Cose turche

Della Turchia, mi affascina la maniera in cui ogni apparenza cela qualcos’altro. In particolare in questi giorni, che si accuisce lo scontro tra coloro che vengono chiamati laici e coloro che vengono chiamati islamici.

Qualcuno si ricorderà di una manifestazione che fece un certo clamore nel maggio del 2007, quando – a dire degli organizzatori – un milione di persone manifestò in piazza contro il governo "islamico", tra il tifo in poltrona dei "laicisti" italiani.

Tifosi cui sono sfuggite due chiavi di lettura fondamentale: la manifestazione era promossa, tra gli altri, dalla Confindustria turca, l’ESIAD, e si svolgeva nella città di İzmir, che fino al 1922 era nota come Smirne.

Molto brevemente: ai tempi dell’Impero Ottomano, le faccende militari erano in mano ai musulmani, quelle economiche a cristiani ed ebrei. La giunta militare che allora governava l’Impero decise di lanciarsi nel Grande Delitto del 1914-1918, che avrebbe portato a morte o mutilazione oltre un terzo dei giovani arruolati, al massacro degli armeni e alla perdita dello stesso Impero.

Poco dopo la guerra, la Turchia fu invasa dall’esercito greco, dietro istigazione inglese.

I turchi riuscirono a respingere l’invasione e a cacciare i greci: la guerra finì con la drammatica caduta e distruzione della città simbolo dei greci, Smirne. Fece seguito un terribile "scambio di popolazione" tra il governo turco e quello greco, entrambi ansiosi di eliminare le proprie minoranze interne. Lo scambio tra i due regimi non certo religiosi si basava paradossalmente sul solo criterio dell’appartenenza religiosa: anche se vivevi in Grecia e parlavi greco, bastava essere musulmani per venire espropriati e cacciati in Turchia, e viceversa.[1]

Che la distruzione di Smirne in un grande incendio fosse stata intenzionale o no (ci sono storici anche turchi come Biray Kolluoğlu Kırlı che ritengono oggi che lo fosse), fu certo un evento simbolico: con ciò che era stato strappato a greci, armeni ed ebrei, Atatürk inventò un’intera nuova borghesia turca.

Un ceto inscindibile dall’esercito, dal sistema bancario, dai simboli nazionali, dal partito CHP [2], aggressivamente anticristiano e diffidente verso l’Occidente, questo ceto avrebbe dominato tutti gli aspetti della vita turca fino a decenni recenti.[3]

Ma ora queste persone devono vedersela con un ceto nuovo di innumerevoli piccoli e medi imprenditori, proveniente dall’Anatolia. Gente che non ha fondato la sua ricchezza sul grande saccheggio del 1922 o sull’alleanza con l’esercito.

Questo nuovo ceto vuole alcune cose precise: meno tasse, la fine della guerra con i curdi e un veloce ingresso in Europa. E hanno come collante, l’appartenenza a qualche variante tutta turca e individualista dell’Islam, con uno stile che mescola elementi New Age e perbenismo (spesso lievemente ipocrita) imprenditoriale. Questa è la forza dietro l’ascesa dei cosiddetti islamici al governo, che minaccia di travolgere tutto il sistema di potere costruito in ottant’anni.

Ecco perché İzmir e la Confindustria si sentono minacciati.

L’altro giorno, ho scoperto un blog bello e un po’ misterioso, dedicato alla Rebetika: si tratta di un’arte poetica e musicale diffusa in Grecia,e che combina le tematiche filosofiche e umane di un François Villon allo stile dell’Ashik orientale.

Nella colonna a sinistra, il blog fa un lungo riferimento alla distruzione di Smirne nel 1922, dal punto di vista dei tanti per cui il rogo non fu un’opportunità, ma una tragedia:

"Una delle antiche, gloriose Sette era Smirne, la città santa, le cui candele furono tutte accese in cielo – O Smirne, città santa!

Lei è morta e marcisce presso la Porta d’Oriente, Smirne la città assassinata, i suoi artigiani scomparsi, le sue strade desolate – Smirne, la città assassinata! I suoi figli resi orfani, vedove le spose, mentre sotto i sassi prospera il vile ratto – o Smirne, la città assassinata!"

Togliendo l’elemento di specifico nazionalismo greco, potremmo farne un’elegia per tutto ciò che è stato distrutto nel Grande Delitto.

Note:

[1] Ne consegue che nel religioso Iran, essere cristiani vuol dire essere diversi; nella laica Turchia, vuol dire essere traditori.

[2] Le zone dove il CHP prende più voti rispecchiano quelle dove la pulizia etnica del 1922 è stata più forte, come si può agevolmente vedere su questa mappa (AKP è il partito islamico, MHP la formazione nazionalista estremista, bağımsız vuol dire "indipendente."

[2] Non condivido però le facili condanne. Mustafa Kemal Atatürk era sempre stato contrario all’entrata nella Prima guerra mondiale; e non ebbe alcun ruolo nel genocidio degli armeni. Proprio perché seppe sempre evitare la tentazione di diventare un dittatore come tanti suoi contemporanei europei, divenne molto di più per la Turchia. E si deve certo ad Atatürk l’incommensurabile merito di aver gettato le basi perché la Turchia non si bruciasse di nuovo in un’altra guerra mondiale.

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53 Responses to Cose turche

  1. Il mito fondante della Repubblica di Mustafa Kemal è dato proprio dalla “diversità” rispetto al vecchio impero, costruzione cui addossare tutte le colpe e le responsabilità dell’entrata in guerra e del genocidio. A tutt’oggi la più importante pezza d’appoggio di quanti non vogliono sentir parlare di riconoscimento delle colpe passate è proprio il fatto che lo stato nazionale turco, “altra cosa” posteriore all’impero, non è coinvolto in un’eredità tanto ingombrante e non intende raccoglierla. Ovviamente, l’approccio tutto particolare dello stato turco a certi piccoli problemi come la questione curda, portano a trarre ben altre conclusioni.

  2. Santaruina says:

    Oggi si parla tanto di “integrazione”, ma quello che succedeva nel periodo che precedette l’ascesa degli stati nazionali oggi è difficlmente immaginabile.

    Greci vivevano da millenni in anatolia, col tempo conducevano le loro vite fianco a fianco con i musulmani e gli ebrei, ognuno con le sue tradizioni, ma in un unico universo.

    Il rebtico è rimasto oggi a testimoniare quanta richezza e poesia e bellezza può nascere da simili commistioni.

    In grecia familgie di musulmani vivenao da secoli e parlavano greco, quando furono costretti a trasferirsi in turchia fu anche per loro una tragedia enorme.

    Cristiani ortodossi che cantavano in turco, dall’altra parte musulmani che coltivavano la terra greca, la loro terra.

    Tutto cancellato con un trattato ed una decisione politica.

    In fondo, una delle peggiori violenze della storia recente è il concetto di stato-nazione, irrimediabilmente legato con la grande carneficina della prima guerra mondiale, e con le tragedie che ancora ne sono una conseguenza.

    Blessed be

  3. rebetis says:

    Ringrazio Miguel per l’attenzione rivolta al blog di musica rebetika e a quel drammatico scorcio di secolo.

    La distruzione della città di Smirne ha messo fine ad una ellenicità asiatica che risale alla notte dei tempi e che poi ha determinato l’identità attuale della Grecia.

