I nostri straordinari negoziatori palestinesi

Un altro articolo di Khalid Amayreh, che scrive stavolta da Ramallah. Con un’informazione inedita e una riflessione utile sulla recita in corso ad Annapolis.

2 dicembre 2007

Recentemente, il negoziatore palestinese Sa’eb Ureikat si è lasciato andare a un teatrino verbale per difendere la farsesca conferenza di Annapolis.

In una serie di interviste con i media palestinesi, sempre così disponibili, il "diavolo di Gerico", come lo chiamava Yasser Arafat, ha affermato che i negoziatori palestinesi stavano sostenendo una vera e propria battaglia con Israele per restaurare i diritti dei palestinesi.

Altri negoziatori palestinesi, per la maggior parte veterani della famigerata era di Oslo, hanno fatto dichiarazioni simili, allo scopo di ingannare le masse palestinesi perché concedessero il beneficio del dubbio alla recita di Annapolis.

Bene, se di battaglia si tratta, è del tutto chiaro che i negoziatori palestinesi vi si stanno avviando del tutto impreparati, nonostante l’esistenza di un Ufficio Affari Negoziali (Negotiations Affairs  Department – NAD), responsabile verso l’OLP, e anche di una ben avviata Unità di Sostegno ai Negoziati (Negotiations Support Unit – NSU) dove la corruzione, il nepotismo e il clientelismo regnano incontrastati.

La NSU è finanziata e controllata dall’Adam Smith Institute (ASI), un think tank di destra filoisraeliano con sede a Londra. L’ASI gestisce la NSU attraverso un certo Andrew Kuhn, che ha il titolo ufficiale di "Senior Policy Advisor".

L’ASI  si definisce come l’innovatore guida per il Regno Uniti di politiche concrete di economia di mercato. Da oltre 25 anni, è stato un pioniere nel movimento mondiale verso il liberismo, la riforma del settore pubblico e il libero commercio.

L’obiettivo principale dell’Istituto consiste nel "riformare i governi" e le "imprese statali" per "promuovere la scelta, la concorrenza, l’impresa e l’attenzione all’utente." Opera attraverso "la ricerca, conferenze, consulenza e discussioni nei media".

In che modo si possa affidare a tale istituto la formulazione di suggerimenti sulla maniera in cui i negoziatori palestinesi dovrebbero trattare le questioni riguardanti lo status finale rimane un mistero, almeno per questo autore.

A partire dal 1999, la NSU ha ricevuto decine di milioni di dollari da donatori europei: britannici (che pagano la maggior parte dei costi), norvegesi, olandesi e danesi.

C’è una grande segretezza attorno alle attività della NSU, in particolare riguardo alla sua trasparenza finanziaria e ai suoi legami internazionali non dichiarati. Fonti interne hanno fatto sapere che alcuni dirigenti della NSU ricevono grossi salari che arrivano fino a $15,000 al mese, oltre ad altri benefici non specificati.

Secondo tali fonti, la NSU, che è strettamente controllata dall’ASI, ha avuto istruzioni di evitare ogni contatto con quei palestinesi che respingono gli accordi di Oslo o che sono assocati a organizzazioni come Hamas. La NSU ha anche ricevuto il consiglio, da parte dei donatori, di stare lontana dai palestinesi o da altri che "hanno atteggiamenti massimalistici verso Israele e su temi chiave come il ‘diritto di ritorno’ e Gerusalemme."

La NSU ha avuto anche istruzioni di non dare consulenza legale al NAD e ai negoziatori palestinesi nel caso in cui tale consulenza fosse incompatibile con la lettera e lo spirito degli Accordi di Oslo e con i successivi accordi bilaterali tra Israele e l’Autorità palestinese (ANP).

Ad esempio, la NSU ha suggerito che l’ANP adottasse come posizione negoziale di apertura la richiesta che Israele si ritiri alle posizioni del 4 giugno 1967, con la possibilità di uno scambio territoriale che non superi il 5% dell’area totale della Cisgiordania.

Io non capisco per quale motivo l’ANP permette a un ente finanziato dall’estero di influire su una materia decisiva come i negoziati con Israele. Non ci sono esperti palestinesi abbastanza competenti per svolgere il lavoro? L’ANP non può avere una propria "Unità di sostegno ai negoziati" independente e palestinese?

Ho parlato recentemente con il prof. Ali Jerbawi, docente di scienze politiche all’Università di Beir Zeit e gli ho chiesto come mai i negoziatori palestinesi avessero deciso di fare del ritiro di Israele alle frontiere del 1967 e della soluzione della questione dei profughi in base alla risoluzione ONU 194 il tetto massimo delle loro richieste.

