Avere più opinioni

Ieri una certa Liberameri ha scritto qui un commento che presenta una critica costruttiva alla mia tesi su Hamas. Un commento che vale la pena di leggere per la sua lucidità e l’evidente conoscenza dei fatti.

Vado a vedere chi è Liberameri, e resto colpito dall’ultimo post che trovo sul suo blog, un post che purtroppo risale a diversi mesi fa.

Liberameri  parte dal problema del taglio dei contributi all’editoria – che potrebbe portare tra l’altro alla chiusura del Manifesto e del Foglio – per svolgere un ragionamento su tutta la trasformazione di sistema che stiamo vivendo, sul rapporto tra fine del pluralismo mediatico e fine del pluralismo politico (perfetto: "Due partiti (identici), quattro giornali e due poli televisivi (che quando Berlusconi è al governo diventano uno") e sul meccanismo di invidia della "casta" che porta all’economizzazione di tutti i rapporti.

In particolare, su questo blog si insiste da anni su un concetto molto semplice: più è ampio lo spettro di opinioni disponibili, più abbiamo scelta e quindi più siamo liberi. Ora, avere più opinioni disponibili significa che dobbiamo accettare anche più opinioni che ci scandalizzano.

Invece, oggi la disputa Destra-Sinistra consiste sostanzialmente in una feroce lotta per impedire all’altro, anche legalmente, di dire qualunque cosa su cui anche il primo non sarebbe d’accordo: è un tema che abbiamo già trattato qui più volte, ad esempio in riferimento a Prosperini o a Gasparri.

Ma Liberameri ha assolutamente ragione nel sottolineare come sia ancora più grave il problema posto dalla chiusura delle stesse fonti di opinioni diverse. Scrive Liberameri:

"I giornali non sono una merce. Non parliamo di innaffiatoi, di comodini, di lucidalabbra, di mobili da giardino. Parliamo di strumenti attraverso i quali si realizza la democrazia. Attraverso i quali si forma l’opinione pubblica. Attraverso i quali si dà voce alle mille istanze presenti nella società. Attraverso i quali ci si confronta, e magari si tirano fuori dal pensatoio idee nuove, interessanti. Chi darà voce ai migranti nei cpt, se non ci sarà più il Manifesto? Chi difenderà con la spada di fuoco l’oltranzismo bigotto degli ultracattolici, senza il Foglio? Chi scriverà le peggiori prime pagine del giornalismo italiano, inventando una geografia etno-fiscale sempre nuova, senza La Padania?"

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53 Responses to Avere più opinioni

  1. controlL says:

    I giornali sono una merce. Che intervenga lo stato affinché rimangano sul mercato, conferma e non smentisce questo dato di fatto. Piuttosto li fa diventare una merce alla mercé del suo più forte compratore, lo stato appunto. Poi io non mi scandalizzo affatto che lo stato possa intervenire sul “libero mercato”: l’ha sempre fatto in ogni tempo e luogo; può benissimo decidere di farlo anche per i giornali, se ritiene che sia giusto così.

    Ciò detto, rimane la questione politica posta da liberameri. Se il mercato resta il più efficace mezzo di distribuzione anche delle idee, quello che riesce a dar loro maggior visibilità, una politica statale che obblighi i giornali ad alzare il prezzo di vendita, comprimerà evidentemente questa distribuzione. Non è possibile, per fare un esempio, che il manifesto metta in vendita il suo quotidiano quotidianamente a 50 euro. Questo sforzo può essere richiesto una tantum ai suoi lettori/compratori, non ogni volta. Diciamo allora meglio che la distribuzione delle idee non può essere paragonata alla distribuzione d’altre merci, e che in questo caso lo stato, per chi crede a quest’importanza differente, deve rendere più facilmente accessibile il mercato al maggior numero d’idee. Uno stato che intervenga economicamente per diminuire o impedire, in alcuni casi, la distribuzione sul mercato d’alcune idee, non crediamo alla favoletta che lo faccia in nome d’un astrattamente libero mercato, di cui anche i più ciechi hanno visto in tutto il mondo che conto farne nella crisi economica recente, ma perché crede utile strozzare tale distribuzione. È vero che la rete sta cambiando i termini della questione perché abbatte i costi di produzione della merce/idea, ma la distribuzione in rete è ancora piuttosto lontana dall’avere la visibilità della distribuzione su carta, e non ha il prestigio, seppure spesso d’accatto, che ha il prodotto cartaceo. Cosa che va tenuta in debito conto, quando si parla del veicolo delle idee. E poi, perché no, c’è la questione degli stipendi di chi vive della distribuzione su carta. Il punto è più delicato di quanto sembri. È senz’altro giusto dire, puntiamo allora sulla rete. Nel nostro piccolo, direi minuzzolo, facciamo così. Ma chi dalla carta trae anche il pane che mangia, ecco che la transizione diventa un pochino più difficile da “digerire”. Non vorrebbe nel frattempo aver poco da digerire, alle spicce, fisicamente.

    Concludo, rispondendo qua a un’obiezione fatta nel post sull’orrido napolitano, perché il collegamento è suggestivo. Quando napolitano disse quelle parole nel 56, è vero che la stragrande maggioranza del pci era di quell’avviso, ma non è vero che tutti nel pci lo erano. “il manifesto” fu fondato da persone che fuoruscirono dal pci, a volte sbattendo a volte vedendosela sbattere la porta, in seguito agli avvenimenti ungheresi. Diciamo piuttosto che napolitano ha la splendida propensione a trovarsi sempre dalla parte dell’opinione ultramaggioritaria. E invece di trovarsi in una cooperativa editoriale che rischia di chiudere, è oggi presidente della repubblica. Certo, ammettendo che allora aveva sbagliato a seguire la maggioranza che gli conveniva come dirigente pci. Infatti. Si può fare più carriera seguendo un’altra maggioranza più ampia di quella che il pci gli garantiva. Un errore che uno come napolitano non ho fatica ad ammettere che ne sia sinceramente pentito.p

  2. Dall’inventario di Liberameri manca “Schiavo”; possibile che da quel “pensatoio” non esca mai alcuna idea “nuova e interessante”?

  3. RitvanShehi says:

    >Chi darà voce ai migranti nei cpt, se non ci sarà più il Manifesto? Miguel Martinez< Ricordo poco umilmente:-) che l’unica inchiesta giornalistica “da dentro” sui cpt (oggi cie) l’ha fatto un giornalista de “L’Espresso”, mica uno del “Manifesto”. >Chi difenderà con la spada di fuoco l’oltranzismo bigotto degli ultracattolici, senza il Foglio?< Vedrai che ci penserà Magdi UltraCristiano Allam:-)
    Inoltre, il Vaticano ha i suoi mezzi di propaganda che non mi sembrano in difficoltà.

    >Chi scriverà le peggiori prime pagine del giornalismo italiano, inventando una geografia etno-fiscale sempre nuova, senza La Padania?< Oh, non credo che “La Padania” sia a rischio d’estinzione (purtroppo:-) ): la Lega lo finanzierà senza problemi. P.S. Io sono dell’idea che in una democrazia seria anche a piccole minoranze politiche va assicurato una sorta di “diritto alla tribuna” non solo in Parlamento ma anche nella propaganda politica (giornali ecc.). Ma si sa che in Italia la situazione è sempre grave ma mai seria:-).

  4. RitvanShehi says:

    PSS al mio #3

    Mi sono accorto tardi che le citazioni da me commentate sono da “Liberameri” e non farina del sacco di Miguel (che ovviamente le condivide:-), ma tanto per essere precisi).