    Va comunque ricordato che a Smirne vi erano anche altre comunità scomparse e pure numerose tra le quali quella italiana che contava diverse migliaia di persone e quella francese.

    Ogni comunità aveva il suo bel quartiere e la convivenza era caratterizzata da un reciproco rispetto.

    Era una vera città multiculturale laddove multiculturale non significa azzeramento delle identità per costituire non si sa bene cosa. Ogni comunità era fiera della propria diversità e rispettava del pari le differenze culturali delle altre.

    Tutto è finito con le fiamme e con la nascita dello stato turco.

    E’ un buon motivo per rivisitare storicamente gli stati-nazione e gli imperi.

  4. Peucezio says:

    Articolo molto interessante.

    Vorrei porre alcune domande.

    Se il passaggio dall’Impero al kemalismo è stato un fenomeno interno alla parte mussulmana della società turca, come mai c’è stata questa cesura così forte da uno stato religioso e al tempo stesso tolllerante e pluralista a uno governato da una classe dirigente e da un esercito fanaticamente laicista e al tempo stesso ultranazionalista, tanto da azzerare le minoranze? (Al di là delle responsabilità personali di Kemal, che probabilmente, da buon statista, era un mediatore, i Giovani Turchi erano comunque dei laicisti ultranazionalisti, cioè erano espressione dello stesso brodo di coltura che sarà alla base dello stato kemalista).

    Cosa pensi dei dunmeh e del ruolo che possono aver avuto in questo passaggio? E dell’ipotesi secondo cui lo stesso Kemal Atatürk fosse un dumneh?

    Saluti

  5. RitvanShehi says:

    >E dell’ipotesi secondo cui lo stesso Kemal Atatürk fosse un dumneh? Peucezio< Eh, arrivi tardi, questo argomento è stato abbondantemente trattato. Quella ipotesi è un’emerita cazzata. Mustafa Kemal, detto Ataturk, non era un dunmeh (ebreo, falso convertito all’Islam) bensì albanese, di padre e di madre, cresciuto da patrigno turco ed educato come turco. Così è se ti pare.

  6. RitvanShehi says:

    P.S. al mio #5.

    Ovviamente anche padre e madre albanesi di Mustafa Kemal erano musulmani.

  7. Peucezio says:

    Abbondantemente trattato dove? Da chi? Non hai un link dove posso andare a leggere?

  8. kelebek says:

    Per Peucezio e Ritvan

    Le origini di Mustafa Kemal, sono incerte, per gli standard occidentali (ha dovuto inventare lui il concetto di cognome per i turchi).

    La famiglia apparteneva al ceto dei dipendenti statali musulmani dell’impero, dove l’etnia contava poco.

    Ho sentito dire che era di origine albanese, come di origine macedone (ma cosa vuol dire macedone?), come proveniente da un ceppo nomade di lingua turca dell’Anatolia ( http://www.kusadasi.net/info/ataturk.htm ); un greco cipriota evidentemente poco simpatizzante dice che era di origine Rom http://www.topix.com/forum/world/cyprus/TS7FIM6ATLP68OQSN

    Di solito, si parla delle “origini ebraiche” di Kemal Ataturk in maniera denigratoria, non tanto per generico antigiudaismo (mai molto sentito in Turchia), quanto per dimostrare che non era mai stato un vero musulmano.

    Esiste però un documento quantomeno interessante in merito, anche se si tratta di una testimonianza puramente aneddotica, senza alcuna prova a sostegno, e che potrebbe benissimo essere un falso.

    Si tratta di un articolo pubblicato sulla rivista “mainstream” ebraica statunitense Forward, anche se lo troverete su un sito monotematicamente antiebraico:

    http://www.radioislam.org/islam/english/jewishp/turkey/ataturkjew-1.htm

    Prima di prenderla alla lettera, ricordatevi che c’è una diffusa tendenza da parte di tutte le minoranze a dire che questo o quel grande personaggio era “uno dei nostri” (vedere come Ritvan rivendica Ataturk come albanese :-) ).

    In ogni caso, le origini “non turche” di Mustafa Kemal vengono spesso vantate dagli stessi turchi, come dimostrazione che “essere turchi” non è un fatto razziale, ma una sorta di scelta esistenziale, un po’ come “essere americani”.

    Miguel Martinez

  9. utente anonimo says:

    …”la distruzione di Smirne ha messo fine ad un’ellenicità asiatica”… che era vissuta anche nelle leggende afghane e nel mito di Alexandre il Grande, cose che adesso si cerca di far scomparire anche li. E nello stesso modo il rebetico mi porta al flamenco, a siviglia, cordova, dove come per magia di una religione che ha per essenza la tolleranza, “nessun obbligo in religione”,i frutti erano ben maturati, la luce del fulmine poi scomparsa, per merito della riconquista, ma anche dei problemi interni all’islam stesso. Ma né rebetico, né flamenco, né le leggende d”asia centrale sono scomparse, Smirne é bruciata di un fuoco che divorandola non ha spento la luce del suo Spirito. l’imperatore Moghol Babur piantando alberi d’arancio e costruendo giardini a non finire,(i moghols hanno anche sangue turco-mediterraneo) ci mostro’, come l’anima mediterranea diventa meravigliosa quando i fiori sono piantati nel giardino di Samarkanda. ciokkkkkkkkk, jam

  10. PinoMamet says:

    Ho dato un’occhiata veloce

    (mi riprometto di leggere con più attenzione appena ho più tempo)

    al link che narra l’aneddoto su Kemal Ataturk stesso che rivelerebbe una sua origine ebraica.

    Dando per buona la genuinità dell’aneddoto, a giudicare dal dialogo riportato sembra più di avere a che fare con una persona che ammiri l’ebraismo e che voglia identificarsi con esso (un “jew wannabe”, insomma) piuttosto che con una dichiarazione degna di qualche credibilità.

    Kemal in pratica dice prima di discendere nientemeno che da Sabbatai Zevi, che è chiaramente una boutade;

    successivamente dice in pratica che suo padre gli ha dato una Bibbia stampata a Venezia, il che non prova proprio niente, e che ha avuto contatti con un Karaita che gli ha insegnato a leggerla (idem);

    e poi recita la preghiera ebraica che conoscono tutti.

    Insomma, niente di che.

    Ovvio che la comunità ebraica americana, che come tutte le piccole comunità “etniche” americane ha la tendenza che dice Miguel ad attribuirsi un po’ tutto quanto (lo fanno anche gli italoamericani ecc. ecc.) lo abbia subito arruolato tra i “suoi”, come ovvio anche che i radicali musulmani abbiano subito accettato il mito.

    In entrambi i casi, abbiamo a che fare con due comunità molto lontane dai “fatti”, e perciò propense ad accettare in positivo o in negativo come realtà quella che dopo tutto sembra poco più di una sparata.

    Ciao!

  11. PinoMamet says:

    L’idea che mi sono fatto io:

    quale che fosse l’origine etnica di Ataturk, nella sua famiglia si sentiva una qualche vicinanza o curiosità per le comunità ebraiche.

    Magari dettata dal semplice “buon vicinato”, come mia madre che ha imparato a fare i dolci cubani e lo stufato tunisino.

    Però se fosse stato ebreo credo che lo avrebbe saputo :-)

    Ciao!!

