In memoria di Moammed Sceab

Di letteratura italiana, so pochissimo. Magari questa poesia la conoscete tutti; io l’ho scoperta ieri cercando altre cose in rete. Però ho il vantaggio dell’ignoranza: posso apprezzarla senza associazioni scolastiche.

In fondo, un commento dello stesso Ungaretti.

Ungaretti, Il Porto Sepolto (1916):

In memoria
di
Moammed Sceab
discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
patria
 
Amò la Francia
e mutò nome in
Marcel
ma non era francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè
 
E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono
 
L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal N° 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa
 
Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
continuamente
in una giornata
di una decomposta fiera
 
E forse io solo
so ancora
che visse
 
Saprò
fino al mio turno
di morire

Una grande importanza nella storia della mia vita e nella storia della mia poesia deriva dall’incontro, ad un certo momento della mia giovinezza, con Enrico Pea ad Alessandria d’Egitto. Enrico Pea faceva ad Alessandria il commerciante di marmi e nello stesso tempo aveva messo su, sviluppando il laboratorio di falegnameria del suocero, una segheria meccanica. Sopra la segheria meccanica – era ingegnoso Pea -aveva pensato di starci di casa e di destinare uno stanzone, uno stanzone enorme, e altri stanzini accanto allo stanzone enorme, ai gruppi sovversivi che, in quel periodo erano numerosi ad Alessandria.

Tra i giovani sovversivi di Alessandria che si raccoglievano nella baracca del mio amico Pea, c’era un arabo – era forse l’unico arabo in quella baracca – e questo arabo era Moammed Sceab. Moammed Sceab era anche stato mio compagno di scuola. Quindi eravamo doppiamente uniti; eravamo uniti nelle speranze di un mondo organizzato con maggior giustizia, ed eravamo uniti dai ricordi di infanzia e dalle aspirazioni letterarie che avevamo l’uno e l’altro. Aspirazioni diverse: io credevo in una poesia dove il segreto dell’uomo (fin da allora) trovasse in qualche modo un’eco, credevo nella poesia dell’inesprimibile, e invece Sceab credeva – mente logica, arabo discendente da quelli che avevano inventato l’algebra – credeva invece in una poesia strettamente legata alla ragione.

Ecco. Ed avevamo, in fondo, in comune anche un altro dramma: l’uno e l’altro avevamo un’educazione europea, occidentale, francese. Anch’io. Io ero nato in un paese che non era il mio, ero nato ad Alessandria, lontano dalle mie tradizioni; ero lontano dai paesaggi, dalle immagini che avevano accompagnato la vita di tutti i miei. Eravamo l’uno e l’altro, per ragioni diverse, degli uomini che non erano avviati in un modo naturale a compiere il loro destino. E naturalmente queste cose non avvengono nell’uomo senza turbamenti e senza strazi a volte terribili. E la mia, la nostra gioventù, la nostra prima gioventù, quella mia e quella di Sceab, è cosparsa di giovani, di giovani compagni che nelle stesse circostanze delle nostre si troncarono la vita. E anche Sceab a un certo momento si troncò la vita. Sceab a Parigi, lontano dalla sua terra africana – o dalla sua terra araba perché in fondo viveva in Egitto ma non era africano, veniva dal Libano – essendo stato rilavorato da una cultura e da una tradizione diversa, non resisté al dissidio e anche lui si uccise.

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6 Responses to In memoria di Moammed Sceab

  1. utente anonimo says:

    Una poesia bellissima di uno dei più grandi poeti del 900. Credo che a scuola si studino, da anni, sempre le stesse 5-6 (non certo da meno, anzi): i Fiumi, Veglia, Allegria di naufragi, Natale…

    CHIAROSCURO

    Anche le tombe sono scomparse

    Spazio nero infinito calato

    da questo balcone

    al cimitero

    Mi è venuto a ritrovare

    il mio compagno arabo

    che s’è ucciso l’altra sera

    Rifà giorno

    Tornano le tombe

    appiattate nel verde tetro

    delle ultime oscurità

    nel verde torbido

    del primo chiaro

  2. utente anonimo says:

    E.M.

  3. JohnZorn says:

    Due grandi (Marinetti e Ungaretti, checché se ne voglia dire sul primo) italiani nati ad Alessandria d’Egitto…

    Saluti

    JZ

  4. controlL says:

    Il deserto e i nomadi sono una presenza lunga nella poesia d’ungaretti. Questo è il coro 24 dei 27 che formano gli “ultimi cori per la terra promessa” (1952/60):

    24

    Mi afferri nelle grinfie azzurre il nibbio

    E, all’apice del sole,

    Mi lasci sulla sabbia

    Cadere in pasto ai corvi.

    Non porterò più sulle spalle il fango,

    Mondo mi avranno il fuoco,

    I rostri crocidanti

    L’azzannare afroroso di sciacalli.

    Poi mostrerà il beduino,

    Dalla sabbia scoprendolo

    Frugando col bastone,

    Un ossame bianchissimo.

    p

  5. utente anonimo says:

    quando il sultano manda gelati…

    mentre il sultano Saladino fa arrivare gelati confezionati con la bianca neve del libano, sotto le mura di Gerusalemme per calmare l’arsura di Riccardo cuor di leone, é come se scrivesse una poesia con la neve del libano, e che tutti i poeti di tutti i tempi-universi ne mangiassero un po’. bye, jam

  6. utente anonimo says:

    leggerti ogni quindici giorni, a ritroso, mi fa scoprire cose come questa, come un lampo nel grigiume. Grazie.

    Silviu’

    PS contrariamente alla comune vulgata il disoccupato “non ha mai tempo”. giuro che scoprirlo a 65 anni è stato un poco uno schock!

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