  5. perdonami. io credo invece che i giornali siano esattamente merci. da vendere e da acquistare. e che dovrebbero vivere senza alcun sussidio. forse avremo qualche bravo giornalista in più, e qualche mangiapane a tradimento in meno nelle redazioni. buona giornata

  6. kelebek says:

    Per Oranges n. 5

    … però vedo che sul tuo blog pubblicizzi Il Riformista :-)

    Miguel Martinez

  7. kelebek says:

    Per Ritvan n. 4

    Errore più che giustificato, il tuo.

    Adesso ho modificato leggermente il post per rendere chiaro chi ha scritto cosa.

    Miguel Martinez

  8. In linea teorica il discorso di liberameri è coerente. Peccato che i giornali (che non portano profitti per cui è difficile che un giornale “dia da vivere” a un gruppo di persone) siano, a parte “una merce” (che merce è tutto cio’ che viene venduto e comprato con moneta corrente) uno strumento che, per la sua natura “no profit” sfugge alle logiche capitalistiche in quanto alla sua essenza informativa. Cioè: un giornale informativo non fa guadagnare e quindi non trova spazio nel sistema capitalistico (almeno qui in Italia). Quindi chi si puo’ permetere il finanziamento (in perdita, anche coi contributi nostri) sono solo quei gruppi che hanno interesse a mantenere un alto livello di propaganda.

    E’ un’evoluzione di quel capitalismo globalizzato che oggi impera: la coscienza dei sudditi è importante in un sistema di “diritto” (elettorale) ma, pensa un po’, non fa guadagnare.

    Ergo, solo pochi se lo possono permettere e quei pochi “se lo permettono” per manipolare l’informazione. Finalità di non scarso peso, per chi detiene il potere.

    Cloro

  9. controlL says:

    Del resto il “riformista”, come dice il suo direttore, se lo è ancora, antonio polito mira ad andare oltre il socialismo. Invece delle assurde pretese dei vecchi socialdemocratici di riforme valide per tutti o almeno per le classi maggioritarie d’una società, già si pratica il riformismo ad personam, dove l’intervento statale va bene giusto per il giornale di chi applica quest’avanzatissima e veramente a (s)passo coi tempi idea politica.p

  10. liberameri says:

    A distanza di mesi, ma sempre interessante. D’abord, vorrei precisare che i fondatori del Manifesto non fuoriuscirono dal Pci nel ’56, ma dopo il ’68, per i fatti di Praga (infatti il Manif nasce nel ’69, prima come mensile. Che per me, lo confesso, risulta oggi illeggibile sebbene il plumbeo linguaggio fosse in linea con la sua epoca). Il discorso sul Manifesto – e sulle altre piccole cooperative editoriali o giornali di partito – non riguarda gli stipendi dei redattori, la sopravvivenza del supporto cartaceo, o altre questioni contingenti come queste. Voglio dire: quando abbandoneremo il petrolio per l’idrogeno si porrà il problema di tutte le persone che lavorano con il petrolio: non per questo eviteremo la conversione. Tuttavia, questi sono elementi che nella storia si diluiscono rapidamente fino a sparire del tutto. Triste dirlo, ma è così. A me interessa il problema delle minoranze nel sistema capitalistico globalizzato, dove la comunicazione ha un potere enorme. Quando dico che i giornali non sono una merce, voglio dire che l’esistenza (che discende dalla comunicabilità) di un’idea non può essere decretata dal mercato. Certo, oggi in questo sistema le idee e l’informazione tutta sono una merce. Ma non dovrebbero esserlo. Proprio no. Accettarlo significa scrivere la propria (almeno per me, ma credo di essere in buona compagnia) condanna all’estinzione. Se voglio informare un agricoltore padano di quello che sta accadendo a Gaza, non devo preoccuparmi di rendere appetibili ai suoi occhi le mie notizie, che so, mettendo in pagina le foto di giovani palestinesi mezze nude con il tanga verde-hamas. E, soprattutto, se le mie idee sono anti-sistema, come posso aspettarmi che il sistema stesso mi aiuti a comunicarle, finanziandomi? Questo discorso va al di là del Manifesto, che a molti potrà anche non piacere (anche se mi permetto di dire che l’inchiesta di Gatti sull’Espresso era molto bella, ma è una tantum. Il Manifesto ha contatti permanenti nei cpt, ne scrive di continuo e aiuta a non dimenticare che ogni giorno lì dentro ci sono persone detenute senza aver commesso alcun reato). Riguarda la restrizione continua degli spazi di contestazione, di resistenza, di discussione libera che non richieda l’acquisto di un biglietto d’ingresso. Lo Stato deve mantenere questi spazi liberi dal giogo del profitto: deve finanziare la cultura, l’istruzione, l’informazione. Il cui accesso è un diritto di tutti sia come fruitori, che come produttori. Poi, il fatto che i partiti (emanazione del potere economico-finanziario) spesso ce magnino e premino i loro schiavi (e condivido l’appellativo per un buon 80% dei giornalisti) è un altro problema (molto italiano, vedi la Rai: Reti-anti-informazione italiane). Che non deve spostare l’attenzione da quello vero, cioé la condizione delle minoranze e il loro diritto ad esistere nel sistema capitalistico-globalizzato. Alla fine, mi trovo a constatare quanto il sistema e le sue regole “liberali” siano una perfetta macchina che si autoproduce ed autoconserva. E non temete: metteranno le mani anche sulla rete, nel momento in cui gli “elettori” inizieranno ad informarsi prevalentemente con questo medium. Lo faranno attraverso la legge, con sistemi di controllo tecnologico sempre più sofisticati e con la pubblicità (Berlusconi ne ha parlato più volte, solo per citare l’Itaglia). Saranno più forti le idee o il sistema che le contiene? Io temo che sarà più forte il sistema. Sempre che sopravviva a se stesso. E scusate le mille parentesi (odio le parentesi…ancora!). Il discorso sarebbe molto più ampio e articolato di quanto consenta il pur nobile spazio di un post.

    Grazie per l’ospitalità, Kelebek!

    Buon anno

  11. utente anonimo says:

    Naturalmente credo sia giusto il finanziamento ai partiti. Poi quel partito deciderà come impiegare quel denaro: volantini, giornali, conferenze o altro ancora.

    Per il resto, beh, direi che Ritvan ha ragione. Sopravviveremo anche senza Padania, Foglio e Manifesto, secondo me. Sui primi due non credo ci sia molto da dire; del Manifesto ricordo soprattutto una interessante discussione di qualche anno fa, dove si discuteva se fosse giusto vandalizzare le città in occasioni delle manifestazioni noglobbal, e di come giustificare i vandalismi…

    Via che sopravviveremo :-)

    Z.

  12. utente anonimo says:

    liberameri,

    – E non temete: metteranno le mani anche sulla rete, nel momento in cui gli “elettori” inizieranno ad informarsi prevalentemente con questo medium. Lo faranno attraverso la legge, con sistemi di controllo tecnologico sempre più sofisticati e con la pubblicità (Berlusconi ne ha parlato più volte, solo per citare l’Itaglia). —

    Non ho mica capito.

    Come può Berlusconi chiudere per legge un server sito in California o a Taiwan?

    Quali “sistemi di controllo sofisticati” mi possono impedire l’accesso a siti web non graditi?

    Quella sulla pubblicità proprio non l’ho capita…

    Z.

