Il tuca tuca degli informatori scientifici (III)

Alla prima parte

All’albergo, mi viene a prendere una macchina.

I taxi sono i veicoli della gente comune.

Le limousine e le casse da morto dai vetri anneriti, sono riservate invece a chi deve apparire dominante.

In mezzo, il servo di scena, come gli ospiti minori, viene accolto con un mezzo intermedio.

Si tratta di una cosa molto silenziosa, spaziosa, con i sedili in pelle. Mentre fisso affascinato la mappa satellitare, un autista muto mi porta attraverso nebbia, pioggia, traffico e cemento, sopra un orrido fiume grigio, a una grande rotonda e poi in un paese con un’immensa Esselunga, muro altissimo di mattoni che si erge accanto a una multisala – nove sale per la precisione. Guardo la targa stradale: Viale Lenin.

Poi alla Sede. Un grafico, penso, è stato pagato per ideare quella curiosa palla che hanno messo sul marciapiede, con il nome Sanitek che somiglia a un razzo degli anni Sessanta, o a un flusso di biglie d’acciaio, o forse a  niente.

La Sede è una composizione di scatole prefabbricate.

Come in tutte queste scatole, il vetro è un elemento fondamentale: permette di dominare con lo sguardo il mondo, senza essere visti, crea spazio illusorio nella compressione generale.

Allo stesso tempo, il vetro rischia di esporre al cambiamento di stagione. Non è solo questione di tenere fuori caldo, freddo, pioggia e vento. Se nelle periferie urbane, il divario economico segna subito la differenza tra i palazzoni del Cairo e quelli di Milano, il mondo del servizio (gli alberghi e gli aeroporti) e soprattutto il mondo del dominio cercano di essere identici ovunque.

E identica deve essere quindi la temperatura e l’illuminazione al loro interno: ecco che l’aria condizionata diventa la loro alimentazione necessaria. Tranne che a Singapore – dove si congela negli interni – la temperatura è identica.

La Struttura Direzionale, quindi, è ricoperta da grandi vetrate ermeticamente sigillate all’esterno. Ma non a tutti è garantito l’accesso alla luce del giorno: la gerarchia, rigorosa e delicata, è un moto dal basso e dall’interno, verso l’alto e l’esterno. Innumerevoli,  infatti, sono le celle interne, illuminate solo dalla luce al neon.

L’atmosfera è silenziosa e soffice. il Ceto Medio Globalizzato deve vivere la parte migliore delle proprie vite dentro queste capsule, quindi si cerca di renderle comode.

Una segretaria all’ingresso mi fa chiamare un’altra segretaria che mi porta su per le scale. Il mondo delle donne efficienti, sulle cui spalle si posano i piedi dei Capi, ovviamente maschi.

Il signor Capo Italiano ha una sessantina di anni. Dal titolo "signore", si capisce che non è laureato, altrimenti sarebbe immediatamente diventato il dottor Capo. E’ raro, infatti, che un imprenditore si comporti come quel dirigente di una grande cooperativa industriale emiliana, sorta di ideologo aziendale protoveltronista, che ostentava con grande orgoglio (e nessuna autoironia) il titolo di "ragioniere", insistendo perché lo traducessi in inglese.

Il Capo Supremo ha qualche anno in più del Capo Italiano.

Prima che qualcuno mi accusi di odiare i capitalisti, dico subito che gli imprenditori si comportano in maniera quasi sempre corretta nei miei confronti.

Essendo persone pratiche, non si dimenticano dei dettagli: durante il viaggio, mi hanno fatto telefonare tre volte per assicurarsi che avessi l’indirizzo dell’albergo, che avessi pranzato e che mi fossero chiari tutti gli appuntamenti. Una differenza profonda con l’approssimativo mondo della militanza politica.

Poi, non minaccio certamente la loro nicchia ecologica: l’espressione del volto, il linguaggio, il maglione al posto della giacca, rivelano subito che apparteniamo a specie diverse.

L’imprenditore sa che se chiama un esperto, deve affidarsi a lui.

Quindi il Capo Supremo planetario, nonché quello italiano, lasciano che io li interrompa continuamente per chiedere chiarimenti. So di avere il diritto di farlo, a differenza di tutti i sottoposti.

