ONG, telemutilatori umanitari e altri spettacoli

E’ solo una notizia, letta al volo in rete e riguarda un tema su cui so poco: il terremoto di Haiti.

Resto colpito da due dettagli: è il paese più povero del continente americano, 153esimo su 177 paesi del mondo secondo le solite, discutibili classifiche. Una disoccupazione stimata tra il 50% e il 70%. Eppure, la capitale di questo paese ha 1.700.000 abitanti, più del comune di Milano, a dimostrazione di come l’urbanizzazione dei nostri tempi non abbia nulla a che vedere con la vecchia idea borghese/proletaria di città: Kinshasa, che probabilmente ha ancora meno industrie di Port-au-Prince, ha ben 10 milioni di abitanti.

L’altro dettaglio ci offre un piccolo quadro del post-imperialismo: tra i morti nel terremoto, c’erano otto soldati cinesi e tre soldati giordani.  I primi, evidentemente, per fare un favore a poca spesa al principale debitore della Cina, i secondi al principale creditore della Giordania, e cioè sempre gli Stati Uniti.

L’evento, che sarà sicuramente seguito da una breve ma intensa campagna di aiuti, con relative raccolte e collette, è capitato esattamente mentre finivo di leggere il libro della giornalista olandese, Linda Polman, L’industria della solidarietà. Aiuti umanitari nelle zone di guerra (Bruno Mondadori, 2009). Certo, il sottotitolo parla di "zone di guerra", ma la definizione è assai vaga visto che nessuno dichiara più guerra da sessantacinque anni – forse l’ultima dichiarazione in assoluto fu quella dell’Italia che entrò in guerra con il Giappone nel luglio del 1945.

Il libro parla della grande macchina delle ONG internazionali: le Nazioni Unite stimano che ve ne siano circa 37.000; e se si unissero, "formerebbero un paese che sarebbe la quinta economia del mondo". Abbiamo parlato solo delle ONG internazionali – negli Stati Uniti, secondo la Polman, sono già registrate 150.000 organizzazioni umanitarie, e se ne registrano altre 83 al giorno.

Questa macchina si regge essenzialmente sui contributi volontari: come la Chiesa medievale ben sapeva, la somma di autentiche buone intenzioni, di sensi di colpa, di strategico calcolo nell’esibire la propria generosità è capace di smuovere ricchezze notevoli. Polman è una giornalista, e giustamente non approfondisce questo aspetto, che però sarebbe interessante da analizzare.

Come è interessante il rapporto tra la proliferazione delle ONG (nonché di tutte le analoghe forme associative e caritatevoli) e il crollo dei sistemi nazionali e previdenziali. Lo Stato occidentale si limita a mettere sempre più telecamere, mentre altre funzioni vengono delegate a questo nuovo clero missionario; mentre nel cosiddetto Terzo Mondo, gli ultimi decenni hanno visto collassare i sistemi tradizionali di sussistenza, in nome del mercato globale e dell’agricoltura industriale, con la trasformazione degli Stati in bande militari.

L’autrice mette invece bene in evidenza il rapporto che esiste tra la rete delle ONG e il sistema mediatico: le ONG, in feroce concorrenza tra di loro per donazioni e contratti enormi ma inaffidabili, portano i giornalisti a proprie spese a pubblicizzare le catastrofi su cui stanno lavorando, esibendo immancabilmente donne e bambini, ovviamente vicine alle bandierine dell’ONG in questione. La tragedia è un racconto complesso, con cause, ambiguità e scelte; i media, che vivono puramente nel presente, possono invece solo cogliere il trauma, in cui la bambina cambogiana, quella haitiana e quella del Darfur sono perfettamente intercambiabili, a parte qualche sfumatura di colore.

Il clero missionario delle ONG può essere composto da autentici santi oppure da truffatori, ma anche da un’umanità intermedia di funzionari che vogliono guadagnarsi in maniera relativamente onesta un ottimo stipendio, da esibizionisti, pazzi e avventurieri di ogni sorta, che prosperano in un clima in cui è obiettivamente impossibile controllare la fine che fanno i soldi. E meno "fanno politica", più la fanno.