  12. tamas1 says:

    La storia di Atatürk (su cui condivido il giudizio di Miguel: tutto sommato, e per forza di cose semplificando molto, una figura positiva) è molto interessante anche per la costante ambiguità -non in senso negativo- che ne contraddistingue l’opera. Lui è infatti uno che “fa carriera” grazie all’universalismo confessionale dell’Impero Ottomano, in cui chiunque fosse musulmano, per quanto fossero oscure e umili le sue origini, poteva giungere ai massimi livelli; ma è anche colui che chiude le porte di questo universalismo e inventa la nazione turca.

    E poi, lui che scaccia l’Islam dalla politica e dall’amministrazione, e arriva ad abolire il Califfato, è sempre lo stesso che decide che i musulmani di Anatolia e Tracia, in quanto musulmani, sono “più turchi” degli indigeni cristiani; anzi, sono gli unici turchi, anche peggio che nell’Impero Ottomano, in cui i cristiani erano sudditi di serie C ma avevano qualche garanzia.

    In tutto questo, in pratica, l’Islam che non doveva più essere “lo Stato” diviene molto sottilmente una branca dello Stato; col risultato, certamente imprevisto e molto pericoloso per l’amministrazione turca come l’aveva progettata Atatürk, di avere più o meno il nemico in casa.

    Tanto che questo sarebbe, a mio modesto parere, un tema molto interessante per degli specialisti: le colpe di Atatürk nella (re)islamizzazione della Turchia o, meno provocatoriamente, l’impossibiità di sostituire con una tradizione nazionalista più o meno inventata la cultura religiosa del popolo.

  13. kelebek says:

    Per Peucezio n. 4

    Le mie ipotesi:

    1) La casta militare ottomana, da quasi un secolo, aveva istruttori stranieri ed era profondamente convinta della superiorità militare occidentale

    2) C’era sicuramente – al di là di ogni complottismo – una forte componente massonica nella casta militare, che portava idee occidentali (mi sembra di ricordare però che Mustafa Kemal non fosse massone e anzi la massoneria fu messa fuorilegge a un certo punto da lui)

    3) La cultura ottomana dei ceti medi era molto europeizzata già a fine Ottocento

    4) L’impero ottomano era ai suoi tempi l’unica comunità islamica con un fortissimo senso dello stato.

    Dopo la sua rivolta, Mustafa Kemal poi ha potuto fare quello che voleva, perché era evidente a tutti che aveva salvato la nazione turca dall’estinzione.

    L’evidenza dei fatti era talmente forte, che pochi hanno potuto contrastarlo.

    Miguel Martinez

  14. kelebek says:

    Grazie, jam, Tamas, PinoMamet, tutti commenti molto ricchi.

    Jam è sempre evanescente, ma sono assolutamente d’accordo con Tamas e PinoMamet: il concetto di ambiguità del kemalismo è fondamentale.

    Miguel Martinez

  15. Ritvanarium says:

    Ma esistono, o sono mai esistiti, “Ebrei Albanesi” ?

    No ?! … Ma non erano dappertutto durante la diaspora ?

    by DavidRitvanarium

  16. utente anonimo says:

    fe sito semo

  17. falecius says:

    Qualche nota in ordine sparso: mi risulta (la mia fonte è Amin Maalouf, che ha scritto un romanzo molto bello su quel periodo della storia ottomana)

    che Kemal abbia frequentato le scuole degli ebrei sabbatiani (i seguaci di Sabbetai Zevi) a Salonicco il che potrebbe legarsi alla leggenda delle sue origini ebraiche. Salonicco all’epoca aveva una comunità ebraica molto grande, di origine giudeo-spagnola. E’ probabile che una persona educata in quella città avesse con l’ebraismo un rapporto particolare, che fosse o meno di origini ebraiche.

    Maalouf dice anche che l’ambiente dei Giovani turchi e degli ufficiali kemalisti fosse impregnato di massoneria, e mi pare di ricordare che avesse scritto che Kemal era massone, ma forse mi sbaglio. Non mi sorprenderebbe, comunque, e non stonerebbe in realtà con una sua successiva scelta di proibire la massoneria (come società segreta internazionale, che pone dei problemi ad un potere legittimato da un fortissimo nazionalismo)

    Sul rapporto complesso tra Islam, kemalismo, ed apparato militar-burocratico ottomano ci sarebbe da dire molto; gli specialisti, sia occidentali che turchi, se ne sono occupati parecchio e da diversi punti di vista.

    Sicuramente l’Islam era percepito come una componente essenziale della nazionalità turca, ma più che altro in termini di retaggio culturale e di religiosità personale. L’idea era che la religione come tale non dovesse interferire nella sfera pubblica, ma fosse invece lo Stato a dover controllare e regolamentare la religione; immagino si possa parlare di un trapianto della statolatria giacobina, favorito dalla saldezza e forza dell’apparato statale ottomano continuatosi nella Repubblica turca. Va notato che anche lo stato ottomano tardo esercitava un controllo politico sulla religione.

    Noto che si tratta di un punto di vista diverso da quello della “laicità” come è normalmente intesa in Europa, dove essa rappresenta più che altro uno strumento di tutela della libertà individuale (tranne che in Francia, dove appunto permane in buona parte la tradizione nazional-giacobina).

    La faccenda è naturalmente più sfumata e complessa, poi.

    Concordo appieno sull’ambiguità del kemalismo, e anche sulla sua fondamentale positività storica, anche se non condivido nessuno dei suoi presupposti teorici.

  18. PinoMamet says:

    Un parallelo un pochino “rebetiko”:

    Misirlou, canzone già postata mi pare da Santaruina: testo greco, aria (e ambientazione) araba, titolo turco traslitterato in greco che fa riferimento a una ragazza egiziana; ne esiste una vecchia registrazione in yiddish ed è stata resa famosa da un musicista americano di origine libanese.

    Più di così…

    Però ricostruire le vite nei loro aspetti familiari (prima che diventino “personaggi”) mi affascina, così ci provo, a partire da quello che ho letto:

    dal link che vuole Kemal ebreo non ricavo nessuna testimonianza della sue frequentazione di scuole ebraiche (se voleva farsi passare per ebreo lo avrebbe segnalato tra i punti a suo favore): ricavo invece che la madre, la siora Zobeide (Zubeyde Hanim, scusate la traslitterazione approssimativa) lo voleva iscritto a una scuola islamica, il padre, il signor Riza Ali, gli voleva far frequentare una scuola laica, e alla fine ce l’ha fatta (Wikipedia conferma)

    Il link ci dice anche che la madre veniva da vicino al confine con l’Albania; probabilissimo che fosse albanese (macedone-albanese?); Wikipedia in inglese mi informa anche che era bionda e con gli occhi chiari, come molti albanesi, e sì, la sorella di Kemal, Makbule, mi pare abbia lineamenti abbastanza albanesi, per quel che può valere.

    Wikipedia dice anche (ahò, è notte, adesso non mi metto a cercare altre fonti) che il padre di Kemal l’aveva sposata apposta perchè era bionda e con gli occhi chiari, a lui piacevano così.

    Avanti negli anni, Kemal dice che la sua famiglia discende da un ceppo nomade dell’Anatolia; una bella rivendicazione di “turchità” (che fa il paio con quella di “ebraicità” del link), ma di nuovo, attenzione:

    un ceppo che si era trasferito nei Balcani da secoli, il che vuol dire tutto e niente.