Jerbawi si è messo a ridere e ha detto: "Perché sono stupidi, perché sono ignoranti, perché non conoscono i principi fondamentali della trattativa. Anche mia nonna capiva che per ottenere un prezzo ragionevole per le proprie merci, devi prima chiedere il prezzo più alto possibile, per arrivare alla fine al prezzo che vuoi tu".

"Avrebbero dovuto aprire le trattative, partendo dalla risoluzione di spartizione del 1947, non dalle risoluzioni 242 e 338 dell’ONU. In fondo, se si devono condurre le trattative in base al diritto internazionale, i negoziatori palestinesi dovrebbero ricordare a Israele e al mondo che le frontiere del 1967 erano e sono ancora oggi le linee di un armistizio militare, non frontiere de jure".

Jerbawi ha ragione e ha colto il punto. Gli accordi di armistizio del 1949 hanno permesso a Israele di ottenere il 77% di tutta la terra della Palestina del Mandato britannico. Tali accordo diedero a Israele il diritto di occupare il 22% di territorio palestinese in più rispetto al territorio concesso allo Stato ebraico dalla Risoluzione di Spartizione n. 181 del 1947.

Ma ancora più importante, è chiaro che gli accordi dell’armistizio furono dettati esclusivamente da considerazioni militari e non politiche. Questo vuol dire che Israele non aveva alcun diritto legale a possedere i territori occupati durante le ostilità del 1948, oltre le linee specificate durante la Risoluzione di Spartizione.

Detto altrimenti, le uniche frontiere de jure e legali che Israele abbia mai avuto furono quelle specificate nella Risoluzione di Spartizione, e le frontiere israeliane precedenti al 1967 erano semplicemente frontiere de facto.

Quindi la linea dell’armistizio del 1949 non ha in alcun modo creato nuove frontiere de jure cui si possano attribuire prerogative di sovranità.

E’ interessante notare come tale punto di vista sia stato stipulato in maniera non ambigua nello stesso Accordo di Armistizio (Art. II, coma 2), che dichiara: "si riconosce anche che nessuna misura di questo accordo pregiudicherà in alcun modo i diritti, le rivendicazioni e le posizioni delle parti."

Allo stesso modo, l’art. VI, comma 9, dice: "Le Linee di Demarcazione dell’Armistizio definite agli articoli V e VI di questo accordo sono concordate tra le parti senza alcun pregiudizio a futuri accordi territoriali o linee di confine o rivendicazioni delle parti".

Alla luce di tutto ciò non sarebbe inaccettabile per i negoziatori palestinesi chiedere o insistere affinché Israele si ritirasse dietro le linee di spartizione del 1947. Anzi, al contrario, una simile insistenza, almeno come posizione per aprire le trattative, sarebbe perfettamente compatibile con la lettera e lo spirito delle relative risoluzioni ONU.

Non c’ dubbio che l’attuale strategia negoziale palestinese sia un disastro gigantesco da ogni punto di vista. Il motivo è chiaro. L’ANP, se prosegue sulla via che ha intrapreso, finirà per subire intense pressioni perché sia flessibile, tirandosi indietro dalla posizione negoziale iniziale, ad esempio accettando qualcosa in meno di un ritiro israeliano dalla Cisgiordania, dalla striscia di Gaza e soprattutto da Gerusalemme Est.

Facendo così, l’ANP non solo comprometterebbe le costanti nazionali della Palestina che afferma regolarmente e falsamente di sostenere, ma cederebbe in pratica alla visione israeliana secondo cui i territori occupati nel 1967 sarebbero in realtà territori contestati e non occupati.

Questa è una vera e propria calamità che si sarebbe dovuta scongiurare molto tempo fa. Però a causa della dilagante corruzione in tutta l’ANP, gli stessi difetti scandalosi che hanno caratterizzato il processo fallito di Oslo sono rimasti fondamentalmente immutati e in alcuni casi sono anche peggiorati.

So che i comandanti militari non dovrebbero essere licenziati in mezzo alla battaglia. Ma nel caso palestinese è assolutamente certo che affidare trattative strategiche con un avido Israele alle stesse vecchie facce fallite comporterà un disastro ancora maggiore.

Gli sterili anni di Oslo avrebbero dovuto insegnarci molte lezioni su come trattare le prevaricazioni e gli inganni israeliani. Ma il disastroso comportamento dei negoziatori dell’ANP dimostra che non hanno imparato praticamente nulla.

 

Originale da: PeacePalestine

Articolo originale pubblicato il 2 dicembre 2007

L’autore

Miguel Martinez è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l’integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=4280&lg=it

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9 Responses to I nostri straordinari negoziatori palestinesi

  1. RitvanShehi says:

    Ho parlato recentemente con il prof. Ali Jerbawi, docente di scienze politiche all’Università di Beir Zeit e gli ho chiesto come mai i negoziatori palestinesi avessero deciso di fare del ritiro di Israele alle frontiere del 1967 e della soluzione della questione dei profughi in base alla risoluzione ONU 194 il tetto massimo delle loro richieste.