Nel 1984, il regime che governava l’Etiopia decise di deportare le popolazioni ribelli dal nord al sud, dove sarebbero state usate come manodopera forzata nelle grandi aziende agricole di stato. L’esercito quindi non solo massacrò la popolazione civile, ma devastò i campi, macellò il bestiame e avvelenò i pozzi. Poi chiamarono i fotografi occidentali a mediatizzare i risultati di quella che chiamavano la "siccità", mentre lo spregevole star mediatico-canoro Bob Geldof lanciò una campagna di raccolta di fondi, sfruttando tutti gli abissi del sentimentalismo religioso-sentimentale occidentale con la canzone intitolata, Do They Know It’s Christmas? Una domanda idiota, visto che il Natale copto si celebra il 7 gennaio e senza Babbo Natale.

Il governo etiopico – facendo peraltro pagare tasse elevate su tutti gli aiuti che arrivarono – potè così organizzare la deportazione a spese di tutti coloro i cui buoni sentimenti natalizi erano stati messi in moto dalla macchina foto-rockettara.

L’autrice non si limita a smascherare il defunto regime real-comunista dell’Etiopia: descrive anche il quadro dell’Afghanistan, dove nel 2004 operavano non meno di 2.325 ONG registrate che seguivano quasi tutte le esplicite direttive del governo degli Stati Uniti e della Commissione Europea. Mentre il responsabile di USAID ha dichiarato che le ONG devono operare "come un prolungamento del governo", la Commissione Europea ha stabilito che il budget degli aiuti deve essere "al servizio della politica di sicurezza europea". Ecco che gli uomini delle ONG, con le note lodevoli eccezioni, si distinguono difficilmente dai mercenari della Blackwater.

Ma forse la scoperta più interessante del libro riguarda la Sierra Leone. Dove l’autrice racconta della festa che si è svolta a Freetown, in un albergo di lusso appena inaugurato, ospite d’onore il presidente della sfortunata repubblica, per celebrare il fatto che il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) aveva appena riconfermato che la Sierra Leone era il paese più povero del mondo, con tutto ciò che implicava come opportunità di ottenere nuovi aiuti.

La Sierra Leone è nota nella mediasfera per una misteriosa guerra dei diamanti, in cui le varie bande coinvolte mutilavano mostruosamente i civili: la Polman segue la storia di alcune bambine praticamente rapite dai campi profughi da zelanti evangelici americani, che ricompaiono in campagna elettorale abbracciate da candidati politici statunitensi ed esibite in televisione. Ci sono tutti gli ingredienti della trionfale cultura delle Vittime e dei Vittimi dei nostri tempi, con in sottofondo il dubbio – per carità, non esplicitato – che le ragazzine siano state colpite dall’animalesca barbarie africana. Ribadendo così il fardello che l’uomo bianco è costretto da sempre ad assumere.

Bene, l’autrice racconta alcuni incontri con i cosiddetti ribelli del RUF, i più intransigenti mutilatori.

Giovani per nulla stupidi, che chiamano le loro bande (come ho letto altrove) con i nomi di gang statunitense, imparate su MTV, imitandone con grande cura l’abbigliamento. E che spiegano candidamente che hanno commesso le loro atrocità per un preciso  motivo. "A voi interessavano solo la white man’s war in Jugoslavia e i campi di Goma [per rifugiati ruandesi]. Noi potevamo tranquillamente continuare a combattere. Solo quando sono spuntati fuori i primi mutilati avete iniziato a interessarvi a noi"

Print Friendly
This entry was posted in società dello spettacolo and tagged , , , , , , , , , , . Bookmark the permalink.

11 Responses to ONG, telemutilatori umanitari e altri spettacoli

  1. utente anonimo says:

    Quanto all’Africa, già negli anni Settanta Goffredo Parise dimostrava nel suo ‘Guerre che ho visto’ come la carestia del Biafra fosse stata artificialmente prodotta dal locale governo secessionista solo per accattivarsi simpatie e aiuti, e che a pochi chilometri dai bambini che morivano di fame sotto gli obiettivi delle macchine fotografiche i mercati rigurgitasero di cibo.

    Per rimanere in Africa, ho conosciuto un volontario di una ONG operante in Burkina Faso, che praticamente mi intimo’ di non dare MAI nulla in collette televisive o affini, ma di affidare eventuali aiuti solo a singole persone di fiducia con contatti in loco.

