Georgia, Ossezia, Caucaso: commenti di Miguel Martinez

Avevo promesso di rimandare alla fine i miei commenti sul testo di Rusudan.

Ho scritto di getto, con molte altre cose da fare, e il mio post conterrà sicuramente diverse imperfezioni, sia linguistiche che in termini di concetti.

Credo che, come sempre, se non si separano le questioni, non possiamo arrivare a capo di niente.

E quando parliamo del Caucaso, della Georgia, dell’Ossezia, ci sono molte questioni diversi.

La prima riguarda la cronaca – i recenti scontri.

La seconda riguarda la questione delle diverse rivendicazioni locali – georgiana, osseta, abkhaza.

La terza riguarda il rapporto tra Caucaso e Russia.

La quarta riguarda la presenza statunitense e israeliana in Georgia.

La quinta riguarda il rapporto nostro (di tutti noi che non viviamo nel Caucaso) con la vicenda.

Per questioni di tempo, riunisco in uno solo gli ultimi due punti.

La cronaca

Quello che è successo, in concreto e negli ultimi giorni, mi sembra abbastanza semplice. Misha Saak’ashvili, che governa su un paese con immensi problemi economici, ha speso somme enormi in armamenti (si dice, il 70% degli introiti dello stato) e ha attaccato senza alcun motivo immediato (distinto da possibili giustificazioni storiche) un vicino immensamente più potente di lui. Stracciando così tutti i concorrenti all’equivalente politico del Premio Darwin.

Finché non saranno resi pubblici i documenti statunitensi e israeliani, non sapremo se Saak’ashvili sia stato un pazzo suicida, o se gli sia stato promesso un aiuto che poi non gli è stato dato, o perché.

A questa indubbia provocazione, i russi hanno reagito molto duramente, cosa che ha giovato proprio al pazzo suicida, che quindi forse non è stato un pazzo suicida.

Le rivendicazioni locali

Gli scontri tra gruppi etnici sono a volte chiari, a volte no.

I coloni italiani in Libia, quelli statunitensi che hanno cacciato dalle loro terre i Cherokee, i coloni sionisti avevano evidentemente torto, le resistenze locali ragione.

Ma quando ci sono comunità che vivono da secoli l’una accanto all’altra, la faccenda è molto diversa.

Un italiano si distingue da un francese molto facilmente, perché non c’è quasi nulla che lo distingua: si veste allo stesso modo, guarda lo stesso tipo di programmi televisivi, appartiene allo stesso Ceto Medio di Massa.

Proprio per questo si riconosce in modo inequivocabile dalla lingua ufficiale che ha studiato a scuola, dalla rete televisiva-calcistica e dalle veline di riferimento e (infine) dalla carta d’identità che porta in tasca.

La sua differenza è un prodotto industriale – opera congiunta del sistema statale-scolastico e di quello mediatico – e quindi ha il marchio di fabbrica inciso sulla pelle come se fosse un tatuaggio della Nike. In questo senso, possiamo parlare di uno Stato Industriale, che ovunque ha seguito un percorso abbastanza simile: quando il capitalismo esige l’uniformità della forza lavoro, una rigorosa burocrazia schiaccia le differenze collettive; quando il capitalismo lusinga le differenze individuali tra consumatori, lo stato lascia fluire le innocue differenze individuali.

Non mi si fraintenda: lo Stato è e deve essere anche il portatore di servizi collettivi fondamentali; qui però parliamo della confusione tra identità culturale e stato.

Nel Caucaso, come (in una certa misura) nei Balcani e in alcuni altri luoghi, l’identità collettiva è insieme molto meno artificiale e molto più sfuggente di quanto lo sia da noi.

C’è un’unità di fondo molto forte e ci sono infinite possibili divisioni, che rispecchiano differenze reali. C’è un senso della storia molto vivo: è facile scovarne gli errori, le pecche, le invenzioni, però ciò non ci permette di capire quanto sia importante proprio la sua natura mitica. E ci sono reti di rapporti umani estremamente complesse.

Ecco che dentro ogni villaggio, vigono diversità importanti, mentre comunità che sembrano geograficamente, linguisticamente o religiosamente distanti, hanno sistemi inattesi di comunicazione.

Ovunque nascano stati-nazione, però, il meccanismo è uguale. Si pesca una identità tra le innumerevoli possibili, la si fossilizza, trasformandola in orridi monumenti e in lingua dei media, e si schiacciano tutte le identità realmente esistenti.

In questo senso, non esiste stato-nazione che abbia "ragione" o "torto". Uno stato pancaucasico a presidenza bat imporrebbe subito la lingua e la storia bat a tutti; uno stato georgiano imporrebbe la lingua georgiana – e solo nella forma decisa da un’apposita accademia; e uno stato osseto imporrebbe il dialetto osseto meridionale, fino a provocare la rivolta degli osseti del nord.

In queste condizioni, ogni comunità, appena si definisce come tale, presenta una lunga serie di rivendicazioni. Che spesso hanno qualche fondamento. Però sono chiaramente inconciliabili tra di loro e comunque confondono questioni di lingua o di fede o faccende di antichi sovrani con lo Stato moderno, cioè con l’ente che deve decidere dove mettere i pali della luce e stabilire le regole per il divieto di sosta.

Alla fine, dopo innumerevoli bagni di sangue e falsificazioni storiche, resteranno uno, dieci, venti stati, uguali l’uno all’altro tranne che per i propri politici e presentatrici televisive, che però si somiglieranno tutti/e. O forse no: nella costruzione della Grande Muraglia tra salvati e dannati, non sappiamo ancora bene quale sarà il destino della maggior parte del pianeta, quello degli scarti umani.

Non è una considerazione molto consolante, ma se non vogliamo raccontarci storie, mi sembra che le cose stiano all’incirca così, almeno oggi. Però il mondo sta cambiando così rapidamente e violentemente, che non dobbiamo esagerare nemmeno con la disperazione.

Caucaso, Russia (e il comunismo)

C’è un problema di prospettiva. Per chi vive nel Caucaso, la Russia è vicina, gli Stati Uniti sono lontani. Tanti caucasici hanno parenti che sono stati deportati o uccisi, se non dai "russi", comunque dai "sovietici". Ed è probabile che la Russia anche oggi, intervenendo da quelle parti, faccia gli interessi dei propri oligarchi, piuttosto che quelli delle popolazioni caucasiche.

