Bingo e Torà (II)

Alla prima puntata


Hawaiian Gardens sembra davvero lontano dalla Terra Santa; eppure è uno dei migliori punti di osservazione per esplorare il cosiddetto fondamentalismo ebraico.

Hawaiian Gardens è un comune di 14.000 abitanti, lungo l’autostrada 605, una delle innumerevoli arterie della galassia di venti milioni di persone, distribuite su una superficie pari a quella dell'Irlanda, che si chiama Los Angeles. Già settant'anni fa, si diceva che

“bisogna capire che Los Angeles non è una semplice città. Al contrario, dal 1888, è una merce; qualcosa che si pubblicizza e si vende al popolo degli Stati Uniti, come le automobili, le sigarette e i colluttori”.[1]

 A creare la città-merce, alla fine dell'Ottocento, furono il colonnello Harrison Otis, direttore del Los Angeles Times, e il giornalista Charles Lummis. Da una parte attirarono i capitali distruggendo ogni forma di organizzazione operaia. Dall'altra, crearono una coalizione di speculatori che attirò ricchi pensionati e professionisti attraverso romanzi e feuilleton, con il miraggio paradossale di un luogo insieme romanticamente ispanico e rigorosamente bianco, accogliendoli poi in migliaia di casette prefabbricate in stile pseudocoloniale. Poco dopo, è nato il gemello di questa Los Angeles, la cittadella dell'industria culturale planetaria, Hollywood.

Attorno a questa struttura bipolare, la distesa dei quartieri di chi non partecipa al sogno si alterna a gigantesche zone militari. Negli ultimi decenni, il crollo del ceto medio e la deindustrializzazione ha trasformato quelli che un tempo erano i ghetti di operai neri in qualcos'altro: il regno delle gang di varie etnie, feroci praticanti dei valori del libero mercato, che forniscono ai ricchi mezzi alternativi di amusement.

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Homeless in Los Angeles

La città ricca e bianca si è messa all'avanguardia nella sperimentazione delle infinite forme di segregazione e repressione del futuro: cacciare l'Altro fuori da sé e dominarlo. Si va dalle panchine ricurve che non permettono ai barboni di dormire, alla chiusura dei gabinetti pubblici. Si ripresenta il modello palestinese, con la costituzione delle Narcotics Enforcement Zones, dove la polizia può chiudere liberamente gli accessi o imporre il coprifuoco. Tra il 1974 e il 1990, i due terzi di tutti i giovani neri maschi della California erano stati arrestati almeno una volta in vita loro.

Il nome Hawaiian Gardens fu scelto da qualche progettista illuso, che in tempi ormai dimenticati sperava di attirare acquirenti. Abitato per la maggior parte da immigrati messicani, è un’isola di povertà circondata dalle città-fortezza dei ricchi – le centinaia di gated communities, sorte per risolvere il dilemma fondamentale dei benestanti della globalizzazione: come essere ovunque, eppure restare sempre soli con la propria gente, in un unico paradiso planetario di ville e piscine?

Hawaiian Gardens è noto unicamente per la Gateway Gardens Card Club, il più grande bingo club della California. Il proprietario è Irving Moskowitz, uno schivo imprenditore che vive a Miami Beach, a migliaia di chilometri di distanza, che si è arricchito costruendo cliniche private.

La California autorizza i bingo a condizione che abbiano pochi dipendenti e finanzino solo attività benefiche. Moskowitz ha intestato il bingo alla propria fondazione senza scopo di lucro e ha trovato un modo originale per soddisfare la prima condizione: paga solo una minima parte dei propri dipendenti. Gli altri risultano tutti volontari, in realtà immigrati che si accontentano delle mance. Molti di questi sono a loro volta inquilini delle fatiscenti case che il miliardario possiede, e lavorano semplicemente per non essere sfrattati.

Un giornalista del Jewish Week ha scoperto che in una casa di tre stanze abitavano ben quattordici persone, tra adulti e bambini, in gran parte appunto volontari nel casinò.

Moskowitz è entrato nella vita di Hawaiian Gardens, acquistando a metà del suo valore un’ampia zona con l’impegno di insediarvi un supermercato. L’esproprio dei negozianti locali sarebbe stato pagato per metà dal comune e per metà da Moskowitz. Il miliardario non ha mantenuto il suo impegno e molti commercianti sono falliti. In alcuni casi, gli uomini di Moskowitz, con l’aiuto di bande di teppisti locali, si sono semplicemente impossessati dei beni degli sfrattati, senza dare loro neppure il tempo per portarli altrove.

Per trasformare la zona in un bingo occorreva un referendum tra gli abitanti della cittadina. Moskowitz ha convinto la maggioranza a votare a favore, assumendo un buon numero di galoppini. In una cultura in cui la sicurezza è una merce, egli aveva promesso prima del referendum di finanziare il corpo di polizia locale, una promessa non mantenuta, per cui l’amministrazione cittadina ha poi dovuto sciogliere il corpo per mancanza di fondi.

I cittadini avevano approvato un documento che però fu sostituito all’ultimo momento da un altro che esentava Moskowitz da ogni tassazione, obbligandolo solo al pagamento di un deposito di $25.000: attualmente, il bingo, che produce circa 180 milioni di dollari l’anno, non solo non paga tasse, ma offre prestiti all’amministrazione cittadina.

