Il Piano Aziendale e l’Etica cupa e disperata

Ed ecco la mia seconda risposta a un commento un po’ lungo in cui Rosalux pone diverse questioni.

Per non dover cambiare il titolo di questo blog in Risposte a Rosalux, mi limito a rispondere a una domanda sola: il fotografo cafone del Carrefour di Assago è responsabile della propria cafoneria?

Si tratta ovviamente di una metafora – non sappiamo quasi nulla della vicenda; ma ci permette di riflettere sulla responsabilità individuale ai tempi del capitalismo totale.

Il fotografo era sicuramente un ingranaggio in un immenso Piano Aziendale, anzi in tanti piani sovrapposti: quello della Disney, quello del Carrefour, quello del subappaltatore per cui lavorava lo stesso fotografo.

La pianificazione aziendale mette in atto la strategia aziendale: se leggete i testi di formazione aziendale, il discorso ruota sempre attorno a metafore belliche.

La strategia mira a realizzare uno scopo a breve termine, che però fa parte di uno scopo più ampio; alla fine c’è uno scopo assoluto. Cerco i soldi per andare a comprare le rose (scopo a breve termine); con le rose spero di strappare un sorriso ad Amaltea (scopo più ampio); e lo scopo assoluto è di vivere per cent’anni felici con lei, in una gran bella casa. Quest’ultimo scopo non si realizzerà mai proprio così, però tutto il resto è in funzione di questo scopo assoluto.

In termini assoluti, lo scopo di un’azienda consiste nel far acquistare quantità infinite del proprio prodotto a ogni essere umano e a un prezzo infinitamente alto dopo aver sterminato tutti i propri concorrenti, con zero perdite di "risorse" (umane o non) dalla propria parte, il tutto in un tempo così breve da approssimarsi all’istante. Certo non si realizzerà mai, ma ogni piano viene costruito con quest’unico fine. Che poi coincide perfettamente con lo scopo assoluto del Dottor Stranamore. Il motivo per cui bisogna essere anticapitalisti non è nulla di complicato.

Per realizzare lo scopo assoluto, ogni giorno si deve affinare qualcosa, pianificare qualcosa.

Quando lavoravo alla Glaxo Smith Kline (tanto per non citare nomi), a ogni piano c’era una fila di uffici. Tutti con le porte chiuse, tranne quella dell’ufficio davanti all’ascensore. Un giovane Product Manager mi spiegò che lì c’era la Spia di Piano, una signora che faceva la segretaria, ma arrotondava sbirciando chi prendeva l’ascensore per andare giù alla macchinetta del caffè e segnava il tempo che ci metteva. Il Product Manager e io scappavamo dalla scala antincendio per non farci vedere da lei, e ci facevamo lunghe chiacchierate davanti all’erogatrice di simil-bevande.[1]

La pianificazione aspira quindi a essere totale. Poi a volte può essere così totale da prevedere persino le eccezioni:  può essere più redditizio permettere al pubblicitario di tingersi i capelli di blu o a entrare al lavoro a mezzogiorno. Non certo per bontà d’animo, ma in funzione dello Scopo Assoluto.

Questo controllo da parte di ogni azienda si fonde con il controllo generale sempre più totale. Guardate le mappe di Google Earth e capirete cosa voglio dire: io ci vedo distintamente tutte le finestre di casa mia. E quando esco da casa, ci sono le telecamere che sanno quello che faccio; ogni spesa che faccio viene registrata e così via. Insomma cose stranote; il punto è però che tutti questi dati tendono sempre più a confluire in un unico sistema – di cui il blogoflusso è pienamente parte. Viviamo già in tempi fantascientifici, e c’è da essere cupi e un po’ disperati.

Dentro questo quadro, quanta responsabilità personale hai? Dipende molto da quanto sei intelligente e da quanto sei disposto a rischiare.

Non sappiamo bene come siano andate le cose al Carrefour, avendo un’unica testimonianza ovviamente di parte. Ma non è difficile immaginare le condizioni di stress, la calca di bambini urlanti, la necessità di prendere decisioni istantanee, il rischio che attacchino le gomme americane masticate alle Sante Automobili, la latitanza dei superiori gerarchici, che giustamente non vogliono lavorare più di tanto nemmeno loro.

