Il ’68, tra parentesi

Una piccola divagazione…

Riguardo al Sessantotto, ci sono stati due interventi molto interessanti.

Primo, Eduard Gans ci ha onorati di un commento su questo blog, che merita molta più visibilità. Non so se condivido tutto, ma credo che sia una riflessione di estremo interesse.

Il secondo intervento, a dopo…

Eduard Gans scrive:


Esiste un’altra analisi del Sessantotto che mi convince di più di quella di Massari. E’ contenuta nei libri (introvabili in Italia) del sociologo francese Michel Clouscard (l’unica pecca di Clouscard è l’utilizzo ossessivo di un gergo filosofico marxista kautskiano che ne rende difficile la lettura per lunghi periodi).

Da un lato, il preteso "antiautoritarismo" dei Sessantottini non sarebbe stato altro che l’applicazione dei principi cardine del "libero mercato" a settori della vita privata e sociale fino ad allora patrimonio della morale comune e della "religione", civile o cattolica che fosse, (come sesso, scuola e famiglia). Con una sorta di astuzia della ragione economica, il capitalismo avrebbe così espanso il suo orizzonte, trovando un popolo di consumatori felici di nuovi prodotti, trasformati in merce dopo la loro desacralizzazione.

Dall’altro (e questa è una critica ripresa anche da Costanzo Preve), i giovani sessantottini avrebbero utilizzato (il più delle volte consapevolmente) a copertura di questa volontà, tutta privatistica e profondamente capitalistica, di liberazione antiautoritaria, la fraseologia rivoluzionaria che andava di moda allora (in gran parte quella marxista, alcuni quella della nuova destra) per contrapporsi al mondo ingessato dei loro padri, confuso con il capitalismo tout court.

Se interpretiamo così il Sessantotto, è molto più facile comprendere la metamorfosi (ma è veramente una?) dei maoisti d’antan in strenui difensori dell’ordine sociale neoliberista esistente. L’antiautoritarismo si trasforma in attacco allo Stato, al pubblico ed alla volontà politica organizzata di gruppo, per lodare le virtù taumaturgiche del mercato.

La costituzione dei piccoli gruppetti settari che ha costellato i Sessantotti italiani ed europei non è che la conseguenza primaria dell’antiautoritarismo stesso: non una mancata applicazione del "vero" e non tradito antiautoritarismo, ma l’effetto della mancanza di un principio ispiratore reale, unico, in base al quale organizzare altrimenti giovanotti borghesi viziati e tronfi in cerca di soddisfazioni facili della loro libidine sessuale, psicologica e del loro egoismo.

Se è vietato vietare, e ciascuno fa ciò che vuole, e nessuno prende la responsabilità di quello che fa, alla fine della catena tutta borghese dei maoisti o dei lottacontinuisti irresponsabili ci dev’essere qualcuno, invisibile ed emarginato, che produce e mantiene in vita qualcosa di "reale" su cui materialmente costruire il mondo dei sogni psichedelico dei giovinastri. Negli anni Settanta era il sottoproletariato meridionale emigrato al Nord, oggi irrimediabilmente leghistizzato, per la maggior parte composto da quei "matusa" così disprezzati dai Sessantottini; oggi sono gli immigrati, clandestini e non.

Eduard Gans

 

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12 Responses to Il ’68, tra parentesi

  1. Ritvanarium says:

    A mio avviso il ’68 ha usato gli stessi “mezzi rivoluzionari” del Cristianesimo: non nelle Istituzioni, bensì nell’ Animo dell’ Individuo doveva avvenire la Rivoluzione … per questo ha funzionato !

    Ripeto: parlo di “mezzi”, mica di “fini”.

    Forse senza il Concilio Vaticano II di sei anni prima, la Rivoluzione Sessantottina (ma che io preferisco chiamare “Sessantottarda”) non ci sarebbe stata proprio.

