Carceri afghane

Un articolo molto interessante è uscito su La Stampa (nientemeno).

 

Quegli afghani che si cucirono le bocche

 

La vera storia della fuga di massa dal carcere di Kandahar dopo che in quarantasette si chiusero le labbra con ago e filo

VALERIO PELLIZZARI

Shikiba Hashimi era senza velo in testa. Nata a Kandahar, di etnia persiana, professoressa, deputata del Parlamento afghano, entrò nella prigione della sua città impavida, per incontrare i rivoltosi. Davanti a lei c’era un lungo corridoio a volta, largo cinque metri, profondo cinquanta, male illuminato, sporco, affollato da centinaia di prigionieri che protestavano. La rivolta era iniziata sei mesi prima per la corruzione delle guardie e dei giudici.

Un cancello con grosse sbarre divideva lei, appartenente alla minoranza persiana, e alcuni colleghi uomini, da quella umanità frustrata e turbolenta, in grande maggioranza di etnia pashtun. Kandahar fu la capitale politica dell’Afghanistan durante il regime dei taleban, e rimane ancora adesso la loro roccaforte.

La donna senza velo non vide subito, con chiarezza, la scena che aveva davanti in quell’antro oscuro. I suoi occhi alla fine misero a fuoco dei volti deformi, che le barbe nere rendevano ancora più simili a maschere grottesche. Quarantasette uomini, da sette giorni, in modo rudimentale, senza alcuna precauzione igienica, si erano cuciti le labbra da soli, per attuare un autentico sciopero della fame e della parola, senza flebo al braccio, senza medici ad assisterli e avvocati a spiegare le loro ragioni.

Erano tutti afghani vigorosi, tra i venticinque e i quaranta anni, non ragazzini incantati dalle promesse dei mullah nelle scuole coraniche, o anziani senza più speranza di appartenere a un paese normale dopo trenta anni di conflitti ininterrotti. Avevano deciso quella protesta integrale, ad oltranza, doppiamente dolorosa, esasperati dalle richieste sfacciate, abituali, di denaro avanzate dai carcerieri e dai giudici.

Le bocche legate con il filo erano l’ultima prova di quella «tenacia afghana» – come scrive il New York Times – che gli occidentali credono circoscritta ai campi di battaglia. L’ultima prova della «discesa verso il caos» come Ahmed Rashid, che conosce quella regione meglio di tanti altri, definisce nel suo ultimo libro la politica occidentale in Afghanistan.

In precedenza era venuta da Kabul una delegazione di magistrati a indagare, senza cambiare nulla nel racket delle tariffe, senza fermare la tensione crescente dentro quelle mura. Ma quel giorno, il 12 maggio scorso, il potere del governo centrale sembrava finalmente deciso ad ascoltare le ragioni profonde di quella rivolta. Uno degli uomini arrivati dalla capitale disse ad alta voce: «Sono qui perché i rappresentanti delle vostre maggiori tribù mi hanno chiesto di intervenire. Come sapete anche io sono di Kandahar e appartengo a uno dei grandi clan. Ma ho rinunciato al mio abito tradizionale e sono venuto di proposito con giacca e cravatta, perché questo è il mio abito quando entro in parlamento. In questo momento rappresento il governo, ascolterò le vostre parole, e dirò al presidente Karzai di mandare un giudice onesto a prendere provvedimenti».

Shikiba Hashimi restò nel carcere a parlamentare per cinque ore. C’erano assieme a lei anche due comandanti guerriglieri – Abibullah Jan Senzarai e Amir Lalai – che avevano combattuto contro l’Armata rossa trenta anni prima, che avevano conosciuto la brutalità della guerra in varie forme, che l’avevano anche praticata questa brutalità, ma che non avevano mai visto degli uomini torturare se stessi in quel modo, e con quella determinazione, imprigionandosi da soli.

