Georgia, Ossezia, Caucaso (II)

Note sul Caucaso (seconda parte)

di Rusudan

 

Ed ecco che nel 1918 il Caucaso si distacca.

La Georgia, l’Armenia, l’Azerbaigian proclamano l’indipendenza.

Ma i bolsheviki non sono cosi’ ingenui da mollare questo pezzo di terra cosi’ ricco, soprattutto per l’accesso al petrolio caspico. I nuovi stati non hanno nessuna esperienza. Chiedono aiuto all’occidente, ma l’Europa, appena uscita dalla guerra mondiale, ha le proprie ferite da curare… vox clamantis!

Allora i georgiani, come sempre, sperano e si consolano ingenuamente: ma no, i bolsheviki non ci attaccheranno. Sono di sinistra come noi (il governo di Tbilisi era socialdemocratico). Ci lasceranno vivere e sognare. Il maggio del 1920: l’accordo con Lenin, il riconoscimento dell’indipendenza della Georgia e la garanzia dell’inviolabilità delle frontiere. Vladimir Ilic si sarà fatto grandi risate firmandolo: il piano dell’invasione era pronto da un pezzo!

E dunque, “quel febbraio del 1921 che oscurerà per sempre il maggio“. Il governo georgiano è smarrito, fugge nell’adorata Europa imbarcandosi su una nave italiana. Ma il popolo non si rassegna. Le reclute della scuola militare di Tbilisi cadranno tutti sulle colline di Kodjori, vicino la capitale. Ma tutto è inutile, ormai l’intero Caucaso si è tinto di rosso!

Insurrezioni nel 1922.. .nel 1924… ancora tutto rosso… sangue…

Ed ecco Koba… Soso… Djugashvili… Stalin

Ma quello non è il figlio di Beso e di Keke? Il nostro calzolaio!

Infatti è lui; ed ecco riaffiorare la speranza. Lui è uno di noi, farà un grande stato e noi assieme ad altri saremo i protagonisti della realizzazione di una nuova speranza… il comunismo… ovvero, stalinismo!

Ma Koba il terribile è tutt’altro che georgiano. Lo scettro dell’impero faceva dimenticare tutto a tutti (forse esiste una comune “follia dei leader russi”): alla tedesca Caterina, al tataro Boris Godunov, al georgiano Stalin. Facce diverse, medesimi i mezzi, il medesimo odio per quei “piccoli e meschini popoli” che così inquietano la vita dell’impero e che allora vanno divisi,  oppressi, sterminati.

Stalin li conosce bene, sa il loro tallone di Achille.

Sa che osseti e  georgiani non sono mai andati d’accordo… armeni e azeri si odiano. E allora deve far sì che si odino ancora di più!

Deve andare anche contro la natura, facendo un lungo tunnel nelle montagne del Caucaso e mandare nel territorio georgiano gli osseti che sono separati dai vicini con la frontiera piu’ naturale che ci sia – la catena montuosa del Caucaso – e creando anche l’enclave di Nagorno-Karabakh, il pomo di discordia tra armeni e azeri… l’Abkhazia tra georgiani e abkhazi. Pensava, nel migliore dei casi, queste “facce nere” si assimileranno tra loro e nel peggiore – si scarneranno a vicenda. Ad ogni modo il fine è raggiunto – o russificati o morti!

Ma i popoli del Caucaso, si sa (o alcuni forse non lo sanno) non sono così facilmente assimilabili. Ognuno di loro nutre un grande orgoglio della propria identità, oppressa per anni. Sono abbastanza “perfidi” (come li definiva Pushkin) e aggressivi; quindi, pericolosi, ma anche  ingenui, impulsivi, romantici.

Stalin non ha mai avuto grande rapporto con la sua terra. Era divenuto il “padre di tutti i popoli russi”. La sua biografia per molti anni è stata traviata. Raramente, quando aveva un po’ di nostalgia, si metteva a scrivere poesie in georgiano. Magari fosse diventato un poeta mediocre; ma non quello che è diventato.

