Messico tra Conquista e Cristeros (XIV)

Alla prima parte

Stato di Sonora.

Luogo di nascita di Plutarco Elías Calles. Governerà il Messico, a vario titolo, dal 1924 al 1934; provocherà e condurrà la guerra contro i Cristeros.

Da Sonora verranno tutti i principali dirigenti del suo regime.

Sonora è una regione immensa, ai confini con gli Stati Uniti: oggi, non a caso, ha la percentuale più alta di persone condannate per narcotraffico del Messico.

L’angolo più remoto del Messico, deserto, monti, steppa. Eppure ricca.

Ci sono le miniere, che appartengono in genere a ditte statunitensi: quando, nel 1906, i minatori messicani della Cananea Consolidated Copper Company chiesero uno stipendio pari a quello dei loro colleghi statunitensi, intervennero da oltre frontiera i Rangers dell’Arizona, facendone strage.

Poi c’è il ganado, il bestiame che  subito dopo la conquista si è riprodotto incessantemente, sconvolgendo l’alimentazione e il senso del territorio.

I  proprietari terrieri criollo avevano condotto una lunga guerra all’agricoltura per ottenere spazio per il loro ganado, [1] ma Sonora è la regione dove hanno avuto più successo: oggi, un milione di capi vanno a morire ogni anno negli Stati Uniti, per alimentare l’immensa macchina della macdonaldizzazione planetaria.

Subito a nord di Sonora, si trova l’Ovest degli Stati Uniti. L’ideologia americana, con il suo culto dell’individuo standardizzato, ce ne offre una visione di uomini liberi a cavallo, ma senza dirci che cosa ci stavano a fare lì.

Erano lì, per sorvegliare il bestiame, che in pochi decenni si era impossessato di una regione apparentemente sconfinata, ovviamente con lo sterminio sistematico della fauna autoctona, quadrupede ma anche bipede.

C’era un unico sistema per privatizzare quel mondo: il filo spinato, che nacque nell’Ovest per fare poi una magnifica carriera, dai campi di concentramento degli spagnoli a Cuba, ai gulag, ad Auschwitz, ai posti di blocco della Palestina.

"It’s barbed wire for the devil’s hat band,
And barbed wire blankets down in hell."
[2]

I cowboy, come indica il loro nome, dovevano semplicemente radunare il bestiame e portarlo ai terminali ferroviari.

Dai terminali ferroviari, il bestiame, proprietà di un numero ristretto di aziende (in gran parte inglesi) veniva macellato nell’immenso complesso di fabbriche di Chicago, tra le disassembly lines, le "catene di smontaggio", dove a metà Ottocento Charles Leyden si faceva pagare un dollaro ciascuno da cinquecento spettatori, perché vedessero come – usando la prodigiosa slaughtering machine – lui macellava e preparavo un manzo in 4 minuti e 45 secondi.[3]

Poi, grazie ai nuovi sistemi di refrigerazione, la carne veniva distribuita, prima negli Stati Uniti e poi attraversava l’Oceano, dove serviva per nutrire l’esercito con cui l’Inghilterra teneva sotto di sé gran parte del mondo.

Per mantenere quell’esercito e comprare quella carne (e ovviamente, anche altre cose), si faceva uso delle tasse delle colonie e dei profitti delle grandi imprese del centronord dell’Inghilterra, che vendevano i loro prodotti tessili in India e in Cina.

Vendendo quei prodotti tessili a prezzi di produzione di massa agli orientali – e dove non bastava, anche con imposizioni di forza – l’Inghilterra aveva distrutto sistematicamente l’intero sistema di artigianato dell’India e della Cina. 

All’inizio del Settecento, un contadino inglese e uno cinese facevano una vita comparabile. Alla fine dell’Ottocento, tra i due c’era un abisso immenso, che non era dovuto solo al progresso del primo, ma al regresso del secondo.

Ma per l’India c’era una forma di compensazione: la produzione di oppio per il mercato cinese, aperto dagli inglesi con due guerre.

La globalizzazione non è un’invenzione moderna…

Anche Sonora rientra in questo mercato. I signori della regione hanno paura degli Stati Uniti, ma vorrebbero somigliarle. E’ in questo amore-odio che nascono molti dei regimi-giardiniere del Novecento, da quello messicano a quello di Reza Shah Pahlevi in Iran.

Cosa impedisce che il Messico, così vasto e potenzialmente ricco, diventi come gli Stati Uniti? si chiedono i Calles.