Alla riunione i capi avranno comunque sbraitato che l’unità-felicità-infantile deve durare 42 secondi perché lo dicono gli Ultimi Studi di Psicologia Aziendale. Chi eseguirà farà carriera, chi sgarrerà, quella è la porta.

Ora, i tempi aziendali sono spesso fisicamente impossibili da rispettare.

Una volta ho lavorato con una cooperativa che distribuiva elenchi del telefono: si doveva andare di persona dal signor Mario Rossi, al quinto piano, suonare il campanello, consegnare gli elenchi e aspettare pazientamente che lui ti consegnasse quelli vecchi. E ci voleva un certo rapporto tra elenchi consegnati ed elenchi ritirati, tipo almeno ogni tre consegne, due ritiri.

Insomma, c’è un certo numero di giorni, un certo numero di Mario Rossi da visitare, un certo tempo per fare tutta l’operazione; quindi è matematico che ci vuole un certo numero di persone.

La cooperativa aveva vinto l’appalto, ovviamente, dimezzando il numero di persone. E quindi ammucchiavamo gli elenchi negli atri mentre correvamo di casa in casa, li lanciavamo dentro i giardini dei villini a schiera dove venivano sbranati dai cani padronali. E gli elenchi che non riuscivamo a distribuire, i capi li spacciavano per elenchi vecchi ritirati, così si rispettava la proporzione tra consegne e ritiri. Tanto gli eventuali controllori saranno stati sovraccarichi di lavoro anche loro.

Un sistema del genere – che è più o meno la norma – regge finché non succede un incidente. L’incidente si risolve sempre cacciando il singolo distributore che durante un lancio di elenchi ha rotto un nano da giardino o ha colpito in testa il doberman della signora Brambilla.

In un quadro del genere, sopravvivere non è facile. Certo, se uno è saggio, sa che le proprie tensioni non vanno sfogato sbraitando contro qualche bambino che viola le regole.

Insomma, ti hanno detto di essere inflessibili, se no ti licenziano; ma ti licenzieranno ugualmente se succede un incidente perché non hai dimostrato flessibilità, prontezza di spirito e tutto il resto. La Persona Carrefour non deve mica essere un robot, anzi è protagonista della propria vita.

Se invece fai tutto alla perfezione e non succede niente per merito tuo, si dimenticheranno semplicemente di te.

Una scelta etica è sempre possibile, ma dentro qualcosa che etico non è. E poi per me, che certo alimento il sistema, ma lavoro tranquillamente da casa, è facile tranciare giudizi su chi deve rotolarsi in prima fila nel fango degli Eventi.

Credo che il testo più intelligente su tutto questo l’abbia scritto Michela Murgia, Il mondo deve sapere. Questo diario di un mese di lavoro come venditrice della Kirby non va letto come un raccontino, ma come la chiave per capire l’epoca in cui viviamo.

Nota:

[1] Domanda – è più etica la Spia di Piano che fa coscienziosamente il lavoro per cui è pagata, oppure il Product Manager che usa parte del tempo per cui viene pagato dall’azienda, per discutere di filosofia con uno strampalato messicano insegnante d’inglese?

[2] Distribuendo gli elenchi, ho scoperto l’incredibile Museo Miscellaneo Galbiati, dove ho trascorso una gradevole mezz’ora di prezioso Tempo Aziendale.

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11 Responses to Il Piano Aziendale e l’Etica cupa e disperata

  1. utente anonimo says:

    MM,

    – il fotografo cafone del Carrefour di Assago è responsabile della propria cafoneria? —

    Presumo lo sia nella medesima misura in cui chiunque è responsabile di ciò che fa, né più né meno. Perché il suo caso dovrebbe essere diverso dagli altri?

    Z.

    PS: Personalmente credo che il libero arbitiro esista tanto quanto Babbo Natale…

  2. utente anonimo says:

    Murgia e Galbiati li tengo per dopo.