Per questo, trovo perfettamente comprensibile il sentimento antirusso di tante popolazioni caucasiche (non di tutte).

Allo stesso tempo, però, è vero che la gente spesso ottiene risultati da quelli che desidera. Per settant’anni, il dominio russo ha significato dominio sovietico. Il sistema sovietico non va confuso con la Russia, ma nemmeno con il comunismo né con Marx. Il sistema sovietico è stato il tentativo di sostituire tutta la classe dirigente precedente, a tutti i livelli, con una nuova classe dirigente fatta di figli di contadini e di lavoratori manuali; un tentativo titanico compiuto adoperando gli esseri umani in massa come animali da soma e da scavo.

Un’impresa riuscita così bene, che i sovietici hanno creato così un’intera Classe Media di Massa affamata di capitalismo.

Per realizzare questa grande sostituzione, i sovietici hanno usato, assieme a metodi repressivi durissimi, l’ideologia: parole d’ordine ottuse, spiegazioni universali di una semplicità risibile, bandierine e tutto il resto.

Questa ideologia è stata talmente superficiale, da scomparire subito nei paesi ex-sovietici. E sotto quella superficie, sono spesso rimasti vivi dei rapporti umani molto forti e una ricca diversità culturale. Basta vedere la differenza che, almeno alcuni fa, esisteva tra i tedeschi dell’ovest e dell’est per cogliere questa ottima funzione antropologica del sistema sovietico.

Il sistema americano, invece, non usa l’ideologia, ma la cultura, che è una cosa molto più pervasiva.

L’uomo americanizzato è colui che ha interiorizzato alcune cose fondamentali: io esisto come individuo; il sistema in cui vivo, definito dal capitalismo, è assoluto, eterno e immutabile; il sistema mi è amico perché produce cose che io posso consumare; io posso migliorare il mio destino individuale, grazie al sistema e nel sistema; il mondo si divide in uomini di successi e falliti, e chi fallisce, fallisce per colpa sua.

Portato all’estremo, è la dissoluzione e la morte di ogni altra cultura (che si può sempre resuscitare come merce esotica, ovviamente).

Un commentatore degli scritti di Rusudan ha detto:

sono dei folli questi caucasici,
in europa i giovani sanno che le manifestazioni serie spesso hanno conseguenze catastrofiche.
Io mi sbadurlo con la playstation piuttosto.

Chiaramente è un commento un po’ ironico; ma spiega in maniera eccellente perché la cultura americana costituisce un pericolo maggiore per la sopravvivenza reale delle culture caucasiche di tutte le repressioni staliniane o di tutti i soldatini di Putin.

Caucaso, America (e il suo Impero)

Nel Caucaso, la Russia è vicina, gli Stati Uniti lontani.

In Italia, è il contrario. La questione russa ci sfiora relativamente, e la Russia certamente non ci minaccia in alcun modo. Mentre gli Stati Uniti hanno basi nucleari sul nostro suolo, controllano il petrolio che è alla base del nostro intero sistema economico, usano questo paese per bombardare e spiare mezzo mondo, compiono sequestri di persona sul nostro territorio e dettano le nostre leggi, creano la musica che ascoltiamo e i film che guardiamo, mentre si fanno mantenere (anche) grazie ai nostri investimenti nei loro titoli di stato. Poiché gli italiani sono tra i maggiordomi più accorti, l’Italia tutto sommato forse ci guadagna da questo rapport servile; ma ciò non toglie che si tratta di un rapporto servile.

Questa differenza tra Russia e Usa è strutturale e non casuale. E’ perfettamente immaginabile che le truppe russe si ubriachino e facciano stragi di civili ceceni, tra le grasse risate dei loro ufficiali; ma non è immaginabile che un giorno la Russia decida il destino di paesi da lei lontani, nella maniera in cui lo fanno gli Stati Uniti.

Chiaramente, questo non è dovuto alla malvagità dei popoli o sciocchezze simili.

Semplicemente, per una serie di coincidenze storiche, gli Stati Uniti si sono trovati a essere l’espressione suprema della forma di economia dominante, anzi unica, sul nostro pianeta, e ad avere contemporaneamente una potenza militare in grado di annientare molte volte l’umanità.

"All power corrupts, and absolute power corrupts absolutely".

Davanti a noi c’è il primo impero della storia che cerchi di essere doppiamente assoluto.

Innanzitutto, perché l’impero statunitense mira al dominio totale  della terra, dell’acqua e dell’aria – nonché di quella eterica sostanza che è l’infosfera – grazie al controllo illimitato del fuoco.

E poi assoluto, perché non è più nemmeno il dominio di un popolo sugli altri, ma è il dominio del puro e semplice flusso economico su ogni aspetto della vita, sciolto da ogni restrizione politica.

Questo è un problema per ogni essere vivente del pianeta; e magari – vista la proclamazione da parte di Bush di dominio totale persino sugli spazi siderali – anche degli extraterrestri, se esistono.

Quindi, ogni freno a questo dominio doppiamente assoluto è un bene oggettivo.

Ma attenzione.

Facciamo un esempio immaginario.

Dobbiamo solo rallegrarci se un imprenditore tailandese è riuscito a salvare un villaggio dallo tsunami, grazie alla muraglia che ha costruito. Ogni altro atteggiamento costituisce tsunamofilia.

Però la nostra eventuale simpatia o antipatia per quell’imprenditore è una cosa del tutto diversa e dipenderà dal sapere se quella muraglia l’aveva costruita per proteggere il villaggio, oppure solo per tenere al sicuro un deposito di eroina per i mercati internazionali. Solo se teniamo ben presente questo esempio immaginario, possiamo rapportarci con questioni (tra di loro diversissime) come la resistenza afghana, l’Iran e la Russia di Putin.

Allo stesso tempo, all’impero ci si oppone non solo per odio, ma soprattutto per amore. La storia dalla Prima guerra mondiale a oggi è anche la storia della sistematica devastazione – a opera di nazionalisti ossessi e falsificatori, di rapinatori coronati e incravattati, di aspiranti ingegneri di anime – di uno straordinario complesso di mondi che un tempo andava da Vienna a Baku e Baghdad; e non nego un mio profondo e soggettivo interesse per quella fascia di terre, culture e persone.

Il conflitto nel Caucaso viene giocato su un punto particolarmente ricco di quel complesso.

