Letture

Per fare davvero un blog, bisognerebbe scrivere testi brevi e se possibile, anche intimi – in fondo, dicono che i blog siano dei diari virtuali.

In questo senso, non conduco (si può dire così?) un blog. Per me, il blog è un surrogato veloce e superficiale di un libro, che offre però il vantaggio di essere gratuito e facilmente accessibile.

Alla fine, di un post rimane poco; mentre un libro resta nella memoria. E soprattutto te lo puoi leggere sull’autobus o su una panchina.

Per questo, faccio un elenco di alcuni libri che ritengo importanti.

Inizierei con le opere di Jan Assmann. Jan Assmann vede le cose con uno sguardo che è davvero “da lontano”: è infatti un egittologo.

Parte dal mondo antico, per definire alcune fondamentali categorie del pensiero e del comportamento sociale umano.

Uno dei libri che mi hanno maggiormente influenzato è il suo studio sulla memoria culturale, cioè la maniera in cui gli esseri umani selezionano (o inventano) i fatti storici per crearsi un’identità di gruppo; ma Assmann ha anche scritto due testi decisivi sul monoteismo  e la creazione di ciò che lui chiama una “controreligione”, attraverso la “distinzione mosaica” che istituisce la “vera” religione contro quella “falsa”. Un gesto che ritroviamo ripetuto in innumerevoli realtà contemporanee.

Un momento chiave della storia è stata la creazione dell’impero britannico.

William Dalrymple, ultimo dei grandi viaggiatori aristocratici britannici, racconta la storia di un giovane inglese, emigrato in India alla fine del Settecento e inseritosi, come tanti suoi contemporanei, nella società indiana. Era possibile – e qui sta il grande interesse del libro – perché il mondo allora era segnato da guerre; ma non dall’assoluto, sprezzante dominio dell’Occidente. I ragazzi che partivano a sedici anni dall’Inghilterra per l’Oriente non percepivano il mondo in cui entravano come inferiore.

La fine di questa parità tra le culture arriva con il soffocamento della grande rivolta indiana del 1858: è ancora William Dalrymple a fare ciò che nessuno aveva fatto finora – raccontarla dal punto di vista degli indiani, cercando nei polverosi archivi di Delhi, e rivalutandone l’aspetto religioso, da molti dimenticato nell’invenzione del nazionalismo indiano.

Dalla grande rivolta, si passa a una delle tragedie più terribili (e dimenticate) della storia, quella che crea il Terzo Mondo. E’ Mike Davis a raccontarci gli “Olocausti tardovittoriani“, quando la politica liberista dell’Inghilterra distrusse le basi della società e dell’economia dell’India e della Cina, provocando una catena di carestie che causarono un numero di morti tra i 30 e i 60 milioni. Il lavoro di Mike Davis è eccezionale perché analizza con precisione e documentazione, senza alcuna retorica, i meccanismi che condussero all’orrore e al definitivo sorpasso dell’Occidente sull’Oriente.

I meccanismi psicologi di quel sorpasso vengono descritti, invece, dal narratore svedese, Sven Lindqvist, in tre libretti: uno dedicato alla cultura del bombardamento aereo, uno a quello del genocidio imperiale e uno alla maniera in cui è stata negata l’umanità autoctona dell’Australia.

Poi si ritorna ancora a William Dalrymple: Dalla montagna sacra racconta di un viaggio che lui ha fatto, a metà degli anni Novanta, dal monte Athos attraverso il Medio Oriente, fino ai monasteri copti dell’Egitto, alla ricerca delle tracce del cristianesimo orientale (Dalrymple è cattolico).

Dove scopriamo che la “triade semitica” di islam, giudaismo e cristianesimo hanno molto più cose in comune, nelle loro versioni “orientali”, di quante ne abbiano, ad esempio, con l’evangelismo statunitense o il sionismo.

Infine, sulla resistenza al dominio, un libro prezioso: l’intervista collettiva di Akeel Almarai e Alessandra Persichetti alla famiglia di un giovane siriano che aveva scelto di combattere contro l’invasione statunitense.  Lo so, l’ho già recensito, ma che ci posso fare, se non l’avete comprato?

Se non vi bastano per l’estate, ho comunque ancora qualche suggerimento.

Assmann, Jan
La memoria culturale: scrittura, ricordo e identita politica nelle grandi civilta antiche. Torino, Einaudi, 1997

Assmann, Jan
Mose l’egizio: decifrazione di una traccia di memoria, Milano, Adelphi, 2000

Assmann, Jan
Le prix du monothéisme. Paris, Flammarion, 2007

Dalrymple, William
Nella terra dei Moghul bianchi. Amore, tradimento e morte nell’India coloniale. Milano, Rizzoli, 2002

Dalrymple, William
Dalla montagna sacra. Milano, Rizzoli, 2002

Dalrymple, William
The Last Mughal: The Fall of a Dynasty: Delhi, 1857. Knopf Publishing Group, 2007

Davis, Mike
Olocausti tardovittoriani: El Nino, le carestie e la nascita del Terzo mondo. Milano, Feltrinelli, 2002

Lindqvist, Sven
Sei morto! il secolo delle bombe. Milano, Ponte alle Grazie, 2001

Lindqvist, Sven
Terra di nessuno: dalla prima occupazione britannica ai giorni nostri: viaggio nella terra australiana occupata dai bianchi. Milano, Ponte alle Grazie, 2005 

 Lindqvist, Sven
Titolo: Sterminate quelle bestie. Milano, Ponte alle Grazie, 2000

Persichetti, Alessandra e Almarai, Akeel
La caduta di Baghdad: venti giorni di jihad in Iraq nel racconto di un ragazzo arabo. Milano, Bruno Mondadori, 2006

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56 Responses to Letture

  1. Segnalo, su Assmann, la postfazione scritta insieme a sua moglie al seminario sulla teologia politica di San Paolo di Taubes. Alcune delle cose che Assmann scrive fuori dall’egittologia, comprese molte delle pagine decisive della ‘Memoria culturale’ sono geniali sviluppi delle posizioni di Jakob Taubes.

    emilio/millepiani

  2. diementicavo i riferimenti:

    J. Taubes, La teologia politica di san Paolo ; Adelphi, Milano 1997

    emilio/millepiani

  3. utente anonimo says:

    Assmann: a me sembrano geniali scopiature di Halbwachs.

    ruys

  4. kelebek says:

    Per ruys,

    non avendo letto Halbwachs, a me basta la geniale scopiazzatura :-)

    Comunque Assmann ha una grande chiarezza di esposizione.

    Miguel Martinez

  5. utente anonimo says:

    Non ho letto i libri che citi di Dalrymple, quindi la mia valutazione è tarata in partenza. Conosco però altri libri suoi, e devo dire che sebbene interessanti e scritti molto bene celano una vena di paternalismo non troppo nascosta. Che gli inglesi non fossero razzisti prima del “mutiny” mi sembra una affermazione quantomeno azzardata. Se a farla è un britannico, poi, siamo vicini alla malafede. Sottomettere una popolazione e poi reprimerla nel sangue se prova ad alzare la testa significa non percepire il mondo in cui si entra inferiore? Potrei elencare numerosi esempi, documentati da leggi del British Raj stesso, ma mi taccio.