Uno dei comandanti, forte del prestigio guerriero accumulato in passato, si fece portare un paio di forbici e cominciò a tagliare con le sue mani, inesperte di infermeria, il filo che chiudeva dieci bocche, prima che arrivassero i medici a eliminare le rimanenti sbarre sottili che restavano tra un labbro e l’altro.

La giustizia afghana ha sempre avuto regole approssimative, oscillando tra la clemenza del re o dell’emiro, e la brutalità del vincitore in battaglia. Il governatore di Sarobi, località rinomata per le azioni di rapina e di banditismo spicciolo lungo la strada per Jalalabad, negli anni lontani della prima repubblica un giorno si tolse le scarpe e sotto gli occhi dei presenti strapazzò a calci nel sedere, come in una sceneggiata a itinerario circolare, un venditore ambulante di ghiaccio e cocacole che aveva venduto a prezzo esagerato la sua mercanzia.

Sempre in quei tempi c’era a Kabul in riva al fiume una anonima costruzione di fango e terra, circondata dal solito muro senza finestre delle case afghane, che tutti conoscevano come la prigione del quartiere. Il responsabile accoglieva i suoi «clienti» con frutta e tè, ma come nelle tempeste di sabbia a un certo punto l’atmosfera cambia improvvisamente, allora subentravano i secondini con pugni e calci. E anni dopo, quando arrivarono al potere, i taleban applicarono il loro concetto di giustizia agli uomini e anche alle cose: a Kandahar impiccarono simbolicamente i televisori e i nastri delle cassette che trasmettevano musica, che contagiavano i costumi della popolazione, oltre a frustare, mutilare ed impiccare realmente i trasgressori della legge coranica.
Nel maggio scorso c’era anche un fotografo con quel piccolo gruppo di deputati, chiamati a verificare la vergogna di un carcere che garantiva la libertà a pagamento. Certo, là dentro trecentocinquanta uomini, un terzo dei prigionieri, erano taleban autentici, irriducibili, dichiarati. Ma gli altri erano stati accusati e portati lì con vari pretesti. Alcuni erano rinchiusi da due anni senza ancora conoscere la loro colpa.

Il fotografo, approfittando della confusione ed eccitazione di quell’incontro, aveva filmato molte scene. Ma il suo lavoro di testimonianza fu oscurato velocemente da un agente locale dei servizi segreti, presente in quel tunnel, che sequestrò di prepotenza tutte le immagini. Esattamente come avveniva ai tempi del regime comunista.

Le quarantasette bocche cucite di Kandahar sono una realtà testimoniata dalla professoressa, dai suoi colleghi parlamentari, e dalle precedenti proteste dei capi tribali, che restano il vero termometro dei malumori sociali. L’apparato della fragile informazione locale invece ha rapidamente messo da parte questa vicenda.

Anche l’informazione esterna, meno fragile, ha girato lo sguardo in altre direzioni, interessata più ai soldati, ai diplomatici, agli esperti stranieri dislocati nelle varie province da Herat a Khost, che non agli abitanti locali, considerati in fondo comparse in casa propria. Ma gli afghani di oltre cinquanta anni, di etnia diversa, con lavori diversi, con simpatie politiche opposte, sono concordi e orgogliosi nel dire che in passato non c’erano funzionari corrotti. Oggi è la regola, e per vendere una casa a Kunduz il giudice locale da sei mesi non firma le carte, perché vuole in anticipo metà del prezzo fissato dal venditore.

Un mese dopo il viaggio di Shikiba Hashimi, quella stessa prigione era un luogo ancora più carico di turbolenza, una bomba a tempo senza più margine. L’invio di un giudice galantuomo aveva rivelato solo la sua impotenza di fronte alla ragnatela dei corrotti. Così, alle nove di sera del 13 giugno, l’edificio subì un attacco kamikaze. L’esplosione apriva un’ampia breccia, attraverso la quale i prigionieri fuggivano in massa. Gli organizzatori dell’attacco ammassarono camion, auto, moto, per evacuare il carcere con la consueta, apparente confusione che però nasconde in quel paese una sostanziale efficienza.

