Cosa vuole Hamas, tra Egitto e Turchia

Un interessante articolo, tratto da Arab Monitor.

Damasco, gennaio – L’alto esponente di Hamas che abbiamo davanti chiede di poter mantenere l’anonimato, perche’ ci racconta cose delicate. Siamo a poche ore dall’assassinio di Saed Siyam nella striscia di Gaza e poche ore ci separano dal vertice arabo islamico straordinario convocato dall’Emiro del Qatar. Il nostro interlocutore ha dormito due ore la notte e i suoi occhi cerchiati e rossi lo gridano a tutti. Ci rivela che non e’ l’Egitto che sta negoziando veramente per il cessate il fuoco a Gaza, ma la Turchia: almeno per quel che concerne le richieste del movimento di resistenza islamico.


Veniamo cosi a sapere che gli ambasciatori di Hamas hanno ricevuto dall’Egitto non un piano per il cessate il fuoco, ma un diktat: una tregua iniziale di due settimane, per consentire l’ingresso di aiuti umanitari nella striscia, durante le due settimane poi si dovrebbe concordare la tregua di lunga durata. Il Cairo la vorrebbe addirittura di vent’anni, ma non meno di quindici, e pretende che la resistenza firmi una resa incondizionata, rinunciando alla lotta armata, all’addestramento militare dei suoi uomini, alla produzione e all’import di armi. Durante la calma di breve durata, quella di due settimane, non ci sarebbe alcuna apertura dei valichi e anche gli aiuti umanitari ammessi nella striscia sarebbero a discrezione di Egitto e Israele. "Li abbiamo ringraziati, ma abbiamo spiegato che non e’ accettabile. Il generale Suleiman (il capo dell’intelligence egiziana) era furibondo, urlava ‘Nessuno tra gli arabi puo’ dire di no all’Egitto".

A che gioco avesse giocato il Cairo a cominciare sin da prima dell’aggressione israeliana (iniziata il 27 dicembre scorso), il nostro interlocutore ci racconta che il 26 dicembre gli egiziani hanno chiesto a Hamas di "alzare bandiera bianca", arrendersi "e noi (egiziani) interverremo presso Israele per garantire la vostra sicurezza personale". Comunque in quello stesso colloquio, svoltosi con degli assistenti del generale Suleiman, gli interlocutori egiziani assicurarono i palestinesi di aver ricevuto da Israele garanzie che nessun attacco militare contro Gaza era all’ordine del giorno. "In queste tre settimane di guerra ci sono stati dei giorni che hanno impedito per periodi di 48 ore l’ingresso nella striscia, attraverso il valico di Rafah, persino delle bombole di gas necessarie per la sala chirurgica degli ospedali. Non solo, ma da una decina di giorni 400 uomini di Mohammed Dahlan (l’ex uomo forte di al Fatah, degli Usa e di Israele a Gaza) sono ospiti di un centro militare egiziano ad Al Arish (capoluogo del Sinai), dove ricevono addestramento dagli egiziani". Il progetto dei Quattrocento e’ di rientrare nella striscia di Gaza se non sui carri armati israeliani, con il sostegno del Cairo.

Nei giorni scorsi si e’ rischiato grosso sulle rive del Nilo, perche’ l’Egitto non ha gradito l’operato della delegazione turca presente che ha cercato di lavorare sul piano del cessate il fuoco. Il generale Suleiman ha impedito inizialmente persino che i turchi potessero incontrarsi con i rappresentanti di Hamas, pretendendo di fare lui da messaggero tra le due parti. Poi, Ahmet Davotouglu, il principale consigliere del premier turco Erdogan, ha perso la pazienza e la delegazione di Ankara e’ stata autorizzata ad accedere ai palestinesi. "I turchi hanno mostrato un approccio molto pragmatico. Hanno fatto presente a Suleiman che la proposta egiziana e’ realisticamente inaccettabile per noi e hanno avanzato delle idee che possono offrire garanzie sia a noi che a Israele. Per esempio, hanno suggerito la presenza di osservatori internazionali direttamente ai valichi assieme a forze palestinesi dell’autorita’ di Gaza, che a Rafah, ma solo al valico di Rafah, potrebbero anche essere forze palestinesi miste, cioe’ agenti dell’Autorita’ nazionale e agenti nostri. Questa presenza internazionale sarebbe diversa da quella degli osservatori Ue a Rafah, anni fa, i quali praticamente prendevano ordini da Israele, che li controllava attraverso dei monitor. Questi agirebbero come un’autorita’ autonoma. Sempre i turchi hanno indicato in un anno la possibile durata iniziale del cessate il fuoco. Per noi, queste sono idee accettabili. Consideriamo la Turchia il partner con cui negoziare, perche’ ha mostrato molto realismo".