Che oggi quei popoli vengano scientemente coinvolti, che ogni ferita storica venga stuzzicata e agitata, non ci deve sorprendere. E non è complottismo dire che viene fatto scientificamente.

In Algeria, accanto ai torturatori di mestiere, lo stato mandava schiere di antropologi per capire come approfondire gli odi tra arabofoni e berberofoni.

In Vietnam, gli antropologi hanno lavorato sulle minoranze etniche, ma anche sulla maniera in cui rendere accettabile la deportazione di centinaia di migliaia di contadini nei lager, anzi negli "strategic hamlets".

Nell’ambito del programma "Human Terrain Systems" (fantastica la creatività di sigle insieme eufemistiche e manipolatorie), ogni brigata statunitense in Afghanistan ha tra il suo personale almeno un laureato in antropologia, che insegna come applicare il divide et impera alle comunità soggiogate.

Ora, chi vive e muore al posto nostro, nella fascia dove si combatte, ha il diritto di essere ascoltato, e non solo come vittima.

Il falso universalismo televisivo ha creato infatti la personalità immaginaria della Vittima Usa e Getta.

Paesi di cui non ce ne importava nulla fino a ieri ci appaiono davanti per un istante con la faccia della Bambina Profuga Intercambiabile, di cui ci dimentichiamo il giorno dopo. Per la loro struttura, i media moderni non ci possono annoiare con la complessità e la ricchezza dei mondi: la Bambina Profuga Intercambiabile è quindi solo una vittima senza storia.

La Bambina Profuga Intercambiabile unisce destra e sinistra (con lodevoli ma scarse eccezioni da entrambe le parti).

La destra, perché conferma l’orgoglio di chi si è fatto un mazzo così e non vive nello schifo e la superstizione come quella gente lì; la sinistra che ha buttato a mare Marx e la capacità di chiedersi i perché, e si bea di poter fare la carità e di essere superiore a "dittatori guerrafondai" e "fanatici". L’eterna superiorità dell’Occidente è confermata per entrambi, e consola della devastazione che il capitalismo assoluto genera nelle loro miserabili vite reali.

Qui abbiamo sempre preferito seguire un’altra strada, che ci ha tirato addosso – con nostra indicibile soddisfazione – l’odio ribollente e paranoico di destra e di sinistra: dare voci agli altri, anche quando si presentano come ribelli e visionari, e non unicamente come vittime.

Per questo, ringrazio Rusudan.

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44 Responses to Georgia, Ossezia, Caucaso: commenti di Miguel Martinez

  1. Non so se la situazione abbia davvero giovato al “pazzo suicida”. In rete si trova un bel po’ di materiale non proprio agiografico in proposito. Soprattutto sul comportamento assai poco eroico da lui tenuto in quel di Gori, dove un volo radente di un aereo russo è stato sufficiente perché il comandante in capo delle forze militari della Repubblica di Georgia si buttasse in terra con le mani sul capino.

    Non so quanto bene dorma la notte, quell’uomo!

  2. RitvanShehi says:

    >comportamento assai poco eroico da lui tenuto in quel di Gori, dove un volo radente di un aereo russo è stato sufficiente perché il comandante in capo delle forze militari della Repubblica di Georgia si buttasse in terra con le mani sul capino. NonStoConOriana< Già. Invece, per conformarsi allo stereotipo epico-eroico georgiano (o a quello nonstoconorianiano?), avrebbe dovuto scendere in strada, levare le braccia al cielo e urlare:”Scendi giù, figlio di puttana e ci battiamo da uomo a uomo, a mani nude e ti farò un culo così!”:-). E’ piuttosto facile fare i froci col culo degli altri…..

  3. >E’ piuttosto facile fare i froci col culo degli altri….. Ritvan<
    Noi diciamo “schiacciare l’ortica col cazzo degli altri”. Così, a titolo di curiosità etno-antropologica.

  4. utente anonimo says:

    Caro Miguel,

    ti vedo tornato in forma alla grande!

    Non sono d’accordo con (credo) neppure un paragrafo dei tuoi commenti. E credo che ti si dovrebbe accusare di lesa verità per molti.

    Però si vede che stai bene e questo mi fa piacere.

    Una chicca: Beautiful è peggio per i caucasici di tutte le stragi staliniane. A casa mia questa non si chiama analisi, si chiama fanatismo ideologico.

    Ciao

    Francesco

  5. RitvanShehi says:

    >Beautiful è peggio per i caucasici di tutte le stragi staliniane. A casa mia questa non si chiama analisi, si chiama fanatismo ideologico. Francesco< Veramente la citazione esatta kelebekiana sarebbe questa: “…la cultura americana costituisce un pericolo maggiore per la sopravvivenza reale delle culture caucasiche di tutte le repressioni staliniane o di tutti i soldatini di Putin.

    Io credo che Miguel si riferisse piuttosto ai McDonalds’ che a Beautiful. E si sa che i grassi e il colesterolo degli hamburgers e delle patatine fritte uccidono. Più lentamente del plotone d’esecuzione, è vero, ma più velocemente di una sana e naturale dieta a base di patate crude nei gulag staliniani. Vuoi mettere?:-)

  6. “E’ piuttosto facile fare i froci col culo degli altri.”

    Sicuro: tanto, come Misha sa benissimo, a farsi scannare su per i monti o dentro qualche trincea va sempre a finirci qualcun altro. Di solito povero, di cui lo stato si ricorda solo quando c’è da spedire le cartoline precetto.

  7. utente anonimo says:

    eh no, caro dottore degli animali, quando si parla di cultura americana col tono usato da MM si intende Beautiful, non Mac! :)

    ed è stupendo come si sposti facendi finta di niente il terreno dalla sopravvivenza fisica (quella resa difficoltosa dal “buono” Stalin) a quella culturale (questione eterea e impalpabile, buona per articoli sul corsera e dibbbattiti al cineforum, resa impossibile dal cattivo “Amrika”).

    Deve esserci un nome per questa tecnica retorica.

    Francesco

  8. RitvanShehi says:

    —Ritvan: “E’ piuttosto facile fare i froci col culo degli altri.—–

    >Sicuro: tanto, come Misha sa benissimo, a farsi scannare su per i monti o dentro qualche trincea va sempre a finirci qualcun altro. Di solito povero, di cui lo stato si ricorda solo quando c’è da spedire le cartoline precetto. NonStoConOriana< Già. Sicuramente sarai più informato di meno sul sistema reclutatorio georgiano per affermare che le “cartoline precetto” in quel paese rifuggono come la peste i benestanti.
    Comunque, almeno Misha & co credo avranno almeno il buongusto di non prendere pel culo il loro soldato – schifoso riccastro o nobile poverello che sia – che si butta in un fossato quando gli passa sulla testa un aereo di Putin.