Per due ore dopo l’esplosione non si vide una sola divisa attorno all’edificio. Si erano dileguati non solo i poliziotti e i militari afghani, che già avevano umiliato la tradizione guerriera nazionale fuggendo con i guanti bianchi e i cordoni dorati addosso durante l’attacco contro il presidente Karzai alla fine di aprile. Anche i soldati canadesi e americani, che pure sono dislocati a pochi chilometri dalla prigione, in una base con undicimila uomini, che presidiano Kandahar da molto tempo, che occupano anche la casa del mullah Omar, nonostante la loro tecnologia sofisticata, si tennero alla larga dall’edificio.

Dopo le prime dichiarazioni pasticciate, reticenti, le cifre ufficiali alla fine hanno ammesso che su 1059 carcerati restavano dentro 153 prigionieri comuni, 9 politici, e 5 donne. Una fuga di massa di questo tipo, in un carcere qualificato di massima sicurezza, era avvenuta circa quindici anni fa in Algeria, in piena guerra civile. Anche allora le forze della gendarmeria e dell’esercito accumularono un consistente ritardo prima di comparire. Anche allora tra i mille fuggitivi c’era un buon numero di integralisti islamici. Ma in quella occasione non c’era il detonatore supplementare della giustizia a pagamento.

La prigione simbolo per gli afghani rimane Pol-i-Charki, sorge fuori Kabul, fu costruita dai tedeschi con abbondanza di cemento e ferro, ai tempi del re, quando la modernizzazione doveva portare ospedali, università, aeroporti, alberghi, e un nuovo carcere appunto. Quello di Kandahar non è un prodotto dell’ingegneria straniera, ma ha egualmente due mura alte sei metri che gli girano attorno.

Oggi comunque le prigioni più malfamate, anche se meno conosciute, sono quelle private, cresciute nel paese dopo il 2002. Lì dentro una persona finisce inghiottita per rappresaglia di qualche notabile locale, che non vuole rilasciare una dichiarazione o un documento, per semplice vendetta privata, per questioni d’onore, per contrabbando individuale in disobbedienza alla grande mafia del contrabbando che ha ramificazioni a Dubai, in Iran e in Pakistan.

Anche i militari stranieri, quando sono convinti di aver catturato un combattente bene informato, ma particolarmente recalcitrante, che non vuole parlare, lo trasferiscono nelle stanze di quei giustizieri privati. Lì dentro non ci sono testimoni che accusano, né servono documenti. Quelli sono spazi fisici senza regole e senza garanzie, luoghi fertili per insediare una giustizia importata, ceduta in appalto, ma già ampiamente deviata.

Il primo carcere afghano a gestione privata fu messo in piedi da tre americani, con un ex berretto verde a capo dell’azienda. Furono scoperti e arrestati nell’estate 2004, condannati da un tribunale afghano a un massimo di dieci anni, poi dimezzati dopo pochi mesi da una benevola corte d’appello. Ma l’idea ormai si era velocemente diffusa. La giustizia agli occhi degli afghani era una appendice molto variabile della democrazia introdotta dagli occidentali.

Come dimostrò un anno fa il caso di Rahmatullah Hanefi, l’uomo di Emergency accusato di complicità con i taleban dopo la liberazione di Mastrogiacomo, tenuto in prigione per tre mesi oltre ogni limite previsto dalle leggi locali, senza una accusa precisa. Alla fine liberato senza alcun processo.

Quando Shikiba Hashimi tornò a Kabul aveva accumulato una serie di testimonianze desolanti. Un prigioniero le aveva raccontato che un giorno i soldati canadesi erano arrivati nel suo villaggio, due suoi fratelli e due suoi cugini erano stati uccisi senza ragione durante quella incursione, anche loro inghiottiti nel bilancio grossolano dei «danni collaterali». Lui fu tenuto prigioniero dai soldati stranieri per quindici giorni, e poi mandato dal giudice afghano senza alcun fascicolo che indicasse una accusa.