  13. controlL says:

    Ho fatto un po’ di confusione. E dire che la storia del manifesto l’avevo ripassata da poco in un altro blog. Comunque uscirono in parecchi anche nel 56 dal pci. Lo “splendido affollamento” di napolitano resta confermato anche dai fatti del 68 peraltro.

    Venendo a cose più serie, le idee non sono direttamente dipendenti dal mercato. Non diamo al capitalismo una forza che non ha, quasi non ne avesse abbastanza già così. È la loro distribuzione che può dipendere in misura più o meno grande dal meccanismo del mercato. Per ovviare in parte a questo restringimento in italia s’usa un sostegno pubblico ai giornali. È una scelta politica, e come tutte le scelte politiche risente dei rapporti di forza e della temperie vigenti, da lì non si scappa.Oggi la situazione sembra essere più favorevole a coartare questo correttivo, al di là di certe risibili opinioni che si pretendono a scusa, e credo che non resti che adattarsi alla situazione, aspettando che cambi.

    Sulla rete, staremo a vedere. Intanto hanno meno possibilità d’intervenire proprio perché è meno assoggettabile alle leggi del mercato, potendo abbassare di molto i costi di produzione. Buona fortuna a chi cercherà di controllarla.

    Ma in realtà la migliore difesa dello stato esistente non è il mercato e il suo meccanismo d’espulsione. Si trova invece in ciò che dici en passant, quando affermi che oggi quel manifesto è illeggibile. Quello che chiami sistema ha vinto anzitutto sul piano delle idee. A volte ce ne dimentichiamo invece di cercare di capire, per chi non ama il sistema e le idee che afferma, come sia potuto succedere.p

  14. Non ho mai visto il Manifesto in mano ad un operaio, ma sempre in mano a quella bella borgesia di sinistra chic, l’operaio poveraccio gli mancano gli strumenti per leggere e decifrare il Manifesto…quindi mi chiedo se fanno un giornale che legge solo una piccola elite anche piuttosto benestante, quale ne è l’utilita’? un ex del manifesto che è Barenghi scrive per la Stampa, e quanti di noi e’ sempre a rischio licenziamento per le leggi del mercato…mi sembra cosi poco dignitoso quel continuo lamento che viene dal Manifesto…(…)

  15. liberameri says:

    Aiuto Z a capire.

    Berlusconi non può far oscurare un sito nato a Taiwan, certo. Ma – posto che pochi italiani si lanciano in letture taiwanesi – può far oscurare un sito italiano. Cosa già accaduta, ad esempio, per un sito siciliano che si occupava di mafia, oscurato grazie a cavilli giuridici riguardanti la registrazione come testata giornalistica. E non c’è bisogno che ti spieghi quanto i goveri occidentali siano in grado di coordinarsi tra loro. O devo spiegarlo? Inoltre, ricordo a tutti il tentativo di legiferare contro i liberi blog, circa un annetto fa, dal ddl Levi (vado a memoria, posso sbagliare i nomi). E ricordo anche gli accordi Google-Cina. Sugli strumenti messi a punto dalla tecnologia a servizio dei governi…non c’è limite all’immaginazione! ma se entrano nei pc dei giornalisti! Porca vacca, il Corsera è stato spiato più volte…ma lasciamo stare, è un discorso lungo e noioso.

    Per la pubblicità, beh. Dire pubblicità significa dire finanziatori. Se io ho un finanziatore che garantisce uno stipendio a me e addirittura alla mia redazione, io lavorerò sul mio sito a pieno regime. Non nei ritagli di tempo come fanno i blogger o altri perdigiorno come noi. Il sito diverrà popolare e pubblicizzato (chiaro, se non sono un incapace. ma i “finanziatori” scelgono accuratamente su chi investire), autorevole e magari intermediale. Come i siti dei grandi quotidiani, che hanno le agenzie, i filmati, le redazioni, i contatti con gli altri media e la pubblicità. Questo significa riproporre in rete quello che avviene con la tv e con la carta stampata (più in generale, in tutta l’editoria). banale logica di mercato.

    Spero di essere stata meno oscura.

    Sul “via che sopravviveremo”…beh, non ci trovo molto da sorridere. Chiaro che sopravviveremo. Anche in una gabbia e telecomandati si sopravvive. Però, si sta meglio fuori dalla gabbia, con più giornali che con meno…cercando di non scadere nella sottovivenza, che è sempre dietro l’angolo.

    Per controlL. “Le idee non sono direttamente dipendenti dal mercato”. Mah. Io credo di sì. E’ direttamente dipendente dal mercato la loro diffusione (e spesso anche la loro genesi), quindi la loro esistenza e la loro possibilità di affermazione. Questo riguarda ogni tipo di idea, dalle innovazioni tecnologiche (vedi lo sviluppo delle alternative al petrolio e al Co2) alle idee politiche. Mai sottovalutare questa dipendenza, nel sistema delle comunicazioni di massa. Berlusconi, ad esempio, lo sa benissimo, e su questa base ha costruito la sua vittoria, che è anzitutto culturale. Una vittoria di idee, incredibile dictu.

    Quando dici che “non resta che adattarsi alla situazione, aspettando che cambi”…beh. Quelli che fondarono il vecchio Manifesto hanno perso proprio perché hanno cercato di adattarsi alla situazione, aspettando che cambiasse. Gli altri, intanto, si sono organizzati e hanno stretto le maglie sempre di più, fino a non lasciare spazio di cambiamento alcuno. Una reazione preventiva. Per questo io mi ostino a far sopravvivere il manifesto. Per non perdere quel piccolissimo avamposto alternativo rimasto in edicola. Se si cedono anche quelle pochissime posizioni che restano, allora è proprio la sconfitta totale.

    E comunque, non sono le idee del Manifesto anni Settanta, che trovo illegibili. Mi riferisco al linguaggio, che naturalmente è cambiato. Con la società, certo…ma quel linguaggio lo trovo molto pesante. Mentre quella società non era affatto pesante: piutosto era vitale e giovane come la mia generazione non riesce proprio ad essere. Non per sua colpa.

  16. x liberameri …Chi tutti i giorni lavora e deve coniugare pranzo e cena non si accorgera’ della chiusura del Manifesto…saranno solo lavoratori che perdono il posto, come tutti noi. Difendi questi e difendi quelli, siamo tutti divisi, aziende al di sopra dei 15 dipendenti, e dagli tutto, aziende al di sotto dei 15 dipendenti non gli dai un cazzo, e cosi per anni e anni…i super protetti e i super abbandonati…quanta ipocrisia.

  17. liberameri says:

    Se il Manifesto avesse chiuso, negli anni Settanta, gli operai se ne sarebbero accorti. Eccome. Perché era un giornale che seguiva direi pedissequamente, le lotte sindacali e i cambiamenti nel mondo del lavoro. Questo facile senso comune è imboccato dall’alto, non dal basso come dovrebbe per essere sano. Non prendertela con il Manifesto, se le imprese con meno di 15 dipendenti non hanno le stesse tutele salariali della Fiat. Prenditela con chi ci governa da sessant’anni, con chi ha progressivamente asciugato i diritti dei lavoratori, con chi ha fatto le marce silenziose mentre gli altri lottavano per tutti, con chi diffonde il brunetta-pensiero, con chi ha inventato il lavoratore flessibile, che si piega per meglio prenderlo là dove non batte il sole. Non facciamoci del male: prima di arrivare al Manifesto, la lista dei soggetti contro cui incazzarsi è molto, molto lunga. I lavoratori sono stati divisi, non è che lo siano naturalmente. Se quest’estate avessi letto il citato quotidiano, avresti constatato come sia stato uno dei pochi a schierarsi contro confindustria per il rinnovo del modello contrattuale. Poi, oggi gli operai votano Lega. E che dobbiamo fare? Mica è colpa del manifesto – se c’è una sinistra radical chic credo sia Repubblica, piuttosto – è che la classe operaia italiana è stata abbandonata e adesso è priva di coscienza. Anzi: è anche diventata feroce, ma contro chi le sta sotto – vedi lavoratori stranieri – non contro chi le sta sopra. E non è certo colpa del Manifesto…è il risultato di lunghi e profondi processi sociali e politici, in cui la sinistra tutta ha le sue colpe, ma senza sopravvalutazioni.