Ma i georgiani, come sempre, continuavano a vantarsi di lui. Solo che, questo amore non è mai stato ricambiato. Quando Khruscev  mise al bando il suo nome, i georgiani si sono sentiti traditi, feriti. Marzo 1956, tre anni dopo la morte di Stalin: nel centro di Tbilisi centinaia di giovani protestano; si sentono richieste di indipendenza… fuoco! Ancora oggi non si sa quante siano state le vittime – tutte giovanissime – e forse non si saprà mai, come molte altre cose che succedevano nell’URSS.

(continua…)

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26 Responses to Georgia, Ossezia, Caucaso (II)

  1. utente anonimo says:

    Documento estremamente interessante.

    Ma da persona totalmente ignorante di vicende caucasiche mi domando due cose:

    1. Quanto la narrazione qui riportata sia “conforme” con le opinioni dei vari storici (russi, caucasici, occidentali e quant’altro).

    2. Quanto la narrazione qui riportata (con tutte le implicazioni sottintese di “scelta di campo”) verrebbe condivisa dalla maggioranza dei georgiani, o degli altri caucasici.

    Dopotutto questa, per quanto voce direttamente provienente dai luoghi di cui parla (e per questo assai preziosa), resta pur sempre UNA voce sola.

    Quindi mi sto chiedendo se sia rappresentativa solo di se stessa, di una sparuta minoranza, o effettivamente di un sentire che è ampiamente condiviso nei luoghi di cui parla.

    Il Corsaro Blerde

  2. utente anonimo says:

    Noi saremo cinici, questi mi sembrano abbastanza sfigati da non riuscire neppure ad inventarsi un minimo comune denominatore per allearsi ed esistere.

    Qualcosa tipo l’Italia, intendo.

    Peggio per loro e meglio per i loro padroni russi, cosa ne pensi?

    Ciao

    Francesco

  3. PinoMamet says:

    A conti fatti sono d’accordo con Francesco

    (anche se il paragone con l’Italia non regge troppo)

    mi sembra che la zona del Caucaso abbia la sfiga tipica delle zone che, fondamentalmente, hanno sempre fatto parte di imperi; o, peggio, sono state cuscinetto tra imperi diversi.

    L’unico georgiano che ho conosciuto ce l’aveva a morte coi turchi e stava ammorbando di aneddoti sulla cattiveria turca un povero religioso armeno che alla fine gli ha dovuto ricordare che anche i turchi sono esseri umani e che odiare la gente non è poi che sia una cosa così bella o così cristiana.

    Ma magari era una fissa personale di quel georgiano lì.

    Con tutte le innegabili differenze che senz’altro avranno, non vedo davvero perché non possano riconoscere l’altrettanto innegabile identità caucasica comune e unirsi, federarsi o che altro.

    Chi si fa gregge (e gregge litigioso), il lupo se lo mangia.

    Tutto quel loro “grande orgoglio” di cui parla l’autrice mi pare una debolezza più che una forza.

    Comunque, un popolo che onora Arale non può essere tanto male :-)

    (questa è per David Ritvanarium)

    Ciao!

  4. PinoMamet says:

    Mi viene in mente un altro spunto, non se se giusto, mi direte voi.

    Cioè che Russia e Caucaso siano fatti per essere legati, e per combattersi.

    Provo a spiegare perchè.

    Il CAUCASO.

    Generatore di popoli: la “razza caucasica” forse non sarà nata lì, ma di popoli il Caucaso ne crea molti.

