Show of Hands e la vita di campagna ai tempi della devastazione globale

Philip Beer e Steve Knightley, entrambi cresciuti nella campagna del sudovest inglese, hanno messo in piedi, ormai da diversi anni, il duo musicale Show of Hands.

Al di là della loro indubbia bravura e originalità – l’etichetta di "cantanti folk" che è stata messa loro addosso sta decisamente stretta – rappresentano una tendenza minoritaria, ma importante in questi tempi in cui la globalizzazione si accompagna alla frammentazione. Show of Hands sa parlare di luoghi, paesaggi, identità, additando i loro veri assassini, che non sono certamente i migranti, ma la Grande Idrovora.

Ascoltate, ad esempio, la travolgente canzone Roots, subito sfruttata – nonostante le proteste degli autori – dai gruppi xenofobi/islamofobi inglesi, il British National Party e gli English Democrats. Ma proprio questo sfruttamento dimostra che questo è un importante campo di battaglia ai nostri tempi.

La canzone Country Life degli Show of Hands, invece, è un duro antidoto al mulinobianchismo, ma lontano anche dalle forme di superbia urbana, storicamente così diffuse in Italia.

 
 
 

Il testo, seguito da un mio tentativo di traduzione.

Working in the rain cutting down wood
Didn’t do my little brother much good
Lost two fingers ina chainsaw bite
All he does now is drink and fight
Sells a bit of grass hots up cars
Talks of travel never gets far
Loves his kids left his wife
An everyday story of country life

And the red brick cottage where I was born
Is the empty shell of a holiday home
Most of the year there’s no-one there
The village is dead and they don’t care
Now we live on the edge of town
Haven’t been back since the pub closed down
One man’s family pays the price
For another man’s vision of country life

My old man is eighty four
His generation won the war
He left the farm forever when
They only kept on one in ten
Landed gentry county snobs
Where were you when they lost their jobs
No-one marched or subsidised
To save a country way of life

Silent fields empty lanes
Drifting smoke distant flames
Picture postcard hills on fire
Cattle burning in funeral pyres
Out to graze they look so sweet
We hate the blood we want the meat
Buy me a beer I’ll take my knife
Cut you a slice of country life

If you want cheap food well here’s the deal
Family farms are brought to heel
Hammer blows of size and scale
Foot and mouth the final nail
The coffin of our English dream
Lies out on the village green
While agri-barons CAP in hand
Strip this green and pleasant land
Of meadow, woodland, hedgerow, pond
What remains gets built upon

No trains, jobs
No shops, no pubs

What went wrong
Country life
It’s a little bit of country life

Lavorare sotto la pioggia a tagliare legna
non ha fatto molto bene a mio fratello
ha perso due dita nella sega meccanica
adesso non fa altro che bere e litigare
vende un po’ di fumo trucca i motori
parla di viaggiare ma non va mai lontano
ama i suoi bambini ha piantato la moglie
storia quotidiana di vita di campagna

E la casetta in mattoni rossi dove sono nato
è il guscio vuoto di una casa per le vacanze
la maggior parte dell’anno non c’è nessuno lì
il paese è morto e non gliene importa niente a nessuno
adesso abitiamo nella periferia della città
non ci sono tornato da quando hanno chiuso il pub
la famiglia di qualcuno paga il prezzo

della visione della vita di campagna di qualcun altro

Mio padre ha ottantaquattro anni
la sua generazione ha vinto la guerra
ha lasciato i campi per sempre
quando ne è rimasto solo uno su dieci
signorotti e snob di campagna
dove eravate quando hanno perso il loro lavoro
nessuno ha sfilato in piazza o mandato sussidi
per salvare lo stile di vita della campagna

Campi silenziosi viottoli vuoti
fumo nell’aria fiamme lontane
colline da cartolina che ardono
le vacche bruciate su pire funerarie
fuori a brucare sembrano così carine
ci fa schifo il sangue vogliamo la carne
pagami una birra e tiro fuori il coltello
ti taglio una fetta di vita di campagna

Se vuoi cibo a poco prezzo ecco come funziona
i campi delle famiglie vengono battuti
a martellate di dimensione e di scala
l’afta epizootica è stata l’ultimo chiodo
la bara del nostro sogno inglese
è esposta sul prato del paese
mentre gli agribaroni,
CAP in hand [1]
spogliano questa bella terra verde
di prato, bosco, siepe, stagno

su ciò che resta si costruisce

Niente treni, niente lavoro
niente negozi, niente pub

Cosa è andato male
vita di campagna
è un po’ di vita di campagna

[1] "Agri-barons" si riferisce alle multinazionali dell’agricoltura.

