Il tuca tuca degli informatori scientifici (II)

Alla prima parte

Quando, verso dicembre, i beduini dell’Iraq migravano verso il deserto, alla ricerca di luoghi in cui avesse piovuto, il loro movimento aveva un senso: talmente un senso, che li hanno fatti smettere a forza di frontiere, bombardamenti aerei e filo spinato.

Invece, quando io, traduttore, mi muovo da Firenze per un lavoro a Padova, sono sicuro che sul treno che si muove in direzione opposta alla mia, ci sia un altro traduttore, questa volta di Padova, che sta andando a lavorare a Firenze. Senza che piova lingue, né di qua né di là.

Sarebbe interessante se si potesse calcolare la quantità di simili movimenti superflui, che è una delle caratteristiche decisive della nostra epoca, e le relative ricadute in termini di consumi energetici, inquinamento e tutto il resto.

I gommoni sono solo l’ombra degli Eurostar, e gli Eurostar sono l’ombra dei jet. L’anno scorso, i voli intercontinentali sono aumentati dell’otto percento, leggo.

Comunque, eccomi qua sull’Eurostar (biglietto pagato, ovviamente, dall’Azienda), che mi avvio a fare la mia prestazione di mezz’ora. Sul tavolino, la rivista Riflessi. Sfogliatelo, se vi capita, questo omaggio delle Ferrovie. E’ curatissimo, patinato, costoso, non contiene assolutamente nulla e finirà nella pattumiera, come la civiltà che l’ha prodotta.

Sotto la perenne cappa padana arrivo alla stazione (proprietà della Benetton) e vado all’albergo (pagato anch’esso dall’Azienda), davanti a cui vedo una signora perfettamente immobile, aggrappata a una colonna, due ormai anziani tossici e uno spacciatore dall’aria nordafricana.

Entro dentro l’albergo, che appartiene a una catena italiana, che nella sua brochure si autoelogia così:

“I 22 alberghi XXX sono come i pezzi di una collezione preziosa, ciascuno dei quali si sforza di far sentire lo spirito della città che ospita e di offrire la testimonianza delle molteplici sfaccettature della cultura italiana”.

E cioè, nella pratica. Alla reception, un signore – italiano, giovane ma non troppo – sorveglia l’ingresso con occhio di falco, addestrato a riconoscere in un istante un problema e risolverlo, a spianare qualunque difficoltà, a far tornare il sorriso sul volto del Cliente.

Un indiano, che non parla una parola d’italiano, cerca di caricarsi il mio bagaglio (cioè uno zainetto vuoto a metà e con una fibbia difettosa); una ragazza marocchina mi serve silenziosamente il pranzo, aiutata da un’altra ragazza, ghanese.

Il contenitore-albergo è un’altra capsula del Mondo del Servizio  che questo servo di scena ha già incontrato a Basilea, a Shanghai, a Singapore e in tanti altri non luoghi: nel cuore di una città intercambiabile, la stessa spaziosità, gli stessi gesti cortesi e misurati, lo stesso silenzio, gli stessi marmi nel bagno.

Il pianeta del Lei, quel particolarissimo pronome che permette di mantenere le distanze e di non dover rendere conto di mentire, di modo che gli occhi non debbano mai incontrarsi: il contrario del Lei è il Voi meridionale, ma quello sarebbe un altro discorso…

Accanto al letto un cartello presenta la possibilità di vedere film “per adulti” alla televisione (pagando) e una complessa fila di pulsanti – luce da camera, luce da lettura e qualcosa che si chiama “luce di cortesia“.

Poi scopro finalmente la differenza, il tocco delle molteplici sfaccettature, quella cosa che ti fa sentire davvero lo spirito della città che si rallegra di ospitarmi: in questo albergo, c’è un piccolo televisore anche al bagno. Con tanto di telecomando, che ti permette di seguire il tuo programma prescelto, l’eletto dei tuoi occhi, mentre stai seduto sul vaso.

(Continua…)

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17 Responses to Il tuca tuca degli informatori scientifici (II)

  1. utente anonimo says:

    Miguel,

    questo odio per i viaggi è interessante.

    Non è solo tuo, non è espresso da chi per lavoro deve viaggiare troppo o detesta viaggiare, è sintomo di qualcosa d’altro.

    Facci un pensiero, dai.