È comprensibile quindi che molti abitanti degli Hawaiian Gardens – ispanici, wasp (“bianchi, anglosassoni e protestanti”) ed ebrei – si siano ribellati a Moskowitz, costituendo la Coalition for Justice in Hawaiian Gardens and Jerusalem, sotto la direzione di Haim Dov Beliak, un rabbino moderato.

Ma perché il nome del comitato fa riferimento a Gerusalemme? Il bingo è a scopo caritatevole; e la particolare forma di beneficenza a cui si dedica Moskowitz consiste nel finanziare l’esproprio dei nativi palestinesi, attività in cui investe attualmente circa cinque milioni di dollari l’anno. Possiede molte proprietà a Gerusalemme e dintorni, tra cui il controverso insediamento di Ras al-Amud, costituito in una zona esclusivamente palestinese giusto in tempo per sabotare le trattative allora in corso.[2]

Com’era prevedibile, il governo israeliano finì per dare ragione a Moskowitz e ai suoi assistiti e anzi, alcuni anni dopo, si dette mano alla demolizione di alcune case palestinesi nella zona. L’insediamento è stato riconosciuto ufficialmente nel 2003.

Nel 1998, a Hebron (non mancate di leggere questo splendido testo su quella città), la signora Hana Abu Haykal si rifiutò di vendere la propria casa, incastrata tra due insediamenti ebraici, per diversi milioni di dollari a un inviato di Moskowitz che non aveva mancato di sottolineare la natura poco socievole dei vicini. I coloni infatti spaccavano le finestre e usavano il terreno come discarica per i rifiuti, mentre la polizia israeliana esigeva permessi speciali per chiunque volesse far visita alla famiglia.

 Ma Moskowitz non si limita a finanziare l’estremismo sionista in Terra Santa. Secondo i dati registrati con il fisco, Moskowitz ha contribuito, con centinaia di migliaia di dollari, a finanziare la destra sionista negli Stati Uniti – la Zionist Organization of America (ZOA), il Jewish Institute for National Security Affairs (JINSA) e Americans for a Safe Israel (ASI).

Ma è interessante notare che Moskowitz è anche uno dei principali finanziatori dei grandi laboratori della destra americanal’American Enterprise Institute e il Centre for Security Policy (CSP), che hanno fornito la massima parte dei pensatori del governo Bush.

Nel 1999, Moskowitz finanziò la pubblicazione del libro di David Wurmser, Tyranny’s Ally, in cui si chiedeva la destituzione di Saddam Hussein e la ristrutturazione del Vicino Oriente secondo gli interessi degli Stati Uniti.[3]

Nel caso di Moskowitz, troviamo tutti insieme gli elementi strutturanti del dominio statuintense: l’esproprio, orientato verso una Endlösung strisciante, la lucidità nella massimizzazione dei profitti e il messianismo.

Riguardo a quest'ultimo punto, negli ultimi vent’anni, Moskowitz ha investito più di otto milioni di dollari nell’Atèret Kohanìm, la “Corona dei Sacerdoti” una yeshivà o scuola di formazione religiosa, situata nel cuore arabo di Gerusalemme.

È questa scuola che aveva le chiavi del tunnel sotto il Muro Occidentale, prima della sua apertura che condusse alla grande rivolta del 1996. Gli scavi erano stati finanziati direttamente da Moskowitz. Ma l’Atèret Kohanìm è anche il luogo in cui si stanno formando i sacerdoti che dovranno curare tutti i dettagli dei sacrifici nel futuro Tempio.

E da qui possiamo iniziare l’esplorazione del complesso mondo di ciò che viene comunemente chiamato il fondamentalismo ebraico. Il termine non è molto appropriato; comunque si tratta di un movimento che fa appello a elementi tradizionali del giudaismo per proporre qualcosa che cento anni fa avrebbe solo provocato scandalo tra i rabbini – esaltare il destino divino dello Stato etnico e laico d’Israele, come redentore del mondo.

Note:

[1] Morrow Mayo, 1933, citato in Mike Davis, City of Quartz. Excavating the Future in Los Angeles, Vintage Books, New York, 1992.p. 17.

[2] Elli Wohlgelernter, His Money Talks, Jerusalem Post, 12.01.99.

[3] David Wurmser è stato consigliere per il Medio Oriente del vicepresidente Cheney; sua moglie, Meyrav Wurmser, cittadina israeliana, assieme al colonnello dei servizi israeliani, Yigal Karmon, dirige MEMRI, l'agenzia che ogni giorno fornisce l'Occidente con gli elementi più discutibili della stampa mediorientale. Meyrav Wurmser è anche la responsabile per il Medio Oriente del Hudson Institute, altro importante think tank della destra  statunitense.

[5] Ya'ir Ettinger, "Opening of the Tunnel at the Wall: Some of Netanyahu's Financial Considerations", Kol Ha'Ir, 27.09.96.

(Continua…)

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One Response to Bingo e Torà (II)

  1. PinoMamet says:

    Molto interessante.

    Spingendo più in là l’analogia, si potrebbero paragonare gli scontri storici delle gang losangeline (da quelli degli anni ’40, con le zoot suit riots) con quelli tra le diverse formazioni palestinesi.

    Non so se faccia tutto parte di una strategia pensata per controllare i “ghettizzati”, ma certo i risultati sono quelli.

    Di tutto questo in Italia arriva la forma ultra-sputtanata del rap e dei dissing, con i più bravi che almeno ironizzano e i peggiori che davvero vogliono farci credere di essere gangsta o simili.

    Ciao!

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