  6. utente anonimo says:

    Ho scordato la firma.

    Fonemio

  7. utente anonimo says:

    #3

    ruys capisco cosa intendi, ma è limitato a una lettura superficiale di la memoria culturale. Conobbi Halbwachs grazie ad un mio vecchio professore, Cavicchia Scalamonti che credo ancora insegni, e la sua casa editrice. In effetti per il suo esame c’erano 4 libri della sua casa editrice… e vabbè non significa nulla, i quadri sociali della memoria resta un grande libro, come pure il kern che come introduzione ci faceva studiare… un libro che prestai e ho perso, Halbwachs, ma del quale ricordo ancora il tratto vagamente psicanalitico tipico degli anni venti… ma era un grande libro.

    Il fatto è che Assmann fa un discorso completamente diverso da quello psicanalitico… lo fa pure quasi settanta anni dopo, c’è da dire… Assmann parte da considerazioni antropologiche disposte sul tavolo col suo rigore di storico, storico vero, e sfocia… nella teologia politica! lontano anni luce da Halbwachs! se lo segui lungo il percorso Mosè l’egizio (che nn si trova più tanto facilmente, c’è da dire, e costava pure parecchio) fino a Potere e Salvezza ci ritrovi pari pari Taubes – come faceva giustamente notare millepiani – da un punto di vista più “laico” del nostro caro rabbi.

    Il mio primo incontro con Assmann fu abbastanza tiepido… lessi il libretto la morte come tema culturale rimanendone pienamente deluso… ancora oggi molte delle cose di quel libro nn mi convincono, lo scrissi all’epoca nella tesi, ma più tardi ho cominciato ad apprezzare il rigore degli altri libri, che vanno letti, assolutamente.

    Mosè l’egizio in primis, se l’adelphi si degnasse di ristamparlo in economica…

    diego

  8. kelebek says:

    Per Fonemio n. 5

    Dalrymple ha l’occhio di un aristocratico britannico (anzi, scozzese) – un tocco di ironia, di distacco. lo sguardo dell’osservatore che osserva l’esotico dell’altro (e quindi in qualche modo ne sorride).

    In fondo, i libri di viaggio sono possibili solo se si parte dalla considerazione delle differenze.

    Tutto questo, però, è lontano dal razzismo, che è rigetto dell’altro e/o pretesa di “educarlo”. Cosa da cui Dalrymple è lontanissimo.

    Dalrymple, diciamo, è uno che scopre un comportamento per noi “strano”; non lo nasconde, e quando vede i nostri sguardi esterrefatti, dice, “beh? e perché no?”

    Miguel Martinez

  9. falecius says:

    Akeel Almarai è stato il mio lettore di arabo al primo anno.

  10. falecius says:

    E “sterminate quelle bestie di Lindqvist” è un capolavoro. Io l’ho trovato per caso, in offerta all’edicola della stazione di Santa Lucia a Venezia. Serendipity pura.

  11. utente anonimo says:

    diego,

    Halbwachs fa un discorso in risposta a freud, perche quell’assunto sulla memoria di freud necessitava di essere analizzato (e confutato in caso) sul piano sociologico.

    Assmann utlizza con disinvoltura il dato antropologico per dare una ricostruzione storica e poi approdare ad una posizione filosofica sulla “teologia della politica”. mi pare molto spurio, e ha quel non so che di gia sentito, di gia letto. a chi risponde assmann? in che ambito si muove? dio benedica la multidisciplinarità, ma qui siamo tutti 60 anni dopo Halbwachs, in antropologia un discorso come quello di assmann sarebbe superfluo e fortemente criticabili nell’uso delle fonti. siccome quello è il mio punto di vista, questa è la mia opinione tutto li. quindi in sintesi siccome non mi interessa dove porta (e come porta) il discorso assmann rimango piu interessato dall’idea originale e dal dibattito originale con freud.

    ruys

  12. utente anonimo says:

    Sono confuso ed esterefatto dalle complesse architetture dialettiche di questo sito…lascio un commento al sito in generale, in cui mi sono imbattutto casualmente, per esprimere il mio stupore ed ammirazione per l’elevato livello culturale dell’ anti-antiislamismo di cui vi fate alfieri (me pare)…conciòsiacosachè non mi pare di poter condividere in toto il merito – considerato pure che il blog è pervaso di clitoridi volanti – nè capisco il metodo, però il modo non offende..

    ciao edoardo

  13. kelebek says:

    Grazie, Edoardo :-)

    Miguel Martinez

  14. utente anonimo says:

    Hmm, edoardo. Quella congiunzione è molto pericolosa. Quando vittorio alfieri iniziò a leggere un libro dell’aureo cinquecento, il galateo di monsignor della casa, se non erro, letta la prima parola, conciòeccetera appunto, gettò difilato il libro e non volle più leggerci riga.p

  15. utente anonimo says:

    “Dalla Montagna sacra” di Dalrymple l’ho letto a suo tempo proprio su segnalazione di Miguel. Mi sento di raccomandarlo senz’altro anch’io :-)

    C.

  16. utente anonimo says:

    Non conosco nessuno dei libri citati, cercherò di recuperare, ma colgo l’occasione del tema di questo post per proporvi anch’io una lettura interessante: “Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni”

    Jared Diamond

    Un po’ ripetitivo, ma interessante e, a mio parere, abbastanza obiettivo (“qualunque cosa significhi”).

    Marco Pugliese.

  17. utente anonimo says:

    >>>a chi risponde assmann? in che ambito si muove?

    Ti capisco (penso di capirti) ruys, domande legittime che mi ponevo anch’io tre anni fa, ambendo alla fuga dalle discipline grazie al trampolino dell’antropologia (e di certa psicanalisi! perchè in me batte ancora un cuore lacaniano, ecco tutto!) epperò cercando di restare ancorato al “rigore” accademico. “La morte come tema culturale” sapeva di stantio, tuttora è un libro che mi è particolarmente antipatico. Però sai da quando ho cominciato ad apprezzare Assmann? Da quando ho

    abbandonato (meglio: lasciato un attimo da parte) i vari Levy-Brhul, Appadurai e Guidieri (per lavoro! ;)) per spostarmi in ambito più “storico”. La mia via di Damasco si chiama Santo Mazzarino, Adolf von Harnack, Emile Schurer per intenderci. O meglio, si chiama Tertulliano di Cartagine, Eznik di Kolb, Ephrem di Nisibi: le fonti. Si chiama Paolo di Tarso. E l’estro della storia scritta dagli storici, delle raccolte epigrafiche, dei cataloghi di manoscritti, è decisamente meno accattivante di quello di altre discipline delle scienze umane. Anche perchè richiede, il lavoro dello storico (vero), un rigore nella raccolta dei dati e nell’esposizione non inferiore a quello del fisico: le barriere all’ingresso nella comunità di coloro che si occupano di storia antica come professione – quelli lontani dalla storia spettacolare, per intenderci – richiedono standard elevatissimi e una certa dose di “disciplina” che a noi spesso può apparire come chiusura mentale. Ma questa disciplina e questo rigore servono ad una sola cosa: la verificabilità “empirica” di quello che si dice, o si ricostruisce. O il tentativo di raggiungerne/costruirne una.