    Mettendo insieme i due post in risposta a R.L. (troie, arroganza e cafoneria) mi è venuta in mente una cosa che disvela l’incipit di buona parte di tutto ciò.

    E’ opera di un comico (ah Aristofane,,,) a nome Paolo Rossi ed è un monologo della serie Kowalski dal titolo “La cutrettola”.

    Essendo un noto asinus informaticus (io con google earth non riesco neanche a vedere la strada in cui abito, ed è via Palmanova a milano…) non son riuscito a trovarla ma se tu ci riesci faresti (credo) opera meritoria a linkarne il testo.

    Con il solito clap clap clap ti saluto :-)

  3. utente anonimo says:

    sorry, la firma

    silviu’

  4. utente anonimo says:

    Scusa Silviù che perdo il filo: chi è R.L.?

    E qual’era la domanda?

    Jodie

  5. utente anonimo says:

    >Personalmente credo che il libero arbitiro esista tanto quanto Babbo Natale…Z.< Ma allora Babbo Natale esiste e nessuno me lo ha mai detto!!!!:-) Ritvan (slogghinato)

  6. utente anonimo says:

    Mig,

    il tuo discorso è affascinante ma ha un piccolo difetto: parte da un “sicuramente” e ignora la categoria della limitatezza umana

    Cioè sei talmente sicuro di te che non hai bisogno di nulla. I fatti da te selezionati si tendono come una catena di conferme all’assunto di partenza … sul filo di una buona capacità dialettica.

    Ora, io, la prima cosa che vedo al mattino è la faccia di una persona dotata di una intelligenza e conoscenza limitate, quindi tendo a NON trarre conclusioni assoute, se non sono proprio obbligato (per dire: Dio c’è, sposa quella tizia, bada ai bambini, Milan è bello).

    Alla fine hai svolto un arguto temino come un bravo sofista. Ma quelli veramente bravi il giorno dopo dimostravano il contrario di quello che avevano detto il giorno prima.

    Ciao

    Francesco

    PS mai sentito parlare di leggende urbane?

  7. utente anonimo says:

    Ritvan,

    – Ma allora Babbo Natale esiste e nessuno me lo ha mai detto!!!!:-) —

    Un altro crimine contro la verità commesso dal regime di Hoxha…

    ;-)

    Z.

  8. controlL says:

    A me il termine “responsabilità personale” dice poco. Ma naturalmente le parole sono solo una, e neppure la più importante, parte del problema. Per questo mi tocca affrontare cose che altri classificherebbero come “responsabilità personale”. Dato che esiste una situazione comune a tutti, tu come reagisci? In realtà prima d’esserti porto la domanda, già istintivamente reagisci in un certo modo, anche se poi l’esperienza fatta può farti cambiare, a volte anche molto, la reazione. A questo punto viene il più bello. Date le tue reazioni, puoi capire meglio perché reagisci in quel modo, e quindi indirizzarle a uno scopo più chiaro e riuscire a darle un senso, una direzione più consapevole? A questo punto ho rovesciato la frittata. Anzitutto rispondo a me stesso, mentre “responsabilità personale” significa che devi rispondere a un altro; spesso le parole sono paradossali, se appena ci pensi un po’ sopra. Ma la cosa non è così semplice. E se rispondere a me stesso contrasta colla “responsabilità personale”, come ti regoli? Qui sta il difficile.p

  9. utente anonimo says:

    Caro Miguel, insieme con Massimo Fini e Slavoj Zizek sei tra coloro che più mi hanno convinto nella loro lettura del mondo contemporaneo. Da anni mi sorprendo di non trovare grandi punti di disaccordo con te, tuttavia la base di questi ultimi articoli mi lascia perplesso. Fermo restando l’atteggiamento di fronte allo sfruttamento capitalistico, non sono d’accordo rispetto alla tua visione della sua etica e delle sue consegne. Ritratti le grandi società multinazionali come repliche dell’Oceania di Orwell o dell’URSS del Grande Terrore, una sorta di organismi onnipotenti che schiacciano e lavano cervelli con il terrore e la propaganda. In realtà, e parlando anche sulla base della mia esperienza personale (ho lavorato a Eurodisney) mi ricordano piuttosto l’URSS degli anni ’70 e ’80: delle specie di giganti con i piedi d’argilla.

