Tradizione, Famiglia e Proprietà TFP – 6

Parlavamo del ’68 per parlare della TFP, o parlavamo della TFP per parlare delle falene umane: l’importante è sempre conservare quella curiosità che ci faccia cogliere le costanti umane, senza fossilizzarci in questa o quella identità.

Tutti sappiamo che il ’68 – molto più di qualunque altro movimento precedente nella storia – ebbe come caratteristica fondamentale il rigetto dell’autorità: familiare, statale, educativa, religiosa, politica. Si può discutere se ciò sia stato un bene o un male. Ma l’antiautoritarismo fu certamente il cuore della grande rivolta. E ancora oggi, c’è chi inveisce contro gli scioperati lavativi di allora, e chi invece ricorda con nostalgia quando aveva ancora dei capelli da far crescere lunghi.

Però il punto interessante è che si tratta per certi versi di un malinteso, di un falso conflitto come lo sono tutti quelli simbolici attorno a cui gli esseri umani si polarizzano.

Sempre nel suo studio Il ’68 come e perché (Massari editore, 1998, pp. 40-41), Roberto Massari ci fa notare come la più grande ondata antiautoritaria della storia umana, almeno in Italia, sia durata pochi mesi: già nell’autunno del ’68

"l’antiautoritarismo perse la sua valenza nell’orizzonte ideologico dei movmenti studenteschi quando avvenne la trasformazione partitica delle strutture di movimento. Nelle nuove organizzazioni politiche gli studenti ormai divenuti militanti abbandonarono i princìpi antiautoritari in cui avevano creduto, per sottoporsi alla disciplina ferrea di organizzazioni che, in quanto a metodi repressivi, non avevano nulla da invidiare ai partiti tradizionali della sinistra […].

In realtà il movimento mantenne l’ostilità nei confronti delle figure autoritarie tradizionali, ma non seppe applicarla al proprio interno. Vedi il fenomeno del leaderismo, dei capi carismatici anche nelle fasi di avvio del movimento. Il culto di Mao e l’adesione alla liturgia ‘marxista-leninista’ venne in una seconda fase e fu possibile solo come conseguenza di una mancata crescita dell’antiautoritarismo all’interno delle strutture di movimento". [pp 320-1]

E’ un circolo affascinante e anche terribile. Qualcosa ha fatto sì che il più grande movimento libertario della storia umana ci abbia messo pochi mesi a trasformarsi in una flotta di Piccoli Gruppi blindati, sospettosi, totalizzanti e spietati.

A sinistra, lo si è spiegato con vari ragionamenti sui dettagli. A destra, affermando che è la sinistra stessa a essere intrinsecamente totalitaria.

Alla prima spiegazione sfugge la portata del fenomeno: quando la stessa cosa succede centinaia di volte, occorre cercare le leggi generali. Mentre quello di destra è il solito discorso identitario, che vuole attribuire alle "idee dell’altro" degli strani poteri.

Ma cerchiamo di capire.

In certi posti del mondo, la gente fa politica per forza, perché altrimenti si morirebbe.

Ma tra il ceto medio occidentale, non è così: si "fa qualcosa" per una serie di esigenze personali.

La forma democratica del sistema offre, in teoria, una possibilità di scelta: si può subire ciò che esiste, oppure organizzarsi perché sia diverso. Questa è una sorta di prima cernita, lasciamo perdere che "tipo di diverso" ognuno desidera.

Quindi, per cambiare le cose, ci si riunisce. Ad esempio mettendo in piedi un comitato per questa o quella causa.

Ma poi, ci si rende conto, le cose finiscono lì.

Ecco che bisogna creare una struttura che duri, visto che il sistema a cui ci si vuole opporre dura; e le questioni da affrontare non sono mai isolate.

Nasce così il Piccolo Gruppo. Che giustamente vorrebbe diventare grande, altrimenti non potrebbe mai trasformare le cose.

Solo che il Piccolo Gruppo deve sopravvivere.

Nella pratica, vuol dire affrontare gli stessi problemi di qualunque azienda, con la differenza che mancano i soldi: l’organizzazione si deve reggere su altro, cioè sui complessi meccanismi dell’interazione umana.

Ciò è vero anche dove un po’ di soldi ci sono, come era il caso della TFP: perché comunque i soldi non vengono spesi per assicurarsi la fedeltà degli adepti; e poi i soldi vengono spesi sempre fino al limite, per cui alla fine si è di nuovo poveri.