    L’antropologia continentale aborre questa cosa della verificabilità empirica, si pone in un altro universo epistemico… e quando adotta delle “griglie” culturali diventa semplicemente grottesca. E io però non dico che sia un errore, anzi: è il giusto peso che serve a controbilanciare un solo punto di vista.

    A chi risponde Assmann? In primo luogo agli storici, ai quali appartiene. E la sua chiarezza espositiva in grado di “raggiungere” chiunque dimostra da sola questa sua provenienza. Quello che perde in estro e in appeal lo recupera in ordine, semplicità e chiarezza. Dipende pure dal pubblico che ti cerchi, ovvio. Derrida scriveva per chi sapeva leggerlo, e bene.

    Assmann evidentemente scrive per tutti, senza nulla togliere all’intelligenza e all’intuizione. Il suo è un tentativo “ordinato” di spiegare le dinamiche che legano il religioso e il politico, trovando nella memoria culturale il collante adatto. Taubes fa lo stesso, ma non si può leggere Taubes senza conoscere bene tutto il contesto in cui si muove: immagino ne esca fuori la sensazione di esoterismo. Assmann è l’esatto contrario: azzera l’iniziazione del lettore. Questa cosa gli leva il “fascino” spettacolare che una certa intelligecija richiede. Ma gli permette di fare chiarezza tra approcci difficilmente conciliabili.

    Ti faccio un esempio, che mi richiederà tempo, che chiamo “la carne del maiale”.

    Ieri per puro caso tra i commenti a questo post di Miguel, nel giro di due ore diversi interventi (tra i quali il tuo e il mio) hanno fornito quattro “spiegazioni” al tabu sul consumo di carne di maiale nell’ebraismo/islam. Quattro spiegazioni diametralmente differenti, ma tutte egualmente valide. Non mi azzarderei mai a sceglierne una, però potrei tentare di “ordinarne” gli approcci, distinguendone principalmente due: uno “interno” alla norma alimentare, l’altro “esterno”. Quello dei talebani citato da AbdelQader è certamente interno, e ha una sua logica, così come quello delle midrash o di qualche hadith. Paradossalmente l’approccio di Taubes (che tra tutti gli autori segnalati è forse quello che “capisco” meglio) alla teologia politica si avvicina a questo primo tipo di approccio: interno perchè Taubes era un ebreo fortemente credente, e il suo discorso si muove dalla fede comunque. Al secondo tipo di approccio – quello “esterno” alla norma alimentare – appartengono tutte le altre “spiegazioni” di ieri: qui farei un’altra distinzione, raggruppando la spiegazione di AbdelQader (maiale come competitore alimentare) e quella di Migliarini (problemi di digestione/alimentazione dovuti al clima) come facenti parte di una sorta di “ecosociologia empirica” alla Diamond, che delega solo – o in larga misura – a fattori esterni, “naturali”, lo sviluppo dell’umano come risposta funzionale. Il secondo gruppo dell’approccio “esterno” è il nostro, che richiama dei modelli culturali di “ordine” determinatisi storicamente, in base appunto alle stratificazioni di “memorie culturali”. Io tra tutti gli approcci non saprei quale scegliere. Il primo approccio è lontano da me, ma se ci fossi dentro non mi concederebbe il dubbio. L’approccio esterno apparentemente mi fornisce la sicurezza del “dato”, ma non appena la spiegazione si dovesse incrinare, mi lascerebbe nel motore spento della “macchina mitologica” che la scienza in effetti è. Poi mi accorgo che per AbdelQader la spiegazione “igienica” (digestione/assimilazione) è quella “islamicamente” corretta. Allora capisco che la tassonomia che ho appena stilato tra gli aprrocci è valida per me, ma falsa per AbdelQader, poichè per lui un approccio che per me è “esterno” va senza dubbio considerato “interno” al rispetto della norma alimentare. La mia disciplinarietà crolla di fronte alle parole di AbdelQader, al quale non posso dare torto.

    Questo mi insegna che il mio tentativo di ordinare le discipline è piuttosto arbitrario, e se voglio farlo devo tenere sempre conto di una comunità di riferimento che mi incatena.

    Assmann è uno di quelli che ha trovato il modo per non farsi “incatenare” dalla sua “comunità” di storici e di diffondersi anche in ambiti completamente diversi. Come ha fatto? Chiarezza di esposizione, appunto. Semplicemente. Lo trovi citato nei testi afferenti alle discipline più disparate.

    Halbwachs – per quel pochissimo che ricordo – è affascinante, più di Assmann. Come Tarde e le sue leggi dell’imitazione, a mio parere la vera origine di Debord, ma chi se lo ricorda? Nessuno. Ci piace pensare che ciò avvenga perchè “gli altri” non capiscono, ci piace credere di appartenere ad un’elite di fortunati fruitori di autori off, fuori dalle mode culturali/editoriali. E se invece semplicemente i nostri cari autori non fossero muniti di quella chiarezza che serve a rendere “disponibili” delle conoscenze anche fuori dalla propria comunità di riferimento?

    diego

  18. utente anonimo says:

    >>>a chi risponde assmann? in che ambito si muove?

    Ti capisco (penso di capirti) ruys, domande legittime che mi ponevo anch’io tre anni fa, ambendo alla fuga dalle discipline grazie al trampolino dell’antropologia (e di certa psicanalisi! perchè in me batte ancora un cuore lacaniano, ecco tutto!) epperò cercando di restare ancorato al “rigore” accademico. “La morte come tema culturale” sapeva di stantio, tuttora è un libro che mi è particolarmente antipatico. Però sai da quando ho cominciato ad apprezzare Assmann? Da quando ho

    abbandonato (meglio: lasciato un attimo da parte) i vari Levy-Brhul, Appadurai e Guidieri (per lavoro! ;)) per spostarmi in ambito più “storico”. La mia via di Damasco si chiama Santo Mazzarino, Adolf von Harnack, Emile Schurer per intenderci. O meglio, si chiama Tertulliano di Cartagine, Eznik di Kolb, Ephrem di Nisibi: le fonti. Si chiama Paolo di Tarso. E l’estro della storia scritta dagli storici, delle raccolte epigrafiche, dei cataloghi di manoscritti, è decisamente meno accattivante di quello di altre discipline delle scienze umane. Anche perchè richiede, il lavoro dello storico (vero), un rigore nella raccolta dei dati e nell’esposizione non inferiore a quello del fisico: le barriere all’ingresso nella comunità di coloro che si occupano di storia antica come professione – quelli lontani dalla storia spettacolare, per intenderci – richiedono standard elevatissimi e una certa dose di “disciplina” che a noi spesso può apparire come chiusura mentale. Ma questa disciplina e questo rigore servono ad una sola cosa: la verificabilità “empirica” di quello che si dice, o si ricostruisce. O il tentativo di raggiungerne/costruirne una.