    Un po’ come dire di discendere dai Longobardi, insomma: fa molta scena ai comizi della Lega Nord, ma da lì a “essere longobardo” ce ne passa.

    La domanda è: potrebbe averlo detto uno di padre albanese?

    La risposta, secondo me, è sì; proprio come un italiano può tranquillamente affermare, secondo la passione o il comodo del momento, di discendere dai romani, dai celti, dai longobardi o dagli etruschi; e, dopo tutto, ha sempre ragione, che sia di Foggia o di Mondovì: in secoli di storia, va a sapè chi erano i tuoi antenati.

    Poi uno ci gioca, ovvio.

    Quindi turco, perchè felice chi può dirsi turco;

    albanese sicuramente per parte di madre, e da lì probabilmente anche “macedone”;

    discendente di turchi nomadi dell’Anatolia, perchè no;

    e sicuramente ammiratore della comunità degli ebrei, almeno di quelli apostati, a giudicare dalla parole sue riportate dal link (altre speculazioni dell’autore mi sembrano un po’ campate per aria).

    Insomma, in una parola, ottomano.

    Ciao!!

  19. falecius says:

    Pino: le scuole sabbatiane, a quanto ne so, erano note per essere le più “laiche” disponibili all’epoca.

  20. Peucezio says:

    Grazie a Miguel per le puntuali e interessanti risposte, che contribuiscono notevolmente a fare chiarezza sul tema.

    Ricchi di spunti anche gli interventi di PinoMamet e Falecius.

    Trovo suggestiva e mi pare sostanzialmente centrata l’interpretazione di Falecius della Turchia come una sorta di Francia del Vicino Oriente: laicismo, nazionalismo e accentramento politico estremo, succeduti a una tradizione monarchica imperiale con una forte legittimazione religiosa.

    Probabilmente l’origine etnica di Atatürk rimane un mistero. Da quello che dice lo stesso PinoMamet e gli altri, par di capire che non avesse un’origine ebraica documentabile, ma che può essere stato influenzato, da gentile, dalla cultura ebraica.

    Mi è difficile comunque non rimpiangere, rispetto allo stato turco moderno, la vecchia Turchia ottomana che, con tutti i suoi limiti, essendo un vero impero, aveva creato un esemplare modello di convivenza fra etnie e religioni millenarie.

    Bisogna però dare atto ai turchi che il nazionalismo non l’hanno certo inventato loro, così come tantomeno il laicismo, la massoneria e, più in generale, lo stato moderno borghese, così come lo intendiamo in Europa.

    Resta il paradosso di un popolo che si autoidentifica etnicamente in una migrazione di solo qualche secolo fa (in una terra dalla civiltà quadrimillenaria), oltretutto numericamente minoritaria (perché, ad onta del nome, della lingua e della religione, di sangue realmente turco, cioè mongolo, altaico, nei cosiddetti turchi ce n’è ben poco).

    Potere dei pochi di esercitare un’egemonia e un prestigio sui molti in virtù della forza militare.

  21. kelebek says:

    Per Peucezio n. 21

    Sfiori un argomento molto interessante. Mi sembra di ricordare, dagli studi di Cavalli Sforza, che i turchi odierni siano geneticamente più o meno quello che uno si aspetterebbe in un posto tra la Grecia e la Siria: la presenza genetica centro-asiatica è poca (tra i nomadi, non saprei).

    Inoltre, è vero che il turco era la lingua dei dominanti, ma non era una lingua di prestigio, come l’arabo o il persiano.

    Magari Falecius ne sa di più, ma sarebbe interessante capire come sia avvenuta la turchizzazione linguistica dell’Anatolia.

    Miguel Martinez

  22. falecius says:

    per Miguel e Peucezio: confermo che dal punto di vista genetico il grosso della popolazione dell’Anatolia ha molto più in comune con quelle della Grecia, del Medio Oriente e dell’Armenia che non della Mongolia, della Siberia e dell’Asia Centrale.

    La turchizzazione linguistica di una popolazione in precedenza soprattutto ellenofona (ma non mi è chiaro se le lingue pre-esistenti, collegate all’hittito e al frigio, fossero sopravvissute in qualche misura nel periodo bizantino) è avvenuta tra il dodicesimo ed il quindicesimo secolo (prova ne sarebbe che il Ponto, conquistato dagli Ottomani verso il 1460, rimase in buona parte di lingua greca fino ad Ataturk). Io credo che la turchizzazione sia stata favorita da questi fattori:

    1) il turco, portato dalle popolazioni nomadi, era, non solo la lingua dei dominanti, ma soprattutto, quella della nuova religione, l’Islam. E’ vero che alcune comunità si islamizzarono conservando la lingua greca (così come alcuni gruppi turchi adottarono il cristianesimo) ma nel complesso i musulmani in arrivo in Anatolia, pur avendo il persiano come lingua letteraria di prestigio, parlavano turco.

    Soprattutto parlava turco quel variegato mondo sufi che portò all’islamizzazione “popolare” sia dei popoli precedentemente cristiani, sia degli stessi turchi nomadi (una parte dei quali aveva mantenuto le credenze sciamaniche preislamiche). Questo sufismo conteneva e contiene un alto tasso di pratiche sincretiche e anche cristianizzanti che caratterizzano ancora l’Islam popolare della Turchia (come di altre zone).

    2) I governi musulmani che nascevano dai nuovi venuti (tribù turche) avevano, per sostenersi, bisogno di tasse. Questo li portava, quale che fosse la dinastia, ad incoraggiare la sedentarizzazione delle tribù turcofone, e quindi la loro fusione socioeconomica con la popolazione contadina greca.

    3) La società cristiana di lingua greca era strettamente legata ad uno Stato forte (quello bizantino) e alla relativa Chiesa. Venuto meno il potere di quella struttura, la società rimase de-strutturata, prova di vincoli che potessero articolarla; questo agevolò la penetrazione del nuova sistema di indentità linguistica e religiosa (tesi di Ira Lapidus per spiegare questo ed altri fenomeni di islamizzazione e mutamento linguistico, come le ondate di arabizzazione; per contro, le chiese ed i sistemi sociali di Serbia e Bulgaria furono lasciate intatte, anzi potenziate dagli Ottomani, e quei popoli rimasero cristiani e di lingua slava).

    Questo, nel caso specifico, corrisponde bene alla descrizione di Kazhdan della società bizantina come fortemente individualista, relativamente poco propensa a produrre strutture intermedie tra l’individuo e lo Stato (perfino la solidarietà familiare era in crisi).

    Al contrario, in società con una forte strutturazione ed autorganizzazione indipendenti dallo Stato, come quelle castali del’India, la conquista musulmana non portò ad una islamizzazione di massa.

    Sia in Indonesia che in Africa, l’islamizzazione fu accelerata dalla distruzione delle società indigene tradizionali e dei loro sistemi sociali provocata dalle penetrazioni e conquiste europee, secondo Hall e Lapidus (ne parla anche Amoretti, ma non ricordo bene quale sia la posizione; grave, dato che adesso lavorerò con lei).