E’ proprio l’intreccio di questi due elementi – le esigenze aziendali e la strutturazione attorno ai rapporti umani – che finiscono per fagocitare tutti i Piccoli Gruppi. I quali, diventando per l’appunto Aziende dell’Immaginario, in violentissima competizione tra di loro, non pongono alcun problema allo stato di cose esistente. [1]

E questo a prescindere dall’ideologia di cui si riempiono: le Aziende dell’Immaginario che hanno come contenuto la rivoluzione proletaria, la difesa dell’identità italiana o la preparazione di piste di atterraggio per extraterrestri sono ovviamente diverse per una serie di caratteristiche. Ma non più diverse di quanto lo siano tra di loro l’azienda che produce scarpe, quella che vende polizze e quella che costruisce palazzi: nei rispettivi uffici, avvengono quasi le stesse cose.

La "misteriosa realtà delle sètte" è sostanzialmente questa, e non ha nulla di incomprensibile.

Nota:

[1] Il sistema democratico, in un paese benestante, è il più immutabile mai inventato dall’uomo, perché rende ricambiabili gli individui e assorbe ogni opposizione.

Mentre i regimi non democratici, in passato, potevano permettersi razzie, ci voleva la democrazia (nelle sue forme britannica, francese, statunitense) per costruire imperi e fondare eserciti in grado di dominare il mondo.

(Continua…)

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18 Responses to Tradizione, Famiglia e Proprietà TFP – 6

  1. Esiste un’altra analisi del Sessantotto che mi convince di più di quella di Massari. E’ contenuta nei libri (introvabili in Italia) del sociologo francese Michel Clouscard (l’unica pecca di Clouscard è l’utilizzo ossessivo di un gergo filosofico marxista kautskiano che ne rende difficile la lettura per lunghi periodi).

    Da un lato, il preteso “antiautoritarismo” dei Sessantottini non sarebbe stato altro che l’applicazione dei principi cardine del “libero mercato” a settori della vita privata e sociale fino ad allora patrimonio della morale comune e della “religione”, civile o cattolica che fosse, (come sesso, scuola e famiglia). Con una sorta di astuzia della ragione economica, il capitalismo avrebbe così espanso il suo orizzonte, trovando un popolo di consumatori felici di nuovi prodotti, trasformati in merce dopo la loro desacralizzazione.

    Dall’altro (e questa è una critica ripresa anche da Costanzo Preve), i giovani sessantottini avrebbero utilizzato (il più delle volte consapevolmente) a copertura di questa volontà, tutta privatistica e profondamente capitalistica, di liberazione antiautoritaria, la fraseologia rivoluzionaria che andava di moda allora (in gran parte quella marxista, alcuni quella della nuova destra) per contrapporsi al mondo ingessato dei loro padri, confuso con il capitalismo tout court.

    Se interpretiamo così il Sessantotto, è molto più facile comprendere la metamorfosi (ma è veramente una?) dei maoisti d’antan in strenui difensori dell’ordine sociale neoliberista esistente. L’antiautoritarismo si trasforma in attacco allo Stato, al pubblico ed alla volontà politica organizzata di gruppo, per lodare le virtù taumaturgiche del mercato.

    La costituzione dei piccoli gruppetti settari che ha costellato i Sessantotti italiani ed europei non è che la conseguenza primaria dell’antiautoritarismo stesso: non una mancata applicazione del “vero” e non tradito antiautoritarismo, ma l’effetto della mancanza di un principio ispiratore reale, unico, in base al quale organizzare altrimenti giovanotti borghesi viziati e tronfi in cerca di soddisfazioni facili della loro libidine sessuale, psicologica e del loro egoismo.

    Se è vietato vietare, e ciascuno fa ciò che vuole, e nessuno prende la responsabilità di quello che fa, alla fine della catena tutta borghese dei maoisti o dei lottacontinuisti irresponsabili ci dev’essere qualcuno, invisibile ed emarginato, che produce e mantiene in vita qualcosa di “reale” su cui materialmente costruire il mondo dei sogni psichedelico dei giovinastri. Negli anni Settanta era il sottoproletariato meridionale emigrato al Nord, oggi irrimediabilmente leghistizzato, per la maggior parte composto da quei “matusa” così disprezzati dai Sessantottini; oggi sono gli immigrati, clandestini e non.