    L’antropologia continentale aborre questa cosa della verificabilità empirica, si pone in un altro universo epistemico… e quando adotta delle “griglie” culturali diventa semplicemente grottesca. E io però non dico che sia un errore, anzi: è il giusto peso che serve a controbilanciare un solo punto di vista.

    A chi risponde Assmann? In primo luogo agli storici, ai quali appartiene. E la sua chiarezza espositiva in grado di “raggiungere” chiunque dimostra da sola questa sua provenienza. Quello che perde in estro e in appeal lo recupera in ordine, semplicità e chiarezza. Dipende pure dal pubblico che ti cerchi, ovvio. Derrida scriveva per chi sapeva leggerlo, e bene.

    Assmann evidentemente scrive per tutti, senza nulla togliere all’intelligenza e all’intuizione. Il suo è un tentativo “ordinato” di spiegare le dinamiche che legano il religioso e il politico, trovando nella memoria culturale il collante adatto. Taubes fa lo stesso, ma non si può leggere Taubes senza conoscere bene tutto il contesto in cui si muove: immagino ne esca fuori la sensazione di esoterismo. Assmann è l’esatto contrario: azzera l’iniziazione del lettore. Questa cosa gli leva il “fascino” spettacolare che una certa intelligecija richiede. Ma gli permette di fare chiarezza tra approcci difficilmente conciliabili.

    Ti faccio un esempio, che mi richiederà tempo, che chiamo “la carne del maiale”.

    Ieri per puro caso tra i commenti a questo post di Miguel, nel giro di due ore diversi interventi (tra i quali il tuo e il mio) hanno fornito quattro “spiegazioni” al tabu sul consumo di carne di maiale nell’ebraismo/islam. Quattro spiegazioni diametralmente differenti, ma tutte egualmente valide. Non mi azzarderei mai a sceglierne una, però potrei tentare di “ordinarne” gli approcci, distinguendone principalmente due: uno “interno” alla norma alimentare, l’altro “esterno”. Quello dei talebani citato da AbdelQader è certamente interno, e ha una sua logica, così come quello delle midrash o di qualche hadith. Paradossalmente l’approccio di Taubes (che tra tutti gli autori segnalati è forse quello che “capisco” meglio) alla teologia politica si avvicina a questo primo tipo di approccio: interno perchè Taubes era un ebreo fortemente credente, e il suo discorso si muove dalla fede comunque. Al secondo tipo di approccio – quello “esterno” alla norma alimentare – appartengono tutte le altre “spiegazioni” di ieri: qui farei un’altra distinzione, raggruppando la spiegazione di AbdelQader (maiale come competitore alimentare) e quella di Migliarini (problemi di digestione/alimentazione dovuti al clima) come facenti parte di una sorta di “ecosociologia empirica” alla Diamond, che delega solo – o in larga misura – a fattori esterni, “naturali”, lo sviluppo dell’umano come risposta funzionale. Il secondo gruppo dell’approccio “esterno” è il nostro, che richiama dei modelli culturali di “ordine” determinatisi storicamente, in base appunto alle stratificazioni di “memorie culturali”. Io tra tutti gli approcci non saprei quale scegliere. Il primo approccio è lontano da me, ma se ci fossi dentro non mi concederebbe il dubbio. L’approccio esterno apparentemente mi fornisce la sicurezza del “dato”, ma non appena la spiegazione si dovesse incrinare, mi lascerebbe nel motore spento della “macchina mitologica” che la scienza in effetti è. Poi mi accorgo che per AbdelQader la spiegazione “igienica” (digestione/assimilazione) è quella “islamicamente” corretta. Allora capisco che la tassonomia che ho appena stilato tra gli aprrocci è valida per me, ma falsa per AbdelQader, poichè per lui un approccio che per me è “esterno” va senza dubbio considerato “interno” al rispetto della norma alimentare. La mia disciplinarietà crolla di fronte alle parole di AbdelQader, al quale non posso dare torto.

    Questo mi insegna che il mio tentativo di ordinare le discipline è piuttosto arbitrario, e se voglio farlo devo tenere sempre conto di una comunità di riferimento che mi incatena.

    Assmann è uno di quelli che ha trovato il modo per non farsi “incatenare” dalla sua “comunità” di storici e di diffondersi anche in ambiti completamente diversi. Come ha fatto? Chiarezza di esposizione, appunto. Semplicemente. Lo trovi citato nei testi afferenti alle discipline più disparate.

    Halbwachs – per quel pochissimo che ricordo – è affascinante, più di Assmann. Come Tarde e le sue leggi dell’imitazione, a mio parere la vera origine di Debord, ma chi se lo ricorda? Nessuno. Ci piace pensare che ciò avvenga perchè “gli altri” non capiscono, ci piace credere di appartenere ad un’elite di fortunati fruitori di autori off, fuori dalle mode culturali/editoriali. E se invece semplicemente i nostri cari autori non fossero muniti di quella chiarezza che serve a rendere “disponibili” delle conoscenze anche fuori dalla propria comunità di riferimento?

    diego

  19. utente anonimo says:

    >>>a chi risponde assmann? in che ambito si muove?

    Ti capisco (penso di capirti) ruys, domande legittime che mi ponevo anch’io tre anni fa, ambendo alla fuga dalle discipline grazie al trampolino dell’antropologia (e di certa psicanalisi! perchè in me batte ancora un cuore lacaniano, ecco tutto!) epperò cercando di restare ancorato al “rigore” accademico. “La morte come tema culturale” sapeva di stantio, tuttora è un libro che mi è particolarmente antipatico. Però sai da quando ho cominciato ad apprezzare Assmann? Da quando ho

    abbandonato (meglio: lasciato un attimo da parte) i vari Levy-Brhul, Appadurai e Guidieri (per lavoro! ;)) per spostarmi in ambito più “storico”. La mia via di Damasco si chiama Santo Mazzarino, Adolf von Harnack, Emile Schurer per intenderci. O meglio, si chiama Tertulliano di Cartagine, Eznik di Kolb, Ephrem di Nisibi: le fonti. Si chiama Paolo di Tarso. E l’estro della storia scritta dagli storici, delle raccolte epigrafiche, dei cataloghi di manoscritti, è decisamente meno accattivante di quello di altre discipline delle scienze umane. Anche perchè richiede, il lavoro dello storico (vero), un rigore nella raccolta dei dati e nell’esposizione non inferiore a quello del fisico: le barriere all’ingresso nella comunità di coloro che si occupano di storia antica come professione – quelli lontani dalla storia spettacolare, per intenderci – richiedono standard elevatissimi e una certa dose di “disciplina” che a noi spesso può apparire come chiusura mentale. Ma questa disciplina e questo rigore servono ad una sola cosa: la verificabilità “empirica” di quello che si dice, o si ricostruisce. O il tentativo di raggiungerne/costruirne una.

