Haiti: l’asta dei cadaveri e Topolino

Arrivano sode e tonde le cifre dei morti nel terremoto di Port-au-Prince, ovviamente molto prima che qualcuno abbia contato realmente i cadaveri. E’ l’effetto dell’asta mediatica, vinta da un senatore haitiano che ha sparato la cifra trionfale di "500k", come titolano i giornali anglosassoni per risparmiare spazio.

E’ il perfetto trauma - per usare il termine di Mario Perniola – privo di qualunque contesto, che fa provare una gradevole eccitazione, da alternare alla dose quotidiana di urli di calciatori vincenti, ballerine provocanti e politici che si fanno le pernacchie.

La Nazione, un quotidiano che si distingue per feroci titoli sul tema Allarme Extracomunitari, oggi urla a pagina intera, AIUTIAMOLI, un titolo così grande da mettere in ombra addirittura quest’altro, "Coppa Italia, viola ai quarti Fiorentina – Chievo 3-2."

Trovo invece sempre più incerte le cifre sui vivi: l’altro ieri ho citato quella di 1,7 milioni di abitanti a Port-au-Prince, presa da Wikipedia; Repubblica invece parla di 3,5 milioni, un altro sito parla di 1,2 milioni, con 2,5 milioni nell’area metropolitana; ma c’è anche chi parla di 4 milioni.

Qualunque sia il numero, è evidente che il vero disastro è quello, e dipende in larga misura da scelte umane e politiche.

A cavallo degli anni Settanta e Ottanta, l’immensa macchina dei think tank statunitensi, che trasformano gli interessi delle imprese americane in decisioni politiche, scelse di appoggiare il pittoresco dittatore Jean-Claude "Baby Doc" Duvalier, allo scopo di trasformare Haiti nel "Taiwan dei Caraibi", sostituendo l’agricoltura con la produzione industriale per l’esportazione, grazie al costo assai ridotto della manodopera locale.

Aiutare, far progredire, modernizzare, inserire nel mercato globale, urrà!

USAID, l’agenzia politico-umanitaria dell’Impero, usò il bastone e la carota per cacciare i contadini dai campi e mandarli nelle fabbriche: le eccedenze agrarie statunitensi, ampiamente sussidiate, furono riversate nel paese sia come "aiuti diretti", sia come prodotti venduti a bassissimo costo – il dittatore provvide ad abolire praticamente i dazi.

 Il risultato inevitabile fu la distruzione della società contadina.

Grazie ad altri aiuti, i contadini poterono costruirsi baracche fragilissime, ovviamente nei pressi del polo industriale, cioè a Port-au-Prince.

E lì quelli che trovarono lavoro si dedicarono a inscatolare prodotti provenienti dal nuovo sistema agricolo industrializzato, che aveva bisogno di pochissima manodopera; oppure a produrre cappellini da baseball e magliette della Disney  – nel solo 1993, Michael Eisner, amministratore delegato della Disney, guadagnò 203 milioni di dollari, pari a 325.000 volte lo stipendio di un suo operaio haitiano.

Poi, siccome viviamo in un mondo flessibile, gli Stati Uniti mollarono tutto il progetto, lasciandosi dietro le conseguenze.

Ma no, che diciamo? Ieri Obama ha dichiarato al popolo dell’Haiti,  "Non sarete abbandonati e dimenticati, gli Stati Uniti e il mondo sono con voi". Fissando intensamente le telecamere come sa fare solo lui, ha tratto l’inevitabile conclusione, ”Questo – ha aggiunto – è un momento che richiede la leadership dell’America".