Il Capo Italiano è un esempio, molto comune in Italia, di giovanilismo arcaico. Un ossimoro che andrebbe chiarito.

Il Capo Italiano, infatti, porta baffi che negli anni Sessanta sarebbero andati benissimo; ma ci tiene molto a parlare in inglese, insistendo con particolare compiacimento su piccoli mostri come "governance".

Il suo non è un inglese scorretto; semplicemente, quando apre bocca, adopera solo i suoni che esistono nella lingua italiana.

Cosa che fa riflettere su un meccanismo curioso. Il capitalismo è furiosamente selettivo, e quindi giovanilistico; l’accompagnamento sonoro della grande strage darwiniana è l’anglobale.

Allo stesso tempo, la carriera è un percorso lento, in cui bisogna liquidare ad uno ad uno i propri concorrenti, e quindi si arriva in cima solo molto tardi.

Il Capo Supremo mi legge il discorso che farà. Essendo tedesco, il suo inglese è un po’ migliore, ma non tanto. In realtà, la cosa è irrilevante, perché l’intero sistema linguistico imprenditoriale è approssimativo.

Al Capo Italiano, chiedo chiarimenti sulla traduzione di alcuni termini. Immancabilmente, mi risponde, "lo dica pure in inglese". Capisco. Renderò più o meno così il discorso del Grande Capo: "i products hanno realizzato un turnover che rivela una performance…"

Il discorso del Capo Supremo si può riassumere così: bravi, avete aumentato le vendite del 10%; l’anno prossimo cercheremo di aumentarle del 20%.

E’ proprio questa la caratteristica di fondo del capitalismo: la semplificazione estrema, che si raggiunge quando tutto viene ridotto a elementi intercambiabili, atomi identici a sé in moto incessante attraverso lo spazio.

Intercambiabili gli alberghi, le scatole prefabbricate, i nomi come Sanitek, l’inglese internazionale, e anche il dispenser di acqua sterilizzata e freddissima a cui mi servo.

Soprattutto, sono universali i numeri. Che possono essere preceduti dal simbolo "più" e rappresentano quindi il Bene, oppure dal simbolo "meno" e rappresentano quindi il Male; ed è qui il banale segreto di tutti i trionfi e gli orrori degli ultimi due secoli.

(Continua…)

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11 Responses to Il tuca tuca degli informatori scientifici (III)

  1. utente anonimo says:

    concordo.

    con la parte non valutativa dell’ultima frase.

    e col fatto che la conoscenza delle lingue straniere di chi ha altro da fare nella vita per circa 14 ore al giorno è approssimativa.

    Io, per esempio, parlo inglese benino, ma non lavoro certo come gli imprenditori, e neppure come i figli di imprenditori (meno di quelli che lavorano, molto più di quelli che fanno finta).

    non ricordo come si dice Più e Meno in Fascista.

    Francesco

  2. kelebek says:

    “Più” e “Meno” in Fascista si dice Arditi Orizzonti e Vili Pigri.

    Miguel Martinez

  3. dalovi says:

    L’anglobale è un argomento molto interessante. E’ una lingua che in sé esprime la poverta del mondo che deve comunicare: i soldi.

    Nel riflettere sono quasi convinto che non sia così male, vedere miei colleghi che cercano di esprimersi in inglese perfetto per far bella figura mostra una sudditanza a volte insostenibile.

  4. fmdacenter says:

    Sì Miguel ma è difficile sostenere che sono termini economici.

    Ergo fai uscire il fascismo dal Male degli ultimi due secoli.

    Il che ci porta, per la milionesima volta, a trovarti simpatico, interessante, divertente, e in torto.

    :)

    Ciao

    Francesco

  5. kelebek says:

    per Francesco n. 4

    “Fascismo” è un concetto assai vago e contraddittorio; comunque mi sembra chiaro che Mussolini abbia desiderato “più” risorse per rendere “più” ricca l’Italia, a spese di sloveni, libici ed etiopi.

    Concetti altrettanto chiari per i nazisti e per gli imperialisti giapponesi dell’epoca.

    Tutta l’impresa libica è stata motivata (in epoca prefascista, è vero) con la balla che la Libia fosse il potenziale granaio per l’Italia, nonché un’eccellente valvola di sfogo per i contadini poveri del Meridione.

