Gli animali non devono entrare

Giusto per ricordare la normalità di apartheid, razzismo, dominio e tutto il resto…

Chiuso per festività.

Le forze armate israeliane, a partire da ieri [13 ottobre] e fino alla mezzanotte del 21 ottobre prossimo, hanno completamente sigillato la Cisgiordania, impedendo pressoché qualsiasi spostamento alla popolazione palestinese in vista delle celebrazioni ebraiche del Sukkot, la “festa delle capanne” che dura per l’appunto 8 giorni e rappresenta una delle più importanti festività ebraiche.

(leggete il seguito su Palestina News)

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19 Responses to Gli animali non devono entrare

  1. utente anonimo says:

    Quindi il timore di attentati non c’entra, si tratta di razzismo puro e semplice, giusto?

    Francesco

  2. kelebek says:

    L’intera popolazione nativa della Palestina, alcuni milioni di persone, viene rinchiusa per otto giorni in modo da non disturbare la festa di un altro gruppo etnico.

    Comunque siamo sicuri che il prossimo Ramadan l’altra etnia sarà contenta di farsi rinchiudere per altrettanto tempo, per evitare rischi di omicidi mirati e non, rapimenti e altro.

    Miguel Martinez

  3. utente anonimo says:

    @Miguel e Francesco:

    un pò come a scuola: i negri da una parte, i bianchi dall’altra, non solo razzismo puro e semplice c’entra pure, in fondo in fondo, il timore di attentati.

    Come sarebbe bello andare a scuola e far fiesta insieme… troppo sempliciotto per essere vero.

    Samira

  4. utente anonimo says:

    Miguel

    vedi che sai essere meno impreciso?

    Ciao

    Francesco

  5. RitvanShehi says:

    >Quindi il timore di attentati non c’entra, si tratta di razzismo puro e semplice, giusto? Francesco< Mah, io credo che più che il timore di attentati sia il timore che si ripeta quel che è accaduto qualche giorno fa ad Akka (San Giovanni d’Acri) e di cui il nostro grazioso “padrone di casa” mica ci ha resi edotti:-) Cito da “Il Manifesto” (http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/14-Ottobre-2008/art51.html) che non è esattamente un bieko servo:-) dell’Internazionale Sionista.

    Cocci di coesistenza a San Giovanni D’Acri.

    Sessanta arresti, dieci feriti e quattro case arabe incendiate. Dopo cinque giorni di violenze, la «città della convivenza» resta presidiata dalla polizia. Il presidente Peres sul luogo degli incidenti: «Abbiamo tante religioni ma una sola legge». Ma i palestinesi denunciano discriminazioni e accusano: siamo solo noi a pagare il conto della crisi Partiti da una violazione del Kippur, gli scontri tra ebrei e arabi hanno lasciato una ferita profonda nelle comunità

    Michele Giorgio

    INVIATO A S. GIOVANNI D’ACRI

    I trenta giovani inviati da Hashomer Hatzair sono arrivati a S.Giovanni d’Acri (Akko in ebraico, Akka in arabo) domenica mattina. In piazza Rabin, sotto gli sguardi dei passati e in un silenzio da brividi, hanno cominciato a costruire la «sukka», il tabernacolo della festa ebraica del Sukkot. «È una sukka della coesistenza» hanno spiegato ai pochi che si fermavano a osservarli, mentre decine di agenti della guardia di frontiera in tenuta antisommossa presidiavano l’intera zona.

    Ma la coesistenza in questa città di 60mila abitanti nel nord di Israele, popolata per un terzo da arabi israeliani (palestinesi con cittadinanza israeliana), si è rivelata uno slogan in cui gli abitanti forse non hanno mai creduto. Gli scontri violenti tra ebrei e palestinesi esplosi mercoledì scorso, la sera dello Yom Kippur, e andati avanti per giorni, hanno confermato che persino la convivenza è fragile, come la «sukka» costruita dai ragazzi di Hashomer Hatzair.