La zavorra, si rispondono da soli, è il Messico antico – indio, contadino, inestricabilmente cattolico-pagano; cioè lo stesso nemico di Porfirio Díaz: proprio colui contro cui ebbe inizio la Rivoluzione.

Infatti, Díaz e Calles condussero entrambi guerre durissime contro i nativi del Sonora, gli irriducibili Yaqui. A ogni tentativo degli "yori" – i non yaqui – di impossessarsi delle loro terre, seguì una dura rivolta.

Dopo una guerra terribile, Porfirio Diaz, deportò i due terzi degli yaqui a lavorare, praticamente come schiavi, nelle piantagioni di henequén, dove la maggior parte morì.

L’orrore si ribalta in esotismo: con le ossa degli yaqui, gli schiavisti costruirono le loro ville; e con i fantasmi degli schiavisti, si costruisce l’esotismo mediatico planetario e la fabbrica dell’antropologia umana dei nostri tempi.

Infatti, sarà nella villa di una piantagione di henequén che si ambienterà, nel 2004, la reality "La Talpa":

 "Amanda Lear coinvolge 12 personaggi dello spettacolo in una lunga e faticosa gara di sopravvivenza in un luogo affascinante e misterioso, lo Yucatan, la mitica terra dei Maya".

Gli yaqui, sopravvissuti si schierano, comprensibilmente, con la Rivoluzione; ma quando chiedono la restituzione delle loro terre, vengono subito attaccati dai loro nuovi alleati.

Nel 1917, sarà l’allora generale Plutarco Elías Calles a dire che "lo Stato è pronto a tutto pur di ottenere la pacificazione degli yaqui, senza escludere la possibilità di arrivare allo sterminio totale della tribù, se fosse necessario".

Non si arriverà allo sterminio, ma per tredici anni, il governo darà una caccia spietata ai guerriglieri yaqui, nascosti nella sierra del Bacatete, uccidendo o deportando i prigionieri.

mujer

Note:

[1] Una storia incessante di piccole incursioni, di acquisti con documenti falsi, di sequestro di terre che si presumevano abbandonate; o anche semplicemente di vendita da parte di indios che non potevano, altrimenti, pagare le tasse.

[2] Edwin Ford Piper, "Barbed Wire", 1924, citato in Alan Krell, The Devil’s Rope. A Cultural History of Barbed Wire, Reaktion Books, London, 2002.

[3] Marco D’Eramo, Il maiale e il grattacielo. Chicago: una storia sociale del nostro futuro, Feltrinelli, 1999, p. 32.

(Continua…)

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20 Responses to Messico tra Conquista e Cristeros (XIV)

  1. utente anonimo says:

    Un immigrato di ritorno dall’America, al tempo del mio famoso nonno comunista, era così assillato dalle domande su come fosse la vita là, che si era ridotto a dare due risposte standard:

    “Vuoi sapere com’è l’America? Beh, hai presente una pianta di fichi? Ecco, tutt’un’altra cosa!”

    e

    “In America c’è una macchina che tu da una parte ci metti dentro il maiale intero, e dall’altra esce salame, salsiccia, prosciutto. Non ti piace il salame? Ce lo rimetti dentro e esce il maiale!”

    Paolo

  2. kelebek says:

    [OT] Domanda per sciitI, farsofoni e affini…

    Oggi su Repubblica ho visto la foto di Moqtada al-Sadr che parla da un podio con un’immagine che, per un cristiano, raffigurerebbe senza ombra di dubbio, San Giuseppe, la Madonna e Gesù Bambino.

    Qualcuno mi sa dire se si tratta di un’immagine sciita, o di un discorso presso qualche comunità cristiana?

    Miguel Martinez

  3. utente anonimo says:

    (non tanto) OT:

    a proposito di Repubblica, hai visto questa?

  4. utente anonimo says:

    Per Miguel n. 2 (mi sento chiamato in causa, visto che sono sciita, personfono e affino :-))

    Sì, l’ho vista anch’io.

    Non mi sembra Muqtada al-Sadr, a meno che di recente non abbia fatto una pesante cura dimagrante;

    L’uomo nel dipinto appare senza turbante, è quindi assai improbabile che sia un’iconografia di qualche Imam sciita. Sembra proprio essere la natività di Gesù

    Potrebbe quindi essere uno sciita libanese ritratto durante una manifestazione pubblica organizzata da cristiani del Libano. Boh?

    Ale

  5. falecius says:

    Questo post è da incorniciare.