    Con tutti i ceppi diversi di lingue che ci sono nel Caucaso, a me risulta naturale credere a chi individua lì o nelle vicinanze la zona di origine delle lingue indoeuropee (perfetto anche geograficamente: a metà strada tra Europa e India, se si va a sud ci si può dividere a destra verso l’Anatolia o a sinistra vderso la Persia e l’India, a Nord ci si può dividere verso l’Europa celtica, italiaca, illirica e greca ecc., a destra verso le piane slave, sarmatiche, baltiche…) e forse anche di quelle semitiche, discese prima verso le pianure mesopotamiche, e poi hurriti hittiti e quella gente lì, che non si bene chi fossero ma che qualcuno collega ancora col Caucaso.

    Insomma, un casino di popoli, ognuno fiero, indipendente, ognuno nato in una vallata e che odia la vallata vicina in cui si hanno abitudini identiche e si parla una lingua però incomprensibile.

    I clan.

    Medea, il vello d’oro, il Cuore di tenebra del mondo greco.

    Terra di nazioni (nascite), non può che aspirare alle identità nazionali.

    E vicino al Caucaso, la Russia.

    la RUSSIA

    Nasce come un impero: cioè transnazionale, multinazionale, multietnico.

    La Russia nasce fuori dalla Russia, nella sua attuale “terra di confine”, l’Ucraina: Kiev.

    La Russia erede di altri imperi asiatici, multietnici, orde.

    Terra madre degli slavi, prende vita e identità coi germanici, i Vichinghi: e i baltici, e i finnici, i Mari, i Komi, gli Udmurti.

    Tutti questi sono stati “russi” e lo sono ancora.

    Tanti altri lo sono diventati col tempo.

    Naturale credo che sorga nei russi l pensiero. se stanno buoni questi, i Mordivini gli udmurti ecc., se sono russi i calmucchi buddhisti e i tatari musulmani, perchè non dovrebbero essere felicemente parte dell’impero anche gli altri?

    Perché questi qua non si rivoltano, e quelli là sì? Che vogliono ancora quelli che si rivoltano, quelli che si staccano, gli fa davvero così tanta differenza avere sui cartelli stradali solo la loro lingua, pagare le tasse a un despota locale anzichè magari a quello centrale, perché non vogliono far parte di qualcosa di più GRANDE?

    E l’Ucraina? Ecco, se fossi russo penserei, ma come, questi sono russi, Gogol’ era russo, scriveva in russo, parlava di russi, di grande e piccola Russia, e vabbè, c’hanno un loro dialetto, capirai, i Komi e i Khanti stanno bene in Russia e proprio questi, questi di Kiev, si devono staccare?

    Non lo capirei proprio.

    Come, in fondo, non capisco, a pensare retrospettivamente, tutti i vari popoli e popolini, italiani compresi, che si volevano staccare dalla Kakania, che a tutti i costi volevano l’indipendenza dall’Impero Asburgico e dal Regno d’Ungherai, che a tutti i costi volevano abbandonare l’impero multietnico, transnazionale, con libertà di culto, varietà di costumi, molteplicità di lingue, per costruirsi la propria nazione, magari piccola, sempre più piccola, fino all’asfissia, guai a confondere gli slovacchi coi cechi, anche se si capiscono benissimo, i ruteni, i mavrovalacchi e così via.

    Assurdo.

    No, tutto sommato ci deve essere qualcosa di “imperiale” dentro di me.

    Sempre sospettato :-)

  5. utente anonimo says:

    Pino,

    – che a tutti i costi volevano abbandonare l’impero multietnico, transnazionale, con libertà di culto, varietà di costumi, molteplicità di lingue —

    …epperò ad essere onesti hai dimenticato: autoritarismo atavico, tassazione intollerabile e oppressione poliziesca onnipresente (come persino Stecchetti ebbe a osservare di prima mano, passando per Trieste).

    Che poi di qua non si stesse necessariamente meglio è un’opinione che non parevano condividere più di tanto, se anche il Porta – e non certo con tono da georgiano romantico e sognatore – amaramente commentava che gli Austriaci piacevano tanto poco da non lasciare i milanesi indifferenti sulla scelta del boia che li avrebbe scannati.