    Jerbawi si è messo a ridere e ha detto: “Perché sono stupidi, perché sono ignoranti, perché non conoscono i principi fondamentali della trattativa. Anche mia nonna capiva che per ottenere un prezzo ragionevole per le proprie merci, devi prima chiedere il prezzo più alto possibile, per arrivare alla fine al prezzo che vuoi tu”.

    “Avrebbero dovuto aprire le trattative, partendo dalla risoluzione di spartizione del 1947, non dalle risoluzioni 242 e 338 dell’ONU. In fondo, se si devono condurre le trattative in base al diritto internazionale, i negoziatori palestinesi dovrebbero ricordare a Israele e al mondo che le frontiere del 1967 erano e sono ancora oggi le linee di un armistizio militare, non frontiere de jure”.

    Mi sembra lapalissiano. Senza essere io un Luminare di Scienze Politiche all’Università di Beir Zeit:-) mi son posto la domanda in uno scambio di battute con MMax tempo fa (e lui giustamente mi ha risposto che se gli stessi palestinesi partivano dal 1967, lui, ebreo, che ci poteva fare:-) ). Infatti, con tutta la simpatia possibile per Israele, non posso non trovare cervellotico l’atteggiamento dei negoziatori palestinesi che partono scegliendo come base negoziale la situazione del 1967!

  2. fmdacenter says:

    Sintesi, ve ne prego.

    Anche se arrivato a “masse palestinesi” ho capito che stavo perdendo tempo.

    Ci sono lessici che dicono tutto dello scrivente.

    Francesco

    PS Ritvan, forse perchè anche loro sanno che quella situazione è già il prezzo più alto possibile, non quello finale a cui puntano.

  3. JohnZorn says:

    Caro Ritvan

    Qualcuno dovrebbe ricordare all’imbecille che cosa prevede il diritto internazionale quando si perde una guerra,1967, perdipiù offensiva (sempre in base al diritto internazionale).

    Saluti

    JZ

  4. kelebek says:

    Per JZ n. 3

    Succede più o meno quello che è successo alla Polonia quando ha perso la guerra del 1939.

    Fatta questa premessa, la Palestina non era tra i contendenti nella guerra del 1967.

    Miguel Martinez

  5. fmdacenter says:

    O alla Germania nel 1945.

    Però la Germania non ha mai tpiù rotto i marroni per gli spostamenti di confini e popoli di allora.

    Francesco

  6. JohnZorn says:

    >Fatta questa premessa, la Palestina non era tra i contendenti nella guerra del 1967. < In effetti far combattere gli altri in tua vece è molto comodo… JZ

  7. kelebek says:

    Per n. 5, 6

    Vedi, ‘sti polacchi che fanno combattere gli altri per conto loro e poi non sono contenti di essere sconfitti e chiedono pure la rivincita.

    Miguel Martinez

  8. JohnZorn says:

    Parlavo dei Palestinesi, Miguel.

    Troppo comodo far guerra per 30 anni e poi dire “Eh, ma non erano i palestinesi, erano gli altri paesi arabi”…

    O no?

    JZ

  9. RitvanShehi says:

    Ritvan, forse perchè anche loro (i palestinesi-ndr) sanno che quella situazione (del 1967-ndr) è già il prezzo più alto possibile, non quello finale a cui puntano. Francesco<
    Ciononostante sono degli imbecilli se lo ammettono. Stavolta sono d’accordo col professore di Miguel (o è lui che è d’accordo con me:-) ).

    Caro Ritvan

    >Qualcuno dovrebbe ricordare all’imbecille che cosa prevede il diritto internazionale quando si perde una guerra,1967, perdipiù offensiva (sempre in base al diritto internazionale). Saluti JZ<
    Ehmmmm…quella del 1948 sarà stata “offensiva” (ad opera degli stati arabi confinanti), quella del Kippur pure, ma quella del 1967??!! Mi meraviglio che Miguel non ti abbia cazziato!:-).

    Il diritto internazionale è cambiato dai tempi della guerra franco-prussiana:-), caro JZ. L’ONU – che è stata creata un pochino dopo le spartizioni polacche, tedesche e quant’altro susseguenti alla II GM, ma prima della creazione dello Stato d’Israele – non riconosce l’acquisizione di territori mediante guerra, offensiva o difensiva che sia. Così è se ti pare.

    Ciao

    Ritvan

    P.S. Spero che dopo questa tirata il Mossad non mi tagli le sovvenzioni:-)

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