    «Ad Akko la coesistenza l’hanno realizzata solo i criminali delle due parti che lavorano e prosperano ai danni dell’intera città – commenta con ironia l’analista politico e pacifista ebreo Michael Warshawski – in questa città ci sono due comunità che vivono insieme come separati in casa, con la minoranza araba che fa buon viso a cattivo gioco, che accetta in silenzio imposizioni e discriminazioni. È la coesistenza imposta dal più forte al più debole, ed è crollata. Altrimenti non si spiega come un piccolo episodio possa scatenare un putiferio tanto grande».

    Nei punti di contatto tra i quartieri ebraici e quelli palestinesi sono evidenti i segni di un confronto violento, di tipo «balcanico». Vetrine in frantumi, negozi devastati, cassonetti dei rifiuti bruciati, automobili date alle fiamme. Gli arrestati sono stati una sessantina, i feriti una decina, e solo un miracolo ha evitato conseguenze peggiori. Tutte e due le parti hanno subìto danni, ma ad avere la peggio sono stati i palestinesi. Quattro abitazioni arabe sono state date alle fiamme, l’ultima (della famiglia Ramal) sabato notte, e diverse famiglie palestinesi che vivevano in edifici popolati in maggioranza da ebrei sono andate via. A casa di parenti ed amici attendono di capire quando e se potranno tornare a casa.

    «Ora vivo a casa di mia sorella – racconta Salah A. (molti, per paura, preferiscono non rivelare il cognome, ndr) – mercoledì sera all’improvviso sono arrivati decine di giovani ebrei che urlavano “morte agli arabi”. Siamo scappati. Un paio d’ore dopo abbiamo appreso che un arabo aveva violato lo Yom Kippur». Poco distante, nella zona orientale, la signora Lila Vaskin, di origine bielorussa, ha visto una folla di giovani palestinesi che avanzavano scandendo «morte agli ebrei, morte agli ebrei». «Mi hanno distrutto l’automobile e urlato ogni tipo di minacce in arabo ed ebraico, sono stata presa dal panico. In un momento è crollato tutto il mio mondo. Ho sempre avuto amici arabi, ma ora mi fanno paura, non mi fido più di loro», racconta tenendosi il viso tra le mani.

    I resoconti delle ultime notti a S.Giovanni d’Acri sono colmi di storie di aggressioni e rappresaglie, di cariche della polizia e di appelli alla calma lanciati da radio e televisioni, impegnati anche a riferire le dichiarazioni di uomini politici, del primo ministro uscente Olmert e di quello incaricato Livni. Il capo della polizia nel nord di Israele, il generale Shimon Koren, è stato fin troppo chiaro quando ha affermato, in una intervista al sito di Yediot Ahronot, che «gli elementi dietro gli scontri di Akko sono sobillatori ebrei». Eppure il sindaco della città, Shimon Lankry, e la maggioranza ebraica continuano a sostenere che la responsabilità deve essere attribuita esclusivamente a Tawfiq Jamal, il palestinese che mercoledì sera è giunto in automobile in un quartiere popolato da ebrei nel pieno dello Yom Kippur, quando la tradizione richiede il massimo del silenzio, del raccoglimento e proibisce l’utilizzo di qualsiasi mezzo motorizzato. Sarebbe potuta finire lì, con una protesta accesa, ma non violenta, contro Jamal ed invece una folla inferocita lo ha inseguito, preso a sassate e, infine, ha circondato l’edificio dove aveva trovato riparo. Subito dopo si è diffusa la notizia, falsa, del linciaggio di Jamal.