LIl signor Michael Eisner con due simpatici amici
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29 Responses to Haiti: l’asta dei cadaveri e Topolino

  1. PinoMamet says:

    Credo
    (chiedo ai meglio informati)

    che Haiti abbia alle spalle una secolare storia di sistematica distruzione subita a opera di Francia prima e Stati Uniti poi;
    a cominciare dalle faraoniche "riparazioni" chieste dalla Francia alla sua ex-colonia, poi primo stato "negro" indipendente, che mi pare Haiti potè pagare solo indebitandosi pesantissimamente appunto con gli Stati Uniti; i quali da allora non hanno cessato di mandare, a intervalli più o meno regolari, le loro forze armate a controllare o imporre dittatori e a controllare l’effettiva distruzione della piccola proprietà agricola in favore di enormi latifondi pensati per mercati esteri.

    Parallelamente, l’"orrore" provocato da un governo negro ha influito sull’immaginario bianco trasformando Haiti in un luogo di orribili riti "vudù", il trionfo della barbarie stessa, alla quale è stata dtata tutta la colpa della situazione locale.
    (Sarebbe interessante leggere in questa chiave la figura dello zombie, credo sia già stato fatto ampiamente)

    Ciao!

  2. kelebek says:

    Per Andrea Di Vita

    mi sembra esatto ciò che dice l’Annunziata, solo che rientra in uno schema un po’ liberal in cui gli Stati Uniti appoggiano dei cattivissimi dittatori per fermare il comunismo, una sorta di errore morale, insomma.

    Mentre non può dire che il problema è proprio nel sistema della globalizzazione umanitaria, che lei altrove appoggia appassionatamente.

    Miguel Martinez

  3. kelebek says:

    Il "dittatore ladro" certamente c’era… ma dubito che abbia messo da parte i soldi che grazie a lui hanno messo da parte le persone come Michael Eisner.

    Come bisogna evitare il luogo comune dei terzomondiali tutti poveri deficienti e mamme piangenti che aspettano i nostri aiuti, bisogna evitare il luogo gemello del terzomondiali tutti furbi dittatori stregoni e cannibali.

    Nel mio post, ho evitato di proposito di parlare dei danni, piuttosto ovvi, inflitti dalle bande di teppisti al servizio del dittatore. Perché sono molto più incisivi quelli strutturali, decisi in maniera deliberata, che consistono in azioni assolutamente rispettabili come l’abolizione dei dazi, l’apertura del mercato agroalimentare, gli investimenti esteri, l’esternalizzazione, gli aiuti umanitari, lo sviluppo insomma.

    Tutte cose che non vengono messe minimamente in dubbio, nemmeno di fronte a non si sa quanti cadaveri.

    Miguel Martinez

  4. utente anonimo says:

    perchè oltre a scrivere dei commenti idioti, non fate una bella raccolta di fondi o andate voi di persona ad aiutare quella povera gente? sareste più utili al mondo, statene certi. martinez in testa

  5. PinoMamet says:

     Ecco in cosa non sono d’accordo con l’articolo linkato:

    "Machete, dittatori, tamburi. Era una piccola anticipazione di quello che negli Anni Novanta avremmo poi visto nelle grandi guerre tribali africane. Haiti era infatti Africa allora, lo è sempre stata, lo è ancora oggi: e, come in Africa, una natura incontrollabile ha sempre punito questo pezzo di terra, aggiungendosi, imprevedibile, alle violenze degli uomini. "

    Allora: machete e dittatori (per tacere dei tamburi…) come giustamente dice Miguel, sono in assoluto la parte minore delle catastrofi haitiane.
    Sono, inoltre, più effetto che causa.
    E l’Africa non è "machete, dittatori, tamburi", più di quanto l’Italia (che peraltro non è un continente) sia "Mussolini, manganello, superstizione".

    E Haiti non è Africa. Basta aprire una carta geografica, non è che ci voglia molto.
    Ha in comune con l’Africa solo che gli abitanti sono neri.
    Come se i dittatori e i machete dipendessero in sostanza da quello.