    Ciao

    Ritvan ‘O Guerrafondaio Imperialista

    P.S. La governatrice dell’Alaska scelta da Mc Cain come candidata vicepresidente ha un figlio militare in Iraq. Questo si concilia poco col tuo paradigma del misha (misha che è ovviamente uno spudorato copione dei bieki amerikani). Dici che la Governatrice dell’Alaska sia povera in canna, oppure che il figlio stia imboscato laggiù in un superbunker, protetto da un battaglione di marines armati fino ai denti?:-)

  9. RitvanShehi says:

    ERRATA CORRIGE

    Nel mio #8, riga 5, al posto di “meno” leggasi “me”.

  10. RitvanShehi says:

    >eh no, caro dottore degli animali, quando si parla di cultura americana col tono usato da MM si intende Beautiful, non Mac! :) Francesco< Ero chiaramente ironico. >ed è stupendo come si sposti facendi finta di niente il terreno dalla sopravvivenza fisica (quella resa difficoltosa dal “buono” Stalin) a quella culturale (questione eterea e impalpabile, buona per articoli sul corsera e dibbbattiti al cineforum, resa impossibile dal cattivo “Amrika”). Deve esserci un nome per questa tecnica retorica.

    Beh, – essendo in tema – in russo si chiama “dizinformacija”:-)

  11. PinoMamet says:

    Le analisi testuali mi piacciono sempre, peccato i commenti al romanzo postumo della Fallaci, ad ese., siano stati bloccati prima che potessi dire la mia sul brano che riguardava il suo antenato simil-Sandokan (anzi, Corsaro Nero, ché Sandokan era musulmano, brrr);

    pensate che a me il post di Miguel mi pareva quasi tutto riguardante la questione culturale, quindi non direi che “si sposta”.

    Comunque, posto di fronte all’alternativa tra la deportazione in Siberia e la visione di una puntata di Sex & the City, opterei per la seconda, perché odio il freddo.

    Ciò non toglie che dopo secoli di impero zarista sovietica e putinico, ‘sti georgiani vanno ancora in guerra cantando “Suliko, Sulikooo”, qualunque cosa voglia dire; qualche altro anno di impero statunitense, e si scorderanno di Suliko e di tutto il sulikaro.

    Che forse tanto male non gli fa.

    PS

    Non c’entra, ma ho visto le foto dei soldati georgiani vestiti con le mimetiche e tutta la roba americana, solo la bandierina era diversa.

    Non è tramontata l’epoca dei talismani che danno l’invincibilità, che credevamo finita con la rivolta dei boxer o la conquista del West.

    Ciao!!

  12. “Dici che la Governatrice dell’Alaska sia povera in canna, oppure che il figlio stia imboscato laggiù in un superbunker, protetto da un battaglione di marines armati fino ai denti?:-)”

    Non lo so, Ritvan; e non posso saperlo perché i giornali mi racconterebbero in proposito le solite montagne di balle.

    Però so qualcosa di più sulla Georgia, dove sono stato due anni fa, osservando l’americanizzazione della politica locale. Una volta tornato ho letto in giro che Misha stava affannosamente accumulando armamenti… Ora: se l’Ossezia è il problema che ti ossessiona di più, inviare soldati a far da palo agli USA in Iraq non è una gran pensata, e non lo diventa neppure se ne decanti le gesta a tutte le edizioni dei telegiornali, come mi capitò di vedere. In altre parole, già due anni fa si sentiva un po’ di puzza di bruciato. E nell’agosto 2008 Saakashvili si è comportato per lo meno con leggerezza. Tanto mica ci finiva lui con mimetica & fuciletto a far la guardia al classico bidone di benzina.

    La coscrizione in Georgia? Tutte le sfighe dei sistemi veterosovietici e tutti i rischi intrinseci in quel mix di arroganza, demenza e prepotenza che in mani americane passa per “diplomazia” o per “politica estera”.

    Un miscuglio che te lo raccomando.

  13. RitvanShehi says:

    x NonStoConOriana

    Guarda che al di là delle punzecchiature nei confronti di vosotros antimperialisti (solo amerikani, of course:-) ) io non è che mi appiattisca sulle posizioni georgiane o faccia il “tifo” per loro. E son d’accordo con te che se hai problemi in Abkhazia/Ossezia non è che te li risolvi mandando l’esercito in Iraq, anzi, ti trovi peggio perché dovrai imbarcarlo in fretta e furia per farlo tornare in patria quando l’orso russo ti attacca.

    E non te li risolvi nenanche facendo da zerbino all’orso russo piuttosto che a quello amerikano (per non parlar del fatto che a far da zerbino a un potente vicino è molto più rischioso che a farlo a un potente lontano). La leadership georgiana, se voleva veramente essere “occidentale”, doveva PER TEMPO intavolare trattative con abkhazi e osseti e offrir loro un’autonomia REALE e molto ampia, essere “padroni a casa loro” e non sempre agli ordini di Tbilisi, in cambio dell’abbandono delle velleità seccessioniste. (E, basandomi sull’esperienza del Kosovo, io credo che avrebbero avuto successo, come avrebbe avuto successo quello str..zo di Milosevic – all’animaccia sua! – se avesse a suo tempo confermato e ampliato l’autonomia del Kosovo, accordandosi con Rugova, invece di togliergliela del tutto).

    Ed è questo, a mio immodesto avviso, il torto dei georgiani, non la scelta del modello di vita o del “grande amico”.

  14. RitvanShehi says:

    —-Ritvan: “Dici che la Governatrice dell’Alaska sia povera in canna, oppure che il figlio stia imboscato laggiù in un superbunker, protetto da un battaglione di marines armati fino ai denti?:-)”—

    >Non lo so, Ritvan; e non posso saperlo perché i giornali mi racconterebbero in proposito le solite montagne di balle. NonStoConOriana< Anche quello p.es. fondato a suo tempo da Antonio Gramsci o simili? Ne dubito….Per non parlar del fatto che ogni giornalista democratico (nel senso di Partito Democratico, eh) americano venderebbe lo scalpo di mammà pur di mettere le zampe sulla succulenta notizia che il figlio della vice di Mc Cain è sì in Iraq, ma da “embedded”.
    Oh, se poi vogliamo dire che tutta la stampa del mondo, compresa quella di Arabia Saudita e Corea del Nord è in mano agli ebr…pardon, sionisti, che la manipolano a piacimento, allora è tutt’altro paio di maniche:-).