    Francesco

    PS e non mi dire che tu ami i viaggi ma detesti i non viaggi di lavoro e i trasporti inutili di merci, te ne prego.

    PPS nel caso vincessero i michelini, Ritvan, mi prenoto per un corso di “linguaggio da grande pianificatore”, che bisogna pur campare. Tanto tu hai esperienza e sono certo che funzionerebbe benissimo anche nel futuro altermondo chavezkhomenista. E poi già apprezzo la Naomi!

  2. utente anonimo says:

    non vedo odio, ma malinconia..un po’ Pasolini, un po’ il George Simenon degli Sconosciuti in casa..Uno sconosciuto in viaggio, che riconosce la realtà ma nonconosce più se stesso…L’immagine degli anziani tossici è quasi dantesca, ma l’inferno è ormai molto vicino..

    MARCELLUS

  3. RitvanShehi says:

    nel caso vincessero i michelini, >Ritvan, mi prenoto per un corso di “linguaggio da grande pianificatore”, che bisogna pur campare. Tanto tu hai esperienza e sono certo che funzionerebbe benissimo anche nel futuro altermondo chavezkhomenista..Francesco< Sarei onorato:-) di mettere la mia preziosa esperienza enverhoxhista al servizio del Nuovo Ordine Traduttorio: così insieme potremmo progettare il CUPT (Centro Unico di Prenotazione Traduttori) in modo tale da risparmiare la fatica al traduttore di Padova che viaggia per Firenze contemporaneamente al traduttore di Firenze che viaggia per Padova. Cosa che finalmente potrà far tornare la gioia e la letizia nel Belpaese, visto che il principale ostacolo all’avvento di tali gradevoli sentimenti è notoriamente il viavai di bieki traduttori scorrazzanti per la penisola e che okkupano perennemente camere d’albergo munite di TV al cesso.

  4. kelebek says:

    Per Francesco n. 1

    Tutto il contrario di “odio per i viaggi”.

    Appena posso, mi imbarco in questi viaggi con imprenditori, tirando fuori il mio kit da Sociologo del Terrore.

    Infatti, mentre giro con loro, passo un sacco di tempo apparentemente a fare giochini o a mandare SMS con il telefonino, in realtà a prendere appunti.

    Una volta, con questo sistema mi sono fatto un intero dizionario di esclamazioni imolesi: loro a smadonnare, e io a fare tic-tic-tic sul telefonino.

    Che poi è un Nokia Communicator con computer interno e la possibilità di scegliere il fuso orario da Anchorage a Kigali.

    Viene spacciato con lo slogan “l’abito fa il business”.

    Eh.

    Miguel Martinez

  5. utente anonimo says:

    per me la TV al cesso è un nuovo tipo di lassativo a bassi effetti collaterali.

    Francesco

  6. qui da noi il “lei” si da a chi non si conosce, il “voi” alle persone anziane.

    Comunque cazzarola Miguel, non ti va bene proprio nulla, eh……mamma mia che lamentela continua….e su un pò di vita!;-)

    saluti

    Rubimasco

  7. utente anonimo says:

    A ben pensarci, il TV al cesso non è poi una cosa così inutile, se in quell’albergo si trasmettono “film per adulti” ;-)

    Z.

  8. utente anonimo says:

    …piangendo rumore di rotaie celesti strascico di metallo acceso – rimasto allucinato nella toilet di un’altro albergo – bassifondi d’immagini che passano indisturbate – annientate dai miei occhi pieni di kajal – viloncello di me stessa insonne ma – addormentata nel bosco – ciao. jamiyla

  9. utente anonimo says:

    Miguel,

    quando il tuo collega di padova ti avrà fregato il cliente non dovrai più viaggiare inutilmente :-)

    roberto

  10. kelebek says:

    per Rubimasco n. 6

    Non sapevo che si usasse il “voi” in quel senso anche dalle tue parti.

    In Sicilia, almeno quando ci vivevo io, “voi” era un pronome di rispetto, e il rispetto è comunque un rapporto umano.

    Mentre il “lei” è rivolto esattamente a coloro con cui si vuole evitare un rapporto umano.

    Secondo punto: ma dove mi sono lamentato, in tutto questo post?

    Mi sono divertito da matti.

    Miguel Martinez

  11. utente anonimo says:

    >”voi” era un pronome di rispetto, e il rispetto è comunque un rapporto umano.