    L’antropologia continentale aborre questa cosa della verificabilità empirica, si pone in un altro universo epistemico… e quando adotta delle “griglie” culturali diventa semplicemente grottesca. E io però non dico che sia un errore, anzi: è il giusto peso che serve a controbilanciare un solo punto di vista.

    A chi risponde Assmann? In primo luogo agli storici, ai quali appartiene. E la sua chiarezza espositiva in grado di “raggiungere” chiunque dimostra da sola questa sua provenienza. Quello che perde in estro e in appeal lo recupera in ordine, semplicità e chiarezza. Dipende pure dal pubblico che ti cerchi, ovvio. Derrida scriveva per chi sapeva leggerlo, e bene.

    Assmann evidentemente scrive per tutti, senza nulla togliere all’intelligenza e all’intuizione. Il suo è un tentativo “ordinato” di spiegare le dinamiche che legano il religioso e il politico, trovando nella memoria culturale il collante adatto. Taubes fa lo stesso, ma non si può leggere Taubes senza conoscere bene tutto il contesto in cui si muove: immagino ne esca fuori la sensazione di esoterismo. Assmann è l’esatto contrario: azzera l’iniziazione del lettore. Questa cosa gli leva il “fascino” spettacolare che una certa intelligecija richiede. Ma gli permette di fare chiarezza tra approcci difficilmente conciliabili.

    Ti faccio un esempio, che mi richiederà tempo, che chiamo “la carne del maiale”.

    Ieri per puro caso tra i commenti a questo post di Miguel, nel giro di due ore diversi interventi (tra i quali il tuo e il mio) hanno fornito quattro “spiegazioni” al tabu sul consumo di carne di maiale nell’ebraismo/islam. Quattro spiegazioni diametralmente differenti, ma tutte egualmente valide. Non mi azzarderei mai a sceglierne una, però potrei tentare di “ordinarne” gli approcci, distinguendone principalmente due: uno “interno” alla norma alimentare, l’altro “esterno”. Quello dei talebani citato da AbdelQader è certamente interno, e ha una sua logica, così come quello delle midrash o di qualche hadith. Paradossalmente l’approccio di Taubes (che tra tutti gli autori segnalati è forse quello che “capisco” meglio) alla teologia politica si avvicina a questo primo tipo di approccio: interno perchè Taubes era un ebreo fortemente credente, e il suo discorso si muove dalla fede comunque. Al secondo tipo di approccio – quello “esterno” alla norma alimentare – appartengono tutte le altre “spiegazioni” di ieri: qui farei un’altra distinzione, raggruppando la spiegazione di AbdelQader (maiale come competitore alimentare) e quella di Migliarini (problemi di digestione/alimentazione dovuti al clima) come facenti parte di una sorta di “ecosociologia empirica” alla Diamond, che delega solo – o in larga misura – a fattori esterni, “naturali”, lo sviluppo dell’umano come risposta funzionale. Il secondo gruppo dell’approccio “esterno” è il nostro, che richiama dei modelli culturali di “ordine” determinatisi storicamente, in base appunto alle stratificazioni di “memorie culturali”. Io tra tutti gli approcci non saprei quale scegliere. Il primo approccio è lontano da me, ma se ci fossi dentro non mi concederebbe il dubbio. L’approccio esterno apparentemente mi fornisce la sicurezza del “dato”, ma non appena la spiegazione si dovesse incrinare, mi lascerebbe nel motore spento della “macchina mitologica” che la scienza in effetti è. Poi mi accorgo che per AbdelQader la spiegazione “igienica” (digestione/assimilazione) è quella “islamicamente” corretta. Allora capisco che la tassonomia che ho appena stilato tra gli aprrocci è valida per me, ma falsa per AbdelQader, poichè per lui un approccio che per me è “esterno” va senza dubbio considerato “interno” al rispetto della norma alimentare. La mia disciplinarietà crolla di fronte alle parole di AbdelQader, al quale non posso dare torto.

    Questo mi insegna che il mio tentativo di ordinare le discipline è piuttosto arbitrario, e se voglio farlo devo tenere sempre conto di una comunità di riferimento che mi incatena.

    Assmann è uno di quelli che ha trovato il modo per non farsi “incatenare” dalla sua “comunità” di storici e di diffondersi anche in ambiti completamente diversi. Come ha fatto? Chiarezza di esposizione, appunto. Semplicemente. Lo trovi citato nei testi afferenti alle discipline più disparate.

    Halbwachs – per quel pochissimo che ricordo – è affascinante, più di Assmann. Come Tarde e le sue leggi dell’imitazione, a mio parere la vera origine di Debord, ma chi se lo ricorda? Nessuno. Ci piace pensare che ciò avvenga perchè “gli altri” non capiscono, ci piace credere di appartenere ad un’elite di fortunati fruitori di autori off, fuori dalle mode culturali/editoriali. E se invece semplicemente i nostri cari autori non fossero muniti di quella chiarezza che serve a rendere “disponibili” delle conoscenze anche fuori dalla propria comunità di riferimento?

    diego

  20. utente anonimo says:

    Scusate, non vi ho letti, lo faccio più tardi quando ho un po’ di tempo_

    Ma intanto, ci sarebbe in linea qualche facoltoso filantropo che voglia comprare quai libri con la sua Visa, anche usati, e spedirmeli??

    ……

    ovviamente scherzo – ma non tantissimo – non mi vergognerei di elemosinare libri come non mi vergognerei di elemosinare pane se vivessi nella fame_

    L.M.

  21. utente anonimo says:

    Breve contributo alla Storia del Maiale

    Probabilmente in ere passate o in altre dimensioni, sparse in eoni tra granelli di polvere nell’orlo della tunica di dio, uomo e maiale erano la stessa cosa…Se non avete capito guardate “l’albero degli zoccoli” e la voce tremante del porco al massacro vi potrebbe commuovere.

    Ciao

    Edoardo

    p.s.

    Male fece l’Alfieri, se mai lo fece, a gettare il galateo, senza la forma la sostanza si squaglia e la quaglia s’invola

  22. utente anonimo says:

    “Probabilmente in ere passate o in altre dimensioni, sparse in eoni tra granelli di polvere nell’orlo della tunica di dio, uomo e maiale erano la stessa cosa…”

    ehmm… spero proprio di no!

    “a voce tremante del porco al massacro vi potrebbe commuovere.”

    sì ma hai mai sentito il capretto e l’agnello? E scommetto che anche il pesce, potesse esprimersi, non salterebbe di gioia nel sapersi prossimo alla frittura.

    Paolo

  23. calmansi says:

    Per fare davvero un blog, bisognerebbe scrivere testi brevi e se possibile, anche intimi – in fondo, dicono che i blog siano dei diari virtuali.

    Lo dicono (e prima, lo dicevano degli e-mail) alcuni universitari autointronizzatisi esperti della “comunicazione con ICT”. Loro hanno bisogno di secernere tassonomie per giustificare il proprio posto di lavoro. Era già lo stesso con i generi letterari: corsi tipo “La tragedia da Eschilo a Lessing”.

    Grazie per le letture consigliate!

    Claude

  24. utente anonimo says:

    “considerato pure che il blog è pervaso di clitoridi volanti

    ciao edoardo”

    Ops… me li sono persi! :-)

    Seriamente: dove sono??