  23. RitvanShehi says:

    >Prima di prenderla alla lettera, ricordatevi che c’è una diffusa tendenza da parte di tutte le minoranze a dire che questo o quel grande personaggio era “uno dei nostri” (vedere come Ritvan rivendica Ataturk come albanese :-) ). kelebek< Sì, Miguel e puoi anche aggiungere che io sono arrivato qui sul gommone e il quadro diventa completo:-)

  24. RitvanShehi says:

    >Abbondantemente trattato dove? Peucezio< Qui, in questo blog. >Da chi?< Dal sottoscritto, ovviamente:-) >Non hai un link dove posso andare a leggere?< Bisogna chiederlo a Miguel. Io non tengo copia di quel che scrivo. Però, temo che Miguel se ne freghi altamente di quel bieko popolo servo degli imperialisti:-) e di tutto ciò che lo concerne, natali di Ataturk compresi.

  25. falecius says:

    Aggiungo al mio 23:

    E’ interessante notare come la turchizzazione abbia “saltato” un vasto blocco kurdo ed armeno tra l’Azerbaycan e l’Anatolia. I kurdi si islamizzarono già in epoca abbaside e selgiuchide, conservando la propria struttura tribale e la propria identità etnica (anzi, probabilmente espandendosi a spese di comunità linguisticamente greche e aramaiche rimaste cristiane). La Chiesa Armena, a differenza di quella greca, era indipendente da Bisanzio e mantenne la sua struttura e il suo ruolo di depositario della cultura e dell’identità etno-linguistica armena.

    Gli Albani, probabilmente una federazione di popoli diversi più che un’etnia unitaria, la cui autocoscienza etnica e compattezza linguistica era assai inferiore, invece, scomparvero, la loro chiesa, che aveva una lingua liturgica forse non parlata da tutta la popolazione, si indebolì fino a svanire, e con il loro Stato sparì gradualmente anche il gruppo etnolinguistico. L’Azerbaycan è quindi turcofono.

    In Armenia inoltre, caduto lo Stato già prima dell’islam, la nobiltà nazionale conservò il proprio potere, anche se in subordinazione politica a governanti arabi e poi turchi, mentre quella albana deve essere stata almeno in parte sostituita da possidenti arabi già nel primo secolo dell’Egira.

    Noto infine l’importanza della mobilitazione politico-religiosa dei ghazi turchi d’Anatolia per il Jihad contro Bisanzio, che deve aver favorito ampiamente l’islamizzazione.

    Tale Jihad costituiva un aspetto importante della legittimazione dei regimi statali turchi, compresi i primi Ottomani.

    Si tratta insomma di un caso in cui un’élite conquistatrice relativamente ridotta assimila a sé una vasta popolazione e crea una nuova identità politica, linguistica e religiosa; l’arabizzazione dell’Egitto e la diffusione dei popoli di lingua Thai in Thailandia e Laos sono altri casi tipici di questo genere, ma probabilmente anche la struttura linguistica dei Balcani (diffusione del magiaro, del romeno e dello slavo) ha rappresentato un processo del genere.

    Più difficile dire se lo stesso sia accaduto in India con la diffusione del sanscrito e delle lingue che ne derivano.

  26. RitvanShehi says:

    x Peucezio

    Lascia perdere Miguel, vai qui:

    http://www.splinder.com/myblog/comment/list/11539842

    commento 22.

  27. falecius says:

    Dopo la pianto: per quanto riguarda l’islamizzazione dell’India, scrivo che non fu di massa; in realtà lo fu in alcune regioni, come l’attuale Bangladesh, che erano periferiche e più debolmente induizzate. L’islam che vi si diffuse era fortemente connotato in senso popolare, mistico e sincretico, e legato alla messa a cultura di nuove terre; inoltre, in nessuna parte dell’India l’islamizzazione eliminò la coscienza etnica e le lingue pre-esistenti.

  28. RitvanShehi says:

    siempre x Peucezio

    Nella biografia “Ataturk” (1962) lo storico TURCO Irfan Orga scrive:” I suoi (di Ataturk-ndr.) genitori erano entrambi di origine albanese.”

    P.S. x Miguel: Ovviamente anche il sullodato Orga l’ho pagato io, coi proventi dei miei loschi traffici sul gommone:-), per scrivere quelle cose, sai, nosotros “piccoli” ci teniamo ad avere Ataturk sul gommone:-)

  29. kelebek says:

    Per Falecius

    Grazie degli interessantissimi interventi.

    Miguel Martinez

  30. falecius says:

    A parte i capitoli di Lapidus sull’argomento, purtroppo si trova abbastanza poco in lingua italiana sui problemi di turchizzazione ed islamizzazione dell’Asia minore. Molto di più si trova in inglese, francese e altre lingue, ma soprattutto, penso, in turco, lingua che io non conosco (sob!). Questo per dire che quanto scrivo potrebbe non essere né corretto né preciso. Io non sono né un turcologo né tantomeno un bizantinista, e non conosco affatto le fonti greche e turche dell’epoca.

    Ancora più oscura sarebbe la questione che riguarda i kurdi, un piccolo gruppo etnico prima dell’Islam che poi, evidentemente, si espande soprattutto in direzione ovest; difficile pensare che una kurdizzazione non abbia accompagnato ( o seguito) la turchizzazione in alcune aree. Ovviamente su questo è poco probabile che le fonti in turco possano fornire lumi, dato che tutto ciò che viene pubblicato in Turchia sull’argomento si muove su terreni scivolosi.

  31. falecius says:

    Miguel:

    figurati, mi fa bene ripassare e rivedere certi argomenti.

  32. PinoMamet says:

    Il conservativo dialetto pontico ha tutt’ora i suoi cultori in Grecia, dove è stato portato in seguito agli scambi di popolazione di cui si tratta.

    Lo stile di vita contadino-guerriero, in villaggi fortificati mi pare di ricordare, dei greci pontici, mi ricorda abbastanza qeullo che so dei Galati, o gallogreci come li si chiamava, che non erano stanziati molto lontano e la cui lingua, però, sopravviveva al tempo del tardo impero romano, se ricordo bene (lo nomina Ambrogio, o ricordo male io?).

    Altre comunità linguistiche dell’Anatolia non credono siano giunte a tempi così recenti; di sicuro erano ellenizzate abbastanza profondamente

    (piuttosto, avevano scelto il greco e la cultura greca come mezzo di comunicazione).

    Al tempo della conquista greca di Salonicco, fecero ottima impressione i gendarmi cretesi, addestrati dai Carabinieri italiani che da allora cominciarono ad avere la fama di bravi addestratori di milizie locali (la hanno tuttora e la sfruttano).

    Per i greci di Salonicco, i cretesi, penso, dovevano apparire “diversi” quanto un lombardo a un siciliano, o viceversa (anche il dialetto cretese non è il massimo della comprensibilità).

    I curdi, mi pare fossero stanziati in terra bulgara come minoranza storica; credo seguissero la conquista turca come alleati e “simil turchi”, prima di ogni considerazione etnica o linguistica.

    Così si spiega forse anche il loro ruolo ambiguo nel massacro armeno.

    Ciao!

  33. PinoMamet says:

    Oltretutto, mi pare che i curdi siano divisi, oltre che religiosamente, anche in comunità linguistiche abbastanza variegate, tutte all’interno del ceppo iranico comunque; per le quali la denominazione “curdo” (da alcune accettata solo di recente e in senso generale) ha una funzione più che altro di unificazione politica contro i turchi, una cosa che sarebbe stata assurda al tempo degli Ottomani.

