Quando Ismail Haniye era piccolo

Nel 1956, gli uomini che avrebbero fondato Hamas erano nella loro infanzia.

Gaza allora faceva parte, amministrativamente, dell’Egitto, che in quell’anno fu invaso contemporaneamente da tre paesi: Inghilterra, Francia e Israele.

L’invasione venne fermata, per complessi motivi di equilibrio geopolitico, con un perentorio intervento del presidente degli Stati Uniti. In questo, il presidente degli Stati Uniti ebbe il pieno appoggio delle comunità ebraiche americane su Israele.

Perché all’epoca, Israele interessava poco.

Non era considerato un avamposto dell’Occidente; ma non era più nemmeno un esempio di socialismo in costruzione, come si erano illusi alcuni. Mancavano cinque anni al processo Eichmann, e quindi alla riscoperta del genocidio antiebraico. Non andava ancora di moda la riscoperta identitaria, e le organizzazioni comunitarie ebraiche erano ancora interessate all’integrazione nelle società in cui si trovavano. I palestinesi non avevano ancora trovato modalità drammatiche per far conoscere il loro problema, e non interessavano affatto alle sinistre.

Per alcuni mesi, Israele mantenne il controllo sul territorio egiziano occupato e in particolare su Gaza. Prima di cederne il controllo alle Nazioni Unite, gli israeliani distrussero o si portarono via tutto il possibile.

Su quello che successe allora, abbiamo una curiosa testimonianza, quella del giornalista italiano Ugo Dadone e della ricercatrice americana Virginia Reeves, che insieme visitarono ad uno ad uno i campi profughi palestinesi di Gaza, del Libano, della Siria e della Giordania, informandosi sulle tremende condizioni di vita:

"L’indecorosa sistemazione di centinaia di migliaia di esseri umani in presunti alloggi che in realtà non servirebbero neppure da stalle, senza aria, senza luce e senza spazio: vecchie tende e stamberghe di fango e paglia infestate da insetti di tutte le specie".

Dadone e Reeves ascoltarono le fresche testimonianze di chi era stato arrestato, torturato, aveva visto il proprio accampamento distrutto o la propria famiglia massacrata durante i mesi dell’occupazione sionista: ad esempio,  quando gli occupanti fucilarono in massa i giovani maschi di Khan Yunis, radunati per l’occasione davanti alla sede dell’UNRWA, il 12 novembre del 1956, diventato famoso come la giornata della "setacciatura".

Ma soprattutto, Dadone e Reeves testimoniarono l’umiliazione diffusa. Commentando un incontro con due settantenni nel campo di Magazi, traumatizzati da quando gli occupanti si erano divertiti a "sparare contro di loro, in alto o ai piedi, numerosi colpi di mitra", senza ferirli, Dadone aggiunge che

"Di fattacci e fattarelli del genere avremmo potuto raccoglierne almeno uno per ognuna delle 1557 famiglie".

Il risultato fu il libro Fiamme ad Oriente, 429 dense pagine, pubblicato da un’effimera casa editrice – il Centro Editoriale Nazionale – e che si può trovare oggi su qualche bancarella, se si ha fortuna.

A essere generosi, possiamo definire ingenuo lo stile del libro.

Si tratta poi di un resoconto in stile giornalistico, dove le testimonianze sentite e le cose viste sui documenti. Eppure il testo costituisce un documento unico su ciò che avveniva allora in quello che Dadone chiama "campi di punizione per reati non commessi".[1]

Non è facile conciliare il libro di Ugo Dadone con quel poco che si riesce a saperne in rete. Certamente non era più giovane all’epoca. Per un certo periodo aveva diretto un’agenzia italiana al Cairo, molto vicino al regime fascista, e nel dopoguerra avrebbe fatto da direttore responsabile per un settimanale di area missina.

Però in tutto il libro, non solo non ci sono riferimenti al fascismo; ma manca completamente quel tono di supponente e retorica autoreferenzialità italica che caratterizza gli scritti dei fascisti in viaggio per il mondo – l’esempio più orrido che viene in mente è Mario Appelius.

Dadone non prova certamente simpatia per il sionismo.