    Centinaia di giovani palestinesi, alcuni con in mano bastoni e, pare, anche coltelli, sono scesi in strada per affrontare i loro coetanei ebrei. Presa alla sprovvista, la polizia ha reagito tardi e male ed ha ripreso il controllo della città solo dopo molte ore. «Lo so, ho sbagliato ma, lo giuro, non volevo essere offensivo, darei tutto per riportare la coesistenza (a S.Giovanni d’Acri) perché ho sempre avuto rapporti di amicizia con gli ebrei. Ma quella sera loro volevano linciarmi», ha raccontato in lacrime domenica ai membri ebrei ed arabi della commissione interni della Knesset. Noti esponenti palestinesi di S.Giovanni d’Acri hanno condannato la violazione dello Yom Kippur compiuta da Jamal e il sindaco Lankry, a nome dei cittadini ebrei, ha accettato le scuse. E ieri in città è giunto anche il presidente Shimon Peres, per sottolineare che in Israele «ci sono tante religioni ed una sola legge». Le fedi di cui ha parlato il capo di stato israeliano, ora sembrano voler fare la pace, almeno a parole.

    Basterà alle due comunità? «Quanto è accaduto non è un solo un conflitto religioso ma qualcosa di ben più importante e profondo – avverte Reem Azzan, giovane candidata del Fronte per la pace e l’uguaglianza (comunista) alle elezioni comunali del mese prossimo -: la città sprofonda nella crisi economica e a pagarne le conseguenze sono i più deboli, i palestinesi.

    La casbah che rappresenta la loro ultima roccaforte culturale e nazionale da quando gli israeliani hanno preso la città (nel 1948), viene penetrata sempre di più dagli abitanti ebrei e questo crea un forte malumore». Azzan spiega che i palestinesi della città vecchia, impoveriti anche dai tagli allo stato sociale decisi negli anni passati, in numero crescente sono costretti a vendere le loro abitazioni, spesso ad abitanti ebrei, mediamente più ricchi degli arabi. «A ciò si aggiungono le discriminazioni abituali, di ogni tipo, che i cittadini arabi israeliani sono costretti a subire in silenzio, e non solo in questa città. Viviamo in una miscela potente che potrebbe esplodere in scontri ben più gravi degli incidenti dell’ottobre 2000, all’inizio dell’Intifada (la polizia uccise 13 arabi israeliani, ndr)».

    D’altronde lo stesso premier Olmert ha ammesso che la minoranza palestinese (1/5 della popolazione di Israele) subisce gravi discriminazioni. Ma a S.Giovanni d’Acri accuse di «penetrazione» giungono anche dagli ebrei. «Gli arabi protestano ma quelli più ricchi comprano case qui da noi, nella zona orientale» si lamenta Ofer Tirosh, un operaio. Sua moglie invece denuncia il comportamento dei giovani arabi che, afferma, «non sanno stare al posto loro. Insidiano le nostre ragazze, alcuni di loro hanno sposato ebree».

    Zuheir Bahloul, giornalista nato e cresciuto a S.Giovanni d’Acri, scuote la testa. «Era sufficiente leggere le scritte sui muri per capire le relazioni tra le due comunità, ma qualcuno ha continuato sterilmente a parlare di coesistenza – commenta con amarezza – non so se esista nel mondo un modello convincente di coesistenza, ma certo non qui, dove la disoccupazione e la povertà sono una piaga, soprattutto per gli arabi, dove la discriminazione e la diseguaglianza generano continuamente rabbia e risentimento».

  6. PinoMamet says:

    Letto il link postato da Ritvan,

    io l’ho capita così:

    per evitare che qualche arabo FACCIA IL LEGHISTA, con gravi provocazioni tipo girare in automobile, si isola l’intera popolazione araba.

    Geniale.

    Pensano davvero che questo fermerà le provocazioni e le violenze, invece di aumentarle esponenzialmente?

    ma con gli ebrei osservanti che fanno i leghisti, che provvedimenti prendono? Isolano tutto Israele durante il Ramadan? No, tanto per sapere.

    Ciao!!

  7. PinoMamet says:

    Aspetta, so già la risposta:

    gli ebrei osservanti leghisteggianti e provocatori vengono di volta in volta fermati dalle autorità, senza discriminazioni.

    Vabbè, facciamo conto che sia completamente vero e che non esistano le strizzatine d’occhio tra polizia e “fuorilegge che in fondo in fondo mi stanno un po’ simpatici”, che ci sono in ogni parte del mondo. Proprio perché queste cose ci sono in ogni parte del mondo.