    Di altre minoranze che ancora ci sono in Turchia so ancora meno, sia in termini di lingua e cultura (mi pare ci sia una specie di “georgiofoni musulmani” e altri ancora) che di rapporti con la maggioranza e l’ideologia turanica dominante.

  34. kelebek says:

    Per Pino Mamet n. 34

    I “georgeofoni” sono i Laz, che hanno una splendida cultura musicale.

    Fino a tempi recenti, hanno avuto la meravigliosa fortuna di non avere una “coscienza nazionale”, per cui non hanno avuto particolari problemi con lo stato turco.

    Ci sono poi importanti minoranze di profughi storici dal Caucaso, in particolare i circassi, che si sono sempre identificati con lo stato ottomano e poi con quello turco.

    C’è poi una minoranza araba, che credo non se la cavi troppo bene.

    Miguel Martinez

  35. falecius says:

    Pino: per quanto ne so (ma le mie fonti sono piuttosto “schierate”) il concetto di una identità kurda è piuttosto antico, e almeno due parlate kurde, la kurmanci e la sorani, hanno una letteratura risalente al diciassettesimo secolo. Tutti i kurdi dell’attuale Turchia parlano varianti della lingua kurmanci, mentre la sorani e altre forme di kurdo sono presenti in Iran ed Iraq. A quanto ne so, la differenza linguistica non comporta la percezione di una diversità etnica o di coscienze nazionali separate. Tutte le varianti del kurdo comunque sono abbastanza strettamente imparentate tra loro, almeno quanto i dialetti italiani, direi, anche se non per questo sono reciprocamente comprensibili.

    Naturalmente, un conto è la consapevolezza di “essere kurdi” in termini pre-nazionali (così come ci si poteva pensare “italiani” al tempo di Dante, mettiamo) altra cosa è la coscienza nazionale kurda, che si sviluppa piuttosto tardi, così come la coscienza nazionale turca. I primi barlumi si possono ravvisare nell’attività di un capo di nome saykh Mahmud, verso il 1834, ma un vero nazionalismo kurdo nasce solo come opposizione alle politiche assimilatrici irachene e poi turche (kemaliste) a partire dal 1920. La figura chiave di questo processo è il leader kurdo-iracheno Molla Mustafa Barzani.

    Vale la pena di ricordare che inizialmente i Kurdi di Turchia aderirono perlopiù al progetto kemalista, e solo alla fine degli anni Venti, con l’irrigidirsi del nazionalismo turco, svilupparono una coscienza contrapposta.

    Credo che la massa della popolazione kurda si percepisse come “ottomana” ancora al tempo dei massacri armeni, a cui forse tribali kurde presero parte. Va comunque detto che il più sviluppato nazionalismo armeno e quello kurdo (all’epoca limitato a pochi intellettuali) avevano rivendicazioni territoriali contrastanti ed incompatibili, esistendo numerose aree miste che oggi sono a popolamento quasi unicamente kurdo (o semmai con una componente turca e/o circassa).

    I laz parlano una lingua connessa al georgiano, ma reciprocamente incomprensibile con esso (e che semmai sarebbe più imparentata col mingrelo). Non credo che la Turchia si sia data troppo da fare per assimilarli, visto che non hanno mai espresso importanti rivendicazioni identitarie estranee allo Stato turco.

    La resistenza Kurda all’assimilazione non può essere ridotta alla sola differenza linguistica rispetto al gruppo nazionale dominante, che è comunque fortissima sia in Turchia che in Iraq (molto meno in Iran, dove però conta molto il fattore religioso).

    Prova ne è la relativamente buona integrazione dei Kurdi in Siria, paese arabofono come l’Iraq, ma dove un irredentismo kurdo irriducibile non è mai esistito, e anzi, semmai i kurdi hanno cooperato con altri componenti della società nel creare uno Stato nazionale integrato, al tempo della lotta contro la Francia.

    Sono informato sulla situazione della minoranza kurda in Israele, Armenia ed Azerbaycan.

    In Libano i kurdi sono un gruppo subalterno e non hanno particolari rivendicazioni locali, semmai (come gli armeni) sono legati alle lotte nell’area d’origine (il PKK aveva campi d’addestramento).

    Sono piuttosto ben integrati, ma generalmente in posizioni sociali inferiori. In Israele penso che la politica ufficiale sia di esaltare l’identità specifica delle comunità kurda, drusa e circassa (ma anche della componente palestinese beduina arabofona) per separarle dal resto della popolazione della Palestina. Fa eccezione il Golan, dove mi pare di capire che i proprietari terrieri kurdi locali siano stati spazzati via.

    In Iran la resistenza kurda ha avuto essenzialmente carattere religioso (i kurdi sono prevalentemente sunniti, i persiani e i turco-azeri sono sciiti; le popolazioni sciite hanno una posizione avvantaggiata in Iran, qualche che ne sia la lingua).

    In Turchia ed in Iraq, credo che abbia avuto un’origine essenzialmente di tipo “Vandeano” di resistenza alla modernizzazione sociale, economica, religiosa e tecnica imposta da Stati nazionali accentrati. Però in seguito, soprattutto in Turchia, la lotta Kurda ha assunto un carattere laico e socialmente progressivo che non aveva prima degli anni Trenta.

  36. falecius says:

    “Sono POCO informato sulla situazione…”

  37. falecius says:

    per Miguel 35: mi pare esistano ancora comunità assire (cristiane di lingua aramaica) in alcune parti della Turchia sudorientale (Mardin), anche se il grosso migrò in Iraq nel 1916.

    Inoltre esistono ancora comunità armene, sia ad Istanbul che in pochi villaggi dell’estremo Est.

    Entrambi i gruppi non hanno vita facile.

    Non ho idea se qualche villaggio cristiano di lingua greca sia sopravvissuto.

    La minoranza araba è relativamente numerosa (penso raggiungano il milione) ma divisa tra sunniti ed alawiti, questi ultimi nella zona di Hatay (tuttora credo rivendicata dal nazionalismo siriano).

    Tra i turchi trasferiti per iniziativa di Ankara a Cipro Nord, almeno il 25% sarebbero in realtà kurdi. Non ho idea di quanto l’identità kurda vi sia viva, penso molto poco.

  38. falecius says:

    Pino: parlando di “divisione religiosa” i Kurdi sono per la stragrande maggioranza sunniti di scuola giuridica shafiita. Esiste in Iran ed Iraq una minoranza (minoranza tra gli stessi kurdi) sciita, i Fayzi, e suppongo che forme eterodosse di sufismo tendenzialmente sciita siano diffuse anche tra i Kurdi di Turchia, ma non so se esistano dati al riguardo.

    Mai sentito parlare di Kurdi cristiani o ebrei, ma non resterei sconvolto se qualche piccolo gruppo esistesse.

    Una piccolissima parte dei Kurdi di Turchia ed Iraq e la maggioranza di quelli d’Armenia sono Yazidi, seguaci di una religione sincretica che ad una base musulmana aggiunge caratteri gnostici, manichei e cristiani (credo che qui Barbara ne saprebbe di più).