  15. utente anonimo says:

    pure se usa e israele gli hanno promesso di aiutarlo e di radere al suolo la russia, saakacomesichiama è un pazzo suicida (e pure fessacchiotto)

    roberto

    ps. sono da un po’ sconnesso dal mondo, ma che c’entra israele ei suoi archivi?

    pps. questione di gusti ma preferisco di gran lunga che italiani e francesi mangino la stessa cosa piuttosto che si prendano a sassate. non è poi cosi’ male l’omogeinizzazione culturale…

  16. m5tp says:

    miguel

    tiringrazio per aver citato il mio commento

    …l’interpretazione che gli hai dato non fa una piega ma con quella frase volevo esprimere il mio pensiero riguardo la differenza tra l’immobilità e la sottomissione dell’europeo in genere nei confronti di chi lo “manipola” confrontato all’attivismo caucasico descritto da Rusudan

  17. Ritvan, cosa ti fa pensare che il “giornale fondato da Antonio Gramsci” goda della mia considerazione?

    Credo di averlo letto -anzi, scorso- non più di una decina di volte in trent’anni…

  18. utente anonimo says:

    “…la cultura americana costituisce un pericolo maggiore per la sopravvivenza reale delle culture caucasiche di tutte le repressioni staliniane o di tutti i soldatini di Putin.”

    Cosa c’è di difficile da capire, in questa frase? La si può contestare con un’argomentazione valida; invece, buttarsi su Beautiful o Macdonald è roba da terza media.

    E.M.

  19. utente anonimo says:

    Non c’è nulla di difficile da capire, a parte la necessità di foderarsi lo stomaco di pelliccia per reggere la parte oscena: la repressione staliana o putiniana sono MENO perniciose della cultura americana (oh sì, con squisita finezza si riferisce la pericolosità alla cultura e non alla vita dei caucasici, del resto è ben noto che la cultura vive benissimo anche se gli esseri umani sono stati ammazzati).

    Ricordo che tutte le culture vengono cambiate dall’incontro con altre culture. Immaginare una maggiore nefandezza della cultura americana è questione di pregiudizio (e di razzismo nei confronti della cultura russa).

    Francesco

  20. utente anonimo says:

    roberto,

    – pure se usa e israele gli hanno promesso di aiutarlo e di radere al suolo la russia, saakacomesichiama è un pazzo suicida (e pure fessacchiotto) —

    Eh, direi :-)

    Z.

  21. PinoMamet says:

    A’ France’

    ti rimando, modestamente, al mio commento num 11.

    Comunque non mi pare, e non mi sembra che Miguel dica, che la cultura americana sia più perniciosa di altre, se non in termini di maggiore “potenza di fuoco”.

    Aggiungo un altro spunto: georgiani, osseti, colombiani, e anche noialtri italiani, i francesi ecc., non è che siano mai stati bombardati con tomi di Melville o di Thoreau.

    E a dire il vero non ho mai trovato nessuno che avesse da ridire sulla lettura di Poe o che lanciasse molotov contro musicisti jazz o bluegrass, se non per ragioni di gusto personale, in quanto tali suscettibili di riguardare chiunque e qualunque cosa, dagli scrittori russi alle tappezzerie indonesiane, se esistono.

    No: gli “antiamericani” (è la versione moderna del crimine di “lesa maestà”) chissà perché ce l’hanno con MacDonald e la grande distribuzione cinematografica.

    Non so sia giusta la definizione di “cultura” che va per la maggiore adesso, cioè, più o meno “tutto quanto”: io una differenza tra Walt Whitman e Kentucky Fried Chicken riesco ancora a vederla.

    Scommetto che se i francesi ci bombardassero (sì, il termine in questo caso lo trovo giusto) di film e prodotti televisivi dove sono invariabilmente i più fighi del pianeta, e dove il resto del globo è sistematicamente frainteso (quando non ridicolizzato o demonizzato ignorato nella maniera più grossolana); minassero le nostre strade con fast food a base di una versione ultrasputtanata della loro cucina nazionale; insegnassero alle loro forze armate (come fanno gli americani) che la loro missione non è difendere i confini nazionali, bensì diffondere l’idea francese di democrazia e “lo stile di vita francese”;

    ecco, credo che nascerebbe un bel sentimento antifrancese.

    In America, per farlo nascere, c’è voluto molto meno.

    Quindi, ha ragione E.M.: non c’è proprio niente di difficile da capire.

    Ciao!! :-)

  22. PinoMamet says:

    Insomma, riassumo:

    se la cultura americana fosse “ho finito di leggere questo libro di X scrittore americano, te lo consiglio!” “oh grazie, hai visto l’ultimo dei Coen? era nella sala a fianco di quella del film khazako”, tutti sarebbero pazzi per l’America

    (come in America tutta una serie di persone è pazza per l’Europa: vèdasi Stuff White People Like, un blog).

    Invece, così com’è adesso la questione, un po’ di occupazione e di colonialismo c’è, è inutile negarlo, e noialtri, anzi nosotros, siamo anticolonialisti.

    Ciao!! :-)

  23. RitvanShehi says:

    >”…la cultura americana costituisce un pericolo maggiore per la sopravvivenza reale delle culture caucasiche di tutte le repressioni staliniane o di tutti i soldatini di Putin.”

    Cosa c’è di difficile da capire, in questa frase? La si può contestare con un’argomentazione valida; invece, buttarsi su Beautiful o Macdonald è roba da terza media. E.M.< E chi ha detto che era difficile da capire?
    Io trovo che l’accenno a Beautiful e McDonalds sia un argomento validissimo. A te non piace? Ne hai tutto il diritto, proprio come Bertoldo che non trovò alcun albero di suo gusto su cui impiccarlo:-)

    ….Poi, non capire l’ironia è addirittura da asilo infantile….