    Resta il fatto che il provocatore israeliano è trattato come un singolo, che deve pagare le conseguenze delle sue azioni; il provocatore palestinese viene invece punito (addirittura preventivamente) insieme a tutto il suo popolo.

    E questo, giratela come vi pare, è semplicemente ingiusto.

    Ciao!!

  8. La questione delle violenze ad Akko attiene al problema della discriminazione ai danni della popolazione araba in Israele.

    Nello stesso giorno dell’articolo citato da Ritvan ve n’era anche un altro: http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/14-Ottobre-2008/art48.html

    in cui si poteva leggere: “Professor Manna, la stampa israeliana attribuisce i disordini di Akka a minoranze di estremisti ebrei e arabi. Concorda?

    No, gli estremisti sono solo il sintomo di un problema più ampio: le diseguaglianze tra ebrei e arabi ad Akka. E il governo è il principale responsabile di questa situazione, a causa della continua discriminazione degli arabi in Israele, in particolare nelle «città miste» come Akka, da cui molti ebrei israeliani pensano che gli arabi debbano essere espulsi. Quando era primo ministro, Ariel Sharon andò ad Akka e disse agli estremisti che la città doveva essere ulteriormente «giudaizzata», perché c’erano «troppi arabi». E negli anni ’70 e ’80 l’esecutivo elaborò progetti – a cui i palestinesi hanno resistito – per espellere gli arabi dal centro della città e trasferirli nel vicino villaggio di Makkar. Io ritengono che queste politiche rappresentino una delle cause principali degli attuali conflitti tra arabi ed ebrei in Israele.

    Le organizzazioni per i diritti umani denunciano «discriminazioni sistematiche nel settore abitativo, dell’educazione e dei servizi pubblici» a danno dei palestinesi d’Israele. Si tratta di un quadro credibile?

    La stessa commissione d’indagine sugli incidenti dell’ottobre 2000 (13 palestinesi uccisi in Israele nel corso di scontri con la polizia, ndr) ha indicato nel suo rapporto che «la continua discriminazione nei confronti degli arabi dal 1948» va individuata come la causa principale di quegli eventi. Nelle università israeliane soltanto l’1% dei docenti è arabo, mentre gli arabi rappresentano il 20% della popolazione. Gli studenti arabi rappresentano poco più del 7% degli universitari. Circa il 100% dei bambini ebreo-israeliani frequenta un asilo, percentuale che per quelli arabo-israeliani scende della metà. In Israele il 93% della terra è proprietà dello Stato, il 2% circa proprietà privata di arabi e il 5% circa proprietà privata di ebrei. Dal 1948 il governo ha espropriato la maggior parte della terra araba, sulla quale ha costruito circa 800 tra villaggi, kibbutzim e moshavim, riservati esclusivamente alla popolazione ebraica dello Stato. Dal 1948 è stata costruita invece una sola nuova località araba, per i beduini del Negev, per espropriare la loro terra e concentrarli lì. Agli arabi non vengono rilasciate licenze per costruire, nemmeno all’interno delle loro comunità: chi lo fa paga con una multa o con la demolizione della casa. Il 20% della popolazione dello Stato è concentrata nel 2% della terra, senza che nei suoi confronti venga elaborato alcun piano di sviluppo. Discriminazioni simili si rilevano nelle infrastrutture e sul lavoro.

    Lo stallo nelle trattative tra Israele e Autorità palestinese (Anp) ha influito sui disordini di Akka?

    No, la rivolta di Akka – a differenza degli incidenti scoppiati nell’ottobre 2000 in solidarietà con l’intifada nei Territori – ha origini locali: le discriminazioni dei palestinesi nelle «città miste».”.

    Il problema della chiusura dei territori palestinesi è invece diverso e attiene al complessivo sistema dell’occupazione, alle colonie, ai checkpoints e al sistema di chiusure atto a preservare il dominio di Israele sui Palestinesi.