"Cap in hand" vuol dire, cappello – o berretto – in mano, per mendicare fondi pubblici; ma CAP, scritto volutamente con le lettere maiuscole, è anche Common Agricultural Policy, la Politica agricola comune (PAC) dell’Unione Europea.

Miguel Martinez è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l’integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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25 Responses to Show of Hands e la vita di campagna ai tempi della devastazione globale

  1. fm_dacenter says:

    mica c’era un certo Celentano che lamentava la fine della vita semplice?

    o era Erodoto?

    o già Caino ricordava come si stava meglio quando era piccolo?

    Miguel, t’hanno fregato! quelli erano gli eredi dei geometri che distrussero le terre comuni dei contadini inglesi, altro che palle!

    Francesco o’ cinico

  2. utente anonimo says:

    Era Abele che conduceva la vita semplice.

    Caino era un geometra DOC :-)

    Z.

  3. kelebek says:

    Per Francesco n. 1

    “Miguel, t’hanno fregato! quelli erano gli eredi dei geometri che distrussero le terre comuni dei contadini inglesi, altro che palle!”

    Beh, stavolta ti concedo un punto.

    Miguel Martinez

  4. utente anonimo says:

    Ma non è meglio “agrobaroni” invece di “agribaroni”?

  5. Suvvia, Miguel. Di “country way of life” se ne parla da secoli, è una costruzione ideologica quant’altre mai, e in Inghilterra in particolare (ma da noi non è diverso) è SEMPRE stata la divisa dei reazionari. Se ne parla diffusamente qui:

    http://www.amazon.co.uk/Country-City-Modern-Novel/dp/0195198107/ref=sr_1_4?ie=UTF8&s=books&qid=1234432082&sr=1-4

    (un libro bellissimo).

    Ciao,

    KK

  6. kelebek says:

    Per Karl Kraus n. 5

    Credo che Show of Hands faccia esattamente il contrario. Cioè smaschera proprio il mito del Country Way of Life, il mulinobianchismo conservatore. E lo fa dal punto di vista di chi nella country ci è cresciuto.

    D’altronde, anche nelle sue interviste, Steve Knightley ribatte la critica radicale al romanticismo sulla campagna.

    Miguel Martinez

  7. kelebek says:

    Un altro punto… prima di definire “reazionaria” la realtà di campagna, bisognerebbe guardare la storia.

    Con due importanti eccezioni preindustriali – la rivoluzione francese e quella del ’48 – e una post-industriale – quella iraniana – le rivoluzioni sono sempre state o contadine o fatte da contadini da poco inurbati (e anche la rivoluzione iraniana ha contato molto su questi ultimi).

    Sia nell’insorgenza del 1810 che nella rivoluzione del 1910, Città del Messico, unica città importante del paese, è rimasta fuori.

    La rivoluzione russa è stata largamente contadina (magari sotto la veste di soldati contadini arruolati, o di contadini appena entrati in fabbrica); quella cinese, dopo il fallimento della rivolta di Shanghai, quella vietnamita, in massima parte quella cubana…

    Certo, ci sono stati movimenti che si chiamano “rivoluzionari” che non sono stati contadini, ma si tratta più di colpi di stato da parte di un ceto militare/studentesco emergente, come quella di Kemal Ataturk in Turchia, di Nasser in Egitto o quella etiope.

    Ma le rivoluzioni a radicata base sociale hanno avuto una fortissima impronta contadina.