  18. kelebek says:

    Per Liberameri

    Avrei moltissime cose da dire, ma il tempo in questo momento mi manca.

    Ti scrivo in privato sull’indirizzo Splinder.

    Miguel Martinez

  19. utente anonimo says:

    L’Italia è un paese in cui la stragrande maggioranza dei suoi cittadini compra e legge “La gazzetta dello sport” e il quotidiano locale, cosa volete che gliene importi a questi, se alcuni quotidiani soliti a trattare argomenti ritenuti noiosi e pesanti, possono sparire domani!

    Un’Italia più giusta, è un’Italia senza le balle dei giornalisti!

    C#

  20. liberameri…se oramai a sinistra si vota a destra e la lega, qualche colpa forse anche Il Manifesto di Pintor e Parlato c’è l’ha! Non si tiene aperto un giornale che non compra nessuno…la sinistra si è distrutta con le sue mani, forse perche’ le teneva attaccate alle poltrone e ai salotti.

  21. liberameri says:

    Diamo un breve sguardo all’Europa – o al mondo “occidentale”. Fatto? Avete guardato? Bene. Chi ha trovato un governo di Sinistra (non si accettano cose tipo Zapatero. Altrimenti dobbiamo aprire una treccanica parentesi su cosa intendiamo per “Sinistra”) alzi la mano. Dico questo per rispondere alla questione delle responsabilità. L’Italia è caduta dal lato occidentale della celebre cortina che ha diviso il mondo. La nostra sinistra – mi riferisco al Pci – non credo avesse molte scelte, davanti. Pena – chi sa – una sanguinosa repressione in stile sudamericano. Non avendo alternative (se non appoggiare qualche esplosione rivoluzionaria durante gli anni Settanta, infine liquidata con l’etichetta di “terrorista”) la sinistra ha partecipato gioco-forza all’imborghesimento della classe operaia e di tutti i nostri bei proletari. Pasolini descrive bene il processo iniziato dopo la seconda guerra mondiale. Ma lo descriveva già Toqueville nella sua analisi della democrazia americana. Un’analisi scientifica, direi. Beh, ecco cosa è accaduto. Il resto sono constatazioni di superficie. Ma l’analisi profonda credo sia questa. E lo dico con tanta, tantissima amarezza: purtroppo temo che l’attuale parlamento (e le forze che dovrebbero essere di opposizione, quindi di centro-sinistra) siano il punto d’arrivo di questo processo. Che non è stato altro se non la scomparsa totale della Sinistra, dei suoi interlocutori nella società e della sua intellighenzia, per mano del riformismo e della guerra fredda. Io, personalmente, confido negli stranieri e nel fatto che, pur essendo fisicamente scomparsa la Sinistra in Italia e in Europa, rimangono e si rafforzano tutte le ragioni che rendono necessaria la sua esistenza. Spero di non aver scritto troppo…ma ancora non mi citofonano, quindi!

  22. kelebek says:

    Per Liberameri e Vogliopartire

    Scusate la stringatezza dovuta a problemi di tempo.

    1) Il Manifesto ha mille difetti, come ce li ha il suo mondo di riferimento.

    2) E’ un motivo valido per augurarci di avere ancora meno libertà di opinione, ancora meno informazione, ancora meno varietà?

    A mio avviso, no.

    Miguel Martinez

  23. mariak says:

    Se il Manifesto avesse chiuso, negli anni Settanta, gli operai se ne sarebbero accorti. Eccome

    Maria

    Così tanto per ricordare, sul primo numero del manifesto che esce il 1 giugno 1969, costo lire 500, uno degli articoli più importanti, elencati nella prima pagina, è proprio dedicato alle lotte operaie:Strategia per i contratti ,di Vittorio Foa.

    Ed è sempre stato così.

  24. Risposte di Barenghi direttore del Manifesto per molti anni…non mi sembra molto nobile come risposta…come dire: meio de lavora’ faccio il giornalista! anche lui figlio d’arte!

    Perché hai deciso di fare il giornalista?

    «Ero convinto di sapere scrivere. Ma mi attirava anche il fatto che vedevo mia madre, Vanna Barenghi, giornalista di Repubblica, che andava a lavorare tardi. Ero un ragazzo, facevo tardi la sera e pensavo che fosse il lavoro ideale per me visto che la mattina mi piaceva dormire. Avevo aperto con degli amici un negozio di roba usata e poi una discoteca rock. Cominciai a lavorare di giorno al manifesto e di notte nella discoteca. Al manifesto non guadagnavo niente, in discoteca 18 milioni l’anno. Ma alla fine ci chiusero per troppe canne. La polizia fece un’incursione, tutti cominciarono a buttare la roba che avevano addosso ma alla fine i poliziotti trovarono una cinquantina di grammi di hashish. Arrestarono solo noi che l’unica colpa che avevamo era quella di gestire il locale. Sei giorni a Regina Coeli. Dopo due anni, assolti. Nel frattempo mi assunsero al manifesto».

  25. Dice sempre Barenghi in una intervista a Fioretti:

    «Quando sono arrivato io, tanti anni fa, c’era gente che già se ne andava, Gianni Riotta, Ritanna Armeni. Ma non esisteva la categoria del tradimento per nessuno. Se ne sono andati tanti dal manifesto, Mauro Paissan, Giorgio Casadio, Grazia Gasparri, Tiziana Maiolo».

    Non è voltagabbana nemmeno la Maiolo?

    «Lei sì. Era una vera estremista ed è finita con Berlusconi.

  26. utente anonimo says:

    “I giornali non sono una merce.”

    ho smesso di essere interessato dopo questo sesquipedale errore di impostazione.

    Francesco

  27. utente anonimo says:

    “Riguarda la restrizione continua degli spazi di contestazione, di resistenza, di discussione libera che non richieda l’acquisto di un biglietto d’ingresso. Lo Stato deve mantenere questi spazi liberi dal giogo del profitto: deve finanziare la cultura, l’istruzione, l’informazione. ”

    che orrore, credevo che nulla potesse essere peggio del Grande Fratello ma questo Stato che sovvenziona i contestatori lo batte alla grande

    Francesco

  28. utente anonimo says:

    x liberameri 21

    se ho capito, per sinistra intendi le Brigate Rosse e i bolscevichi ma non Zapatero?

    :)

    Francesco

  29. utente anonimo says:

    Francesco: “che orrore, credevo che nulla potesse essere peggio del Grande Fratello ma questo Stato che sovvenziona i contestatori lo batte alla grande”

    già, mica come lo Stato che paga gli insegnanti di religione scelti dai vescovi… :-)

    Val

  30. post molto bello su argomento che mi sta estremamente a cuore (ne approfitto per ringraziarti dei tuoi post su Gaza, che mi stanno facendo riflettere parecchio).

    che so, mettendo in pagina le foto di giovani palestinesi mezze nude con il tanga verde-hamas.

    ehi, questa è un’idea talmente grottesca che qualcuno DEVE metterla in pratica!