Tra le richieste essenziali del movimento di resistenza islamico palestinese per una tregua figurano l’arresto completo e definitivo delle operazioni militari israeliane nella striscia di Gaza, il ritiro immediato delle truppe di invasione, "potrebbero andarsene in due ore", diluito eventualmente in un paio di giorni, la fine dell’assedio imposto all’area, l’apertura di tutti i passaggi di frontiera, primo fra tutti appunto Rafah verso l’Egitto. 

Chiediamo al nostro interlocutore una valutazione sull’operato di Abu Mazen in questa crisi ? "Vede poco dopo l’avvio dell’aggressione israeliana lo ha chiamato al telefono il segretario generale della Jihad islamica Ramadan Shallah (che vive in esilio in Siria), chiedendogli di fare il gesto e telefonare a Ismail Haniye a Gaza per sapere cosa sta succedendo. Abu Mazen si e’ rifiutato. Sappiamo da fonti assolutamente sicure che ieri, quando hanno appreso alla Muqata (la sede di Abu Mazen a Ramallah) che Siyam e’ stato ucciso, i dirigenti presenti, e c’era anche Abu Mazen, si sono congratulati tra loro e si sono scambiati dei dolci. Cosa dire a questo punto?". Il mandato presidenziale di Abu Mazen, come capo dell’Anp, e’ scaduto il 9 gennaio scorso: "Si, ma nelle condizioni attuali non vogliamo creare un nuovo problema e consideriamo la questione congelata sino alla fine della guerra a Gaza, senza dimenticare che, a conflitto concluso, dovremo pensare alla ricostruzione di Gaza". 

Il nostro interlocutore ci racconta che l’anno scorso prima del vertice arabo di Damasco l’Egitto ha cercato in tutti i modi di convincere il presidente dell’Anp a boicottare l’incontro, ma Abu Mazen ha replicato "Se non ci vado, al mio posto si siedera’ Khaled Meshal (il capo dell’Ufficio politico di Hamas)", presentandosi a Damasco (al vertice straordinario arabo-islamico di Doha, dove Abu Mazen e’ stato assente, la poltrona di leader della rappresentanza palestinese e’ stata occupata proprio da Meshal). 

Anche gli europei, che pubblicamente hanno sempre voluto mostrarsi "virtuosi" nell’evitare ogni contatto con Hamas, in queste ultime settimane hanno avuto piu’ di un colloquio con il movimento di resistenza islamico palestinese. "Alcuni si sono fatti vivi dicendo che vogliono esprimere la propria posizione a riguardo del fatto che non abbiamo voluto rispettare la tregua. Quando abbiamo fatto presente che la tregua e’ stata violata da Israele che non ha mai tolto l’assedio a Gaza, questi Paesi sono svaniti. Ma tre Paesi europei hanno mantenuto i canali aperti e siamo tuttora in contatto con loro. Questi si sono offerti per dare una mano per uscire dalla crisi. Non posso indicarle due Paesi, se non che si tratta di membri dell’Unione europea. Uno di questi e’ una potenza, l’altro ha delle ambizioni. La Norvegia e’ stato invece il terzo Paese a offrirsi". 

Pure sul fronte americano emergono dettagli interessanti. L’ex ambasciatore Usa in Israele Daniel Kurtzer, assai vicino al team di Barack Obama, ha avuto due incontri "come privato cittadino" con i dirigenti di Hamas. L’obiettivo degli incontri era "raccogliere delle idee". I due colloqui si sono svolti nella primavera del 2008 e nel novembre scorso, dopo la vittoria elettorale di Obama. Come non ricordare poi che l’ex presidente statunitense Jimmy Carter ha voluto vedere personalmente Khaled Meshal, e non solo lui della direzione di Hamas, sia ad aprile che nel novembre 2008.

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One Response to Cosa vuole Hamas, tra Egitto e Turchia

  1. Sarebbe interessante sapere chi sono le due nazioni europee che hanno mantenuto contatti con Hamas.

    La potenza credo sia la Francia, certo non la Gran Bretagna o la Germania.

    L’altra nazione “che ha delle ambizioni” potrebbe essere la Spagna? O chi altro?

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