    Miguel Martinez

  8. fm_dacenter says:

    la rivoluzione russa contadina?

    Mig, non sono uno storico ma questa mi sembra assai grossa. le palle che mi hanno fatto sulla natura contadina della rivoluzione comunista di Mao contrapposta a quella urbana e industriale di Lenin a scuola ….

    e quella statunitense? o quella non fu una rivoluzione? quelle inglese del 1600?

    e la rivolta dei Ciompi a Firenze?

    Show of Hands è il prototipo ideologico del piccolo agricoltore, uno dei pilastri di ogni azione politica reazionaria, vedi la Lega e le quote latte, se vuoi un esempio

    ciao

  9. Non dico affatto che la “realtà dic ampagna” sia reazionaria: questa è una cazzata senza senso. Quella che è reazionaria è una certa ideologia della vita di campagna (“country life”, come non a caso la chiamano questi campioni che citi), ed è reazionaria non perché controrivoluzionaria o altro, ma precisamente perché è del tutto astorica, cioè prescinde del tutto dalla considerazione dei rapporti reali.

    KK

  10. kelebek says:

    Per KK n. 9

    A me sembra molto “storica” la visione di uno che ci è nato e che dice:

    “One man’s family pays the price

    For another man’s vision of country life”

    “Landed gentry county snobs

    Where were you when they lost their jobs

    No-one marched or subsidised

    To save a country way of life”

    Miguel Martinez

  11. kelebek says:

    Per Francesco n. 8

    Al di là delle sciocchezze dogmatiche, gli operai erano quattro gatti in Russia nel 1917, e tutti figli di contadini.

    Comunque ce n’è un esempio più vicino: le sommosse del ’68-70 alla Fiat di Torino, interamente condotte da giovanissimi figli di contadini appena arrivati a Torino.

    In conflitto con i vecchi operai torinesi ormai “urbanizzati”.

    Su quest’ultimo tema, esistono eccellenti studi sociali.

    Miguel Martinez

  12. Allora bisogna dire che per te “storia” ha un significato singolarmente lasco (come d’altronde, a quel che vedo dal tuo commento #11, la parola “contadini”).

    Chi è l'”one man” la cui “family” sta pagando il prezzo della “vision of country life”? e chi è l'”another man”? Chi sono la “landed gentry” e i “county snobs” (esistono? dove? come vivono? cosa producono?)? Chi è che avrebbe dovuto “marciare” o “sussidiare” (con quali soldi?) “to save a country way of life” (quale way of life, btw)?

    Io mi farei domande del genere. Come pure, quanto alle rivoluzioni e sommosse asseritamente “contadine” del ’17 e del 69-70, mi chiederei: ma com’è che questi contadini si rivoltano solo DOPO essersi inurbati, non prima, quando se ne stanno nella loro campagna? Non sarà che della solidarietà tra compagni e della lotta DI CLASSE (la famosa coscienza) uno partecipa solo IN CITTA’? E che, viceversa, la “country way of life” è una immagine creata da borghesi cittadini con la nostalgia di una vita senza problemi, senza difficoltà, senza conflitti?

    Ciao,

    KK

  13. kelebek says:

    Per KK n. 12

    “Chi è l'”one man” la cui “family” sta pagando il prezzo della “vision of country life”? e chi è l'”another man”? Chi sono la “landed gentry” e i “county snobs” (esistono? dove? come vivono? cosa producono?)?”

    Non sono un interprete autorizzato di Steve Knightley… comunque presumo che voglia sottolineare la differenza tra chi in campagna ci è nato – come lui – e chi invece ci ha messo su la casa d’estate perché “la campagna è bella”. Fenomeno particolarmente radicato in Inghilterra, nella mia esperienza (non so se conosci la dura lotta condotta nel Galles contro gli “escursionisti” londinesi).

    “Chi è che avrebbe dovuto “marciare” o “sussidiare” (con quali soldi?) “to save a country way of life” (quale way of life, btw)?”