    Paolo

  25. utente anonimo says:

    Caro Miguel – un giorno mi sono proposto di farmi una listina della spesa di tutte le letture che consigli – non perché ti veda come guru, ma perché mi sembra un ottimo percorso, coerente, di imparare seguendo una linea di pensiero benprecisa, e avendo piena coscienza di seguirla_

    Dato che sono un diacono del relativismo, nonostante Ritvan all’inizio mi affibbiasse tutti gli altri -ismi gli venissero in mente, non pretenderei mai considerare la linea indicata da te come Verità – ma devo dire che non si trova da nessun’altra parte del web nostrale un percorso così chiaramente indicato_

    Ovviamente per poterli comprare e leggere sono in fase di contrattazione di un mutuo 40ennale con Geronzi in persona – e così, per combatterli finirò per arricchirli a camionate con interessi da “fiduciaria colombiana”_

    + + + + + + + +

    @@

    Diego e Ruys

    Diego – davvero limpido il tuo #17 – scusa una curiosità: sei te quello che ha messo Miguel fra i suoi links come “l’eremita”?? e perché lo hai definito così?

    Tutti e due – io ho sempre avuto un po’ di gastroenterite ad avvicinarmi alla saggistica – in realtà l’unico VERO AMORE VITALE della mia esistenza è l’Arte – ma mi piacerebbe sapere una cosa: uno che parte dal livello 0,06 e non è passato per alcuna “iniziazione”, come me, se si butta sulla bibliografia che citate voi e che consiglia Miguel, quante possibilità ha di capire e quante di fare una confusione da Animal House??

    L.M.

  26. utente anonimo says:

    Paolo #22

    hanno trovato una lingua su cui posarsi e riposare – come avranno fatto anche tanti uccelli_

    pardonnez moi le défaut de politesse_

    L.M.

  27. kelebek says:

    Per Leonardo,

    se torni a Firenze te li presto tutti :-)

    Comunque, io non sono uno che ama le letture complicate.

    Nessuno dei libri che cito è contorto, e nemmeno pieno di difficili paradossi come può essere Adorno (che mi piace molto, ma che non consiglierei mai come lettura).

    Solo Assmann è un po’ complesso, ma ha la straordinaria capacità di farti arrivare alla complessità per passi di una chiarezza estrema.

    Mi ricordo vagamente che Socrate parlava da qualche parte di uno schiavo ignorante ma sveglio, e di come fosse possibile insegnargli le più complesse verità della matematica: ecco, quando leggo Assmann mi sento molto quello schiavo.

    Miguel Martinez

  28. utente anonimo says:

    OK Miguel – tornerò di sicuro, purtroppo – e ti ringrazio dell’offerta – te la ricorderò alla prima “gita teppistica” che faremo a Roma_

    L. (black cock bloc – Ah Ah) M.

  29. falecius says:

    Miguel, accetti attestati di stima sui commenti? questo è il mio.

  30. utente anonimo says:

    Io ho letto , sempre segnalato da miguel ,Il pianeta degli slums di Mike Davis, mi è piaciuto molto. Bisogna leggerlo per forza se vogliamo capire qualcosa di questo nostro tempo e mondo.

    Ora mi cerco dello stesso autore Olocausti tardo vittoriani, e Dalla montagna sacra.

    maria

  31. utente anonimo says:

    Diego,

    ti rigranzio della lugna replica, per semplicità pero qualcosa taglio e non rispondo a tutto.

    Per me l’antropologia richiede una seria scienza e attenzione ai dati, anche se la verificabilità empirica è un sogno morto con marvin harris, scienza difficile non significa “ognuno scriva quello che vuole”. Se dall’antropologia si passa alla storia per me il passaggio è orientarsi a david sabean, carlo ginzburg o johannes fabian. Rimanere ancorati fortemente al dato etnografico non tanto alla analisi antropologica.

    L’approccio di Assmann è il contrario, ritenere alcuni ragionamenti e abbracciare un dato diverso che non è piu l’etnografia. L’antropologia è stata troppo spesso una filosofia di serie B che si prestava a ciò, ma oggi a 40 anni da basic color terms di berlin&kay, a 35 da interpratation of cultures di geertz non è piu quello, ha attraversato e superato la crisi del post-modernismo, solo che se ne sono accorti in poco e ancora oggi ce chi cita levi-strauss e si sente di sapere di antropologia ma magari non sa chi è frederik barth (tutti e due viventi tralatro). Ma che la gente legga piu volentieri Castaneda perche è affascinante e non riesca a leggere berlin&kay non è che mi fa cambiare idea su chi sia da leggere e chi no. non tutto puo passare alla divulgazione, ma magari si puo cercare di spingere perche passi qualcosa di buono e recente, invece che qualcosa di ex-buono. Per me Assmann parla a tutti ma dice cose che sono state ampiamente dibattute in linguistica percui mi sembrano superflue.

    Sul maiale fai malissimo a non seguire la Douglas;)

    L.M.

    i libri che cita miguel non fanno confusione, pero suppongo ci sia un motivo percui hai la gastroenterite, e cioè che in realtà non ti interessa quella cosa. sei gia piu fortunato della media degli esseri umani ad avere una passione per l’arte. coltiva quella passione, la vita è una non so se valga la pena concentrarsi su troppe cose.

    ruys

  32. utente anonimo says:

    #23

    >perché lo hai definito così?

    tra gli Arcani Maggiori mi pareva l’unico appropriato ;)

    >quante possibilità ha di capire

    boh… alla fine i libri belli sono loro a venire da te… di solito di quelli che cerco mi restano solo i titoli e in capa a me pretendo d’averli capiti (senza leggerli, ma nn lo dite a nessuno…)

  33. utente anonimo says:

    #29

    >superato la crisi del post-modernismo

    quando vado a casa di mia madre in bagno trovo spesso Donna Moderna. l’articolo del sedicente antropologo non manca mai. forse le crisi si superano così e non l’abbiamo ancora capito.

    bando agli scherzi, io all’antropologia ci tenevo molto. Ma la vivevo in maniera romantica, troppo per farne professionalità: in effetti “frederik barth” non lo conosco, così come non ho mai letto un libro intero di Levi-Strauss ;)

    Pensa, io millantavo conoscenze antropologice sulla scorta di Segalen o di Hertz e la “mano destra”… con gli americani mi fermai a Sahlins e Goody, gli altri mi davano l’impressione degli elenchi telefonici o dei cut-up quando andava bene :) Provai con la Spivak ma non c’era verso: il giocattolo mi si era rotto tra le mani. alla fine decisi che erano gli autori ad interessarmi e i loro ambienti, non quello che dicevano.

    e così sono stato tagliato fuori ;)

    ma resta tutto ancora qui, nel mio cuoricino…

    diego

  34. utente anonimo says:

    diego,

    no non lo superano cosi, il superamento non arriva a donna moderna, non arriva neppure nel dibattito accademico in italia ;) ma c’è, bisogna spingersi altrove ma c’è.

    barth chai ragione non si scrive cosi ma fredrik, vabe. chiedo venia. rimane il piu grande antropologo di campo vivente, levistrauss è una grande mente analitica, ma come si dice per prenderlo in giro è stato sul terreno una settimana, e quella settimana pioveva a dirotto :D

    ruys

  35. utente anonimo says:

    #32

    ruys so che ti deluderò profondamente, e mi dispiace, ma io davvero non mi ricordo (=non conosco) fredrik barth… mi hai fatto venire un tale dubbio che sono andato a pigliare l’ultimo libro di antropologia culturale® che mi fotocopiai all’università, l’edizione italiana di Borofsky, e in effetti nell’indice lo vedo citato un numero impressionante di volte!