    Peggiorando la situazione, ci sbatte dentro pure gli scontri tribali, che a Haiti c’entrano davvero come i cavoli a merenda, dal momento che le identità etniche furono accuratamente smontate dagli importatori di schiavi e dai loro padroni
    (ne continente americano le lingue africane sopravvivono come lingue di culto, e l’uso di una o dell’altra- a volte mescolate-  dipende esclusivamente dal culto adottato);
    casomai a Haiti, in ottica squisitamente "americana" e coloniale, ci furono scontri tra vari tipi di classi subalterne definite non secondo origini ancestrali, ma secondo criteri razziali "moderni": neri contro mulatti, neri "liberi" contro neri delle piantagioni ecc. ecc.

    In questo senso l’articolo non smonta, ma in parte aderisce all’immaginario "bianco":
    paese dei neri = paese dei morti.

    I neri come esseri imprevedibili, incontrollabili, o controllabili solo al punto di spersonalizzarli completamente (lo zombie) ma sempre pronti ad esplodere una volta che la "magia" sia finita.

    E il nero "civile" e il meticcio visti come ancora più pericolosi (Melville, Benito Cereno) perché l’apparente somiglianza con il bianco nasconde un elemento di instabilità, di squilibrio, e perché è in grado di padroneggiare le risorse di entrambi i mondi.

    Ciao!!

  6. kelebek says:

    Per Anonimo n. 5

    Sono sicuro che a Haiti non aspettano altro che te. Portati dietro la macchina fotografica e la crema abbronzante, mi raccomando.

    Miguel Martinez

  7. utente anonimo says:

    sergio, anonimo n. 5
    si, martinez sei simpatico haha. ma perchè non fai sul serio ciò che ho detto, saresti utile, davvero. se vuoi andiamo insieme ai tuoi amici

  8. kelebek says:

    A parte il tono, n. 5 tocca un argomento interessante.

    Siamo tutti, in ogni momento, davanti all’alternativa, "facciamo qualcosa o non facciamo niente?"  Posto così, visto che la società approva una cauta generosità nelle persone, nonché l’attivismo in generale, la risposta sembra ovvia.

    Il problema è che una sterminata quantità di evidenza dimostra che "fare qualcosa" in situazioni di emergenza, in paesi in cui non esistono controlli, per questioni di cui non sappiamo assolutamente nulla e dove gli squali abbondano, può significare fare danno.

    Miguel Martinez

  9. utente anonimo says:

    Miguel, ti hanno appena rimproverato perché a proposito di Facebook hai citato l’ebreo Zuckerberg e adesso, nel parlare di Haiti, citi guarda caso un altro ebreo, Eisner.
    Ma allora te le vai a cercare! :-)
    Ciao da Marcello Teofilatto

  10. kelebek says:

    Per Sergio (grazie di aver messo il nome)

    anche ammessa la migliore buona volontà, c’è una cosa in assoluta che le organizzazioni minimamente serie non vogliono: volenterosi turisti della crisi. Sono certo che qualunque haitiano sappia usare la pala meglio di me; e altro di utile non saprei fare.

    Miguel Martinez

  11. kelebek says:

    Per n. 10

    Certo bisogna essere maniaci per solidarizzare con uno come Eisner solo per motivi razziali.

    Come se i toscani si offendessero se si parla male di Pacciani.

    Miguel Martinez

  12. utente anonimo says:

    Per Martinez #3 e 4

    Concordo. In ogni caso, riporto un articolo di Sergio Romano.

    L’ISOLA DEGLI ULTIMI
    Vi sono sventurati Paesi che soffrono di una pericolosa contraddizione. Per la loro posizione geografica suscitano l’interesse delle grandi potenze e diventano rapidamente una posta nel gioco delle loro rivalità e delle loro ambizioni. Ma sono troppo piccoli e fragili per valorizzare questo patrimonio naturale a proprio vantaggio. Haiti, colpita ieri da un terremoto disastroso con migliaia di vittime (la foto che pubblichiamo è l’emblema di un dolore che ci commuove), appartiene a questa infelice categoria. Collocata a metà strada fra Cuba a Puerto Rico, l’isola divenne sin dal Seicento un crocevia di pirati e un buon approdo per le flotte delle due potenze, la Spagna e la Francia, che si disputavano in quel momento il controllo dei Caraibi. Qualche avventuroso colono europeo creò le prime fattorie agricole e importò schiavi per la lavorazione del tabacco, del caffè e dello zucchero. Amministrata per una parte dalla corona francese e per l’altra dalla corona spagnola, l’isola divenne molto ricca, ma presentò subito una caratteristica sociale e demografica che avrebbe pesato lungamente sul suo sviluppo: una piccola élite di proprietari bianchi, spesso spregiudicati e rapaci, una grande massa di schiavi neri importati dall’Africa e, con il passare del tempo, una fascia intermedia di mulatti che potevano essere in qualche caso peggiori dei padroni bianchi.

