Due orecchini d’oro (1)

Torno a casa, con nello zaino un barattolo di gulash prefabbricato, olandese ma comprato nel Kosovo; una pita di carne e una di formaggio; un paio di calzini; e due orecchini d'oro.

Reska avrebbe voluto che fosse una bambina, e aveva comprato gli orecchini per lei; poi ha saputo che quello che portava in pancia era un maschio, come il primo figlio; e allora ha voluto che quegli orecchini li avesse la mia bambina, che così diventa in qualche modo anche lei una sorella dei suoi figli.

Reska tra poco partorirà, e avrebbe voluto presentarmi subito il suo secondo figlio. Ma il lavoro – alcuni tetri certificati notarili da tradurre – non me lo ha permesso; e così sono andato su solo per il fine settimana.

Reska compare e ricompare nella mia vita, da quando l'ho conosciuta giovanissima tutta composta sulla sedia e rotelle che chiedeva l'elemosina a Verona: di volta in volta clandestina, musslimana, donna, mendicante, albanese, serba, zingara, jugoslava, zoppa, kosovara e quasi analfabeta, dalla parte sbagliata di ogni confine, a vivere con il padre – reduce delle tremende miniere di Trepça – in una baracca fatta con quattro cartoni, cui qualcuno diede poi fuoco; ma Reska aveva quelli che Lewis Carroll chiamava, bright eager eyes e una forza, un coraggio e un rigore interiore che ho visto in pochissime persone.

Oggi Reska vive con il marito Mehmet e il primo figlio  Egzon in una casa del comune, tenuta in perfetto ordine, con qualche quadretto islamokitsch e sulla porta della camera da letto, un cuoricino ricamato con le parole seni seviyorum, "ti amo" in turco. In tutta la casa, c'è un solo libro, la versione bosniaca del Corano. Fuori, sul pianerettolo, un'alta scarpiera dell'Ikea, per contenere tutte le scarpe dei loro innumerevoli ospiti.

Mehmet ha i capelli lunghi neri lisci, la barba senza baffi e la pelle scura. "Mehmet non è come te che vai a piedi nudi", midice Reska, "lui in casa porta sempre i calzini". "Ho sempre lavorato nell'acqua", spiega Mehmeti In Macedonia, facevano la biancheria, poi capisco che intende la calce. "Nemmeno uno che ha fatto quel lavoro da noi è rimasto più di un giorno, giuro – io l'ho fatto per cinque anni e mio padre lo fa ancora, per cinque euro al giorno".

Mehmet, un tempo, non esisteva.

"Quando la Macedonia ha fatto questa cosa, come si chiama?" "L'indipendenza?" "Sì, l'indipendenza, con cinquanta euro ti compravi la cittadinanza, ma mio padre è come un bambino, dice, ma cosa importa la cittadinanza? Poi passano mesi, e la cittadinanza costa ottocento euro e devi avere anche un lavoro regolare, e chi ha un lavoro regolare in Macedonia?" e ride, mentre prepara da mangiare: è Ramadan, e lui quindi non mangerà. Anzi, ha deciso di fare anche un'altra settimana di digiuno dopo Ramadan, perché quella settimana da sola, spiega, vale tutto l'anno.

"Vedi, Mikeli – mi spiega Reska – Mehmet è diverso, non come i miei paesani dove le donne sono schiave, adesso che io sono incinta e lui non lavora, fa sempre lui il mangiare e il tè e tutto, e quando lavora lui faccio io, gli preparo anche le lasagne. E non mi insulta mai, non mi picchia, solo quando litighiamo mi dice, dilinì! [pazza]

Con Mehmet, io ero troppo innamorata, lo sai, tutti mi dicevano che non lo dovevo sposare, lui era troppo povero; poi papà mi fa, ma se lo ami, sposalo!

E così sono andata in Macedonia, abbiamo fatto una festa piccola, per musica avevamo solo le cassette,  niente orchestra, la mamma di Mehmet ha lavorato sei mesi per comprarmi il vestito, ma questo l'ho saputo solo dopo.

Torno in Italia, e scopro che aspetto un bambino, e Mehmet aveva solo un foglio di carta con cui poteva andare in Serbia e da nessun'altra parte; poi è nato Egzon, e non conosceva suo padre, ma Mehmet e io ci sentivamo tutti i giorni e portavamo Egzon dalla nonna e da mio fratello, e c'era Anela – ti ricordi Anela, la figlia di mio fratello? – che avevi occhi così grandi che mio padre si metteva paura e le diceva, 'quando guardi il bambino tu devi dire mashallah! Devi dire mashallah!'. E io mi metto davanti alla chiesa e chiedo la mosna [l'elemosina], mio padre che lavora in fabbrica mi dà dei soldi, mandiamo 2.500 euro a Mehmet".

