Rapita e torturata, i bambini scomparsi

Riprendo dal blog di Umm Usama.

Il testo si commenta da solo; ma vorrei far notare il brano in cui si parla di "documenti", "liquidi non meglio precisati" e "descrizioni di edifici": è esattamente il meccanismo con cui in Italia si cerca di "dimostrare" che persone che hanno solo espresso opinioni politiche radicali mediterebbero chissà quali attentati, come abbiamo visto nel caso di Ponte Felcino e tanti altri.

Quantomeno, bisognerebbe cercare di capire cosa sia successo ai bambini.

بسم الله الرحمن الرحيم


Nel Nome di Allah, il sommamente Misericordioso, il Clementissimo

Aafia Siddiqui: Rapita coi suoi tre bambini, torturata per 5 anni a Bagram, deportata negli Usa per un processo-farsa

Aafia Siddiqui, nata a Karachi, in Pakistan, il 2 marzo 1972, è una dei tre figli di Mohammad Siddiqui, un medico laureato in Inghilterra, e di Ismet. È madre di tre bambini.

Aafia si recò in Texas nel 1990, per raggiungere suo fratello, e dopo aver studiato per un anno all’università di Houston si trasferì al MIT. Sposò poi Mohammed Amjad Khan, uno studente di medicina. Si laureò alla Brandeis University prima di conseguire un dottorato al Massachusetts Institute of Technology.

A causa delle difficoltà, per i Musulmani, di vivere negli Usa dopo l’11 settembre, Aafia e suo marito tornarono in Pakistan.

Essendo sopraggiunti dei problemi coniugali, Aafia e il marito divorziarono quando la donna si trovava all’ottavo mese di gravidanza del suo terzo bambino. Aafia e i bambini andarono a vivere  nella casa della madre di lei.

Dopo aver dato alla luce il suo terzo figlio, Aafia rimase a casa di sua madre per il resto dell’anno, poi decise di ritornare negli Usa con i bambini, intorno al dicembre 2002, per cercare lavoro nell’area di Baltimora, dove sua sorella aveva trovato un impiego al Sinai Hospital.

Quando gli Americani catturarono Khalid Sheikh Mohammad, Aafia e i suoi bambini scomparvero. Un articolo sulla stampa pakistana in lingua Urdu sostenne da subito che la donna e i bambini erano “sotto custodia” delle autorità pakistane; in altri termini: rapiti.

Secondo quanto riportato da diverse associazioni per la difesa dei diritti umani, si stima che il presidente pakistano Musharraf abbia venduto, dall’inizio dell’aggressione contro l’Afghanistan, almeno 600 persone sospettate di terrorismo alla Cia.

Come raccontano i familiari, Aafia, insieme ai suoi tre bambini, lasciò la casa materna, a Gulshan-e-Iqbal, il 30 marzo 2003; dovevano prendere un volo per Rawalpindi, ma non raggiunsero mai l’aeroporto. Fonti che preferiscono mantenere l’anonimato dichiarano che Aafia fu rapita dai servizi segreti, e consegnata nelle mani di agenti americani.

Aafia Siddiqui era scomparsa da più di un anno, quando l’FBI (che già la deteneva illegalmente con i figli nel centro di tortura di Bagram, in Afghanistan) aggiunse ipocritamente le sue fotografie nella lista dei “most wanted”, i più ricercati del pianeta, per presunti legami con Al-Qa’ida.

La stampa al servizio della disinformazione, in seguito ad una conferenza dell’FBI,  montò una storia, sostenendo che la scienziata sarebbe stata addirittura al centro di un traffico di diamanti in Liberia, nel 2001. Ma l’avvocata della famiglia possiede dei documenti che provano come Aafia si trovasse a Boston proprio la settimana in cui – secondo la ricostruzione fasulla – avrebbe dovuto essere in Liberia a trafficare diamanti.

Improvvisamente, martedì scorso, Aafia è “ricomparsa” dinanzi ad un tribunale di New York, per rispondere dell’accusa di “tentato omicidio e aggressione” nei confronti di agenti americani. Rischia 20 anni di prigione.

Ma come è arrivata negli Usa?