  24. RitvanShehi says:

    >Ritvan, cosa ti fa pensare che il “giornale fondato da Antonio Gramsci” goda della mia considerazione? Credo di averlo letto -anzi, scorso- non più di una decina di volte in trent’anni…

    NonStoConOriana< Mah, diciamo pure che quel tuo paradigma dei “ricchi che mandano i figli degli altri in guerra” mi ricordava vagamente Gramsci: ma se tu gli preferisci come letture quotidiane “Il Manifesto” o “Liberazione”, chi sono io per impedirtelo?:-)

  25. utente anonimo says:

    x Pino: anticolonialista sarai tu!

    Allora, lo snobismo contro la cultura popolare, da loro Pop, credevo fosse stato ridicolizzato a morte da Ferrara, se non prima.

    Vedo che mi sbagliavo.

    Credo che la cultura sia il campo in cui più di ogni altro vale la libera concorrenza e la libera scelta. Se voglio vedermi Xmen 3 invece di un film di Pupi Avati o Truffaut o peggio saranno fatti miei. Certo, mi proponessi Kurosawa sarebbe un’altra faccenda.

    E io dividevo fraternamente le mie uscite etniche tra Mac e il cinese. Poi il secondo è diventato giapponese e il primo me l’hanno proibito i dottori (per il pane).

    Trovo assai più intollerabile dell’arroganza americana la prepotenza degli anti-americani, obbligati alle maniere forti perchè il popolo non li segue mai volontariamente.

    Francesco

  26. PinoMamet says:

    Snobismo?

    Io personalmente non ho mica niente contro X Men (però mi ha divertito molto di più L’uomo che amava le donne, mentre Jules e Jim non lo reggo); solo che, stante la situazione attuale delle sale e della distribuzione, mi sfugge dove sia tutta questa libera concorrenza.

    Forse invece, carissimo Francesco, ti è sfuggito che io stavo difendendo la cultura americana; una cosa che, secondo alcuni anti-americani per principio, neppure esiste.

    Invece esiste, influenzerebbe la nostra “ad armi pari” e tutti la amerebbero, odierebbero o ignorerebbero come tutte le altre, se non fosse per la colonizzazione “culturale”;

    che è quella che fa sì che un sacco di gente, che a differenza di te non ha mai neppure visto Truffaut, per principio sia convinta di preferire gli X Men.

    Perché i “filo-americani” sono molti di più, meno arroganti (non c’è bisogno di arroganza per seguire la corrente, specie se impetuosa e sostenuta da tutti) ma molto più granitici.

    Ciao!

  27. PinoMamet says:

    Non mi dà fastidio che ci siano prodotti “alti” e prodotti “bassi”; sono in grado di godere dei prodotti “bassi” (come tutti) e di vederne le altezze (come tutti) e anche di dire “che palle” di fronte a quelli alti (di nuovo, come tutti).

    Non capisco invece chi, di fronte a prodotti che vengono al 90% da un solo produttore, dica “guarda come sono libero di scegliere!”

    Ciao!

  28. sardosepolto says:

    >”…la cultura americana costituisce un pericolo maggiore per la sopravvivenza reale delle culture caucasiche di tutte le repressioni staliniane o di tutti i soldatini di Putin.”

    Cosa c’è di difficile da capire, in questa frase? La si può contestare con un’argomentazione valida; invece, buttarsi su Beautiful o Macdonald è roba da terza media. E.M.< Infatti.
    Secondo me andrebbe intesa alla luce del discorso di Harvard tenuto da Solgenitzin. In particolare:

    “A fact which cannot be disputed is the weakening of human beings in the West while in the East they are becoming firmer and stronger. Six decades for our people and three decades for the people of Eastern Europe; during that time we have been through a spiritual training far in advance of Western experience. Life’s complexity and mortal weight have produced stronger, deeper and more interesting characters than those produced by standardized Western well-being. Therefore if our society were to be transformed into yours, it would mean an improvement in certain aspects, but also a change for the worse on some particularly significant scores. It is true, no doubt, that a society cannot remain in an abyss of lawlessness, as is the case in our country. But it is also demeaning for it to elect such mechanical legalistic smoothness as you have. After the suffering of decades of violence and oppression, the human soul longs for things higher, warmer and purer than those offered by today’s mass living habits, introduced by the revolting invasion of publicity, by TV stupor and by intolerable music.

  29. utente anonimo says:

    x sardosepolto: è proprio il tipo di discorso che mi rende tollerabile il Berlusconi e quasi anche il redneck e il Briatore.

    Cazzate come “sotto il peso dell’oppressione si generano uomini migliori che nelle mollezze delle libertà borghesi”, se sono accompagnate da idee politiche, sono veleno puro.

    Le condivido se escono dalla bocca di un leader spirituale attentissimo a NON fare politica, a distinguere i piani, a ricordare che non di solo pane vive l’uomo ma lontanissimo dal trarne la conseguenza della salubrità del digiuno forzato. Insomma, se le dice un prete.

    Non se le dice qualcuno che tenterà di fare il mio bene.

    x pino: x’ il 90% dei prodotti culturali POP vengono da lì? forse perchè quella roba lì la fanno molto meglio di chiunque altro?

    Francesco

  30. PinoMamet says:

    Francesco:

    parlare con te, che parti da un punto di vista opposto al mio, mi aiuta molto a definire come e perché ho ragione :-)

    Il 90% dei prodotti vengono da lì, dici, perché li fanno meglio.

    Vediamo: per comporre musica classica servono:

    - una solida istruzione;

    - un pezzo di carta e una penna.

    Alcuni geni sono riusciti a fare a meno anche di questo.

    Detto questo, se tu preferisci Mozart e io Satie, sono solo fatti nostri.

    Il compositore dimenticato nel cassetto polveroso di un archivio di un Conservatorio, riscoperto tra cent’anni, se sarà bravo sarà riconosciuto come tale; se sarà un cesso, resterà un cesso.

    Io mi sono laureato su poeti greci letteralmente tirati fuori dall’immondizia egiziana, che li ha conservati: eppure sono bravissimi (almeno per il gusto della loro epoca).

    Per fare il video di Madonna servono:

    -Madonna, che è un prodotto venduto il tutto il mondo;

    -qualche centinaio di migliaia di dollari.

    A cui si aggiunge la distribuzione mondiale, le storie con attori e registi, gli scandali ecc.

    che è poi ciò che fa sì che Madonna sia Madonna e non taldeitali Ciccone (non ricordo il nome) residente a Nuova York in via…

    Cioè, ciò che crea il prodotto.