    Eduard Gans

  2. utente anonimo says:

    Tutto bello. Ma dopo sei puntate sulle falene e la rava e la fava, dell’argomento in oggetto ne parliamo dopo la rivoluzione proletaria?

  3. utente anonimo says:

    Mi piace l’analisi di Gans, che sembra svelare cosa ci fosse dietro il velo dell’antiautoritarismo (che in sè mi pare una pirlata di poco conto).

    Certo, parlare di “astuzia della ragione economica” è assai affascinante e calza perfettamente agli effetti del ’68 ma mi mancano gli attori in carne ed ossa, i colpevoli, insomma io NON sono marxista.

    L’idea invece che sia stato tradito un antiautoritarismo sorgivo e bello per colpa della democrazia mi pare molto … sessantottina (una fesseria).

    Impero Romano, Impero Arabo, Impero Turco, Impero Spagnolo. Non è che ti annoierai anche tu a venire smentito?

    Ciao

    Francesco

  4. falecius says:

    E impero mongolo, se è per questo. Ma in termini di modalità di sfruttamento, controllo del territorio, mobilitazione e distribuzione dei profitti imperiali, erano cose molto diverse dagli imperialismi nazionali moderni. La crescita del dominio territoriale inglese in India ed olandese a Giava e a Sumatra sono più o meno contemporanee alle democratizzazioni delle rispettive madrepatrie, anche se non pretendo di poterne fare una regola generale. Credo che vada sottolineato anche l’aspetto tecnico delle differenze tra imperialismo “arcaico” (essenzialmente politico-militare, con una componente economica di rapina) e “moderno” (in cui è forte la componente economica capitalista)

  5. utente anonimo says:

    falecius

    possiamo ridurre l’impero romano ad una componente economica di rapina? mi pare avessero “civilizzato” e coltivato ovunque fossero riusciti a stabilire la pax romana tra i barbari dell’Europa del Nord e del centro (non certo in Asia o in Africa, terre assai civili di loro).

    Francesco

    PS ma restiamo sul ’68 svp

  6. falecius says:

    No, non ‘riduco’. Quello che dici è vero, ma nel periodo imperiale classico la coltivazione romanda si basava sul lavoro schiavile dei barbari catturati (poi c’è un’evoluzione, d’accordo, ma che va di pari passo coll’indebolirsi del potere centrale dell’impero).

  7. utente anonimo says:

    Miguel

    Io credevo che “il più grande movimento libertario della storia umana” fosse stato il risorgimento.

    In passato qui sul tuo blog ho parlato dei Bahai in Iran , ma ora leggendo quest’ultimo tuo post mi viene in mente di raccontare (brevemante) di nuovo quanto accadeva in Iran con “Associazione Bahai” dei tempi dello scia.

    I Bahai erano forti e avevano leve in ogni settore della società, si diceva che gli alti ranghi di ogni settore vengono assegnati dall’associazione Bahai in Iran.

    I Bahai dicevano alla gente di aderire all’associazione per due motivi: il primo che Baha-Allah (il fondatore del Bahaismo) rappresentava il “salvatore” di tutte le religioni quindi, ivi compreso Gesù e il 12° Imam Sciita, e il secondo che la loro era una “missione per cambiare il mondo attraverso la presa di potere da parte dei giuti”, oh! i “giusti” sarebberò stati loro stessi.

    Gira e gira, ho conosciuto a Roma il cassiere dell’associazione Bahai, era il padre di un mio amico e lui stesso mi raccontava di “valigie piene di soldi che portava lui stesso in Israele dall’Iran.”

    Tu che dici ? anche questi possono aver avuto lo stesso problema di soldi degli altri del tuo racconto ?

    reza

  8. utente anonimo says:

    reza

    con i si dice e si pensa si va solo al manicomio nella sezione dei paranoici.

    non ti rendi conto che a parte Ritvan e me tu qui vieni ignorato perchè sei una fonte di imbarazzo? non per il tuo odio del sionismo, che in slancio lirico supera molti, ma per quelli che tu consideri ragionevoli argomenti a favore delle tue idee.

    ciao

    Francesco

    PS “valige di soldi” fa parte dell’immaginario di noi poveracci, non di come i potenti gestiscono le loro porcherie.