    Z.

    PS: molteplicità di lingue fino ad un certo punto (mi risulta che anche l’Ungheria abbia dovuto sudare per conquistare i propri diritti entro l’impero).

  6. PinoMamet says:

    Giustissimo, Z.

    però quello che mi chiedo è: davvero pensavano che uno stato, una nazione “una d’armi di lingua d’altare” sarebbe stata intrinsecamente migliore?

    L’autoritarismo è un rischio comune a qualunque stato, mono- o plurinazionale che sia.

    Magari può sorgere per motivi diversi, ma tanto uno stato-nazione quanto un impero hanno un certo numero di motivi che possono portare a una forma di governo autoritaria e oppressiva.

    Detto questo, quello che mi chiedo è perché la lotta fosse (e per tanti popoli è ancora) non in direzione di un governo più democratico e tollerante, ma semplicemente in direzione di un governo “nazionale”.

    Mi sembra che tanti indipendentismi, aldilà dei procalmi, alla fine se ne freghino altamente dell’aspirazione alla libertà e alla giustizia.

    Quello che vogliono è il cartello stradale nella lingua o dialetto locale, il governo che la usa per emettere decreti, la guardia presidenziale in costume tradizionale, con la sciabola e la fusciacca.

    Semplifico (un po’ da stronzo, lo ammetto) ma l’impressione che ho io alla fine è proprio questa.

    Del resto i Balcani, liberati dall’oppressione austriaca e turca, si sono poi creati le loro oppressioni nazioniali di ustascia e cetnici.

    Mi sembra che non vogliano tanto la libertà- sacrosanta- di esprimersi nella propria lingua e praticare la propria religione (che nella Kakania, certo a costo e in maniera imperfetta- Obersta Redl docet- comunque c’era) quanto, semplicemente, dei confini.

    Ciao!!

  7. PinoMamet says:

    Errata corrige:

    leggasi “a costo di lotte” e “Oberst Redl”

    ciao!!

  8. falecius says:

    Z.: dovrei controllare, ma mi sembra di ricordare che in Ungheria, fino a tipo il 1828 (non sono certissimo della data) la lingua ufficiale fosse il latino.

    Sono invece sicuro che il tedesco fosse la lingua ufficiale della città di Budapest fino a verso il 1890, perché prima la popolazione urbana era in gran parte germanofona.

    C’è da dire che i “diritti” dell’Ungheria includevano una buona dose di maltrattamento per quel 49% di abitanti non magiari (considera che l’Ungheria al tempo comprendeva anche Croazia, Slovacchia, Vojvodina e Transilvania, oltre a un pezzettino di Ucraina e di Austria).

    Per quanto riguarda l’origine degli indeuropei e dei semiti, personalmente trovo più credibile la teoria di Renfrew sull’origine anatolica dell’indeuropeo e la sua diffusione con l’agricoltura neolitica. Per il semitico, propenderei per una zona d’origine in Siria o nel nord della Mesopotamia.

    Più credibile un’origine caucasica degli khurriti.

  9. utente anonimo says:

    “Mi sembra che tanti indipendentismi, aldilà dei procalmi, alla fine se ne freghino altamente dell’aspirazione alla libertà e alla giustizia.

    Quello che vogliono è il cartello stradale nella lingua o dialetto locale, il governo che la usa per emettere decreti, la guardia presidenziale in costume tradizionale, con la sciabola e la fusciacca.”

    adesso leggi nella testa dei leghisti? paura mi fai

    Francesco

    PS sarei curioso di sentire la risposta di MM, che da messicano non te la farà passare liscia …

  10. PinoMamet says:

    Ma quali leghisti, France’, è un discorso generale.

    I georgiani sono tanto orgogliosi della loro cultura: buon per loro.

    Si lamentano dell’oppressione sovietica e zarista, che immagino un po’ più dura di quella italiana sui “padani”: come non capirli.