  31. liberameri says:

    Per Francesco:

    1) Anzitutto, grazie per avermi insegnato la parola “sesquipedale”! Cercherò di non essere nuovamente sesquipedale nel mio post. Anche se tu riferisci l’aggettivo al mio errore. Vabbé, ci siam capiti. Grazie!

    2) Chiaro, se non condividi che i giornali non siano una merce, fai bene a troncare ogni lettura. Per me le persone hanno il diritto ad essere informate, e il dovere di informarsi. E poi c’è la libertà fondamentale d’espressione. Non considerare i giornali una merce significa considerare la libertà d’espressione come fondamentale, non condizionabile dal denaro a disposizione per esprimersi. La nostra Costituzione avrebbe, in teoria, accolto questa impostazione. Avrebbe. Poi, per essere più precisi, anche la casa, il cibo, l’acqua, l’istruzione, la salute, secondo me non sono una merce. Ma è il mio modesto punto di vista.

    3) Lo Stato che finanzia i contestatori. Ma in teoria, vivremmo in un regime democratico (e premetto che non lo ritengo tale). Se lo Stato lasciasse cultura, informazione e istruzione in mano ai privati, anzitutto non capisco perché dovrei ancora pagare delle tasse. La presenza dello Stato in questi settori serve a garantire la libertà di fruizione e di espressione. Il libero accesso al sapere. Poi, il discorso è chiaro che non si esaurisce qui…e ne avrei di cose da dire sui liberi saperi! Però, temo che il solo criterio mercantile (l’unica alternativa di cui si parli, perché non viviamo su un asteroide, ma in questo mondo qui) sia anche peggio di quello misto Stato-privato. Che non toglie nulla all’iniziativa privata, quindi niente Big Brother con le zanne targate “ufficio delle entrate”. A meno che non vogliamo l’editore unico Mondadori, mille canali commerciali stile Mediaset o Sky, e film di cassetta in ogni cinema. Un enorme Blockbuster ci fagociterà tutti, e annegheremo in un mare di pop corn. Poi, non dire che non te l’avevo detto, Francesco :)

    3) Last and least…sì, intendo i bolscevichi e le Brigate Rosse. Ma non compro tutto il pacchetto, mi riservo di scegliere le parti migliori. E la storia no, non è maestra di nulla che ci possa riguardare, come diceva Montale.

    Infine, per tutti:

    Io non sostengo l’infallibilità del Manifesto. Mi piace e lo leggo (ma leggo di tutto un pò, lo confesso). Ritengo che sia un pezzo di storia del giornalismo, e che oggi si occupi di temi che non pagano a livello di mercato. Per questo, ha la mia stima. Poi, se dovesse sparire dall’edicola, a me farà male. Come per ogni altra testata. Anzi no, forse un pò di più. Ma è una questione personale.

    Sono stata di nuovo sesquipedale. Merda. Scusate. :)

    Ciao!

  32. utente anonimo says:

    Qualche giorno fa, erano le tre e mezza circa del pomeriggio e io vegetavo febbricitante sul divano, ho commesso una grave imprudenza: ho acceso la televisione. Navigare nel mare di spazzatura televisiva della famigerata fascia pomeridiana, quella della mitologica casalinga di Voghera, è un esercizio molto deprimente. Ma è anche molto istruttivo. Nessuna trasmissione si elevava ad un livello al di sopra della decenza. In particolare, le prime due reti nazionali trasmettevano rispettivamente la testimonianza di un “miracolo” di Padre Pio e le previsioni di alcuni astrologi per il 2009. In entrambi i casi il “contenitore” era il tipico salotto televisivo in cui si discute di vacuità e gossip.

    Ci ripenso ora leggendo questo post e i commenti. In linea di principio non posso che essere d’accordo con l’idea che maggiore è l’offerta informativa, meglio è. Però la questione è più complicata di quel che sembra. Un conto è la quantità di informazione, un conto è la qualità. Da un certo punto di vista mi sembra un paradossale cedimento alle logiche del mercato credere che un aumento dell’offerta si traduca automaticamente in una maggior libertà del “consumatore”. Se neghiamo che la libertà consista nel scegliere tra duecentoventisei diversi tipi di balsamo per i capelli, perché dovremmo credere che sia libertà scegliere tra duecentoventisei canali televisivi? Tanto più se tutti, in effetti, trasmettono indistintamente spazzatura? Per quel che può valere come esempio, la storia italiana mi pare dimostri che l’avvento della Tv privata non abbia avuto alcun effetto sulla qualità dell’informazione, anzi. Né mi pare che con Sky si sia entrati in qualche era dorata per l’informazione.

    Si dirà: parlavamo di giornali, non di TV, e la premessa era proprio che i giornali non sono una merce. Rispondo che il paradosso resta. Aggiungo che ne scorgo un secondo, che è forse una variante del primo. Dietro alla paura che scompaia la Padania intravedo l’idea di fondo che non esista una linea di confine, ancorché labile, tra verità e opinione, e che il mondo dell’informazione attenga alla seconda dimensione ben più che alla prima. La sparizione di certi giornali, da questo punto di vista, ferisce più la libertà di opinione che la libertà di informazione. Io non nego che, all’atto pratico, il dar voce a più istanze possibili sia – come dice giustamente liberameri -un arricchimento del dibattito, ma non posso non constatare come il dibattito pubblico (politico, culturale, economico) sia ormai ridotto a un mero confronto – spesso scontro – di opinioni in spregio a qualunque riscontro oggettivo. Credo di vare già avuto modo di dire quanto mi disgusti il modello Porta a porta, dove, come ebbe a dire testualmente Bruno Vespa, “a un sospiro di destra corrisponde un sospiro di sinistra”. Vale a dire, l’importante è che ognuno possa esprimere la sua opinione a prescindere dal fatto che sia vera o almeno verificabile. Eppure questo è il modello imperante: non la ricerca della verità (giornalistica), ma il confronto tra opposte bugie.

    Non sarà un caso che le redazioni dei giornali italiani pullulino di notisti politici e scarseggino paurosamente di redattori scientifici. Non è un problema astratto. Si prenda per esempio il livello infimo dell’informazione giornalistica sul tema droghe: tutto si riduce a uno stucchevole e superficialissimo scontro tra ideologie proibizioniste o permissive, senza che vi sia alcuna informazione seria sul fenomeno e ancor meno sulle sostanze cosiddette stupefacenti. Ciò non è senza conseguenze sulla qualità del dibattito politico, mi sembra.

    Forse è meglio avere qualcuno che dia voce a chi crede che chi si fa uno spinello vada sbattuto in galera, ma meglio ancora sarebbe se un giornalismo serio fornisse qualche elemento oggettivo sui cui basare il dibattito.

    Quante volte ciò avviene? Chi ha pazienza provi a collezionare per un anno i titoli della sezione economica di un giornale a caso: lo sfido a farsi un’idea chiara della situazione economica reale.

    Dico tutto ciò nella convinzione che la preoccupazione di liberameri per gli spazi di libertà delle minoranze sia non solo giustificata ma perfettamente condivisibile. Ma se sul brevissimo termine l’unica via percorribile è la difesa dell’attuale sistema di finanziamento pubblico, forse sul medio termine (sul lungo saremo tutti morti) andrebbe pensata qualche soluzione diversa. Il fatto che moltissimi giornali siano un concentrato di disonestà intellettuale, di privilegi insensati e di cialtroneria non può essere liquidato come un dettaglio assolutamente irrilevante.