    Profetico come nessun altro fu Giovannino Guareschi nel 1966 con “Don Camillo e Don Chichì”, a lungo conosciuto con il titolo adulterato (nonché righe censurate) di “Don Camillo e i Giovani d’ Oggi”.

    by DavidRitvanarium

  2. Ritvanarium says:

    Inoltre, “l’ accusa” agli immigrati è proprio quella di essere “arretrati”, “indietro”, Leitmotiv del “cacciamoli o ripiomberemo indietro di secoli” [da Destra lo si dice degli “Islamici”, da Sinistra lo si dice dei “Vaticani Ingerenti”] … proprio come i “Matusa” !

    Persino i Solidali di Sinistra garriscono: “i Migranti poverini sono come Noi dai cinquanta ai cent’ anni fa ” … D’ accordo: così facendo difendono gli immigrati dicendo “sono esseri umani anche loro”, tuttavia _ da presunte Vestali della Cultura in Italia_ ne sanciscono ufficialmente la presunta “Arretratezza”.

    Il “Resto del Mondo” si sente anch’ esso minacciato di “Occidentalizzazione” … da parte un Occidente che non si è mai sentito culturalmente (!) tanto in crisi identitaria !

    by DavidRitvanarium

  3. Ritvanarium says:

    “da parte d’ un Occidente” E.C.

  4. Santaruina says:

    probabilmente non vi è alcuna contraddizione tra il portare avanti rivendicazioni che qui vengono definite “liberiste” con l’uso di un linguaggio marxista.

    Entrambe le correnti furono figlie del positivismo ottocentesco.

    Il 68 fu probabilmente il culmine della rivolta antitradizionale le cui basi furono poste nei secoli precedenti.

    Non si tratta di mera contrapposizione destra-sinistra, ma di “modernità” versus “radici”.

  5. upuaut says:

    Da un lato, il preteso “antiautoritarismo” dei Sessantottini non sarebbe stato altro che l’applicazione dei principi cardine del “libero mercato” a settori della vita privata e sociale fino ad allora patrimonio della morale comune e della “religione”, civile o cattolica che fosse, (come sesso, scuola e famiglia).

    Diceva una cosa molto simile anche Pasolini, sulla mercificazione quale vera natura profonda dei mutamenti “etici” e comportamentali di quegli anni.

  6. kelebek says:

    Credo che il discorso sul rapporto tra 68 e liberismo sia importante; però sono incerto.

    Un giorno, quando avrò il tempo di staccarmi dai manuali di software che sto traducendo, dirò come ho vissuto quegli anni (allora ero dodicenne, ma piuttosto curioso).

    Credo che il ’68 abbia segnato il passaggio dalla cultura borghese a quella post-borghese.

    La cultura borghese era insieme ipocrisia e autodisciplina, puzza sotto il naso e risparmio; la cravatta stretta al collo e molti verbi greci da studiare, se ci si voleva distinguere dai manovali.

    La cultura postborghese, con il senno di poi, è quella del consumatore, che non si deve distinguere come ceto, ma come individuo, alla ricerca di un fluido piacere.

    E’ chiaro che il ’68 rompe il vecchio guscio, e il nuovo irrompe.

    Però il ’68 (e gli anni subito dopo) furono, per una minoranza consistente, un momento di radicale non-consumismo, di vita sociale estrema, di “piazza”, di discussioni accese sui massimi sistemi, insomma qualcosa di radicalmente diverso da ciò che si respira oggi.

    E mi sembra giusto dare atto che il ’68 fu anche questo.

    Ovviamente di più per persone intelligenti come Roberto Massari, molto di meno per cialtroni e avventurieri, che abbondarono in quegli anni.

    Miguel Martinez

  7. utente anonimo says:

    Mi pare che Miguel tocchi un punto cruciale. Il ’68 è stato l’apoteosi dell’individualismo consumista ma anche un grande esperimento di vita comunitaria.