  6. concordo con l’incorniciamento del post….

    ottimo davvero…

    a presto

    orso

  7. utente anonimo says:

    Questi post sarebbero da pubblicare, pensate se sulla stampa quotidiana si potessero leggere simili cose, invece di quell’accozzaglia rimasticata che ci propinano.

    maria

  8. utente anonimo says:

    mi spieghi perchè gli inglesi avrebbero montato tutto sto popò di roba per vendere sottocosto i loro tessuti?

    tanto più che la clientela (almeno quella indiana) non aveva molta scelta, ho letto che venne loro proibito per legge di lavorare la materia prima – non so i cinesi.

    insomma, sempre affascinante ma ti capitasse una vacanza a Londra, fare come Carletto e studiare economia alla British Library?

    poi torni e illumini i discepoli corniciai :)

    Francesco

  9. falecius says:

    Ma non è che una cabala di politici ed industriali inglesi si riunì in un sotterraneo di londra e decide di montare il popò di roba… semplicemente, la situazione alla fine dell’Ottocento era quella. :)

  10. utente anonimo says:

    Io ce l’ho solo col sottocosto, a parte l’idea orrenda dello scisma e della Chiesa anglicana, naturalmente.

    Per il resto il problema con gli inglesi è l’assoluta sporporzione tra i mezzi e i risultati, credo che l’unica spiegazione sia un intervento massiccio e diretto del diavolo per almeno un paio di secoli … almeno

    Francesco :))))

  11. falecius says:

    Francesco: non ho capito il punto della sproporzione: comunque penso che il nostro Miguel scrivendo “sottocosto” non intendesse quello che pensi tu. (spiegherà lui, se vuole) :)

  12. kelebek says:

    Per Francesco n. 10

    Hai assolutamente ragione sul “sottoscosto”.

    Adesso cambio le frase.

    Grazie

    Miguel Martinez

  13. utente anonimo says:

    Caro Miguel,

    confessa che per i temi della maturità hanno chiesto la tua consuenza!

    Francesco ;)

  14. kelebek says:

    Per Francesco n. 13

    Beh, spero che non abbiano copiato il mio “sottocosto” :-)

    Miguel Martinez

  15. falecius says:

    hanno fatto errori molto più gravi :)

  16. utente anonimo says:

    Grande Paolo #1 – fantastico!!

    Concordo con Maria #7 – e spero che concordino abbastanza un po’ tutti_

    (Beato) L.M. (Ecumenista)

  17. utente anonimo says:

    Chissà perché mi sono venute in mente le “enclosures” inglesi del xvi-xvii secolo e la frase di tommaso moro che in inghilterra gli uomini non mangiano le pecore, ma le pecore gli uomini.

    È difficile commentare questa serie di post, belli come sono.p

  18. utente anonimo says:

    Mi riferivo al titolo no global e no metropolis che sembra una volgarizzazione delle tesi di Miguel, o alla pizza sul postneocolonialismo.

    Un rinfrescante tuffo negli anni ’70, del resto stanno pure rifacendo i film dell’epoca, tipo le colline hanno gli occhi

    per p: il fulcro intellettuale del dibattito è proprio quello, la battaglia contro i beni comuni condotta dai liberali inglesi all’epoca. se avevano ragione, ho ragione io; se avevano torto, ha ragione Miguel; se dipende, ha ragione Prodi.

    Ciao

    Francesco

  19. utente anonimo says:

    >Vendendo quei prodotti tessili a prezzi di produzione di massa agli orientali – e dove non bastava, anche con imposizioni di forza – l’Inghilterra aveva distrutto sistematicamente l’intero sistema di artigianato dell’India e della Cina. MM<
    E oggi, vendendoci i suoi prodotti a prezzi di produzione di..laogai, la Cina sta mandando in malora le aziende europee. Idem per la siderurgia indiana che sta sterminando i famosi produttori di tondini bresciani. E’ la legge del contrappasso:-). C’est la vie.

    Ciao

    Ritvan

    P.S. Ah, quasi dimenticavo, la carne per i bieki hamburgers non viene da Chicago: qui la produce in maniera orgogliosamente autarchica:-) un certo Cremonini. Globalizzazione sì, ma con juicio, Miguel!:-)

  20. utente anonimo says:

    data la differenza dei costi di fabbricazione tra artigianato e industria, non mi sto strappando troppo i capelli (pochi)

    alla fine si sarebbe finiti lì in ogni caso.

    Francesco

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