"Li ho dati a uno zingaro che doveva farmi venire in Italia, ma comincia la guerra tra i macedoni e gli albanesi, mi prendono i riservisti, che sono gente cattiva, ho passato una notte in carcere che era veramente brutta, e allo zingaro i riservisti gli hanno rubato tutti i soldi" spiega Mehmet.

Mehmet sta preparando da mangiare, vedo che è incerto dove mettere il cibo. "No, Mikeli mangia come noi, sul tappeto", spiega Reska, "ma lo sai, Mehmet, che Mikeli si mangia i peperoncini crudi, giuro!", e poi riprende.

"Allora parlo con la Mimma". La Mimma è la sorella di Reska che "vola e vola", come dice bene Mehmet, appare bellissima con i denti rotti aggiustati da un praticone a cinquanta euro, combina guai e fa figli, sparisce ridendo e ricompare piangendo.

"Io e la Mimma ci mettiamo Egzon, che aveva sette mesi, in macchina e arriviamo in Macedonia, ci fanno una grande festa. Vuoi vedere il video?"

La familja costituisce l'unica realtà, ma i suoi pezzi si trovano in dieci paesi diversi; e allora i telefonini, i video portati in macchine colmi di bimbi e teiere con i messaggi registrati, i computer scartati e riciclati per poter comunicare con Messenger.

"Poi dico a Mehmet, domani è Natale, no come si dice, Nova Godina, il primo giorno dell'anno, tutti saranno ubriachi e non ci faranno caso; ma non dire niente ai tuoi, che se no si mettono paura.  La Mimma piange, non vuole, dice che finiamo in galera, ma le ricordo che io e Mikeli abbiamo rischiato la vita per salvarla. Con il suo documento Mehmet poteva andare fino in Serbia, allora passiamo la frontiera, e c'è una poliziotta albanese, una bella donna, che gli fa ridendo, 'ma non ti vergogni di farti portare in macchina da una donna? La prossima volta che passi di qui, ti voglio vedere con i documenti italiani e che guidi tu!', quella donna aveva capito tutto! Mangè chai? Vuoi ancora tè?

Allora andiamo attraverso tutta la Serbia, piove e c'è nebbia e c'è neve e si rompe il tergicristallo, poi vediamo che la gomma è bassa, perché al Campo la notte gli altri ti fregavano le gomme buone e le sostituivano con quelle vecchie. Ma arriviamo fino al confine con la Croazia.

Dico a Mehmet, nasconditi, e lui si mette tutto piegato tra il sedile davanti e quello dietro, con il seggiolino di Egzon che lo copre e tutti i pelouche attorno, e al posto di confine serbo, sai come sono i serbiani, la guardia fa, 'bella ragazza, dove vai senza un uomo a Nova Godina?' E io dico, 'ho litigato con mio ragazzo e scappo con il bambino'.

E con Mehmet nascosto sotto i pelouche, passiamo per la Croazia – ti ricordi come sono i poliziotti croati, cattivi, non ridono e scherzano come i serbiani – e la Slovenia, con Mehmet che si nasconde a tutte le frontiere, e arriviamo al confine con l'Italia.

Sono così nervosa e stanca che guido addosso alla sbarra di passaggio, la Mimma urla dalla paura e mi fermo appena in tempo, e la guardia esce fuori e dico che sono così distratta, perché ho il bambino malato con la febbre, e lui mi dice auguri e mi fa passare.

Ma Mikeli, hai fame? Vuoi mangiare ancora?"

(continua…)

Print Friendly
This entry was posted in rom o zingari and tagged , . Bookmark the permalink.

7 Responses to Due orecchini d’oro (1)

  1. utente anonimo says:

    Martinez, invece di raccontare le commoventi storie dei tuoi amici zingari perchè non ci parli di quello che ha detto oggi Olmert?

    http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=31907&sez=HOME_NELMONDO

    O forse questa non è acqua da tirare al tuo mulino?

    Corneliu Zelea Codreanu

  2. kelebek says:

    C’è qualcosa di affascinante nella logica dei troll.

    Miguel Martinez

  3. Miguel, sii magnanimo e indica alla nostra Garda de Fier la strada per il Centro per l’Impiego. Ti so più cortese di me, che mi limiterei a indicargli quella pel frantojo -è quasi stagione- o per la solfatara -è sempre stagione, per quelli come lui…!

  4. kelebek says:

    Per INSCO n. 3

    Direi che potresti aggiungere ai Mestieri anche la biancheria in senso macedone.

    Miguel Martinez

  5. utente anonimo says:

    E’ bello leggere ogni tanto qualcosa di non negativo sugli zingari. Così, tanto per cambiare rispetto alla televisione…

  6. Pingback: Due orecchini d’oro (3) | Kelebek Blog

  7. Pingback: Teresa cambia casa | Kelebek Blog

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>