    Però: si può parlare di una essenza individualista e consumista del ’68, considerando le esperienze comunitarie e anticapitalistiche come un prodotto di risulta? Oppure, almeno in nuce, il ’68 è stato entrambe le cose e qualche fattore esterno ha fatto inclinare il piano dal versante consumista-edonista?

    Forse è questione di lana caprina. Che la storia sia contraddittoria non è una novità. Mi piacerebbe però capire se davvero il ’68 ha rappresentato quella epocale rivoluzione antropologica tanto deprecata da Pasolini o ne è stato solo un sintomo. Non solo: è davvero possibile distinguere le cause dai sintomi? E se i sintomi stessi sono, come sempre sono, contraddittori?

    Molti paesi che non hanno conosciuto il ’68 oggi sono perfettamente allineati agli standard di consumo (materiale e culturale) euroamericani. Ciò mi fa pensare che siano esistite (esistano) linee di sviluppo molto più forti e di lungo periodo rispetto alla “rivoluzioni” sessantottine. Si potrebbe affermare, al contrario, che il ribaltamento antropologico del ’67-68, per quanto fisicamente circoscritto a poche grandi città occidentali, è stato talmente potente da indirizzare consumi e comportamenti di mezzo mondo. E qui si aprirebbe il difficile capitolo delle posizioni di potere occupate dai sessantottini, soprattutto nel settore dell’opinion making (pubblicità in testa).

    Forse le cose sono più complicate (ogni evento storico è contraddittorio per definizione) e al tempo stesso più semplici (il presente è sempre “antitradizionalista” rispetto a un passato che per definizione non c’è più). Siamo noi, a posteriori, a dare il valore simbolico di “rivoluzione” (in senso quasi letterale, né positivo né negativo) a certi avvenimenti.

    Ma se, come credo, i cambiamenti epocali sono quelli che discendono dalle grandi trasformazioni economiche di carattere strutturale, il ’68 non è che un epifenomeno relegabile a circoscritte analisi sociologiche.

    Ma il succo è che si può dire tutto e il contrario di tutto, o, più che altro perdersi in un gioco di rimandi potenzialmente infinito: il ’68 può efettivamente essere letto come il culmine di una “rivolta antitradizionale cominciata nei secoli precedenti”, ma così la famosa rivoluzione antropologica pasoliniana si perde in una notte in cui tutte le rivoluzioni sono bigie.

    C’è sempre un Concilio Vaticano senza il quale non ci sarebbe stato il ’68, e un qualcosa senza cui non ci sarebbe stato il Concilio Vaticano. Forse il ’68 è cominciato con Martin Lutero o con le enclosures inglesi di cinquecento anni fa… :-)

    Val

  8. kelebek says:

    Per Val n. 7

    Un quadro splendido, direi…

    Miguel Martinez

  9. kelebek says:

    Siccome DavidRitvanarium ha uno stile, diciamo un po’ particolare, a qualcuno può essere sfuggito il fatto che questa volta ha detto cose molto interessanti (e che in buona parte condivido).

    Miguel Martinez

  10. utente anonimo says:

    Lutero mi sembra un buon colpevole.

    In fin dei conti de-razionalizza, de-istituzionalizza, individualizza la religione, cioè l’ambito in cui si definisconi i valori portanti della vita.

    Apre la strada all’arbitrio senza giudizio, quindi senza ritorno. Il ’68, appunto.

    Francesco

  11. http://ulivo

    [..] Il ’68, tra parentesi Esiste un’altra analisi del Sessantotto che mi convince di più di quella di Massari. E’ contenuta nei libri (introvabili in Italia) del sociologo francese Michel Clouscard (l’unica pecca di Clouscard è l’util [..]

  12. Ritvanarium says:

    Qui di “Antislamismo Malattia Senile della Sinistra” ne ha parlato abbastanza Sherif El Sebaie citando direttamente Pietrangelo Buttafuoco, che per primo ha coniato l’ espressione su virgolettata:

    http://salamelik.blogspot.com/2006/10/la-malattia-senile-della-sinistra.html

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