Eppure in un’epoca in cui non esisteva il disclaimer politicamente corretto, e quando di  Olocausto non si parlava ancora (figuriamoci in Italia), Dadone ribadisce continuamente – e lascia ribadire ai suoi interlocutori – la netta distinzione tra sionismo e giudaismo e tra sionisti ed ebrei:


"Il modo di ragionare di questi giovani [dei campi di Gaza] […] è di una semplicità lineare.

Per quel poco che ricordano e per quello che hanno sentito ripetere dagli "anziani", verso i quali continuano ad avere il sacro rispetto imposto dal Corano, i sionisti non sono "ebrei", non conoscono il "Libro", non rispettano i Patriarchi, non amano Dio: sono degli infedeli, coi quali ogni rapporto è vietato.

Tanto più in quanto li hanno scacciati in malo modo dalle loro case e li costringono a vivere di elemosina".

Concetto ribadito nel campo libanese di Dekuaneh (Dikwanah) da un ventenne:

"L’Occidente sanziona una falsità e la fa sua. Si vuole far credere al mondo che i sionisti siano ebrei! Non è vero!…"

In un campo in Siria, un altro profugo palestinese spiega:

"Con gli "ebrei" (yahud), con quelli che abitavano nel paese prima della invasione dei "sionisti", gli arabi della Palestina vivevano nel migliore accordo. Adoravano lo stesso Dio e Abramo e Mosè godevano della medesima venerazione ed anche negli usi e costumi vi era una notevole affinità, tanto è vero, aggiunge, che ancora oggi… "vi sono molti ebrei che rimpiangono il recente passato e – come noi arabi – vedrebbero volentieri i sionisti riprendere le vie del mare…"

Un concetto ribadito a Gaza:

"Il Kamal Tauil ha avuto la prova che i più crudeli, "i più feroci, sadici torturatori", fossero i sionisti provenienti dai paesi… civili dell’occidente e dell’oriente slavo. Gli Arabi-Ebrei dello Yemen, dell’Iraq e del Marocco, questi ultimi rarissimi nelle formazioni militari sioniste d’invasione, sono stati molto "comprensivi" nei riguardi degli arabi di Palestina e del Sinai e hanno fatto del loro meglio per favorirne la fuga durante i rastrellamenti.

Questi arabi-ebrei si lamentavano – quando potevano sfuggire alla sorveglianza dei loro pseudo correligionari – in primo luogo del fatto che questi "non erano per niente religiosi, ma atei" e che li avevano ingannati con molte promesse per indurli a emigrare in Israele".

Dadone descrive con grande rispetto la sua visita al quartiere ebraico di Damasco e descrive le preoccupazione dei suoi abitanti con evidente simpatia:

"Musulmani, cristiani ed ebrei di Damasco danno al mondo una lezione di civiltà, che, passato il momento della sorpresa, commuove ed invita alla meditazione".

Non solo non c’è antisemitismo nell’opera di Dadone, non c’è nemmeno razzismo. Neppure sotto forma di esotismo o di accondiscendenza verso i propri interlocutori arabi, che sono sempre ascoltati e raccontati come esseri umani alla pari. Cosa per nulla comune all’epoca.

Sempre nel campo di Dekuaneh, il giovane Yusef el Khairy dice:

"Cosa credete, voi, signori dell’Occidente, che perché arabi, non si abbia sentimento umano e dignità nazionale e personale da sostenere e difendere? Ma se la vostra superiorità, la vostra civiltà, la vostra umanità, la vostra decantata democrazia, la vostra squisita e sventolata fratellanza umana, eguaglianza e libertà per tutti gli uomini di tutte le razze, consiste nel riconoscere opera di buona giustizia, di fratellanza e di umanità il massacro di migliaia di uomini, donne e bambini, o il furto indiscriminato di ogni avere di più di un milione di esseri umani di vecchissima razza e civiltà, ebbene!, noi abbiamo il diritto e il dovere, per rispetto ai nostri morti, ai nostri vecchi, a noi stessi e ai figli che verranno, di considerarvi al livello morale dei sionisti!"

Ugo Dadone esprime anche simpatia per la rivolta anticoloniale che all’epoca si stava diffondendo in Algeria.