    Val

  33. liberameri says:

    Quello che dici lo condivido pienamente. Il problema, come ho detto, non è difendere questo sistema, ma è: non peggiorarlo ulteriormente. Anche perché certe scelte potrebbero rivelarsi irreversibili.

    In tv non c’è alcun pluralismo. Non è il numero dei giornali a fare il pluralismo, ma il numero di editori ed il rapporto fra l’editore e i giornalisti. In tv c’è, attualmente, Silvio Berlusconi, Berlusconi Silvio e Tronchetti-Provera (ancora per poco). Poi, sul digitale e sul satellite, troviamo ancora: Berlusconi Silvio, Silvio Berlusconi e il suo amicone Roberto Murdochi, che è della medesima pasta del tycoon nostrano nonché presidente del consigio, editore, e presto primo uomo a reincarnarsi dopo la propria morte.

    Il problema del rapporto editore-redazione c’è sempre stato. Da quando esiste la possibilità di informarsi e da quando esistono lobby, logge massoniche e chi più ne ha più ne metta. Per tutti, basta dare un’occhiata alla storia del Corsera…che – mi spiace per il grande Torelli-Viollier, non è stata proprio gloriosissima.

    Dico questo perché. Perché l’idea di una verità (o dei fatti separati dalle opinioni, o dell’equidistanza, o dell’oggettività) è una chimera. Non solo nel giornalismo, ma in ogni prodotto intellettuale umano che non sia propriamente scientifico. E pure nel giornalismo scientifico, si arriva ad un punto dove 2+2 potrebbe non fare 4. Eh, sì. Vedi, ad esempio, la trattazione della questione ogm. Quando un giornalista ti si presenta come latore di verità assolute, allora ti consiglio di non fidarti. Come quando un giornalista dice di essere imparziale ed equidistante: vuol dire che sta con il più forte. Io penso che ognuno debba scrivere correttamente e con competenza QUELLO CHE VEDE E TOCCA (cosa che non accade più, il giornalismo si fa dal desk tramite agenzie) con le PROPRIE MANI E CON I PROPRI OCCHI. Quindi, dal suo punto di vista. Avendo però l’onestà di dichiararlo, questo punto di vista. Di evitare di mettere i guanti di velluto, di essere politicamente corretto, di dare voce a tutti. Io dò voce a chi mi pare. E scrivo quello che mi sembra più urgente che le persone sappiano. Io sono xxx, fidatemi di me perché nessuno mi dice cosa devo scrivere. Poi, se volete l’altro punto di vista, comprate l’altro giornale.

    Di qui, l’importanza del pluralismo. Che oggi non c’è! Pluralismo non è una questione di QUANTITA’ tout court, ma di pluralità di voci. Se io stabilisco che per avere una tv ci vogliono milioni di € da investire, è chiaro che la tv sarà appannaggio di imprenditori e banche. Lo stesso per la stampa dove, stringi-stringi, ci sono sempre imprenditori e banche. Non esistono editori puri, peraltro, in Italia. E vi dirò di più: fondamentale, per la stampa (ad esempio) è anche la distribuzione (edicole, ecc…). Ora, i soliti grandi gruppi – che fanno capo a imprenditori e banche – si stanno organizzando per controllare anche tutto il mercato della distribuzione. E non sono affatto buone notizie. Per nessuno.

    Questo lo scrivo per sostenere che in Italia non c’è vero pluralismo. Non c’è. Se ci sono 25.000 testate, ma fanno tutte capo, gira e rigira, alla grande finanza…beh. Non è pluralismo. C’è pluralismo quando trovano spazio e sono pienamente rappresentate TUTTE LE ISTANZE PRESENTI NELLA SOCIETA’. Anche quelle che non sono articolate come gruppi di pressione e che non hanno investimenti da impiegare. Quando hanno voce anche gli extracomunitari, i “clandestini”, la gente che subisce la galera, gli inquisiti, i rom, gli estremisti, eccetera eccetera.

    Poi, il fatto che oggi si faccia male informazione – non senza essere oggettivi, che non è un problema, ma senza competenza e preparazione – non è un caso. Più il giornalista è ignorante e superficiale, più è manipolabile. Disposto a scrivere al mio soldo quello che gli dirò di scrivere. Per questo i giornalisti li pagano poco e male. Perché appena, poi, gli sventolano in faccia 1000 euro, quelli scrivono tutto quello che vuoi, come vuoi, quando vuoi. Nei telegiornali, addirittura, devono essere dei meri esecutori. Fanno giornalismo come potrebbe farlo mia cugina (che ha 11 anni) da casa sua con l’Ansa accesa 24ore su 24.

    Poi, ci sono le isole felici come Report. Che è veramente una redazione libera. Ci sono giornalisti come Iacona. E ci sono cooperative di giornalisti che addirittura cercano di evitare gli inserzionisti (ma alla fine non ce la fanno). C’è le Monde diplomatique. C’è il Sole 24ore (che non è libero, ma è fatto da persone competenti e con dei mezzi a disposizione invidiabili. A me piace tantissimo quel giornale, nonostante non condivida affatto la linea editoriale…se vuoi informazione economico-finanziaria e sai leggere i dati al di là delle interpretazioni confindustriali, te lo consiglio vivamente).Eccetera eccetera. Insomma, il sistema è congegnato apposta perché la libertà sia un’inattesa, pregevole eccezione.

    Detto ciò, per non peggiorare ulteriormente il tutto si cerca di salvaguardare quel pò di finanziamento pubblico e almeno una tv pubblica (la sola Rai tre, ovviamente).

    Poi, per carità, c’è sempre la filosofia del tanto-peggio-tanto-meglio…agevoliamo il crollo perché il sol dell’avvenire della nuova informazione sorga più in fretta. Io credo che se agevolassimo il crollo, sotto le macerie giacerebbe quanto di meglio era rimasto. Mentre sopra le macerie, al contrario, troveremmo i barbari a fare la danza della pioggia.

  34. liberameri says:

    PS: Io, per il lungo periodo, di idee ne ho molte. Ma il sistema dei media non è che il riflesso del sistema economico nel quale viviamo, da cui dipende tutto il resto. Temo che prima di tutto, andrebbe modificato il sistema economico. Quindi sì, credo che saremo tutti morti prima di poter guardare una televisione di qualità. A meno che tu non abbia progetti di reincarnazione come il nostro presidentissimo. Ciao!

  35. utente anonimo says:

    Ti perdono il po con l’accento e non con l’apostrofo solo perché non sono il tuo caporedattore… :-)

    A parte scherzi, mi pare che tutto sommato la pensiamo allo stesso modo (compreso sul Sole24Ore, di gran lunga il miglior giornale italiano – purtroppo, aggiungerei). Non sono nemmeno così ingenuo da credere a un giornalismo oggettivo e puro, avulso dalle opinioni: so che non può esistere per cui non ha senso invaghirsene.

    E’ ovvio che il modello giusto è quello che dici tu: un punto di vista dichiarato e un rapporto di fiducia basato sull’indipendenza del giornalista. Peccato che questo modello sia quasi universalmente disapplicato, vuoi per pigrizia intellettuale, vuoi per asservimento. Detta brutalmente: non mi fido di Libero, ma nemmeno troppo del Manifesto. Ti parlo da lettore che ha più di una volta avuto la ventura di costatare quanto poco corrispondano i fatti alle notizie, ma anche da persona che ha avuto una qualche dimestichezza con redazioni di giornali di ogni sorta, ricavandone una pessima impressione.