    Era troppo eterogenea e socialmente squilibrata per diventare uno Stato e troppo appetitosa per essere lasciata in pace. Questo miscuglio ebbe tuttavia l’effetto di produrre una sorta di copia caraibica della rivoluzione francese. Vi fu una insurrezione degli schiavi nel 1791 e la Convenzione di Parigi rispose a quell’avvenimento con un gesto generoso e illuminato: la soppressione della schiavitù. Apparve sulla scena di lì a poco un «liberatore», François Dominique Toussaint Louverture, un Danton nero che cercò di sfruttare le rivalità franco-spagnola e anglo- francese per consolidare il proprio potere. Il suo nome divenne molto popolare in Europa e sembrò dimostrare che il messaggio rivoluzionario di Parigi aveva una risonanza universale. Le stampe che lo ritraggono in atteggiamenti rivoluzionari e vestito degli stessi abiti indossati allora dai giacobini di Parigi, ebbero una grande diffusione in tutta l’Europa. Un suo discorso sull’esistenza di Dio veniva ancora letto e studiato, sino a qualche decennio fa, nelle scuole americane. Ma negli anni seguenti l’isola, oltre a essere contesa dalle grandi potenze, ebbe la sventura di precipitare in una spirale di guerre civili. I proprietari bianchi furono espropriati e le terre furono distribuite agli schiavi liberati. Ma al conflitto tra i neri e i bianchi subentrò quello tra i neri e i mulatti.

    di SERGIO ROMANO
    14 gennaio 2010
    Corriere della Sera©

    Temo quindi che non ci sia soltanto l’effetto -pure terrificante- della globalizzazione. Ad esempio, i trentamila Haitiani residenti in territorio dominicano sono andati soggetti al ‘pogrom del prezzemolo’ del ’37 (http://en.wikipedia.org/wiki/Parsley_Massacre; l’unico che se ne ricordi è Ettore Mo, sul Corriere di oggi) dopo tutta una storia di invasioni della Repubblica Dominicana da parte degli Haitiani nell’Ottocento, e ancora adesso il razzismo anti-haitiano (http://en.wikipedia.org/wiki/Antihaitianismo) è presente nella metà ispanofona dell’isola, dopo esere stato insegnato a scuola per anni. Caduto il megalomane Trujillo (http://en.wikipedia.org/wiki/Rafael_Trujillo; per certi versi il Ceausescu delle Antille, il tiranno protettore della natura -cfr. ‘Collasso’ di Jared Diamond- che cerco’ di mantenere ‘bianca’ la sua patria offrendo asilo ai profughi ebrei dell’Europa in fiamme) la Repubblica Dominicana ha avuto ‘appena’ una invasione USA sotto Johnson in chiave anticastrista e qualche decennio di aministrazione decente, mentre Haiti ha avuto i Duvalier padre e figlio. C’era un periodo in cui su tutta l’isola chi scappava dai machete dei Tonton Mcoutes (ispirati nell’organizzazione alle nostrane Camicie Nere) prima attraversava la Cortina di Banane e poi finiva fra i  machete del Partido Dominicano di Trujillo. Logico che chi poteva scappava, da Dumas in poi. Certo, il fatto di stare proprio di fronte a Cuba non ha aiutato Haiti in tempi moderni.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  13. trotzkij says:

    HAITI, L’ASTA DEI CADAVERI E TOPOLINO

    [..] Arrivano sode e tonde le cifre dei morti nel terremoto di Port-au-Prince, ovviamente molto prima che qualcuno abbia contato realmente i cadaveri. E’ l’effetto dell’asta mediatica, vinta da un senatore haitiano che ha sparato la cifra trionfale di &quot [..]