    La Disney possiede un’efficienza unicamente basata sui grandi numeri e sul basso costo del lavoro al suo interno. Le sue parole d’ordine (invasive e ripetute all’infinito) riscuotono ilarità tra i dipendenti così come abbondavano le barzellette sul comunismo nella Mosca di Breznev, i suoi impiegati non escono mai dalle procedure, persino i capi timbrano all’ora in punto lasciando i problemi a metà, tutto totalmente burocratizzato e inefficiente, proprio perché il segreto del successo della società non è basato sull’inventiva dei suoi dipendenti bensì sulla loro regolarità e sul loro numero. Non era il terrore che ci governava, ma la noia. Non è poi una sorpresa per nessuno che le peggiori condizioni di lavoro e di sfruttamento si verifichino nelle imprese più piccole e non nelle più grandi (dove ci sono una molteplicità di capi a cui fare riferimento, per cui il dipendente trova sempre una valvola di salvezza da eventuali vessazioni). Insomma, mi sembra che tu dia troppa poca importanza alle previsioni di Kenneth Galbraith, economista liberale americano degli anni 50, il quale affermava che la maggiore minaccia al sistema capitalistico sarebbe venuta esattamente dall’ansia produttivistica. Ossia l’insistenza e l’espansione della pubblicità avrebbe portato a una totale immunità a esse, presto o tardi, esattamente come gli slogan della propaganda ufficiale nei paesi del socialismo reale. Rimango dell’idea che proprio quando sembri apparentare il massimo fulgore il capitalismo stia in realtà entrando nel suo tramonto, perché le sue possibilità di espandersi propagandisticamente e economicamente si avvicinano ai suoi limiti estremi. Con stima,

    Marco

  10. utente anonimo says:

    Ritvan: — Ma allora Babbo Natale esiste e nessuno me lo ha mai detto!!!!:-) —

    >Un altro crimine contro la verità commesso dal regime di Hoxha… ;-)Z.< Ma come “un altro”, sporko revisionista:-)??!! E’ sicuramente l’UNICO e, molto probabilmente, commesso solo per distrazione:-) Ritvan Slogghinato (e pure Enverista, per l’occasione:-) )

  11. Ritvanarium says:

    Questi sistemi di sfruttamento _descritti dalla Murgia e dal film tratto dal suo blog divenuto libro_ in Italia li consideravamo “Robbe da AmeriKani” …

    Ingenuamente ci sentivamo al riparo finché un brutto giorno non venne la famigerata Legge Biagi; legge che fece ripiombare il Diritto del Lavoro a livelli che non si vedevano più, almeno da noi, da Fine Ottocento !!!

    Solo che i più giovani sono ” rimberluscoglioniti ” ;-) al punto di credersi Imprenditori mentre invece sono peggio degli Schiavi … almeno quelli avevano vitto e alloggio assicurato.

    I Neo-Venditori-Loro-Malgrado, invece, se non vendono ci rimettono pure le spese-per-dover-lavorare … spacciate per Investimenti per entrare nel Business !!!

    Se gli Sfruttati di un tempo odiavano i loro Sfruttatori, quelli di oggi invece (al massimo) li invidiano.

    Per farla breve, se Spartacus tornasse al mondo reincarnato in un precario non finirebbe in croce ma … per i suoi colleghi non sarebbe che uno “sfigato”, invidioso di chi sa vendere e un giorno farà vendere gli altri ;”’-((((

    Risuonano così terribili, almeno per me, le parole molto concise, eppur traboccanti di significato, del Kompagno Viga (il cui blog splinderiano ha nome “Malgoverno”, blog magari contestabile … ma sempre interessante) ovvero:

    ***

    “L’ odio è un sentimento nobile almeno quanto l’ amore” [sic]

    Davide Viganò, detto “Viga”, Militante del PCL

    ***

    by DavidRitvanarium

    [“Riposseduto” dalle proprie Antichissime Origini Kompagneske ;-) per l’ occasione !]

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