    Presumo che “country way of life” sia proprio un’eco ironica delle affermazioni fatte dai romantici e dagli escursionisti londinesi, nonché dal ceto abbiente che abita fuori città. E che non hanno usato i loro mezzi per schierarsi a fianco dei contadini.

    “Come pure, quanto alle rivoluzioni e sommosse asseritamente “contadine” del ’17 e del 69-70, mi chiederei: ma com’è che questi contadini si rivoltano solo DOPO essersi inurbati, non prima, quando se ne stanno nella loro campagna? Non sarà che della solidarietà tra compagni e della lotta DI CLASSE (la famosa coscienza) uno partecipa solo IN CITTA’?”

    Due obiezioni.

    Uno, che la solidarietà di classe si scioglie con la memoria della solidarietà contadina, cioè con il passaggio di una o due generazioni. E non sono certamente io ad avere scoperto l’acqua calda, affermandolo.

    Due, che le rivoluzioni che ho citato (Messico, Vietnam, Cina, in larga misura Cuba, ma anche Eritrea e tante altre rivolte non necessariamente socialiste, ma basate sulla solidarietà) sono state fatte direttamente dai contadini non ancora inurbati.

    E questo vale ancora oggi per il Messico, dove possiamo aggiungere forme di solidarietà non operaia che passano per le colonias.

    Per quanto riguarda la Russia, è stata innanzitutto una rivoluzione di soldati, che rispecchiavano la composizione demografica di un paese per oltre il 90% contadino.

    C’è sicuramente l’elemento di solidarietà della trincea, che si aggiunge però agli elementi di solidarietà già riconosciuti dallo stesso Marx.

    Miguel Martinez

  14. fm_dacenter says:

    >> la solidarietà di classe si scioglie con la memoria della solidarietà contadina, cioè con il passaggio di una o due generazioni. E non sono certamente io ad avere scoperto l’acqua calda, affermandolo.

    sei sicuro? hai appena distrutto il 90% del marxismo reale, della storia del comunismo, dei miei avversari storici … oltre ad avere disumanizzato i poveri operai.

    ciao

  15. kelebek says:

    Per Francesco n. 14

    Della sopravvivenza del marxismo reale me ne importa poco.

    Mi basta guardare i figli degli operai torinesi del ’68-’70.

    Miguel Martinez

  16. fm_dacenter says:

    OK, la coscienza di classe degli operai è un lascito contadino (e io che credevo che i contadini fossero molto solidali e molto egoisti) che muore in poco tempo.

    Cosa resta ai critici del sistema?

    Ciao

    Francesco

  17. kelebek says:

    Per Francesco n. 16

    La coscienza di classe degli operai non è un lascito contadino.

    Il punto però è che la classe operaia storicamente è combattiva quasi solo al momento della sua formazione, e quindi nel passaggio dalla campagna alla città.

    Credo che molto dipenda dal tipo di cultura contadina.

    Chiaramente una cultura come quella del Messico centrale, basata sull’uso collettivo delle terre, forgia una mentalità particolare (che nel nord non c’è).

    Marx comunque non ha parlato di “classe operaia di fabbrica”, che è una costruzione della successiva socialdemocrazia sindacale (e quindi operaia) tedesca.

    Miguel Martinez

  18. paniscus says:

    E’ la fabbrica che ruba e ci divora

    i nostri anni migliori

    lavorare meno almeno

    se non puoi starne fuori.

    I sogni di mio padre contadino

    ora alzano le mani.

    Mio fratello è in galera da dieci anni

    ma tornerà domani.

    E la nebbia che ci assale

    ci confonde giorno e sera,

    sembra tutta una stagione

    inverno e primavera.

    E la nebbia quando cade

    tra le braccia della sera,

    ci fa sentire come dei fantasmi

    sopra una corriera.

    (GANG, 1993)

    ciao

    Lisa

  19. controlL says:

    Credo per meglio apprezzare questa canzone e “roots”, bellissima, potremmo riascoltare quest’affascinante pezzo d’un’affascinante petula clark del 1964. È più istruttivo che farsi pippe mentali sulla “coscienza di classe”: downtown: http://www.youtube.com/watch?v=8GVE7lRZuFM

    p

  20. PinoMamet says:

    Scusate se mi inserisco tardi, sono stato fuori per lavoro.