    Un tempo venivano chiamati dagli Orientalisti “adoratori del Demonio” perché nella loro fede una figura assimilabile a Lucifero svolge un ruolo importante; Lovecraft ne aveva approfittato in uno dei suoi racconti peggiori per presentare i Kurdi immigrati negli USA come dei servi dei Grandi Antichi (è noto che Lovecraft fosse un discreto razzista).

  39. PinoMamet says:

    I kurdi che conosco io sono sunniti; uno però, quello che frequento di più, è ammiratore degli Yazidi e piuttosto anti-musulmano (voleva anche cambiarsi il nome perché troppo “islamico”); è kurdo iracheno e a sentire lui tutti i guai al suo popolo li hanno portati li hanno portati gli arabi e la loro islamizzazione.

    Opinione sua, non ho idea di se e quanto sia condivisa da altri.

    Che i suoi antenati adorano Lucifero lo dice addirittura con orgoglio :-)

    Sulla divisione linguistica, più che ai dialetti kurdi, pensavo a casi come quello

    (mi sono andato a ricercare il nome) degli Zaza, di lingua iranica, ma, a quanto ci capisco io, non esattamente kurdi, però abbastanza propensi a identificarsi comunque con loro.

    http://members.tripod.com/~zaza_kirmanc/research/paul.htm

    Insomma, come al solito la situazione è confusa! :-)

    Ciao!

  40. utente anonimo says:

    Tamerlano era figlio di un turco, Tergai governatore di kesh, e di una lontana discendente di Gengis khan, e Babur, nato nel1483, quando nel 1526 fonda l’impero moghol d’india, ci tiene moltissimo a far sapere le sue origini mongole, cioé gengis khan, ma anche quelle turche. Questa eredità mediterranea ha un significato profondo per comprendere l’arte, lo stile di vita e la politica moghol in india, questa continua ricerca della bellezza, dell’armonia, di un paradiso perduto, cosi importante anche nell’anima mediterranea e nell’islam. Per questo mi piace sottolineare che il taj mahal ad esempio, non é sbocciato in india per caso, cosi come i giardini moghols, ma sono il risultato di uno spirito religioso islamico, che non ha bisogno di opprimere le altre religioni, cosa che purtroppo farà più tardi Aurangzeb, ma di promuovere la bellezza l’armonia ed anche la libertà di culto. E questo non significa che l’islam in india sia sincretismo. Non é perché l’imperatore Akbar ha cercato di dialogare profondamente con le altre religioni, forgiandone poi una propria che doveva essere l’appannaggio di un élite, soprattutto per celebrare un culto insieme, che si debba in fretta dire che l’islam in india sia sincretismo, invece gli yazid kurdi lo sono un po, oppure no. ciao, jam

  41. falecius says:

    Pino: probabilmente si tratta di comunità di lontana origine kurda che qualche secolo fa si sono trasferite più ad est per ragioni politico-militari. E’ possibile che i Baluci insediati Tra Iran, Pakistan ed Afghanistan siano tra questi, anche se dubito che oggi sarebbero definibili come Kurdi. Una popolazione Kurda vive invece al confine tra Iran e Turkmenistan, dove si è trasferita, non ricordo in che epoca, come guarnigione militare. La zona non è nuova a trasferimenti di questa natura, pare che sia successo nel primo secolo avanti Cristo ai prigionieri di guerra romani catturati dai Parti a Carre, dove combatterono contro una spedizione cinese (dev’essere successo nell’attuale Uzbekistan). Sempre in Uzbekistan esiste una piccola minoranza di lingua araba, discendente delle tribù che si insediarono nella regione come truppe di frontiera sotto gli Ommayyadi.

    Degli Zaza nello specifico non so nulla.

    Per quel che riguarda il tuo amico, suppongo che una parte non insignificante dei Kurdi D’IRAQ istruiti ne condivida le idee, visto che la storia dei kurdi iracheni è quella di un conflitto contro una nazione araba. In generale, la dirigenza dei movimenti kurdi non ha mai avuto esplicita caratterizzazione islamica, a parte un gruppo piuttosto piccolo (Ansar al-Islam) che controllava l’area di Halabja e forse aveva avuto appoggi del regime saddamita (in quanto islamista, non accentuava il nazionalismo kurdo ed era utile contro UPK e PDK, nazionalisti ostili al predominio arabo).

  42. falecius says:

    Jam, forse mi sono espresso male. Non volevo dire che l’Islam in India sia sincretismo, in generale. Sarebbe un falso storico.

    Volevo dire invece che l’Islam in India, per quello che ne so (e ne so meno di te) ha talvolta, e in alcune regioni, incorporato elementi di spiritualità e ritualità induiste, soprattutto a livello popolare. Credo che attualmente questa tendenza sia ridotta, mentre è stata importante in alcuni casi in passato, ed è anche arrivata a creare due religioni “nuove”, il Sikh-panth ed il più piccolo Kabir-panth.

  43. Peucezio says:

    Falecius,

    davvero interessantissime le tue digressioni. Si vede che hai una cultura vastissima riguardo alla storia e alle popolazioni del Vicino Oriente e dell’area caucasica. Riporti informazioni che molto difficilmente sarebbero reperibili attraverso canali comunemente accessibili, non specialistici e in italiano.

    Gestisci qualche sito o blog, hai pubblicato qualcosa? Mi piacerebbe saperne di più su questi argomenti, su cui ho dei rudimenti minimi o meno che minimi.

    Per te e Miguel:

    l’unico apporto, limitato, che posso dare a quest’indagine, partendo dal discorso iniziale sull’apporto di sangue dato dai turchi in Anatolia, riguarda l’antropologia fisica, quella precedente agli studi di genetica.

    Leggendo il Biasutti e gli altri autori che se ne sono occupati, risulta che in Anatolia prevale un tipo razziale che viene definito appunto “anatolico” o “armenoide”, a seconda degli autori, e che, contrariamente agli abitanti delle aree circostanti, si caratterizza per una spicctata prevalenza della brachicefalia (cranio largo).

    Questa “razza” (nella classificazione tradizionale le razze sono i sottogruppi locali all’interno dei grandi raggruppamenti umani) si estende in parte del caucaso e nel nord costiero della Siria e del Libano e sembra sia il tipo prevalente fra gli ebrei askhenaziti, che conferisce loro quei tratti caratteristici che sono stati iper-accentuati nelle caricature classiche dell’ebreo tipiche di certa pubblicistica fino all’ultima guerra mondiale.

    Apparentemente questo dato (la brachicefalia dell’Anatolia) pare accomunarla all’Asia centrale e alle popolazioni di tipo xantoderma (i “gialli” insomma), facendo quindi pensare davvero a un’origine turca degli attuali anatolici. Senonché gli antropologi smentiscono recisamente questa circostanza: pare infatti che la brachicefalia, associata alle altre caratteristiche della razza anatolica o armenoide, sia un tratto ancestrale di quelle popolazioni fin dall’antichità, popolazioni che comunque, oggi come allora, appartengono in pieno al ceppo europoide e hanno ben poco a che vedere con i brachicefali turanici o comunque turco-tatari dell’Asia centrale, tutti di razza mongoloide, cioè xantoderma.

    Tutto ciò conferma che la fisionomia razziale e genetica degli abitanti dell’Anatolia non si è sostanzialmente alterata con l’invasione turca.