    Poi però che fanno? Mica mi sembra che si diano molto da fare per proteggere la cultura delle loro minoranze.

    Anzi, come tutti i popoli, diciamo, non alla ribalta della storia (gli italiani so’ uguali) si perdono in beghe e contumelie sulla nazionalità del poeta o musicista misconosciuto ma importante per loro, rivangano battaglie perse o vinte o stragi di duecento anni fa, e bombardano osseti e abkhazi.

    Mica perché sono peggio degli altri: è proprio l’idea dello stato-nazione che contiene il germe, il seme dell’intolleranza.

    Perché stato-nazione vuol dire che c’è una nazione sola, no dieci.

    Anche a noi italiani alla fine c’è voluta la sconfitta della seconda guerra per avere una Costituzione che, almeno a parole, tutela le minoranze.

    E una volta che un popolo, un popolo qualunque, a caso, i mingreli come i bergamaschi, ha ottenuto la sua tanto agognata “libertà”, che fa?

    è davvero una libertà libera?

    A volte sì. Ma ce ne vuole di tempo per arrivarci.

    Altre volte, spesso, è solo una dittatura locale.

    Allora, mi chiedo, è davvero tanto diverso pagare le tasse a Vienna o a Belgrado? E una volta che i croati si sono liberati di Vienna, che fanno con gli italofoni?

    Saakashvili piace di più perché promette di portare la Georgia in Europa, cioè, immagino, verso la ricchezza (almeno nella mente di chi lo ascolta), e questo posso capirlo.

    Ma che piaccia di più perché ha la bandiera diversa o parla in un altra lingua, ecco, è questo aspetto dei nazionalismi che non capirò mai.

    Ciao!!

  11. PinoMamet says:

    PS

    Conosco una leghista, della provincia di Brescia: è simpatica, non opprimerebbe di certo nessuno, mi ha detto che la Lombardia non esiste, esistono casomai gli Insubri e gli altri di cui non ricordo il nome, molto diversi tra loro. Però va d’accordo col popolo veneto. Giuro.

    Il problema è che è anche intelligente, e molto.

    Ciao!!

  12. utente anonimo says:

    no no Pino, è che col politico leghista medio c’hai proprio azzeccato.

    un consiglio, non ignorare le nazionalità solo perchè non ti piacciono e non le capisci, dopo tutto esistono. manco a me piacciono, ti garantisco.

    ciao

    Francesco

  13. falecius says:

    “Esistono casomai gli Insubri”

    Gli altri devono essere stati Cenomani, Camuni, Leponzi e Trumplini, ma la domanda sarebbe, esattamente, che cosa c’entra sta roba con la realtà, nel ventunesimo secolo DOPO CRISTO?

    Mi pare di ricordare che che siano successe delle cose, dopo la calata di Brenno (che peraltro, Brenno era della tribù dei Boi, che non sempre era in buoni rapporti con gli Insubri).

    Anche perché, se vogliamo ragionare da leghisti, allora va detto che (salvo che uno aderisca alla teoria linguistica della continuità, che considera i vernacoli romanzi come parlate in norditalia dal Neolitico) i Celti, così come i Veneti, erano a loro volto intrusi nella Cisalpina.

    I veri abitanti della regione sono i Liguri e gli Euganei! (sui Reti nelle zone alpine si può discutere; c’è li considera un ramo staccato degli Etruschi).

    Basta parlare i dialetti imposti dalla conquista imperialista romana, torniamo al paleoligure! (mi spiace per i veneti, ma è impossibile ricostruire la lingua degli Euganei).