    Per andare ad un esempio asiatico di cataclisma prodotto dall’uomo, Terzani nel suo ‘Fantasmi’ testimonia in prima persona come l’attacco vietnamita che liberò la Cambogia dai genocidari kher rossi sia stato il realtà la risposta di Hanoi ad una aggressione khmer, risopsta che si è avvantaggiata di una preesistente rivolte di parte degli stessi khmer contro i loro capi più fanatici. Per tale reazioe il Vietnam fu messa all’indice e sottoposta a embargo, mentre Pol Pot mantenne il suo seggio all’ONU.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  2. utente anonimo says:

     L’ultimo capo di stato ad inviare una dichiarazione di guerra è stato Iosif Stalin l’8 agosto 1945, nei confronti del Giappone

  3. PinoMamet says:

      Mmm
     
    Sergio Romano sbaglia scrivendo, nell’articolo linkato sulla dichiarazione di guerra al Giappone:
    "Non esistevano corpi militari, navi e aerei italiani disponibili e attrezzati per operazioni di guerra in Asia Orientale. "
     
    In realtà l’Italia operò in Estremo Oriente sia in difesa della sua "legazione" di Tianjin, difesa dai fanti di marina, sia in varie operazioni di appoggio ai giapponesi, ancora alleati (con la bizzarra logica delle operazioni militari);
    all’ 8 Settembre ’43 si trovavano in territorio giapponese alcuni sommergibili italiani, di cuialmeno  uno, il Cappellini, continuò le operazioni (con equipaggio misto italo-tedesco prima, italo-gaipponese poi) fino alla resa definitiva del Giappone;
    mi pare che le sue mitragliatrici abbatterono l’ultimo aereo americano caduto in territorio giapponese.
     
    vero che la dichiarazione di guerra al Giappone fu perciò priva di conseguenze (se non quella di privare della pensione il marinaio Raffaello Sanzio- si chiamava proprio così- qualche anno fa ancora vivo e credo cittadino giapponese).
     
    Ciao!

  4. kelebek says:

    Per PinoMamet

    Ma come fai?!

    Si vede dallo stile aneddotico che non può essere una citazione da Wikipedia o affini.

    Fantastica la figura di Cappellini, sembra un racconto di Corto Maltese. Sai che fine ha fatto?

    Miguel Martinez

  5. utente anonimo says:

    There were also Italian Navy units in the Far East in 1943 when the new Italian government agreed to an armistice with the Allies. The reactions of their crews varied greatly. In general, surface units, mainly supply ships and auxiliary cruisers, either surrendered at Allied ports (Eritrea at Colombo, Ceylon) or, if in Japanese controlled ports, they were scuttled by their own crew (Conte Verde, Lepanto, and Carlotto at Shanghai). Ramb II was taken over by the Japanese in Kobe and re-named Calitea II. Four Italian submarines were in the Far East at the time of the armistice, transporting rare goods to Japan and Singapore: Ammiraglio Cagni, Cappellini (Aquilla III ), Giuliani, and Torelli. The crew of the Ammiraglio Cagni heard of the armistice and surrendered to the Royal Navy off Durban, South Africa. The Cappellini, Giuliani, and Torelli and their crews were temporarily interned by the Japanese. The boats passed to German U-boat command and, with mixed German and Italian crews, they continued to fight against the Allies. The German Navy (Kriegsmarine) assigned new officers to the three submarines. The three were re-named U.IT.23, U.IT.24 and U.IT.25 and took part in German war operations in the Pacific. The Giuliani was sunk by the British submarine Tallyho in February 1944. In May 1945, the other two vessels were taken over by the Japanese Imperial Navy when Germany surrendered. About twenty Italian sailors continued to fight with the Japanese. The Torelli remained active until 30 August 1945, when, in Japanese waters, this last Fascist Italian submarine shot down a B-25 Mitchell bomber of the United States Army Air Force.

    en.wikipedia.org/wiki/Regia_Marina

  6. utente anonimo says:

    There were also Italian Navy units in the Far East in 1943 when the new Italian government agreed to an armistice with the Allies. The reactions of their crews varied greatly. In general, surface units, mainly supply ships and auxiliary cruisers, either surrendered at Allied ports (Eritrea at Colombo, Ceylon) or, if in Japanese controlled ports, they were scuttled by their own crew (Conte Verde, Lepanto, and Carlotto at Shanghai). Ramb II was taken over by the Japanese in Kobe and re-named Calitea II. Four Italian submarines were in the Far East at the time of the armistice, transporting rare goods to Japan and Singapore: Ammiraglio Cagni, Cappellini (Aquilla III ), Giuliani, and Torelli. The crew of the Ammiraglio Cagni heard of the armistice and surrendered to the Royal Navy off Durban, South Africa. The Cappellini, Giuliani, and Torelli and their crews were temporarily interned by the Japanese. The boats passed to German U-boat command and, with mixed German and Italian crews, they continued to fight against the Allies. The German Navy (Kriegsmarine) assigned new officers to the three submarines. The three were re-named U.IT.23, U.IT.24 and U.IT.25 and took part in German war operations in the Pacific. The Giuliani was sunk by the British submarine Tallyho in February 1944. In May 1945, the other two vessels were taken over by the Japanese Imperial Navy when Germany surrendered. About twenty Italian sailors continued to fight with the Japanese. The Torelli remained active until 30 August 1945, when, in Japanese waters, this last Fascist Italian submarine shot down a B-25 Mitchell bomber of the United States Army Air Force.

    en.wikipedia.org/wiki/Regia_Marina

  7. PinoMamet says:

     Beh

    anni fa mi chiesero una consulenza su una sceneggiatura che qualcuno aveva scritto sul comandante sommergibilista (poi X MAS) e amante del paranormale Salvatore Todaro; e visto che sono uno curioso, chiesi informazioni a amici militari che mi fecero conoscere le vicende dei sommergibili italiani in Oriente e del marinaio italiano, e poi cittadino giapponese, Raffaello Sanzio; poi cito tutto a memoria quindi sono cose da controllare.
    Ricordo comunque alcuni siti che parlavano, a livello di storia famigliare, delle vicende di altri militari italiani in Oriente.
    :-)

    Ciao!!

  8. pedronavaja says:

    Miguel, non ho letto il libro, ma forse qualche contributo può servire per completare il quadro ben illustrato da te.

    Come già scritto, non si tratta solo di ONG, o di missioni umanitarie o di donazioni di privati. I fondi maggiori per le missioni umanitarie, o di cooperazione (escludendo naturalmente il militare o affine) vengono direttamente dai governi. Il principale donante mondiale è la UE, Unione Europea. Che poi questa si muova anche sulla base delle pressioni calibrate dalla stampa sull’opinione pubblica è quasi sempre vero. Ma non avviene solo così.

    Eccoti due casi, come sempre, della Bolivia, il paese che riceve più fondi di donazione e cooperazione del continente americano.

    1 ) tutti gli anni le savane d’inondazione del Beni, una regione tropicale orientale della Bolivia, 200mila kmq, appunto si inondano; sempre, dalla cosiddetta notte dei tempi (per essere precisi da almeno 10 mila anni, ultima glaciazione, quindi praticamente dall’epoca della presenza umana nell’area). E’ la savana d’inondazione più estesa del mondo (più estesa del noto Pantanal). Sede della cultura umana organizzata più antica di quel paese che oggi si chiama bolivia, da migliaia di anni l’uomo conviveva con l’annuale inondazione sfruttando sia le risorse terrestri come quelle acquatiche. La cultura preispanica nota come “cultura de las lomas” (delle colline), costruiva appunto colline artificiali per gli insediamenti umani, quindi ubicati sopra il limite massimo dell’inondazione annuale, tumuli per le coltivazioni agricole, canali, lunghissime dighe o terrapieni per creare lagune o reti di comunicazione. Moltissime e di queste costruzioni, così come dei manufatti di ceramica, sono ancora visibili nella regione. Per farla breve quindi una regione che da sempre convive con l’inondazione periodica visto che in questa enorme depressione (meno di 200 mt slm a migliaia di km dall’oceano), coperta da uno spesso strato di argilla, confluiscono i fiumi di un bacino idrografico di quasi un milione di kmq.

    Anche le attuali popolazioni locali hanno imparato a convivere con questo fenomeno, che ogni anno, va detto, si ripresenta in varia forma (più o meno esteso, in un’area piuttosto che un’altra ecc). Nel 2006-2007, in coincidenza con il grande richiamo mediatico dell’elezione di evo morales, per l’epoca dell’inondazione arrivarono le telecamere di cnn (e da li quindi la notizia in tutto il mondo, italia compresa, con le foto delle vacche rifugiate appunto sulle antiche colline artificiali). Da allora nel Beni si sono istallate varie ong internazionali (finanziate principalmente dalla UE), agenzie dell’ONU, sono apparse le jeep con le antenne satellitari, e tanti altri donanti che si contendono le popolazioni locali. Sia chiaro: principalmente gli abitanti delle aree urbane ricevono alcuni benefici da queste donazioni ma anche lo spirito e la prassi dell’assistenzialismo che potrebbe far dimenticare l’antica cultura di convivenza con l’inondazione.