Un professore fu catturato a scuola, mentre faceva lezione, e invece nei documenti inviati al magistrato era scritto che era stato catturato in una base della guerriglia. Un altro prigioniero fu arrestato nel suo negozio, ma nelle carte portate al giudice era scritto che la cattura era avvenuta in un villaggio taleban. Protestò dicendo che non era vero, il giudice gli propose di pagare, lui si rifiutò ed è stato condannato a quindici anni. Due prigionieri erano stati portati in tribunale assieme con l’accusa di essere due taleban: un comandante, e un semplice guerrigliero. Il cosiddetto comandante ha pagato ed è stato condannato solo a due anni, il guerrigliero non ha pagato ed è stato condannato a venti anni.

Nelle ultime settimane venticinque giudici sono stati arrestati. Prima di loro era stato rimosso il procuratore generale. Mentre un alto funzionario occidentale ha accusato apertamente Ahmed Wali Karzai, uno dei fratelli del presidente, di essere coinvolto nel traffico di droga, senza incontrare alcun ostacolo né alcun rischio nella sua attività. Adesso la protesta si è riaccesa dentro il carcere di Kabul.

Ma racconti simili a quelli di Kandahar vengono dalla prigione di Bagram, all’interno della base aerea omonima. Anche lì ci sono prigionieri entrati da molti mesi, se non da anni, che non conoscono ancora le loro colpe, né hanno diritto a una difesa. I responsabili del carcere non danno alcuna informazione sugli oltre seicento detenuti. E’ la stessa mentalità di Guantanamo, dove è nata la categoria dei «nemici combattenti», che fa rabbrividire gli esperti del diritto.

La Croce rossa internazionale ha dovuto condurre una lunga, snervante battaglia con gli americani, titolari della base, per ottenere che i familiari di quei prigionieri potessero almeno comunicare con loro attraverso uno schermo sistemato ad alcune decine di chilometri, perché le visite sono vietate. Il collegamento dura venti minuti, e chi ha assistito a questi dialoghi assicura che sono più numerose le lacrime, le pause, rispetto alle parole pronunciate.

Tra questi prigionieri detenuti da forze straniere, ma in terra afghana, c’è anche il giornalista Jawed Ahmed, con l’accusa tortuosa, intraducibile sul piano logico, tecnico, di essere un «nemico combattente illegale». A New York una associazione di cronisti si sta interessando alla sua vicenda, e probabilmente otterranno qualche risposta prima dei familiari, in balia dei giudici locali.

I processi di questi prigionieri durano in media poco più di un’ora, senza testimoni, di fatto a porte chiuse, utilizzando una legge afghana sulla sicurezza entrata in vigore venti anni fa, durante il regime comunista, mentre il paese era occupato dai sovietici. Sono processi ibridi, dove la documentazione dei giudici è fornita dai militari stranieri.

Nell’ottobre 2001 gli occidentali cominciarono a bombardare Kabul. Quattro afghani, che da anni lavoravano a bonificare il paese dalle bombe e dalle mine lasciate dai sovietici, furono tra le prime vittime. Alcuni mesi dopo, quando i primi soldati inglesi entrarono in città, spararono in piena notte a una famiglia che accompagnava una parente a partorire. L’uomo che guidava l’auto fu ucciso, la donna incinta e altri tre passeggeri restarono feriti. Poi c’è stata la serie delle feste di nozze bombardate anche queste per errore. Allora le vittime del fuoco amico erano elencate burocraticamente, ma chiaramente, tra i civili. Oggi invece questi morti vengono classificati nei bollettini come «non ribelli».

La discesa verso il caos continua, non solo in battaglia. Le bocche cucite di Kandahar raccontano, senza bisogno delle parole.

 


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