  14. utente anonimo says:

    Ligure come lingua ufficiale della Padania? mi piace

    però escludere che il bergamasco sia parlato fin dal Neolitico e senza aver fatto progressi mi pare poco realistico

    Francesco

  15. PinoMamet says:

    Purtroppo ho smesso di potermi occupare di queste cose dai tempi dell’università;

    però la Teoria della Continuità ha un suo fascino e forse anche qualche freccia al suo arco; anch’io, nel mio piccolissimo, ho sempre pensato che qualcosa ci deve essere

    (“trahite, fili de le pute”- oppure iscrizioni liguri che suonano, almeno foneticamente, tremendamente simili ai dialetti liguri di oggi- ecc. ecc.)

    ma forse sono solo suggestioni.

    Non so fino a che punto i propugnatori della teoria (Alinei?) si spingano nella loro idea di continuità;

    però, in effetti, le lingue cambiano e anche velocemente.

    E vengono anche sostituite.

    La maggioranza degli irlandesi di oggi, e anche di ieri, parla inglese (la sua versione, ovvio) e il gaelico irlandese deve studiarselo a scuola (non sempre con piacere).

    Anche il basco mi pare abbia perso molto terreno in tempi recenti, senza andare indietro fino all’epoca i Vascones passarono a una parlata romanza (occitana) e divennero Guasconi.

    Insomma, le lingue cambiano, la Val Padana è stata romanizzata profondamente anche in senso etnico (molto di più di quanto piaccia pensare ai leghisti e alla loro paccotiglia simil-scozzese spacciata per “celtica”) e purtroppo l’uomo del neolitico che parla in milanese o napoletano mi pare una fantasia.

    Dico purtroppo perché sarebbe stato simpatico sentirlo.

    Comunque attendo delucidazioni dal sempre validissimo Falecius :-)

    Ciao!!

  16. PinoMamet says:

    Tra l’altro:

    qualcuno dica a quel tale del link “La pronuncia del greco antico / musica omerica” che una terribile R tedesca.

    Ciao!!

  17. falecius says:

    Pino: Alinei è piuttosto radicale, da quel che ho capito sosterrebbe una derivazione diretta dell’indeuropeo dalle lingue parlate in Europa nel più lontano Paleolitico (intendo dire, ai tempi dell’homo iserniensis) anche se naturalmente non afferma che il napoletano moderno fosse parlato in zona 500.000 anni fa.

    Uno degli aspetti della sua teoria sarebbe che l’area neolatina attuale preceda, anziché seguire, l’espansione romana e cioè che i neolatini attuali (tranne il francese) fossero parlati in loco dalla più remota preistoria (e poi influenzati dall’acroletto latino dde roma).

    Onestamente mi sembra molto discutibile.

    Naturalmente esistono varianti meno radicali (ad esempio la sintesi dell’amico Guido Borghi) e più credibili della teoria della continuità. Borghi colloca sostiene che l’indeuropeo si sia formato immediatamente dopo l’insediamento dell’uomo anatomicamente moderno in Eurasia e abbia iniziato gradualmente a diversificarsi, poi ci sarebbero state delle riaggregazioni regionali (celtico, slavo, eccetera) e infine delle variazioni (ad esempio la diffusione del latino e dello slavo).

    La teoria della continuità ha qualche freccia al suo arco, senza dubbio. Ad esempio, la presenza di onomastica germanica in area alpina, dove il paradigma tradizionale, che tende a concepire grandi migrazioni e massicce sostituzioni di lingue, colloca anticamente popoli celtici o di altro tipo (i Reti, i Trumplini, gli Illiri).

    Io penso che oltre un certo punto quello che si può ricostruire delle lingue preistoriche vada preso con le pinze.

    Rassicuro Francesco: nessuna persona seria pensa che il bergamasco così com’è oggi sia stato parlato identico a sé stesso per diecimila o più anni.

  18. utente anonimo says:

    * falecius

    strano, come idioma neolitico lo trovo del tutto credibile.

    “Pota, capo, passami la clava che c’è un mammuth”

    :)

    Francesco

    PS la Padania è una nazionalità economica, e in quanto tale del tutto esistente ;)

  19. falecius says:

    Francesco: penso la stessa cosa del vicentino.