    Ovvio che un giornale dia voce a chi vuole e che abbia una sua linea editoriale, meno ovvio che ciò comporti autocensure e strabismi eccessivi, come avviene sistematicamente. Non mi rassegno al fatto che per avere un’informazione a 360° si debbano incrociare le notizie di Liberazione, Manifesto, Stampa, Corriere, Repubblica, Padania, Messaggero, Unità, Sole, Avvenire, Osservatore Romano e Giornale. E fare reciprocamente la tara a tutti.

    Ammettendo pure che giornali come Padania e Foglio siano voci non rappresentate nel coro dell’informazione mainstream, mi sembra una situazione piuttosto deprimente.

    Gli è che il livello del giornalismo italiano è mediamente basso, e che giornali come la Padania e il Foglio non alzano di certo la media. E la questione non è evidentemente avere un giornalismo “scientifico” ma un giornalismo che ami riferire i fatti e non propagandare le proprie opinioni.

    Sarà banale, sarà moralista, ma io la vedo così. Poi, siccome ho fiducia nel genere umano e non sono un cinico, so che è pieno di giornalisti onestissimi, indipendenti e appassionati. La domanda è: quanti di questi percepiscono un contributo pubblico? Quanto invece finisce nelle tasche di Allam, Ferrara o Deaglio?

    Val

  36. utente anonimo says:

    già, mica come lo Stato che paga gli insegnanti di religione scelti dai vescovi… :-)

    noti sobillatori e iniziatori dei “ciovani” al vizio e alla dissoluzione dei valori civili …

    Francesco

  37. utente anonimo says:

    x liberameri

    io intendevo il Grande Fratello televisivo, una grande dimostrazione di come Orwell NON avesse abbastanza fantasia per immaginare come fottere l’umanità (vabbè che ragazze prolet confezionavano la pornografia di cui i prolet facevano larghissimo uso e che la lotteria era l’oppio di tutti, se be ricordo)

    Già nei vangeli si trova l’invito a vagliare e a trattenere quel che di buono si trova ma trovare qualcosa di buono nelle BR o nei complici di Lenin mi pare ardua impresa

    Francesco

    PS il Manifesto è, per esplicita ammissione, un giornale per ricchi. Se lo sono fatti certificare prima di rassegnarsi ai fatti

  38. utente anonimo says:

    Se lo Stato lasciasse cultura, informazione e istruzione in mano ai privati, anzitutto non capisco perché dovrei ancora pagare delle tasse.

    per fare il suo lavoro: poliziotto, ambasciatore, giudice, soldato, controllore, gestore degli standard tecnici. hai abbastanza da pagare, non preoccuparti

    ciao

    Francesco

  39. utente anonimo says:

    pur facendo parte del sistema confindustriale, ritengo che il miglior giornale d’italia (e parlo di qualità e competenza) sia il foglio, e di gran lunga

    il manifesto ha più cedimenti ideologici (le notizie dagli usa sembrano barzellette anni ’30) ma insomma non è così male

    ciao

    Francesco

  40. liberameri says:

    Franceso: Br e Lenin sono un discorso davvero troppo lungo. Ed inutile, perché non ci portrebbe da nessuna parte se non ai reciproci punti di partenza. Sul Foglio sorrido, ma…de gustibus! Però i collaboratori li paga, quel che è giusto è giusto. Io, invece, dò parte del mio salario allo Stato perché redistribuisca equamente le risorse tra le varie istanze della società, soprattutto dove non si sviluppano naturalmente. Tra queste istanze c’è anche la sicurezza. Ma quando mi accorgerò di pagare le tasse solo per dare uno stipendio alle forze dell’ordine (da cui spesso, a quanto pare, toccherebbe piuttosto difendersi…non si sa però come), agli ambasciatori e alla giustizia non uguale per tutti che ci pende sul capo, beh…il mondo è vasto, emigrerò lontano. Magari ci farai un pensierino pure tu.

    Per Val…sì, la pensiamo più o meno allo stesso modo (ahi…ora spuntano dubbi su ogni accento…brrr…pò, pò e pò. :)). Sulle tasche in cui finiscono i contributi pubblici anche. L’ho scritto nel mio post originario con tanto di cifre, e infatti sarebbero state necessarie modifiche alla legge sull’editoria. Solo, nel senso esattamente opposto a quello imboccato dal governo. Che ci riporta al salviamo il salvabile di cui sotto.

    Sul giornalismo che racconti i fatti, beh…ad esempio: se ora tu avessi a disposizione un solo corrispondente in Medio Oriente, dove lo manderesti? A Gaza (fai finta che Israele non lo blocchi prima), o tra i coloni israeliani? La scelta che faresti corrisponderebbe ad una rinuncia: la rinuncia ad una parte dei fatti, che dovresti raccontare attraverso un’ulteriore mediazione. O con immagini – nel caso televisivo – acquistate da un’agenzia esterna. Come vedi, la selezione – e quindi l’interpretazione dei fatti, senza la quale avremmo solo un aggregato informe di accadimenti – è inevitabile. Quindi è impossibile separare i fatti dalle opinioni…a me sembra sia così. Poi, sulla competenza dei giornalisti siamo d’accordo…i fatti non sanno (anzi, non sono messi in condizione di, secondo me) né raccoglierli, né interpretarli. Ogni giornalista ha il dovere di essere preparato al meglio, di dare il massimo delle informazioni che riesce a raccogliere su un determinato argomento (senza omettere quello che non gli piace), e di comunicarle senza manie di protagonismo, con la preoccupazione di farsi capire chiaramente. Ma nel comunicare queste informazioni deve dare anche la sua opinione, la sua interpretazione di quelle informazioni. Per forza. E deve essere onesto con il lettore dichiarando l’idea che si è fatto, senza fare l’equilibrista.

    Io da un giornale vorrei un’interpretazione disinteressata e approfondita dei fatti del giorno, della settimana, del lustro. Vorrei capire la crisi economica non leggendo la cronaca dei vari crack, ma attingendo all’interpretazione di questi crack come il risultato – faccio un esempio – di un impoverimento lento e inesorabile della classe lavoratrice occidentale. Spiegazioni…e temo che mi dovrei rassegnare – se volessi una verifica incrociata – a leggere giornali diversi, magari in giorni diversi.

    Comunque, in sostanza la pensiamo allo stesso modo: non ci piace l’informazione come la si fa oggi. Né su carta, né su stoffa, né via etere. Quindi, in attesa di una rivoluzione, evviva la rete (finché ce n’è).

    Più rete per tutti!

    Ciao e buonanotte, temo di avervi tediato oltremisura.

  41. utente anonimo says:

    Liberameri,

    – Berlusconi non può far oscurare un sito nato a Taiwan, certo. Ma – posto che pochi italiani si lanciano in letture taiwanesi – può far oscurare un sito italiano. —

    Oddio, sarà che in questo periodo non dormo benissimo, ma continuo a non capire.

    Se io creo un blog residente su un server sito a Taipei, come fa Berlusconi a oscurarmelo? Costringe Taipei a dichiarare fuorilegge la società taiwanese che lo ospita e a sequestrare tutti i suoi server – e così via, ad uno ad uno, per tutti gli stati del mondo?