    Se i videoclip musicali italiani sono più “scarsi” di quelli americani, non è perché i Manetti, Struchil o gli altri due o tre nomi che li firmano quasi tutti siano meno bravi dei loro colleghi americani; anzi;

    solo che il budget di un video italiano, un video ricco, è, se va bene, un decimo (ma è una stima molto, molto ottimistica) di quello di un medio artista Pop made in USA.

    L’idea magari è migliore; ma l’idea, in queste cose, è spesso ciò che conta meno

    (vedasi il film Troy, perfetto esempio di prodotto Pop, in quanto prodotto espressamente per le masse planetarie- è il motivo per cui Achille non è più omosessuale, pruderie insolita per la nazione che dopotutto produce Will & Grace e The L Word- a livello di scrittura è una merda, però una merda distribuita a livello planetario).

    Che si abbia antipatia per i grossi, per l’elefante che calpesta la tana di scoiattoli o di altro animaletto simpatico a tua scelta, è un fenomeno umano che non ha bisogno di troppe spiegazioni e per il quale non c’è bisogno di tirare fuori la politica, che infatti non c’entra niente.

    Questo è tanto una giustificazione per gli anti-americani, quanto una condanna del loro volerci mettere la politica a tutti i costi.

    A questo si aggiunge un’altra cosa, cioè, in effetti, una certa arroganza americana; che traspare in molti atteggiamenti, e anche nella cultura pop, dal videogioco di fantapolitica dove gli Stati Uniti sono per definizione “righteous” e gli altri paesi giudicati in base alla loro maggiore o minore vicinanza al modello, fino a ai film e telefilm.

    Gli Stati Uniti, tra i pregi che hanno, hanno quello di non essere una dittatura, e quindi non ci sia una vera o propria politica propagandistica, e ci siano (quasi)ampi margini di manovra, che fanno sì che, con qualche difficoltà, riescano ad uscire anche i contestatori e i non allineati; ma quello che la maggioranza dei prodotti Pop diffonde è precisamente il credo chiaramente espresso dalle mission imparate a memoria da alcuni corpi militari americani (non ricordo quali, comunque stanno su Internet) : diffondere l’american way of life.

    Ora, la democrazia è una bella cosa; ma sarò padrone di mantenere il mio italian way of life, o no??

    Ciao!

  31. utente anonimo says:

    “Scommetto che se i francesi ci bombardassero (….) di film e prodotti televisivi dove sono invariabilmente i più fighi del pianeta, e dove il resto del globo è sistematicamente frainteso (quando non ridicolizzato o demonizzato ignorato nella maniera più grossolana)”

    magari non bonbardano, ma sulla loro superiorità culturale i francesi ci fanno due cosi tanto…

    “minassero le nostre strade con fast food a base di una versione ultrasputtanata della loro cucina nazionale;”

    beh, invadono i nostri supermercati con un solo formaggio impacchettato sotto 1000 denominazioni diverse

    “insegnassero alle loro forze armate che la loro missione non è difendere i confini nazionali, bensì diffondere l’idea francese di democrazia e “lo stile di vita francese”;”

    questo sono sicuro che lo facciano (ma dicono “occidentale” invece che “francese”)

    “credo che nascerebbe un bel sentimento antifrancese”

    infatti…

    :-)

    roberto

  32. PinoMamet says:

    :-) Questo è vero, Roberto

    l’esempio non era proprio il massimo, via.

    E vabbuò, mettiamoci i polacchi gli spagnoli o i portoghesi; anche i tedeschi ci “bombardano” pochissimo eppure (o perciò) Berlino è molto popolare, almeno tra la popolazione studentesca che monitoro.

    Ciao!!

  33. RitvanShehi says:

    >Cazzate come “sotto il peso dell’oppressione si generano uomini migliori che nelle mollezze delle libertà borghesi”, se sono accompagnate da idee politiche, sono veleno puro. Francesco< Specie quando vengono dette da uno sciovinista panslavo e fondamentalista ortodosso (fondamentalisti che a volte sono peggio dei mullah del Waziristan e, pertanto, piacciono tanto ai nostri amici “antimperialisti”:-)) come Solgenitzin. Magari gli albanesi – miserabile piccolo popolo di trogloditi:-), da non paragonare con Il Grande Popolo Russo Dalla Meravigliosa E Profonda Anima(ccia) Slava Ed Ortodossa – non fanno testo in questo contesto. Eppure mio nonno materno mi raccontava che quando lui negli anni 20-30 del XX secolo esibiva il suo passaporto albanese alle dogane di mezza europa, per poco i doganieri non scattavano sugli attenti:-). La stessa cosa mi ha detto mio padre, laureatosi a Padova prima della guerra. Invece oggi, “l’uomo nuovo albanese”, ignobile prodotto della sostituzione della morale tradizionale/religiosa con quella del “Sol dell’Avvenir” in salsa balcanica, si ritrova – dopo il tramonto del sullodato “Sol” ad essere una persona profondamente AMORALE. E così tanti appartenenti ad uno dei popoli più tradizionalisti, conservatori e puritani in materia etico-morale (anche sessuale: come ho già detto, in Albania non ci sono mai state “case di tolleranza”) li ritrovi oggi in Europa in cima alla poco onorevole graduatoria di papponi, mignotte e altra umanità varia di questo genere. Alla faccia di Solgenitzin!

  34. PinoMamet says:

    E tuttavia,

    quando scrivi “ignobile prodotto della sostituzione della morale tradizionale/religiosa con quella del “Sol dell’Avvenir” in salsa balcanica”, suoni molto “solzhenitsiano”, suprematismo ortodosso e panslavo a parte.

    La differenza, a quello che ho capito, è che secondo Solzhenitsin (certo non accusabile di essere un apologeta del “sol dell’avvenire”) la morale religiosa e tradizionale, in qualche misura conservatasi nonostante gli anni del comunismo, sarà definitivamente uccisa dal comunismo;

    mentre per te (corregimi se sbaglio) la morale, definitivamente distrutta dagli anni del comunismo, potrà essere casomai resuscitata dalla vita democratica, indipendentemente dal suo infrociamento col capitalismo più zozzo ;-)

    Ciao!!

  35. PinoMamet says:

    Ops

    si legga “sarà definitivamente uccisa dal consumismo” :-))

    Ciao!!