    Molte Ong e org. internazionali agiscono quindi anche come grandi elementi della “globalizzazione” culturale, della standarizzazione e appiattimento delle storie locali, oltre ad apparire come grandi uccelli del malaugurio che, anticipando scenari d’inondazione sempre più catastrofici, facilitate anche dal richiamo mediatico del cambio climatico, chiedono di poter accedere a finanziamenti per mantenere strutture e funzionari in forma stabile nell’area.

     

    2 ) in questo secondo esempio non c’è bisogno dell’intervento della stampa.

    La Bolivia è il terzo produttore mondiale di coca. Dall’arrivo di morales si è tornati a nuovi interessanti livelli di produzione (da più o meno 12 mila ettari del 2005 a quasi 35mila del 2009). Il ritornello del governo è sempre lo stesso: la coca è pianta ancestrale, storica, sacra, ecc ecc. Ma non è mistero per nessuno, tanto che lo stesso ministro del settore lo ha ammesso in varie occasioni, che almeno il 90% della produzione si trasforma in cocaina (ecco una delle ragioni per cui la bolivia non è stata colpita dalla crisi mondiale ed ha avuto la maggiore crescita economica del continente nel 2009).

    Ebbene: il governo chiede fondi per industrializzare la coca al di fuori del circuito del narcotraffico. Da chi ottiene questi fondi? Dalla UE. Cioè, facendo un po’ di demagogia, 50 milioni di euro dei contribuenti europei vanno per due piani di “industrializzazione” della coca che porteranno solo ad una maggiore e più pratica produzione delle foglie da trasformarsi in cocaina.

    Nota1: è inutile nascondere ciò che è oramai da decenni chiaro. L’enorme margine di guadagno del narcotraffico non ha concorrenti, ancor più limitati quando praticamente sono stati quasi annullati i controlli come in Bolivia. Nota2: l’area di principale produzione di coca, il chapare, ha ricevuto negli ultimi 20 anni, i maggiori finanziamenti internazionali (si chiamava “sviluppo alternativo” alla coca) di ogni altra area rurale del continente americano. Le ragioni del perchè non sia cambiato nulla sono esposte nella prima nota. Nota 3: le popolazioni indigene del chapare sono state gradualmente espulse dai loro territori per far posto ai coloni andini quechua aymara, come morales, che hanno occupato l’area dell’oriente tropicale a partire dagli anni 60.

     

  9. Famekimica says:

    ONG, telemutilatori umanitari e altri spettacoli

    [..] ONG, telemutilatori umanitari e altri spettacoli Scritto da Miguel Martinez Giovedì 14 Gennaio 2010 00:16 E’ solo una notizia, letta al volo in rete e riguarda un tema su cui so poco: il terremoto di Haiti. Resto colpito da due dettagli: &e [..]

  10. Famekimica says:

    ONG, telemutilatori umanitari e altri spettacoli

    [..] ONG, telemutilatori umanitari e altri spettacoli Scritto da Miguel Martinez Giovedì 14 Gennaio 2010 00:16 E’ solo una notizia, letta al volo in rete e riguarda un tema su cui so poco: il terremoto di Haiti. Resto colpito da due dettagli: &e [..]

  11. dantem says:

    Il capitalismo del disastro è di nuovo in azione. Dal libro di Naomi Klein, Shock Economy, una citazione di una citazione:

    "Lo tsunami che ha raso al suolo la costa come un bulldozer gigante ha offerto agli imprenditori edili un’opportunità che non osavano neppure sognare, e si sono mossi rapidamente per coglierla" – Seth Mydans, Int. Herald Tribune 10 marzo 2005

    Come non ricordare questo libro! E quel genio del crimine alla radice di tutto – o quasi – Milton Friedman e la terribile Scuola di Chicago.

    Triste consatare che anche le ONG vi si appiccicano come sanguisughe!

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>