    Perchè, è chiaro, esiste un problema sicurezza per Israele, che però può risolversi soltanto con l’abbandono dei territori e la nascita di uno Stato palestinese, altrimenti si resta nello status quo attuale che vede non una soluzione a due stati, ma uno stato ebraico a ovest della green line e un dominio ebraico brutale e oppressivo, un vero e proprio apartheid, a est.

    Ma vi è anche un altro problema, ed è quello della totale indifferenza che c’è in Israele per le sofferenze e la vita penosa di un intero popolo, la negazione agli arabi dello status e della dignità di esseri umani, portatori come tali di diritti, interessi, bisogni, esigenze.

    Altrimenti non si spiega come sia possibile accettare l’assedio a un milione e mezzo di Palestinesi nella Striscia di Gaza, ridurre alla fame e alla dipendenza dagli aiuti umanitari un’intera popolazione; e non si spioega come possa considerarsi “normale” la vessazione e la violenza che i Palestinesi quotidianamente devono affrontare ai checkpoint o nei rapporti con i coloni.

    Faccio solo altri due esempi: quando 41 anni fa fu stabilita la prima colonia israeliana, Kfar Etzion, nessuno si oppose perchè sembrava normale che i coloni tornassero nel sito di un kibbutz che era stato invaso alla vigilia dell’indipendenza di Israele.

    In altre parole, il diritto al ritorno dei profughi del 1948 venne considerato evidente e sacrosanto, ma solo se i rifugiati in questione erano Ebrei! Analogo diritto, invece, non sembra esistere in capo ai Palestinesi.

    Il secondo esempio attiene invece al problema della legge che regola l’acquisto della cittadinanza in Israele (sul quale molto ci sarebbe da discutere in tema di discriminazione razziale…).

    Nel gennaio del 2006, una donna araba di nazionalità israeliana, sposata ad un Palestinese, aveva dato alla luce tre gemelli presso l’ospedale Moqassed di Gerusalemme est.

    Non avendo i soldi per pagare il conto del ricovero e delle cure per i neonati, la direzione ospedaliera ne ha dimessi due ed ha trattenuto il terzo, a “garanzia” del saldo delle spettanze: per il Moqassed, aveva detto il direttore, è pratica comune assicurarsi il pagamento delle cure, con ogni mezzo!

    L’abominevole comportamento della direzione dell’ospedale israeliano nasceva da una legge discriminatoria come la Legge sulla cittadinanza e l’ingresso in Israele, che vieta che venga accordata la residenza o lo status di cittadino ai Palestinesi dei Territori occupati che siano sposati a cittadini israeliani.

    Si tratta di una legge di discriminazione razziale, poiché ha come target una categoria di persone individuata esclusivamente sulla base della nazionalità, ed ha come effetto di impedire ai Palestinesi sposati con cittadini/e israeliani di vivere insieme a loro (e ai figli) in Israele, mentre, per converso, ai cittadini israeliani è vietato di recarsi a loro volta nei Territori palestinesi.

    E poiché questa norma non riconosce la cittadinanza neanche ai figli di queste coppie, ecco che i tre gemelli ricoverati al Moqassed sono risultati privi di alcuna copertura finanziaria da parte del servizio sanitario pubblico.

    E’ anche inutile ricordare che questa legge viola numerose convenzioni sui diritti dell’uomo e del fanciullo, liberamente sottoscritte da Israele; ma quello che è più sconcertante e disgustoso, al di là dell’esistenza di una legislazione palesemente discriminatoria, è proprio la totale mancanza di rispetto mostrata dalla direzione dell’ospedale israeliano per la dignità e la sacralità dell’essere umano, ridotto ad una “cosa” qualsiasi, un bene materiale che in questo caso si è trattenuto a garanzia di un pagamento, come si sequestra un’auto o un televisore per delle rate non pagate.

    Ed è proprio di questo che si sta parlando, ed è questo il razzismo.

  9. RitvanShehi says:

    >Letto il link postato da Ritvan,

    io l’ho capita così:

    per evitare che qualche arabo FACCIA IL LEGHISTA, con gravi provocazioni tipo girare in automobile, si isola l’intera popolazione araba.