  36. utente anonimo says:

    Per Francesco

    Se mio padre-o uno qualsiasi dei suoi sostituti-mi impone di fare o di non fare una cosa minacciandomi con la frusta il suo ordine al tempo stesso presuppone e incita la mia resistenza

    Se quello stesso ordine non mi viene dato esplicitamente ma sussurrato implicitamente o subliminalmente facendomi capire che la sua trasgressione non è sbagliata o immorale ma fole e ridicola la mia effettiva possibilità di resistenza -la mia libertà-si riduce drasticamente

    Un po-credo-quello a cui alludeva Miguel Martineznel post distinguendo tra ideologia e cultura

    Mr Magoo

  37. utente anonimo says:

    Sarà che sono intimamente stalinista, ma a me Solghenitsin è sempre stato sui coglioni…

    Z.

  38. utente anonimo says:

    “insegnassero alle loro forze armate che la loro missione non è difendere i confini nazionali, bensì diffondere l’idea francese di democrazia e “lo stile di vita francese”

    Per poter mettere in pratica tale indottrinamento dovrebbero anche insegnare loro come si vince una guerra, materia al momento esclusa dai programmi delle accademie militari d’oltralpe.

    tamas

  39. RitvanShehi says:

    >E tuttavia, quando scrivi “ignobile prodotto della sostituzione della morale tradizionale/religiosa con quella del “Sol dell’Avvenir” in salsa balcanica”, suoni molto “solzhenitsiano”, suprematismo ortodosso e panslavo a parte. PinoMamet< Mica ho detto che Solgenitzin scriva solo cazzate io: ho detto che quella citata era una cazzata. >La differenza, a quello che ho capito, è che secondo Solzhenitsin (certo non accusabile di essere un apologeta del “sol dell’avvenire”) la morale religiosa e tradizionale, in qualche misura conservatasi nonostante gli anni del comunismo, sarà definitivamente uccisa dal consumismo;

    mentre per te (corregimi se sbaglio) la morale, definitivamente distrutta dagli anni del comunismo, potrà essere casomai resuscitata dalla vita democratica, indipendentemente dal suo infrociamento col capitalismo più zozzo ;-).

    Tu mi capisci sempre!:-). E’ così. Infrociamenti e zozzerie:-) a parte la democrazia dà sempre una chance: casomai sta al popolo albanese approffittare dell’occasione -se sarà capace – di resuscitare le sue migliori tradizioni passate e coniugarle alla modernità. Cosa in cui sempre spero…ma a dir la verità ci credo poco:-(. Certe resurrezioni di cadaveri riuscivano solo a Gesù e tu sai bene che nosotros siamo in maggioranza musulmani o miscredenti:-).

    Ciao

    Ritvan

  40. RitvanShehi says:

    A proposito di nobili tradizioni albanesi, mi vengono in mente due episodi.

    Un insorto albanese contro il governo ottomano, condannato e morte, fu beffardamente apostrofato davanti al capestro dal pascià turco che presiedeva all’esecuzione: “Scommetto che mai nella tua tua vita ti sei sentito così male come oggi!”.

    E il morituro rispose: “Ti sbagli, ottomano: mi sono sentito peggio quella volta che un viandante ha bussato alla mia porta e non avevo cibo da offrirgli”.

    Nelle ballate e canti epici albanesi si trova il canto dedicato a Dane Kupja. Era costui un albanese musulmano residente nella città di Shkodra (Scutari) nel XVIII secolo, città -come già raccontato – divisa fra musulmani e cattolici.

    Un giorno – racconta la ballata – vide in strada un ufficiale turco che stava molestando sessualmente una donna cattolica. A ‘sto punto la ballata taglia corto e dice solo che il musulmano albanese Dane uccise l’ufficiale musulmano turco per “difendere l’onore” della donna cattolica albanese. E lo raccomanda alla Gloria Eterna degli eroi.

    Da indagini personali credo di poter sostenere che probabilmente le cose non siano andate esattamente così. Pare che inizialmente Dane abbia semplicemente invitato in modo garbato il turco a desistere da una siffatta condotta “disonorevole”. E abbia avuto una risposta prevedibile da un soldataccio, del tipo “fatti li cazzi tua, albanese pidocchioso” e così, da cosa è nata cosa e alla fine si è messo mani all’armi e Dane pare sia stato più veloce ad estrarre:-). Ciò non toglie che lui, musulmano, ha ammazzato un altro musulmano per difendere una donna cattolica (oltre che il proprio onore e la propria vita, secondo me). E per questo è stato onorato dal popolo – cristiani e musulmani – con una ballata.

  41. utente anonimo says:

    sarò padrone di mantenere il mio italian way of life, o no??

    Sì, certo, però con la condizione che se noi popolo bue ci si butta come lemming a imitare l’american way of life tu ti rassegni a fare l’italiano solitario.

    O a tentare di ricondurci sulla retta via con le buone (magari invitare qualcuno a pranzo e offrire polenta con lo stufato d’asino).

    Di solito invece sento parlare di chiudere i Mac o imporre quote a cinema e radio e altre misure sgradevoli.

    Francesco

  42. PinoMamet says:

    Mai mangiato polenta in vita mia (fa parte di una lunga lista di alimenti) ma se vieni da me sarò lieto di offrirti un piatto di pasta. :-)

    Quote cinema: sono d’accordo a metà, nel senso che mi pare le abbiano anche altri paesi, bisognerebbe fare un discorso generico su quote e protezionismo, perché il cinema non fa eccezione, se considerato solo dal lato economico.

    Inoltre gli USA sanno essere protezionisti quanto e più di molti altri stati.

    Chiudere i Mac invece è una stronzata, punto.

    Ciao!!

  43. utente anonimo says:

    Infatti io condanno decisamente le molte leggi protezionistiche in vigore negli Stati Uniti!

    E rido delle misure francesi per la difesa della Cultura nazionale (o come cavolo si chiama) come dei proclami leghisti per insegnare il dialetto.

    La pasta non la posso mangiare ma insisto con la polenta, eccellente prova che dall’unione di centroamericani e bergamaschi può venire qualcosa di buono :)

    Ciao

    Francesco

  44. utente anonimo says:

    Francesco,

    – Infatti io condanno decisamente le molte leggi protezionistiche in vigore negli Stati Uniti! —

    E loro, non meno decisamente, se ne sbattono ;-)

    Z.

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