    Mentre il “lei” è rivolto esattamente a coloro con cui si vuole evitare un rapporto umano.< (MM) Ecco un esempio emblematico in cui il pensiero omnicomprensivo alla Miguel fa acqua.
    E il suggestivo il pensiero sul “voi” e sul “noi”, infatti, nulla è più che una suggestione. Di certo non spiega nulla.

    Che un’innocua convenzione linguistica sia lo specchio di una disumanizzazione generale mi pare esagerato e un po’ troppo deterministico.

    Penso ai diversi usi del pronome in castigliano (tu/vos/usted/ustedes…) e non immagino proprio che possano determinare rapporti personali di diversa fibra o spessore (o esserne il rilfesso). Il rispetto o la cordialità non passano per un pronome.

    Me la prendo con questo dettaglio (i post sono comunque molto belli, davvero istruttivi) solo perché a volte non tutto si tiene e la pretesa di costringere tutto in un’unica chiave di lettura è sempre un po’ forzata.

    Val

  12. RitvanShehi says:

    Ehmmm…a proposito di “voi” e “lei”, non fu per caso “LUI” che abolì d’ufficio il secondo a favore del primo? Sì? Appunto:-).

  13. utente anonimo says:

    Beh, a volte rispetto e cordialità passano proprio per un pronome, secondo me.

    Quanto meno, il pronome opportuno mi ha spesso valso la possibilità di mantenere una certa distanza, talché le incombenze più moleste venivano regolarmente sbidonate a persone più “cordiali” :-)

    Z.

  14. utente anonimo says:

    Sarà.

    Quindi ho torto quando trovo irrispettoso il poliziotto italiano che immancabilmente dà del lei al connazionale e del tu al marocchino, anche se ha sessantacinque anni… :)

    Val

  15. RitvanShehi says:

    >Quindi ho torto quando trovo irrispettoso il poliziotto italiano che immancabilmente dà del lei al connazionale e del tu al marocchino, anche se ha sessantacinque anni… :) Val< Mi è stato spiegato a suo tempo * che l’uso del “tu” da parte dei pubblici ufficiali italici (non solo poliziotti) con nosotros “diversamente comunitari” pare sia dovuto al fatto che, nella maggior parte dei casi, se qualche indigeno ci dà del “lei”, nosotros ci voltiamo a guardare in giro a cercare la femmina a cui il “lei” (terza persona singolare femminile) si riferisce:-). Sia come sia, ma fossero queste le “discriminazioni”! *1991, mio primo viaggio all’estero, sbarco dal traghetto a Bari. Il poliziotto addetto al controllo dei documenti, dopo averli minuziosamente compulsati mi chiede:
    Poliziotto: Ma tu adesso dove vai?

    Io: Scusi, ma noi due siamo forse stati alle elementari insieme?

    Poliziotto:????

    Io: No, mi spiego meglio: a me danno del “tu” solo gli amici intimi e i compagni d’infanzia e, visto che noi due sicuramente non siamo amici intimi pensavo:-)….

    Poliziotto (che finalmente capisce l’antifona): Sì, LEI ha ragione, ma vede, purtroppo, siamo abituati ormai a troppi stranieri che capiscono a malapena l’italiano e se diamo loro del “lei”, si voltano a guardare in giro per vedere a quale signora ci stiamo rivolgendo. Tenga, i suoi documenti, e buon viaggio.

    Io: Grazie, molto gentile, arrivederci.

  16. utente anonimo says:

    E’ precisamente come dice Ritvan. E infatti mi trovo, mio malgrado, a dare regolarmente del tu ai maruchein.

    Già gli argomenti che mi trovo a spiegare loro sono sufficientemente complessi da incasinare chi ha un’ottima padronanza della lingua – specie se ha il terrore di trovarsi pignorata a breve la casa che ha preso col mutuo – figurarsi se mi mettessi a usare il “lei” e il “loro”…

    – nella maggior parte dei casi, se qualche indigeno ci dà del “lei”, nosotros ci voltiamo a guardare in giro a cercare la femmina a cui il “lei” (terza persona singolare femminile) si riferisce:-) —

    E dopo averla trovata la stuprate in branco tra botte e grida gutturali ;-)

    Z.

  17. RitvanShehi says:

    >E dopo averla trovata la stuprate in branco tra botte e grida gutturali ;-) Z.< Non scherzare su queste cose che arriva Z con J davanti e ti cazzia!:-)

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