Ugo Dadone è sicuramente anticomunista, cosa comunque non insolita all’epoca, ben al di là dell’ambito fascista: si premura fin troppo spesso nel libro a difendere i palestinesi dall‘accusa di essere comunisti, o viceversa di sottolineare come rischino di diventarlo, se non vengono ascoltati.

Qualche lettore potrebbe cogliere un elemento fascista solo nella ricorrente critica al colonialismo inglese.

A Damasco, uno studente ricorda la propria infanzia in Palestina:

"Già… le loro "colonie" i "Kibbutzim"!… a noi ragazzini, se ci azzardavamo ad avvicinare gli autocarri inglesi, toccava una scudisciata dall’impeccabile e sempre biondo ufficiale inglese… ma ogni sacco di farina che si scaricava per i sionisti era accompagnato da una cassetta di munizioni, un trattore, da un automobile, da un fascio di armi per i sionisti, confiscavano ai nostri padri, ai nostri fratelli, un vecchio fucile da caccia e per una manciata di pallottole, rischiavano di essere impiccati! Questa è la giustizia, l’equità, l’eguaglianza di tutti gli uomini, secondo la vostra civiltà?"

Alla fine, la personalità di Ugo Dadone resta un enigma; mentre non sono riuscito a trovare nulla su Virginia Reeves, la studiosa statunitense che lo accompagnò nel viaggio.

Ma il suo, anzi il loro libro è la migliore introduzione all’atmosfera in cui si sono formati gli attuali dirigenti di Hamas.

Per gli amanti del proibito, il libro di Ugo Dadone si può scaricare  da un famoso sito "revisionista" o "negazionista". Le simpatie fasciste di Dadone non c’entrano nulla: si tratta di una sorta di biblioteca virtuale che mette insieme materiale di ogni sorta che tocca in qualche modo l’argomento Israele, da alcuni demenziali libretti giudeofobi ai testi antinegazionistici della Valentina Pisanty.

Nota:

[1] Occasionalmente, Dadone fa riferimento anche ad altre fonti. Ad esempio al New York Times del 2 dicembre 1956, secondo il quale il

"personale di controllo delle Nazioni Unite afferma che secondo informazioni ricevute, da 400 a 500 persone sono state uccise a Khan Yunis nei primi giorni dell’occupazione (sionista); 700 a Rafah e da 30 a 50 nella cittadina di Gaza. Afferma (il personale delle N.U.) che le informazioni sono indirette perché le restrizioni imposte dall’esercito di Israele impediscono di investigare sul posto (on the spot)."

Invece, il direttore generale dell’U.N.R.W.A., Henry Labouisse, parlava di 275 uccisioni accertate a Khan Yunis; 111 a Rafah e 88 a Gaza.

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2 Responses to Quando Ismail Haniye era piccolo

  1. utente anonimo says:

    Beh certo che questo e’ un bell’esempio di visione distaccata e obbiettiva dei fatti: il racconto di un missino e quello altrettanto imparziale dei palestinesi di Gaza.

    Raffaele

  2. controlL says:

    Ho voluto leggermi tutto il libro. Non c’è solo gaza, ma la condizione tremenda al 1956 dei campi profughi egiziani, siriani, libanesi e giordani (confini pre-1967), più un capitolo su gerusalemme. Sarebbe bene vedere un po’ cosa successe in quegli anni dal 47-48 al 56 prima di dire che il libro è inficiato dall’essere di parte, fatta tutta la tara alle descrizioni di fatti atroci riportati dal libro. La storiella che alieni barbuti sorti o discesi tra i palestinesi una ventina d’anni fa impediscano una giusta pace che tutti gli altri avrebbero sempre voluto non è tanto che sia di parte, è che non ha parte sensata.

    Mangiando, m’è capitato d’ascoltare il tg5 dell’una, e ho sentito la bella notizia che hamas si sarebbe impadronita di gaza con un “colpo di mano” un anno fa. Capisco non legittimare elezioni che non piacciono nei risultati, ma definirle “colpo di mano” non m’era ancora capitato di sentirlo. Quando si parla d’essere di parte.p

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