  14. trotzkij says:

    HAITI, L’ASTA DEI CADAVERI E TOPOLINO

    [..] Arrivano sode e tonde le cifre dei morti nel terremoto di Port-au-Prince, ovviamente molto prima che qualcuno abbia contato realmente i cadaveri. E’ l’effetto dell’asta mediatica, vinta da un senatore haitiano che ha sparato la cifra trionfale di &quot [..]

  15. trotzkij says:

    HAITI, L’ASTA DEI CADAVERI E TOPOLINO

    [..] Arrivano sode e tonde le cifre dei morti nel terremoto di Port-au-Prince, ovviamente molto prima che qualcuno abbia contato realmente i cadaveri. E’ l’effetto dell’asta mediatica, vinta da un senatore haitiano che ha sparato la cifra trionfale di &quot [..]

  16. utente anonimo says:

    Per Pino mamet #6

    ”E il nero "civile" e il meticcio visti come ancora più pericolosi (Melville, Benito Cereno) perché l’apparente somiglianza con il bianco nasconde un elemento di instabilità, di squilibrio, e perché è in grado di padroneggiare le risorse di entrambi i mondi.”

    Il caso della Liberia sembra proprio a confermare questo pregiudizio. Stando a ”Ebano” di R. Kapuscinski, gli schiavi liberati rimpatriati in Liberia, esendo stati a contatto con la superiore tecnologia dei bianchi che a molti nativi mai deportati sembrava magia, divennero rapidamente padroni del paese (nel senso di amministratori delle industrie del legname di influsso occidentale) e assoluti protagonisti delle istituzioni della repubblica di Monrovia.Siccome tale situazione di disuguaglianza rispetto alle persone del loro stesso colore di pelle che già abitavano lì mal si conciliava cogli ideali umanitari che avevano assistito la formazione dello Stato liberiano, si codifico’ rapidamente un insieme di leggi e usanze di vero e proprio apartheid ante litteram, con il negro proveniente dalle foreste africane che camminando per le strade di Monrovia doveva scendere dal marciapiede davanti al negro proveniente dalle piantagioni statunitensi. E tutt questo decine di anni prima che si cominciasse a parlare di legislazione dell’apartheid in Sudafrica.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  17. kelebek says:

    Per Andrea n. 13

    Infatti, gli haitiani sicuramente riescono a essere malvagi quanto chiunque altro… Però bisognerebbe vedere il rapporto tra quegli haitiani rapaci (non solo bianchi) e la globalizzazione dei loro tempi. Però non credo che siano loro ad avere svuotato le campagne e aver creato la città-mostro.

    E poi importante è anche la continuità tra "aiuti allo sviluppo" – come erano quelli di USAID – e gli attuali "aiuti nell’emergenza".

    Dove andrebbe rivista, secondo me, la categoria del tirchio egoismo. Il risparmio di denaro (altrui) non è mai una preoccupazione per aziende e stati moderni, che sono felici di gettare miliardi di dollari virtuali in "aiuti" o in sprechi militari.

    Miguel Martinez

  18. utente anonimo says:

    Per Pino mamet #6

    Mi scuso perchè ho dimenticato le conclusioni al mio post precedente. Il caso liberiano e quello haitiano (avrei potuto aggiungere quello etiopico e quello somalo) sono interessanti perchè dimosrano come alcuni dei peggiori macellai di persone dalla pelle scura della storia sono appunto persone di colore emancipate e/o appartenenti ad una élite acculturata (sugli standard locali beninteso). Penso ai Duvalier padre e e figlio, e al liberiano Taylor (e a Menghistu, e a certi misconosciuti parenti di Menelik che non avevano niente da invidiare agli altri che ho citato in questa lista) . Ecco perchè non credo al ruolo esclusivo dell’imperialismo statunitense nella genesi di queste tragedie -pur presente massicciamente in entrambi i casi, e pur molto più pervasivo delle nostre stesse menti di quanto comunemente si pensi (come Martinez ha giustamente sottolineato nella sua risposta al’articolo da me citato della Annunziata). Una cultura maldigerita di pochi è persino peggio di quella che a noi sembrava totale ignoranza indigena, perchè distrugge il vecchio con quel (magari poco) che aveva di buono ma non lo sostituisce col buono che ha il nuovo. Meglio il cannibale coi suoi tabù rituali che gli impediscono di mangiar carne umana in giorno di magro, che il caporale semianalfabeta col kalashnikov che mozza le mani dei bambini della tribù vicina per prendere i diamanti nel loro ruscello da vendere in Europa. Personalmente, pur ammirando gli sforzi del personale delle ONG, dei missionari eccetera, tempo che in nesuno dei paesi che ho ciatto si arriverà a qualcosa di buono senza la stabilità politica garantita da un governo forte e duraturo, e che tale stabilità sarà resa possibile solamemte dall’entrata in scena di nuove potenze che finalmente rivaleggino con la tradizionale egemonia statunitense e in misura minore europea. Penso ad esempio al’effetto che sulle casse statali e sul sentimento di indipendenza nazionale di alcuni paesi dell’Africa e dell’America Latina sta cominciando ad avere la penetrazione della Cina. In mlti casil’occasione andrà certamente perduta, ma forse in altri darà luogo a optenze regonali relativemente stabili, che potranno comninciare finalmente a costruire scuole, ospedali e strade contando soprattutto sulle proprie forze. Certo, io non arrivero’ a vederlo.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  19. utente anonimo says:

    Per Martinez #16

    Leggo solo adesso questo tuo post. Implicitamente ho risposto anche a te nel rispondere a Pino Mamet. RIcordo ad esempio che per anni più del 10% degli aiuti italiani al Terzo Mondo è andata in Somalia, e nei fatti ha finanziato l’ex Carabiniere Siad Barre e i suoi. Via lui, si è ricominciato col caos. Non ci fosse stato quel genere di ‘aiuti’, adesso non ci sarebbero le tanto temute (a ragione o a torto) Coorti Islamiche nei pressi di Mogadiscio. Ora, è certamente vero che Stati più evoluti del nostro hanno politiche più sofisticate: la maggior parte dei nostri aiuti pubblici va a pagare commesse di imprese italiane, ad esempi finanziando scuole in qui paesi sudamericani e africani che coi soldi risparmiati possono più facilmente acquistare nostre armi, turbine, metropolitane ecc. Gli statunitensi possono più facilmente di noi italiani corredare il loro domiio di politiche effettivamente umanitarie. Ma anche così non credo che con governanti come Duvalier, Mobutu o Barre si sarebbe evitata la formazione di città-mostro. Esempi di città-mostro senza atroci dittatori ci sono ad esempio in Tanzania e Kenya, ed esempio di ferocissimi dittatori senza città-mostro si trovano in Guinea Equatoriale.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  20. utente anonimo says:

    >> azioni assolutamente rispettabili come l’abolizione dei dazi, l’apertura del mercato agroalimentare, gli investimenti esteri, l’esternalizzazione, gli aiuti umanitari, lo sviluppo insomma.

    ora, è vero che io sotto sotto rimpiango il colonialismo e l’imperialismo (direi però quello di Carlo V) ma manca un pezzetto in questa spiegazione della miseria haitiana, anzi due

    1) quanto erano paradisiache le condizioni di vita degli haitiani PRIMA del tentativo di sviluppo?

    2) come mai a Taiwan, da te citata, ha funzionato?

    3) da quando Andrea è un fan di Pinochet?