    Miguel Martinez

  6. fmdacenter says:

    Miguel

    ma quel buon uomo passò al vita a polemizzare coi bottegai inglesi e tu me lo degradi a bottegaio pure lui?

    allora anche i greci, i romani, i germanici, gli unni, i goti, i mongoli, gli arabi, tutti sono bottegai

    e non da un paio di secoli!

    ciao

    Francesco

  7. RitvanShehi says:

    Miguel, solo una curiosità: ma la poltrona in pelle umana del Gran Capo te l’hanno fatta vedere?

    Ciao

    Ritvan Fantozzi

  8. PinoMamet says:

    Mi pare che nella Retorica Americana il termine “Fascismo” indichi in pratica qualunque governo, passato o presente, avversario dell’America e più o meno autoritario.

    Quello che mi stupisce è che questa retorica sia stata accettata tanto dalla destra quanto dalla sinistra italiana (salvo frange minoritarie) mentre entrambe avrebbero buoni motivi per operare dei distinguo.

    Ma, ovviamente, hanno molto più interesse nell’utilizzare un termine connotato negativamente (il “Male” appunto, il “Fascismo- marchio registrato”) come “cestino”: “noi non siamo più così” a destra, oppure “noi non siamo mai stati così e quando lo siamo stati (Stalin) ci siamo dissociati” a sinistra.

    Le frange minoritarie, se non altro più sincere, sono quelle che a destra si rivendicano come “fasciste”, e a sinistra si rifiutano di applicare la connotazione negativa del “Fascismo (marchio registrato)” ai regimi autoritari di sinistra.

    Perciò, tutto sommato, la retorica americana è risultata credo leggermente più pervasiva a sinistra che a destra, visto che è più difficile trovare un comunista che si definisca stalinista piuttosto che un fascista che si definisca fascista.

    Da notare che è di nuovo la destra in rincorsa sull’ideologia di sinistra:

    mentre “Fascismo”, nella versione retorico-americana, va bene come accusa un po’ per tutti, “Comunismo” molto meno.

    Perciò, se la Retorica Americana risulta più pervasiva a sinistra, è anche perchè è stata in parte la Sinistra a fabbricar(se)la, con le giustificazioni tipo “quei comunisti lì non sono come noialtri, quelli sono fascisti!”

    Ciao!

  9. RitvanShehi says:

    Ehmmm..caro Paolo e se tutto fosse, invece, dovuto al fatto che il fascismo (con nazismo & co) ha scatenato una guerra mondiale, poi persa in modo disastroso (per non parlar di Olocausti, leggi razziali et similia), mentre il comunismo – nella versione “stalinista” – si è “dolcemente” convertito al kapitalismo e gli ex capataz comunisti dei paesi dell’Est oggi sono degli oligarchi kapitalisti di tutto rispetto (si fa per dire)?

  10. utente anonimo says:

    Beh,

    effettivamente il termine “fascism” è utilizzato con gran liberalità nel mondo anglosassone, fino a ricomprendere Horty, Pinochet, Franco, Salazar e talvolta addirittura Petain (Batista no, ma ci sono ragioni fin troppo ovvie).

    Il termine ha finito per assumere un uso genericamente dispregiativo analogo a “prepotente” o “prevaricatore” (tant’è che in realtà credo sia più facile trovare un sinistro radicale che si definisce “comunista” che un destro radicale che si definisce “fascista”).

    Certamente tutto questo ha legittimato un uso improprio e arbitrario del termine, il che – insieme ad altre cose – non ha contribuito ad un ragionamento approfondito su cosa sia stato il fascismo prima e il neofascismo poi.

    Z.

    p.s.: In fondo il “più” e il “meno” nel fascismo propriamente detto esistevano eccome, assai più che nei regimi nazionalisti autoritari diffusi all’epoca. Non si trattava però di un bilancio esclusivamente economico: si trattava anche di più gloria, più espansionismo, più conquista, più potere. Piuttosto, non sono certo che questi concetti – sia pur mediati dalla freddezza dei bilanci – siano così alieni alla nostra epoca.

  11. fmdacenter says:

    Z.

    non dirlo a Miguel, però, sennò la sua spiegazione monistica del MalenelMondo entra in crisi.

    Ciao

    Francesco

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