    Mi accorgo che c’è persino un suo saggio* che – scopro con orrore – avevo letto persino! senza ricordarmelo!!!

    Non c’è niente da fare la memoria non m’aiuta, però se è importante come dici è per me davvero imbrazzante questo fatto… stanotte me lo (ri?)leggo ;)

    diego

    *”Una prospettiva personale sui compiti dell’antropologia culturale e sociale” [sic.]

  36. Ritvanarium says:

    Oh, bentornato Kelebek … ti sei fatto anche l’ Avatar … ma cos’ è ?

    Non mi sembra una Farfalla, è una Fenice ?

    DavidRitvanarium

  37. utente anonimo says:

    diego 33,

    desisti dal (ri)leggerlo! lhai gia letto e qualcosa sarà passato, se non è rimasto nulla poco importa. era solo per fare un esempio. le cose importanti sue sono altre, o meglio l’approccio è importante per capire cosa fa, ma è l’applicazione che conta.

    al massimo rileggilo mentre con un occhio fai qualcosaltro, saltando le righe e arrivando presto in fondo:D

    ruys

  38. kelebek says:

    Per Ritvanarium n. 34

    E’ un’immagine tratta da un tessuto messicano, nulla di straordinario. Ecco la versione ingrandita:

    http://farm2.static.flickr.com/1374/771097369_ad4d17c3da_o.jpg

    Miguel Martinez

  39. utente anonimo says:

    >per esprimere il mio stupore ed ammirazione per l’elevato livello culturale dell’ anti-antiislamismo di cui vi fate alfieri (me pare)… edoardo< Te pare male, fratello. E poi quel “vi” non vuol dire un cazzo. Se leggi con attenzione e con un po’ di pazienza, ti accorgerai che i commenti antiislamici sono solo una minoranza.
    Ciao

    Ritvan

  40. utente anonimo says:

    Ritvan – minghiazza fragippolona – hai scritto tanto quanto un mulo da stenografe in questi giorni_

    Ma che cazz** ti sei trapiantato le falangi di Chuck Norris??

    L.M.

  41. utente anonimo says:

    @@

    Ruys – e Diego, di rinquarto_

    Primo – vedi, per uno come me sarebbe facilissimo, anche troppo, partire con la mente e la passione carnale per Urano e osservare le “formichine terrestri” da lassù_ Ma la curiosità mi fotte_ In pratica ho cominciato da alcuni anni a sentire un piacevole pizzicore verso l’idea di “capire come funziona ‘sto mondo baldracco” – o almeno capirlo meglio di ieri e peggio di domani_ E poi non sono nemmeno uno a cui piacciano i percorsi troppo facili – mannaggia a Caronte e a Idomeneo_

    Però mi rendo conto che ci saranno limiti fisiologici nell’affrontare certe materie troppo a fondo senza molte basi e senza una “guida” – materie, le vostre, che considero incredibilmente appassionanti_ E mi rendo anche conto che il mio amore mi porterà sempre verso altre insenature, rubandomi alla dedizione e alla fermezza dello studioso_ Ma 2 o 3 tuffi ce il farò lo stesso nelle vostre acque, per essere testone – sperando di non annegare_

    Secondo – io ho sempre avuto la forte impressione che le discipline umane e sociali, sociologia, politica, economia, ma anche psicologia e perfino medicina in un certo senso, non si potessero “giudicare” o “misurare” con gli stessi canoni e strumenti “empirico-materiali-meccanici” delle discipline fisiche_ E mi sembra che il provare a farlo ne abbia ritardato lo sviluppo per qualche decennio, lasciandole rimbalzare in una specie di limbo senza vera identità scientifica, e quindi in difficoltà di valore_ Ora mi sembra che negli ultimi 20/25?? anni abbiano cominciato a uscire da quella sabbia mobile del “guardate quanto siamo scientifiche anche noi, proprio come la geologia e l’astronomia”, e si siano indirizzate più verso un cammino proprio_ Però non mi sembra abbiano ancora trovato un vero “metodo”, una base di approdo e di ricostruzione_ E credo sia un grosso problema che i Flosofi della Scienza e gli Accademici di tutte le vostre materie si dovranno porre, mentre vanno avanti quotidianamente_

    Qual’è la vostra opinione? Quanto la mia si deve all’ignoranza? E quanto distacco c’è effettivamente fra la conoscenza comune e la realtà odierna di quelle materie? perché anche quest’ultimo, benché un sottoproblema, non è poi così minore_

    L.M.

  42. utente anonimo says:

    Bene, come buona notte, o buon giorno…

    La meravigliosa rivista satirica cilena “The Clinic” negli ultimi numeri ha pubblicato tre copertine una più spettacolare dell’altra – tre speciali_

    Nella prima – speciale Ecologia – troneggia la foto di due elefanti che si accoppiano – e sotto, a caratteri cubitali:

    ” ¡La tierra está caliente! ”

    Nella seconda, commovente fino alle risate – speciale di Centrodestra – un ritratto del “Tata”, Pinochet, in uniforme – e sotto a caratteri cubitali:

    ” ¡ÍDOLO! ”

    Ma nella terza, che considero la più geniale – speciale Fascista – è riprodotta la classica foto anni ’50 della famiglia perfetta statunitense_ Moglie bionda, con camicina bianca, capelli legati, nasino all’insù, sorrisone angelicale – marito con taglio di capelli alla James Stewart, viso rassicurante, profilo perfetto, camicia e maglione a V – un figlio e una figlia identici a loro – tutti che guardano all’orizzonte, oltre il lettore, estasiati dall’ottimismo – e sullo sfondo un granaio_

    Sotto a caratteri megalitici:

    ” ¡GOLPE YA! ” (Golpe subito!!)

    Roba da farti uscire l’intestino da solo, dalle risate_ Almeno secondo me_

    L.M.

  43. utente anonimo says:

    >Ritvan – minghiazza fragippolona – hai scritto tanto quanto un mulo da stenografe in questi giorni_

    Ma che cazz** ti sei trapiantato le falangi di Chuck Norris?? L.M.< Invidia, eh?:-)
    Dai, non fare così, tu resti sempre il NUMBER ONE:-)

    Ciao

    Ritvan

  44. utente anonimo says:

    >…islam, giudaismo e cristianesimo hanno molto più cose in comune, nelle loro versioni “orientali”, di quante ne abbiano, ad esempio, con l’evangelismo statunitense o il sionismo.