    Geniale.PinoMamet< Non sarà geniale, ma qualcosa devono pur fare, no? Dici che, invece, dovrebbero ordinare alle forze dell’ordine di sparare a vista a ogni auto di arabo che fa il leghista? >Pensano davvero che questo fermerà le provocazioni e le violenze, invece di aumentarle esponenzialmente?< Si vede che lo pensano. E ne assumono la responsabilità. >ma con gli ebrei osservanti che fanno i leghisti, che provvedimenti prendono? Isolano tutto Israele durante il Ramadan? No, tanto per sapere.< Non lo so, ma ho visto di recente sulla solita TV “serva dei sionisti”:-) che ci mette le solite fette di prosciutto sugli occhi:-) – come diceva “qualcuno” – soldati ebrei scortare alunni arabi per proteggerli da possibili attacchi di coloni ebrei. E una ragazzina araba ringraziava quei soldati ebrei che li proteggevano da altri ebrei.

  10. PinoMamet says:

    Ma infatti, Ritvan

    io non sono uno di quelli che vedono solo il male in Israele.

    Dico che il trattamento non è equo, il che è evidente e lampante come il Sole.

    Qualcosa deve pur fare, è verissimo.

    Io do il mio suggerimento:

    perché molto semplicemente non tratta i provocatori arabi come tratta quelli ebrei?

    Che bisogno c’è di punire un’intera popolazione?

    è davvero questo il modo di garantire la sicurezza?

    Quello della sicurezza “a tempo” (quattro giorni questo mese col 100& di sicurezza, e il mese prossimo in compenso avremo un aumento del 50% del livello di incazzatura altrui e di insicurezza nostra…) mi sembra un concetto da abbandonare.

    Ciao!!

  11. RitvanShehi says:

    >Io do il mio suggerimento:

    perché molto semplicemente (Israele-ndr.) non tratta i provocatori arabi come tratta quelli ebrei? PinoMamet< Semplice. Perché in questo blog (e in migliaia di altri, per non parlare dei media antiisraeliani) essi verrebbero ipso facto convertiti da provocatori stronzi quali sono in Gloriosi Insorti E Martiri Per La Libertà Della Palestina. E di tale tipologia di “martiri” pare che Israele ne abbia fin sopra i capelli. E, pertanto, tenta un’altra strada. Non sto dicendo che sia una strada migliore, sto dicendo che è solo diversa…..

  12. Ma di che stiamo parlando? “Provocatori arabi”?! Ad Acri è scoppiata una violenza inaudita sol perchè un arabo è entrato con la sua automobile in un quartiere a maggioranza ebraica durante il Sukkot. E non solo è stato colpito, minacciato e assediato, ma la polizia l’ha persino arrestato per aver “leso la sensibilità religiosa” degli ebrei della città! Sensibilità religiosa che ha spinto gli ebrei a dar fuoco ad un certo numero di case di famiglie arabe…

    Ma qui si stava parlando della totale chiusura dei territori occupati, di un sistema di soprusi e di apartheid fatto di checkpoint, strade a uso riservato ai coloni, coprifuoco, aree chiuse e quant’altro, della violazione di diritti umani fondamentali come quelli alla salute, alla libertà di movimento, al lavoro, allo studio, all’intrapresa economica.

    E si parla dell’indifferenza degli ebrei rispetto alle sofferenze e ai bisogni di un’intera popolazione, cui non si riconosce pari dignità ed eguaglianza di diritti.

    Certo, ognuno si assume la responsabilità delle proprie azioni, e ci mancherebbe pure, ma un crimine resta sempre un crimine e la violazione dei diritti umani di un intero popolo rappresenta sempre un atto contrario al diritto e un abominio morale.

    Vichi

  13. PinoMamet says:

    Non nego affatto tutto questo; e la mia simpatia va sempre agli oppressi.

    Il mio suggerimento è sempre lo stesso: Israele cominci a trattare i palestinesi equamente, e tutti i suoi problemi svaniranno.

    Lo penso davvero.

    Ciao!