  9. utente anonimo says:

    Più di 30 anni fa i soldi non dichiarati e furtivamente guadagnati venivano trasportati nelle valigie e credo che tuttora, anche se in misura minore grazie all’informatica, questo metodo si usa dagli dionesti in tutto il mondo.

    Miguel, per te io sono una fonte di imbarazzo?

    reza

  10. kelebek says:

    Per Reza n. 9

    “Miguel, per te io sono una fonte di imbarazzo?

    Per via dei soldi che porti nelle valigie?

    :-)

    Miguel Martinez

  11. utente anonimo says:

    Reza

    io credo che i veri potenti, quelli misteriosi e per bene, con le macchine dai vetri scuri e le amanti bellissime, cogli aerei privati e i telefonini anti-intercettazione, i soldi li muovano in altro modo.

    Fin dai tempi del telegrafo.

    magari sono un catto-paranoico complottista, eh, non vorrei imbarazzare Miguel!

    Francesco

  12. controlL says:

    Questo è davvero uno dei punti decisivi, che va ben al di là di quella piccola, in definitiva, cosa che fu il sessantotto. È necessaria l’autorità? Sì, assolutamente. Ma allora chi deve detenerla? Domanda sbagliata. COSA deve detenerla? Qui ognuno si dia la risposta che [e se] vuole, io ho la mia. Ma esiste un’autorità che non ricada su qualcuno, alla fine? Questo è un punto micidiale e storicamente fonte d’un mucchio di guai, almeno per la storia comunista, ma penso anche di altre. Però la risposta è sì, può essere, con tutte le difficoltà del caso, se si leva di mezzo la rappresentanza. Nessuno rappresenta niente. Si parte da qui.p

  13. falecius says:

    “E’ necessaria l’autorità?”

    Solo quella di ognuno su se stesso.

    Poi c’è Dio, per chi, come me, ci crede.

  14. PinoMamet says:

    Francesco

    certamente ci sono modi molto più efficaci di muovere il denaro, ma la valigetta piena di banconote è un grande classico e non vedo perché i più o meno potenti dovrebbero negarsela, di tanto in tanto.

    Oltretutto è bene attestata dalla tradizione

    (i rubli di Mosca, che poi erano dollari…) e pratica.

    Te lo posso testimoniare io: Ahmadinejad mi manda tutti i mesi una valigetta bella piena, per i discorsi che gli scrivo ;-)

    Ciao! :-)

  15. controlL says:

    Ciò sarebbe giusto se tu fossi il primo èe unico] uomo al mondo, per non dire la prima forma naturale. Non è così, e quella cosa è sbagliata in quanto non tiene conto di questo.p

  16. Vero, dagli anni 70 in poi le sette assomigliano ai gruppetti politici e i gruppetti alle sette, infatti si chiamano “settari” :-))

  17. utente anonimo says:

    “esiste un’autorità che non ricada su qualcuno, alla fine? ”

    No assolutamente no. Anzi,più cerca di negare questo fatto,più il detentore del’autorità è potente e arbitrario, meno i sottoposti all’autorità sono liberi.

    Libertà è essere sottoposti ad un’autorità nota e i cui modi di agire sono noti, non credere di non essere sottoposti ad alcuna autorità.

    Francesco

  18. RitvanShehi says:

    >reza …non ti rendi conto che a parte Ritvan e me tu qui vieni ignorato perchè sei una fonte di imbarazzo? Francesco< Veramente io sto cercando di disintossicarmi dalla “rezadipendenza”:-). Prendersela coi suoi deliziosi papiri è un po’ come sparare sulla Cro…pardon, sulla Mezzaluna Rossa!:-).
    Però, a volte lui è (inconsciamente, of course:-)) illuminante. P.es. quando scrive:

    “I Bahai dicevano alla gente di aderire all’associazione per due motivi: il primo che Baha-Allah (il fondatore del Bahaismo) rappresentava il “salvatore” di tutte le religioni quindi, ivi compreso Gesù e il 12° Imam Sciita, e il secondo che la loro era una “missione per cambiare il mondo attraverso la presa di potere da parte dei giusti”, oh! i “giusti” sarebberò stati loro stessi.”

    sostituisci “bahai” con “sciiti” e Bahai-Allah con l’attuale Guida Suprema dell’Iran e il gioco è fatto!:-)

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