    Forse non mi leggerà nessuno.

    Io non la butterei sull’ideologico, meno ancora che sul dogmatico.

    Ho vissuto in campagna un bel po’, e se c’è una cosa che mi sta più sul cazzo del termine “contadini” con cui gli abitanti di città (loro stessi al 90% figli, nipoti o pronipoti di contadini) chiamano quelli di campagna, è il tono con cui pontificano “i contadini fanno questo e quello”, secondo i casi con ammirazione ipocrita o ostentato disprezzo, e quasi mai azzeccandoci.

    la gente che sta in campagna fa quello che fanno tutti, cioè, tenta di campare;

    in più, se la deve vedere anche con quelli dell’ostentato disprezzo, col quale devono a tutti i costi nascondere il nonno o prozio “contadino”, e quelli dell’ipocrita ammirazione, che più o meno è la stessa cosa.

    I contadini erano i “negri” prima che arrivassero i neri veri, punto.

    Da qui lo spiegabilissimo ribellismo in varie forme

    (“volete il fucile? venitevelo a prendere” urlava mio trisnonno in dialetto piacentino ai carabinieri che lo inseguivano)

    e l’ancora più spiegabile solidarietà di classe.

    Che attendeva solo un’occasione per esplodere e esprimersi, e questa occasione poteva essere l’esercito o la fabbrica o che altro.

    Fin che si ha coscienza di essere diversi:

    i “contadini”, i “negri”.

    Qua sull’Appennino odiano i “milanesi”, che han comprato tutte le vecchie case di campagna, ristrutturate a cazzo di cane, cioè, a gusto milanese, e ci vengono per quindici giorni.

    Insomma, il Galles ai gallesi, l’Inghilterra ai porci

    (Cymru yr cymru, Lloegr yr moech o qualcosa del genere) se inglesei è sinonimo di londinesi in vacanza;

    ma massimo rispetto ai “contadini” di tutto il mondo.

    Ciao!

  21. fm_dacenter says:

    >> il Galles ai gallesi, l’Inghilterra ai porci

    me piace, facciamo pure la Calabria ai calabresi e la Basilicati ai basilischi.

    purchè si levino dalle scatole, che noi porci da soli ci stiamo benissimo

    saluti

    Francesco o’leghista ambrosiano

    :)

  22. kelebek says:

    Per PinoMamet n. 20

    Abbiamo letto, e abbiamo anche apprezzato :-)

    Miguel Martinez

  23. falecius says:

    Pino. Non centra niente, ma quel cimrico “Lloegr” per “Inghilterra” è notevole. Non riesco assolutamente a capire come possa venir fuori (cioè, lo associo al “Logres” delle saghe arturiane, ma con questo sto punto a capo).

  24. JohnZorn says:

    @ Pino & Miguel:

    Io in Galles ho vissuto e conosco bene le battaglie e gli attentati (non se ne parla mai ma ci son stati) contro le “seconde case” degli inglesi da quelle parte…

    Personalmente non riuscirei a paragonare i due discorsi: se conosci il “poeta nazionale Gallese” (che non è Dylan Thomas, bensì R.S. Thomas, assai meno conosciuto qui) capisci che intendo.

    L’apologia della campagna nella cultura gallese, è discorso assai diverso da quello dei folksinger da te citati: nel primo caso una certa “romanticizzazione” esiste eccome, ma proprio perchè in Galles alla perdita di quella campagna associano la perdità d’identità culturale.

    Detto questo: protestino o no gli autori, è un fatto che molte tematiche di questo tipo sono molto care anche a quella destra politica inglese, e molti musicisti del loro genere hanno ora (ed hanno avuto a suo tempo) una certa “ideologizzazione trasversale”

    (che non mi piace come termine ma rende l’idea).

    Si pensi solo al NF negli anni ’70, tanto per citare un periodo musicale e politico che magari molti lettori qui dentro conoscono…

    Saluti

    JZ

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