    4) io la grana per Haiti la ho mandata, credo che oggi il modello di sviluppo capitalistico sia l’ultimo dei loro problemi

    ciao

    Francesco

    PS ma tu, in campagna, ci sei mai stato?

  21. utente anonimo says:

    X francesco #19
    ho l’impressione di stare perdendo tempo ma ci provo lo stesso
    caro mio piccolo sostenitore dello "sviluppo" con le sue grandi azioni "rispettabili" guardati questo piccolo video e cerca di ragionare senza le frasi fatte che ti vomita addosso il mainstream
    http://www.youtube.com/watch?v=2b_Jr3z3LUI
    sempre se ne sei capace

  22. utente anonimo says:

    io diffido SEMORE dei video

    razionalizza il contenuto e vediamo

    Francesco o’ mainstrimme

  23. utente anonimo says:

    vergognandomi di quanto avevo digitato, sto ascoltato il Pierpaolo

    ossignur, che banalità passatiste, che scrittore di testi per Radio Maria (che peraltro stimo), che fesserie!

    ma il fatto che ai bei tempi andati che precedono l’invasione della Walt Disney ad Haiti e pure l’omologazione televisiva dell’Italia si stesse da cani è rilevante solo per il sottoscritto, che dovrebbe essere un difensore del sacro romano impero?

    finirò per scoprire di NON essere uno schifoso reazionario passatista?

    saluti

    Francesco

  24. utente anonimo says:

    Per Francesco #19

    ”Andrea è un fan di Pinochet?”

    Francesco, da quando ti sei dato al metodo paranoico-critico di Salvador Dalì?

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  25. utente anonimo says:

    x Andrea

    cito un tuo post, correggendo solo gli errori di battitura.

    "temo che in nessuno dei paesi che ho citato [tutti paesi del Terzo Mondo] si arriverà a qualcosa di buono senza la stabilità politica garantita da un governo forte e duraturo [QUESTO SI CHIAMA MODELLO PINOCHET], e che tale stabilità sarà resa possibile solamemte dall’entrata in scena di nuove potenze che finalmente rivaleggino con la tradizionale egemonia statunitense e in misura minore europea [QUESTO SI CHIAMA FARE RIFERIMENTO AD UN PADRONE STRANIERO, CHE POI SIA LA CINA O GLI USA FA RELATIVA DIFFERENZA]

    dove trovi del dadaismo nella mia semplice lettura del tuo post?

    ciao

    Francesco

  26. utente anonimo says:

    Per Francesco #24

    ”PINOCHET”

    Beh, se per governo forte e duraturo tu intendi la gente negli stadi, desaparecidos a migliaia e simili allora Stalin è anche meglio di Pinochet. Spero tu non confonda ‘governo forte’ con ‘dittatura’.

    ”UN PADRONE STRANIERO”

    Se il padrone è UNO, che sia straniero o no poco conta. Se più stranieri cercano di influenzarmi, posso piroettare fra di loro e trarre vantaggio da entrambi. E’ difficile negare che la maggire autonomia di acuni paesi sudamericani dagli USA e africani da USA e Francia la si debba anche all’aumento dell’investimento cinese in quelle regioni, in concorrenza con le potenze precedentemente egemoni.

    ”dadaismo”

    Perchè piu’ che lettura ‘semplice’ la tua mi sembra una lettura ‘esagerata’, un po’ come certe giocose espressioni del Dada.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  27. utente anonimo says:

    1) da vecchio democratico, quando leggo "governo forte e duraturo" sento sempre un brivido lungo la schiena. E spero tu sappia che un "modello Pinochet", purtroppo, è veramente esistito (mentre con quel che si p lasciato dietro Stalin non ha fatto molta scuola).

    2) come scrivi altrove, ci vuole una classe dirigente anche per fare la politica dei più forni. sennò finisci come l’iraq di Saddam Hissein, che pure forneggiava alla grande

    Francesco

  28. utente anonimo says:

    Per Francesco #26

    Concordo, e accetto entrambi i tuoi ammonimenti.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

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