    D’altronde ciò accade frequentissimamente nella storia: la lingua e la religione si importano, si diffondono, cambiano con molto maggiore facilità e rapidità rispetto alle popolazioni e al sangue, che spessoin un territorio, attraversa millenni di storia, civiltà, religioni e lingue diverse, conservando fortemente i suoi tratti di origine preistorica o protostorica.

  44. utente anonimo says:

    …é Lui che mi ha insegnato a vedere senza occhi, ascoltare senza orecchie, a bere senza bocca…cosi dice Kabir, il tessitore che ha due tombe una musulmana e l’altra indù ed é venerato anche dai sikh. La sua vita era contro i bigotti che compiono i riti come pappagalli senza capire il Segreto. Ma kabir anche se chiamava Dio Ram, si esprime in indi ma é musulmano e dice le stesse cose di Hallaj o Jilani o ibn’Arabi, o Rumi; cioé Kabir é un sufi, come Salim Chisti considerato santo sia dai muslim che dagli indù. E quindi lo so si puo parlare di sincretismo, ma io odio questa parola che oggigiorno non vuole dire più nulla. Molti indù si sono convertiti considerando i santi sufi come dei sadhu o dei guru, ed in effetti un sufi é un derviscio ed é esattamente come un sadhu, pur essendo pero’ anche differente, perché un sufi conosce bene il Corano. E questa é l’incomprensibile magia dell’india …non é sincretismo, ma rispetto di qualsiasi preghiera che esce da un cuore puro. ecco perché volevo precisare, perché odio la parola sincretismo, ma amo la parola shanti shanti shanti ! ciao! jam

  45. falecius says:

    Jam: hai fatto bene a precisare. Stiamo comunque dicendo la stessa cosa con parole diverse.

    Peucezio: sono (da pochi giorni) dottorando in storia e filologia della civiltà musulmana (o qualcosa di simile). Ho presentato due articoli per la pubblicazione (uno sul Libano e l’altro sull’Indonesia) ma non sono ancora usciti, a parte questo ho pubblicato un racconto di fantascienza e, in collaborazione con altri, un dizionario narrativo di slang giovanile. Nulla che riguardi direttamente l’Islam. :D

    C’è il mio blog, dove però parlo soprattutto di politica. Puoi trovare qualche mio vecchio articolo su alcuni altri blog con cui collaboro o collaboravo, ma niente di dettagliatissimo.

    Per quello che ho scritto qui, le mie fonti sono perlopiù reperibili in italiano, ma si tratta comunque di testi specialistici.

    Per una introduzione generale ma abbastanza dettagliata, consiglierei Ira M. Lapidus, “Storia delle Società islamiche” che arriva fino all’inizio degli anno Ottanta (in tre volumi), o il più conciso, ma più recente “Il mondo musulmano” di Biancamaria Scarcia Amoretti.

    Mi sono anche basato sull’immensa “Storia dell’Impero Ottomano” di Robert Mantran (una roba da mille pagine) e su “Nazionalismo Turco e Genocidio Armeno” di Taner Akçam (ottimo).

    Molto interessante per il nazionalismo turco e la genesi dell’ideologia kemalista è anche il lavoro di Karpat, ma si trova solo in inglese.

    Il romanzo “Origini” di Amin Maalouf (che io letto in francese, ma credo si trovi anche in traduzione) offre una panoramica molto bella della storia degli ultimi anni dell’Impero ottomano e del Libano sotto mandato francese; pur essendo un romanzo, dal punto di vista storico è corretto. Le informazioni sulle scuole sabbatiane di Salonicco che Kemal avrebbe frequentato mi vengono da lì, ma credo si possano trovare facilmente fonti in inglese più accademiche al riguardo.

    La “comune accessibilità” è relativa. La maggior parte di questi libri si possono trovare o ordinare in qualsiasi libreria ben fornita, specie nelle grandi città. Altri testi si possono trovare in qualche buon biblioteca, in città come Roma o Bologna non dovresti avere problemi a trovarne.

    Naturalmente sui giornali o nelle scuole queste cose non le troverai, per ragioni ovvie; dalla scuola italiana attuale un simile livello di approfondimento è difficile aspettarselo anche per la storia europea, figurarsi quella turca, che nemmeno si studia (né pretendo che lo si faccia, beninteso).

    Quanto ai giornali, svolgono semplicemente un ruolo diverso. Tuttavia il Sole 24 ore svolge un opera meritoria offrendo settimanalmente uno spazio sul suo supplemento domenicale alle questioni islamologiche; si tratta di articoli a volte discutibili ma sempre ben scritti e redatti da persone competenti (spesso contribuisce l’ottimo prof. Paolo Branca della Cattolica) che rispetto alla situazione generale dell’informazione giornalistica italiana in materia sono un autentico faro.

  46. Peucezio says:

    Grazie, Falecius, delle informazioni ricche e puntuali.

    In effetti allora i mezzi per approfondire questi temi ci sono (anche se ti dirò che io sarei interessato, oltre che al periodo islamico, a tutto quello precedente, risalendo alle prime civiltà di quelle zone, agli Hurriti ecc.).

    Invece mi dai l’indirizzo del tuo blog?

  47. RitvanShehi says:

    x Peucezio

    Beh, hai letto i miei #27 e 29? Che ne dici? O come mai adesso non hai più tanta fretta di discutere sull’albanesità di Ataturk?:-).

  48. falecius says:

    Peucezio, è sul mio profilo di Splinder. Ad ogni modo, falecius.splinder.com .

    per la Turchia antica, ti consiglio Liverani “Antico Oriente, Storia, società, economia”.

  49. utente anonimo says:

    …gli yazidis o yezidis sono interessantissimi, la loro religione si perde nella notte dei tempi , pre-zoroastriani ed il loro culto é basato sull’angeologia e la gnosi. Non mangiano insalata che nella loro lingua si dice khas perché uno dei loro profeti si chiama Khassa e neppure dei galli per rispetto all’Angelo Pavone. Pero’ i loro fakiri danno morsi alle teste dei serpenti come se niente fosse perché sono dei tosti , conoscono segreti,, e si trafiggono anche con le spade come gli sciamani. Il pavone con le sue lacrime ha spento il fuoco dell’inferno ed allora il diavolo é diventato buono…per questo gli yezidis non sono adoratori del diavolo nel senso che lo intendiamo noi, per loro il diavolo non é una figura demoniaca perché quando l’angelo-Taus ( il Pavone) si rifiuto di prosternarsi davanti ad Adamo, Dio, invece di punirlo lo lodo’ e gli diede la carica ed investitura del mondo fisico, insomma non é del diavolo chi insegna il male che sitratta, al contrario… saluti, jam

  50. falecius says:

    Jam, è vero, ma Lovecraft non lo sapeva, o fingeva di non saperlo…

  51. Peucezio says:

    Grazie, falecius, vado subito a vederlo.

    Liverani? Sì, l’ho già letto, è veramente un’ottima sintesi della storia delle civiltà vicinorientali preclassiche.

    Dello stesso autore ho letto anche “Oltre la Bibbia”, validissima opera sulla storia degli ebrei fino all’epoca persiana, alla luce delle più recenti scoperte archeologiche.

  52. falecius says:

    Peucezio, sì, l’ho letto anche io, è molto interessante.

    Su Hittiti e Khurriti non so molto altro ma posso chiedere.

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