Secondo la versione fornita dai mass media al servizio della disinformazione, L’Fbi sostiene di non aver avuto tracce della Siddiqui dal momento della “scomparsa”, nel 2003. Il capo di imputazione che la incrimina per terrorismo e tentato omicidio, parla di un arresto il 17 luglio a Ghazni, in Afghanistan. La donna sarebbe stata bloccata dalla polizia locale: sarebbe stata trovata in possesso di documenti sulla preparazione di esplosivi. La Siddiqui, per l’Fbi, avrebbe anche avuto con sé liquidi e gel non meglio precisati e descrizioni di edifici di New York.

Il giorno dopo, 18 luglio, secondo gli atti presentati alla Corte federale del Southern District, a Manhattan, due agenti dell’Fbi, due ufficiali dell’Esercito Usa e due traduttori si sarebbero recati a interrogare la donna a Ghazni. Nella stanza degli interrogatori, la donna sarebbe riuscita a impossessarsi del mitragliatore M-4 di uno dei militari e, gridando «Allahu Akbar», lo avrebbe puntato sugli agenti. Un interprete sarebbe riuscito a deviare l’M-4 mentre la donna apriva il fuoco e un militare le avrebbe sparato “per legittima difesa”. La Siddiqui sarebbe stata ferita al torace, ma non gravemente.

Ma la versione fornita dai familiari della sorella è drammaticamente diversa: in realtà, Aafia è stata prigioniera per anni nella base americana di Bagram, in Afghanistan. «Le torture e gli stupri a cui l’hanno sottoposta negli ultimi 5 anni sono crimini che superano tutti quelli che le imputano», ha detto la sorella di Aafia, Fauzia, ai giornalisti di Karachi, durante una conferenza stampa. Anche un’avvocata che assiste la Siddiqui a New York, Elaine Whitfield Sharp, ha dichiarato: “Sapevamo da molto tempo che Aafia si trovava a Bagram. Molto tempo. La mia cliente ha dichiarato di avervi trascorso degli anni, sotto custodia americana; il trattamento riservatole è stato orribile”.

L’avvocata ha particolarmente insistito sulle condizioni di salute di Aafia. In particolare, dopo essere stata colpita, non ha ricevuto cure mediche appropriate e la ferita si è infettata. La donna è estremamente debole, eppure le vengono negate le visite a cui avrebbe diritto.

Perfino i contatti tra l’avvocata e la sua cliente sono stati problematici. Si sono parlate soltanto in una cella, con un vetro a separarle, e l’unico contatto possibile è stato attraverso la porticina per passare il cibo. Come dice l’avvocata: “Dovevamo parlare a voce bassa, coscienti di essere videoregistrate. In questa situazione, mi è stato impossibile comunicare con la mia cliente”.

Aafia e i suoi bambini sparirono nel 2003. Il secondo marito di Aafia si trova anch’egli, secondo quanto riferito dagli Usa, detenuto per “terrorismo”, a Guantanamo

L’FBI estorse il nome di Aafia a Khalid Sheikh Mohammad sotto tortura.
 
Cosa è successo ai bambini??? Il più piccolo, al momento della cattura era un neonato di 9 mesi, il più grande, Ahmed, aveva 7 anni. La famiglia di Aafia non ha mai più avuto alcuna notizia di loro.

Secondo quanto riferito dal sito Cageprisoners, Ahmed, che oggi ha soltanto 12 anni, è detenuto illegalmente in Afghanistan, ora senza più nemmeno sua madre, nonostante la sua cittadinanza americana.
 
Gli Usa rifiutano di liberarlo e di riaffidarlo in custodia ai suoi parenti, in Pakistan. Cosi come rifiutano di fornire informazioni relative ai suoi due fratellini rapiti...

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3 Responses to Rapita e torturata, i bambini scomparsi

  1. AmatAllah says:

    Grazie al coraggioso Miguel per aver dato ancora una volta voce alle vittime dell’ingiustizia.

    InshaAllah qualcuno dei lettori ha idea di come si potrebbe organizzare una qualche forma di protesta, raccolta di firme, petizioni, per costringerli a dire DOVE SONO FINITI QUESTI BAMBINI???

    …e Allah ci basterà, Egli è il Migliore dei Protettori

  2. utente anonimo says:

    ecco i links alle due azioni in corso, di cui sono a conoscenza:

    http://www.cageprisoners.com/campaigns.php?id=782

    http://new.petitiononline.com/af258633/petition.html

    diverso materiale è su http://www.cageprisoners.com

    salam khadija

  3. noura says:

    anche se so che la rabbia non porta nessuna soluzione …..

    segnalo la storia di aafia al sito bambini scomparsi http://www.troviamoibambini.it/

    grazie miguel

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