  20. RitvanShehi says:

    >la Padania è una nazionalità economica, e in quanto tale del tutto esistente ;) Francesco< “Nazionalità economica” nel senso che ci sono barriere doganali padane, che il sistema economico padano è la famosa “terza via” fra socialismo e capitalismo o che altro?

  21. utente anonimo says:

    Nel senso che l’idea della nostra capacità di fare soldi che costitusice la base della “identità nazionale” padana.

    E che segna il limite geografico con gli italiani non padani.

    Francesco

  22. RitvanShehi says:

    >Nel senso che l’idea della nostra capacità di fare soldi che costitusice la base della “identità nazionale” padana.

    E che segna il limite geografico con gli italiani non padani. Francesco< Oh, se per questo in quanto a capacità di far soldi il Lazio non è da meno, stando alle statistiche ufficiali. E sempre stando a quelle statistiche, l’ “azienda” italiana che fa più soldi in assoluto ha la sua “ragione sociale” in un paesino siciliano chiamato Corleone:-) Trovatene un’altra, va!:-)

  23. PinoMamet says:

    No, no Ritvan

    Francesco è stato chiaro, e direi che ha ragione:

    è l’IDEA di avere/riuscire a fare i soldi che definisce i confini della Padania.

    (ci sono altre idee accessorie: la pulizia delle strade, farsi i fatti propri, non suonare il mandolino- ognuna delle quali discutibilissima e anzi falsa, esiste ad es. una gloriosa tradizione di mandolino genovese e milanese- e sono serio)

    Essendo un’idea per definizione impalpabile, individuale, mutevole e personale, questi confini sono tanti quanti sono gli interlocutori a cui li si chiede o l’umore del momento.

    La mia amica leghista mi assicura di aver conosciuto leghisti abruzzesi sicurissimi della “padanità” dell’Abruzzo; e ti dirò, non stento affatto a crederlo.

    Ciao!!

  24. utente anonimo says:

    Pino,

    – è l’IDEA di avere/riuscire a fare i soldi che definisce i confini della Padania. —

    E tu davvero vorresti convincermi che nosotros padanos si abbia l’esclusiva di una simile idea? :-)

    Nah, tu mica me la conti giusta :-)

    Z.

  25. PinoMamet says:

    Ma no,

    vosotros (nosotros?) padani pensate che gli altri italiani (o “gli italiani” tout court, nella definizione della leghista bresciana) siano un ostacolo al vostro voler/poter fare soldi.

    Infatti, “padanizzate”, cioè toccate dalla taumaturgica riforma federale, Sicilia Calabria Molise ecc. diverrano, nei proclami (un po’ autoassolutori dei padani) anch’esse ricche e operose, purchè, ovviamente, si liberino di mafia e mandolino.

    :-)

    Ciao!!

    PS

    Dentro di sè, il padano D.O.C. pensa che il Sud non si libererà mai di mafia e mandolino, ma questo non può proclamarlo dappertutto. E comunque conta che gli servirà come giustificazione dopo che la riforma federale, come prevedibile, non avrà prodotto il miracolo economico del Sud.

  26. utente anonimo says:

    >

    e questo lo darei decisamente per acclarato a livello empirico e scientifico, ormai senza che sussista nessun dubbio. Basta fare due conti sui trasferimenti netti per regioni, senza neppure addentrarsi in riflessioni economiche.

    >

    e perché? Non dibattiamo qui di quanto duri da oggi a mai ma l’idea in generale è assai ragionevole. E di certo più che una giustificazione è un’abbondante motivazione. Il Miracolo economico del Sud, che ci sia o meno, è un problema esclusivamente del Sud, un tema per il quale nosotros padanos non abbiamo alcun interesse.

    Francesco

    PS sono infatti convinto che se invece della secessione politica venisse offerta “solo” quella economica, sarebbe accettata entusiasticamente. e che meno di quella NON sarà accettato.

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