  14. RitvanShehi says:

    >Il mio suggerimento è sempre lo stesso: Israele cominci a trattare i palestinesi equamente, e tutti i suoi problemi svaniranno. PinoMamet< Amico mio, tu sei l’Ottimismo fatto persona!:-)
    Ti faccio umilmente osservare che, di solito, quando due popoli si contendono lo stesso fazzoletto di terra, il concetto stesso di “equità” va un po’ a farsi benedire. Da ambo le parti.

    Ecco, mi spiego meglio, p.es. io non vorrei che “qualcuno” da quelle parti ritenesse che l’unica cosa “equa” da fare per gli ebrei fosse quella di fare le valigie e – come recita un noto slogan leghista:-) – tornarsene a “casa loro”. O, in sottordine, accettassero di vivere come l’ennesima minoranza ebraica nell’ennesimo Stato a maggioranza islamica.

  15. PinoMamet says:

    Ma guarda, equo per me vuol dire equo, e basta.

    I sudafricani bianchi hanno accettato di vivere come l’ennesima minoranza bianca nell’ennesimo paese a maggioranza nera.

    Non è stato facile e c’è voluto un certo coraggio- ci vuole sempre, a rinunciare ai privilegi- ma l’hanno fatto.

    Nessuna garanzia che gli sarebbe andata bene: del resto i diritti non si concedono perché “ci vada bene”, ma perché è giusto concederli, punto.

    Infatti, in Zimbabwe sta andando male.

    Mi dirai che faccio il frocio cor culo dell’altri, ed è vero.

    Ma chi ha detto che, tra israeliani e palestinesi, il culo ce lo debbano mettere per forza questi ultimi?

    Perché mai dovrei fare il tifo per una delle due parti?

    Non so che dire: hanno provato a rigirare la frittata in tutti i versi, ma resta sempre un fatto solo, pesante come un macigno, con il quale Israele prima o poi dovrà confrontarsi: le democrazie non discriminano, e se discriminano non sono democrazie.

    Trattamento uguale per tutti, stop.

    Poverette le minoranze ebraiche in molti paesi arabi, verissimo: è una giustificazione per trattare male gli arabi nel paese ebraico?

    Eh, ma poi si moltiplicano.

    Che te devo dì. Si moltiplichino.

    Tanto per me la faccenda resta sempre uguale: uguali diritti, uguale trattamento per tutti.

    Semplicissimo.

    Ciao!!

  16. PinoMamet says:

    Rilancio :-)

    visto che in alcuni paesi a maggioranza islamica le minoranze cristiane non se la passano bene, l’Italia, paese a maggioranza cristiana, non dovrebbe concedere i diritti ai musulmani (che poi si moltiplicano pure!):

    ti sembrerebbe giusto?

    No, infatti è un’ “orianata”.

    (Che pure, lo sai benissimo, hai suoi seguaci).

    Se una cosa ci sembra ingiusta qua, perché mai deve sembrarci giusta in Israele?

    Libertà di religione, di espressione, parola, movimento e tutto quanto; libertà di vivere e di non essere espropriati dei propri beni, leggi che garantiscano tutti, tanto le minoranze di oggi quanto quelle, eventuali, di domani.

    Perché è giusto così, non perché conviene all’uno o all’altro.

    Ciao!!

  17. utente anonimo says:

    Mi sembra che l’accettazione supina dello status quo abbia ormai fatto dimenticare il modo comune di operare. Da decenni ci vorrebbero truppe ONU sull’intrero territorio.

  18. RitvanShehi says:

    Pino, ti ricordo che da quelle parti si è in SITUAZIONE DI GUERRA, con tanto di “territori occupati” come contorno. E fintantoché non ci sarà la firma di una pace DEFINITIVA fra i due popoli i diritti dei palestinesi israeliani equiparati ai quelli dei germanofoni del Sud Tirolo te li puoi scordare. Con buona pace dell’ “equità”. Purtroppo.

  19. utente anonimo says:

    Lo dico sempre, lo so, ma lo ripeto:

    che gran bazza, la guerra :-)

    Z.

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