly on helping the indigenous. The program shows that the US is a friend to Bolivia and the indigenous…"

  11. dantem says:

    Non avevo letto il precedente post "Bolivia, un punto di vista diverso". Penso comunque che questo articolo potrebbe essere utile a Pedro Navaja:

    USAID’s Silent Invasion in Bolivia

    […]In the case of Bolivia, the OTI contracted the US company, Casals & Associates, to coordinate a program based on decentralization and autonomy in the region considered the "media luna" (half-moon), where the hard core opposition to President Evo Morales is based, particularly in the province of Santa Cruz de la Sierra. Casals & Associates was also charged with conducting a series of training seminars and workshops to strengthen oppositional political parties that were working against then presidential candidate Evo Morales in 2004 and 2005.

    E in particolare, in fondo:

    Penetration in Indigenous Communities

    […]USAID’s work in Bolivia is not just oriented towards strengthening the opposition to Evo Morales and promoting separatism, but also involves attempts to penetrate and infiltrate indigenous communities, seeking out new actors to promote Washington’s agenda that have an image more representative of the Bolivian indigenous majority. One declassified document clearly outlines the necessity to give "more support to USAID and Embassy indigenous interns to build and consolidate a network of graduates who advocate for the US Government in key areas." The document further discusses the need to "strengthen democratic citizenship and local economic development for Bolivia’s most vulnerable indigenous groups." Per USAID, "this program shows that no one country or government has a monopoly on helping the indigenous. The program shows that the US is a friend to Bolivia and the indigenous…"

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