    E non credi che le religioni del libro abbiano più cose in comune tra loro di quante ne hanno con l’alpinismo, il socialismo, l’autismo e il fototropismo?

    Da quando il sionismo è diventato una religione (nel mondo reale intendo, non a paperopoli)?

    m.

  45. utente anonimo says:

    islam, giudaismo e cristianesimo … come sono nella versione statunitense?

    magari magari si assomigliano un pochino tra loro?

    a volte ci sono osservazioni di una superficialità così impressionante che devi indossare lo scafandro per scoprirne il senso vero …

    Francesco

  46. utente anonimo says:

    #39

    >>> Ora mi sembra che negli ultimi 20/25?? anni abbiano cominciato a uscire da quella sabbia mobile del “guardate quanto siamo scientifiche anche noi e si siano indirizzate verso un cammino più proprio

    Lo sai, a me sembra l’esatto contrario… così, a naso.

    >>>quanto distacco c’è effettivamente fra la conoscenza comune e la realtà odierna di quelle materie?

    ma io non ne ho la minima idea ;), però torno all’esempio di Donna Moderna: se nessuno sta lì a smentirmi l’autorità di un tale o di una articolo che si fregia di un titolo “accademico”, articolo che negli intenti sarà anche valido ma che per esigenze “editoriali” viene semplificato fino a stravolgerne completamente il senso e la portata, automaticamente viene legittimato come tale ed in effetti la distanza tra “conoscenza comune” e “realtà della disciplina” viene azzerata, nel bene e nel male.

    E io ancora non riesco a dare un giudizio definitivo su questa dinamica che sento meno paradossale di quanto sembri.

    poi boh, davvero, io ne sono fuori ;>

    diego

    ps: l’altra sera mi capitò di vedere su canale 5 un documentario (statunitense) che smentiva gli allarmi sul mutamento climatico globale. per far questo venivano intervistati una rosa di scienziati, come si usa fare in questo tipo di documentari, ripresi alle prese con macchinari esotici, computer, animazioni e trivellazioni varie. Tutti costoro fornivano diversi tasselli per specificare al telespettatore assonnato che il mutamento climatico è una stronzata messa in piedi dalla Tatcher non mi ricordo per quale evento politico dell’epoca. Come puoi immaginare basta essere un po’ più svegli, magari perchè quel giorno non hai lavorato o perchè sei riuscito a dormire un po’ di più prima, per nutrire dei dubbi legittimi su quell’esercito di scienziati sarcastici che ti sono stati presentati in tutta la loro efficienza empirica. Ma io personalmente non mi metterò mai a controllare il curriculum accademico di tutta quella gente, ci avrò pure una vita insomma. Ecco, di fronte a questa cosa penso che in effetti una “comunità” separata dalla “conoscenza comune” (laddove questa viene edificata da chi ha il dominio della distribuzione delle informazioni) preposta a verificare quei titoli fornisca comunque una minima garanzia di controllo non alle eventuali panzane, ma alle manipolazioni funzionali della ricerca.

    Sarà un apporto minimo e, in fin dei conti, trascurabile alla genuinità della ricerca, ma è sempre meglio di niente ;)

  47. kelebek says:

    Per francesco n. 43

    Sono assolutamente d’accordo. Non ho tirato in ballo l’Islam statunitense, perché consiste in due varianti totalmente diverse:

    1) una religiosità molto privata e borghese di immigrati benestanti (votarono in maggioranza per Bush, prima dell’11 settembre).

    2) i vari Islam dei neri, anch’essi molto americani, ma in senso diverso.

    Miguel Martinez

  48. utente anonimo says:

    La sai una cosa? ”Terra Nullius” di Sven Lindqvist l’ho letto perfino io! Con tutto che sto in Svezia, prima di aver letto il suo nome in questo blog, probabilmente, non avrei neanche saputo che esisteva.”Surrogato veloce e superficiale”, dici tu. Però, questi ”surrogati” offrono a una persona come me la possibilità di dare un’occhiata in direzioni diverse dalle solite, di porsi domande che altrimenti non ci si sognerebbe nemmeno di porsi. Di questo ti voglio ringraziare.

    Anna

  49. utente anonimo says:

    “Senza aver letto”. Non “Prima di”.

    :-/ (Sempre Anna)

  50. utente anonimo says:

    >ripresi alle prese con macchinari esotici,…diego< Ecco, per la serie kelebekiana “La Costruzione Dell’Immaginario Collettivo” mi interesserebbe molto sapere com’è fatto un “macchinario esotico”:-) Ciao
    Ritvan

  51. utente anonimo says:

    #48

    più o meno così:

    ;)

    diego

  52. utente anonimo says:

    lm 39

    >Qual’è la vostra opinione? Quanto la mia si deve all’ignoranza? E quanto distacco c’è effettivamente fra la conoscenza comune e la realtà odierna di quelle materie?<
    è tutta una questione di contesto. prima miguel citava lo schiavo di menone e il teorema di pitagora, si potrebbe dire “con pazienza e con vasella lelefante incula la gazzella”. due modi di dire la stessa cosa, che i divari di conoscenza sono colmabili e non ci sono saperi incomprensibili alla mente umana.

    il distacco tra accademia e saper comune c’è, ma cosa cambia? senza andare su autori magari sconosciuti, chomsky è abbastanza conosciuto in ambienti “antimperialisti”. ma c’è gente che di chomsky conosce solo la fase “usa-boia” e c’è gente che conosce solo la grammatica generativo-transformazionale. non credo proprio che a sapere piu cose in un ambito specialistico renda migliori degli altri, maggiormente consapevoli di come gira il mondo o altro. se ti avvicini alla linguistica o all’antropologia per cercare risposte ti conviene rivolgerti a saperi dotati di verità finale (tipo la religione o la politica). ti ritroveresti con conoscenze specialistiche e le tue domande inrisolte.

    ruys

  53. utente anonimo says:

    ringrazio Ruys e Diego_

    solo, Ruys, resto con il forte dubbio che una conoscenza media-avanzata di Antropologia, Sociologia, Economia, Comunicazione, etc.. non possa rispondere a varie e ben determinate questioni_

    L.M.

  54. utente anonimo says:

    Ritvan – modestly (Hua Hua!!)

    L.M.

  55. utente anonimo says:

    Caro Ritvan …”Te pare male, fratello. E poi quel “vi” non vuol dire un cazzo. Se leggi con attenzione e con un po’ di pazienza, ti accorgerai che i commenti antiislamici sono solo una minoranza. …” mi spiace constatare che tu non hai letto con atenzione io ho detto anti -antislamici, non perche tartaglio, ma perchè intendevo l’esatto contrario di quello che hai capito tu…

    Edoardo

  56. utente anonimo says:

    >Caro Ritvan….mi spiace constatare che tu non hai letto con atenzione io ho detto anti -antislamici, non perche tartaglio, ma perchè intendevo l’esatto contrario di quello che hai capito tu… Edoardo< Hai ragione. Scusa, fratello.
    Ciao

    Ritvan

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