    Che poi il legislatore italiano sia approssimativo non ci sono dubbi. Ma anche i commentatori lo sono. Ricordo molto bene l’immenso bordello che si scatenò a suo tempo contro l’innocua legge Urbani, ossia il Nulla Pneumatico Spinto :-)

    Z.

  42. utente anonimo says:

    Altra cosa,

    siccome devo associarmi a Francesco su Zapatero, viene il dubbio che per “sinistra” noialtri non s’intenda la stessa cosa.

    Direi che la sinistra non può sparire, a meno che non scompaia contestualmente anche la destra: qualcosa può solo stare a sinistra, o a destra, di qualcos’altro.

    E direi che le divisioni ideologiche esistono ancora – certo in forme diverse da ieri.

    Z.

  43. utente anonimo says:

    Lascio anche io il mio breve commento.

    Secondo me la contraddizione di fondo in tutto l’impianto del ragionamento di Liberameri sta nei suo condizionali: “Dovremmo essere in uno Stato democratico (ma io non ci credo); i giornali non dovrebbero essere una merce; ecc. ecc).”

    Ma noi, cara Liberameri, non viviamo in democrazia (concetto vuoto, quanto indimostrabile soprattutto se posto in relazione alle sorti dell’intero pianeta); i giornali sono merce, non dovrebbero esserlo, ma lo sono. Lo sono come tutti gli altri prodotti che sottendono alla logica del profitto.

    Lo Stato, e qui l’abbaglio si fa evidente, non è cosa super-partes rispetto alla manifestazione, alla difesa, alla diffusione di idee. Dovrebbe esserlo, ma non lo è. Tutto ciò dovrebbe probabilmente spingerci a capire una volta per tutte che le nostre migliori energie andrebbero spese per combatterlo lo Stato che si regge sulla produzioni di merci (quindi di ingiustizia), non per chiedergli di essere arbitro della mia possibilità di essere libero. E questo lo penso non per preservare purezza ideologica, ma perchè gli eventi degli ultimi decenni dovrebbero averci insegnato qualcosa. Dovremmo aver capito che non esiste possibilità di confronto e di crescita su quella strada. Ma inizio a dubitare della nostra capacità di imparare dalle sconfitte passate….

  44. utente anonimo says:

    Anonimo,

    – Lo Stato, e qui l’abbaglio si fa evidente, non è cosa super-partes rispetto alla manifestazione, alla difesa, alla diffusione di idee. Dovrebbe esserlo, ma non lo è. —

    Certo che non lo è: ma poi, perché dovrebbe esserlo?

    Z.

  45. liberameri says:

    Per n.42)

    Quello che dici, in teoria, è tanto condivisibile quanto deleterio dal punto di vista pratico.

    Viviamo in un regime che si definisce democratico e non lo è. D’accordo. In uno Stato che rappresenta la borghesia e che tutela il suo sistema economico. D’accordo. Sistema che se non hai soldi, non puoi avere né idee, né spazi, né esistenza. Tuttavia, ogni lotta è uno scontro tra forze, che per alimentarsi hanno bisogno di risorse. Se io, in nome della contrapposizione totale, lascio che questo sistema fagociti dolcemente ogni spazio residuo di libertà, probabilmente non sto assumendo una tattica intelligente. Io credo che dovremmo far leva almeno su quel residuo di libertà dichiarate che sono rimaste. Che se svanissero del tutto – cosa che sta accadendo, con dolcezza e in un silenzio di cui dobbiamo ringraziare proprio i meravigliosi media di regime – potrebbero farci parlare di dittatura nel senso classico del termine. Per questo parlavo di salvaguardia degli ultimi avamposti. Perché se già è difficile ripartire da zero, sarà ancora più difficile ripartire da meno cinque.

  46. utente anonimo says:

    >> Ma quando mi accorgerò di pagare le tasse solo per dare uno stipendio alle forze dell’ordine… agli ambasciatori e alla giustizia non uguale per tutti che ci pende sul capo, beh…il mondo è vasto, emigrerò lontano. Magari ci farai un pensierino pure tu.

    magari invece me lo sogno la notte, quando ho lievemente ecceduto nel vino

    ciao

    Francesco

    PS difficile tediare noi fan di Miguel :)

  47. utente anonimo says:

    mi ero distratto: com’è che non siamo una democrazia?

    Francesco

  48. utente anonimo says:

    Liberameri,

    può darsi che sia sbagliato definire democratica la nostra forma di stato, ma dubito che in passato – in qualunque epoca – vi fosse più democrazia di quanta ne abbiamo oggi.

    In ogni caso qui mi sa che stiamo affrontando un po’ troppi argomenti tutti insieme :-) Abbi pazienza, ma se mi salti così velocemente dai blog di Taiwan oscurati alla democrazia che non esiste più passando per la sinistra che è scomparsa (assieme alla destra?) io non riesco proprio a seguirti!

    :-)

    Z.

  49. liberameri says:

    Hai ragione! Condivido, solo che a volte divento una volante pindarica, e metto al fuoco così tanta carne che, alla fine, resta tutta mezza cruda.

    Buono scampolo di feste a tout le monde!

  50. RitvanShehi says:

    >mica come lo Stato che paga gli insegnanti di religione scelti dai vescovi… :-) Val< Beh, l’insegnamento della religione cattolica è facoltativo, mi pare. E i vescovi – in teoria – dovrebbere essere garanti che l’insegnante non dica ai pupi che Gesù si sposò Maria Maddalena, la quale poi approdò sul gommone in Francia e lì diede alla luce la capostipite della dinastia dei Merovingi:-)

  51. RitvanShehi says:

    >Poi, ci sono le isole felici come Report. Che è veramente una redazione libera. Ci sono giornalisti come Iacona….liberameri< Sulla kompagna Gabanelli abbastanza d’accordo: professionale e ben documentata. Iacona, invece, almeno su Kosovo e Macedonia spara cazzate. Un giorno sì e l’altro pure si inventa “fondamentalisti islamici” albanesi in Macedonia e in Kosovo, accompagna le proprie menzogne con foto di barbuti intabarrati che possono essere stati tranquillamente fotografati a Peshawar o in Inculolupistan, niente nomi, niente fatti. Credo che i kompagni di Belgrado lo dovrebbero istruire meglio su come si fanno ‘ste cose, mica tutti nel bieko Occidente hanno il cervello sciacquato….

  52. RitvanShehi says:

    >per essere più precisi, anche la casa, il cibo, l’acqua, l’istruzione, la salute, secondo me non sono una merce. Ma è il mio modesto punto di vista. liberameri< La salute non è considerata una merce: infatti, non esiste un negozio dal nome “Saluteria”:-). Le medicine, invece, lo sono. E le cure mediche sono un servizio.
    L’acqua pure non è una merce (minerale in bottiglia a parte) e quel che paghi è il servizio che te la porta in casa. Però, se vuoi tornare al sistema medievale:-), ossia caricarti la botticella in spalla e andare a prenderla personalmente al ruscelletto di montagna o alla fontanella pubblica, liberissima, credo.

    Casa e cibo sono prodotti del lavoro dell’uomo, pertanto – anche marxianamente parlando – sono merci, che ti piaccia o meno. Poi, che lo Stato dia una mano a determinate categorie di cittadini ad acquistarle, questo è un altro paio di maniche.

    Infine, l’istruzione è un servizio, non una merce.

  53. La Patria Grande? Conoscete? Cosa ne pensate? Voi collaborate con La Patria Grande?

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