Messico tra Conquista e Cristeros (VI)

Alla prima parte

La nostra percezione della storia del Messico è falsata da due fantasie contrapposte e complici.

C’è quella degli inglesi, che dovevano attribuire ogni male al loro grande avversario, una tesi che mette "Spagna" e "Chiesa" insieme, come due monolitici mali. E quella degli apologeti cattolici, che vedono nella Conquista una grande opera, ma sempre dovuta a "Spagna" e "Chiesa".

In realtà, le cose sono molto più difficili da afferrare.

Ogni sei mesi, la Flotta partiva dalla Spagna, con gli ordini del re e quegli spagnoli, certo non un gran numero, così disperati da rischiare tutto andando nel Nuovo Mondo.

Dopo un mese e mezzo, se sopravviveva ai temporali, la Flotta raggiungeva la Nueva España.

E ci volevano quattro mesi, poi, per andare con i carri nelle regioni più remote del paese.

La Flotta tornava, carica di argento (e anche delle ricchezze delle Filippine, che ci mettevano altri mesi per arrivare fino ad Acapulco e per attraversare le montagne del Messico), e questa volta doveva evitare non solo i temporali.

Ad aspettare la flotta c’erano infatti gli avi dei moderni contractor, i privateer inglesi con le loro lettere di corsa e le loro navi, società per azioni in cui si investiva nella speranza di ripartire il bottino.

A decidere della realtà in Messico, almeno nel primo periodo, furono i molti Michele da Cuneo. I conquistatori, infatti, non costituivano per nulla un esercito.

Il continente fu conquistato da liberi imprenditori, in genere piccoli artigiani, spesso plebei, raramente piccoli nobili, quasi mai militari.

Non ricevevano né stipendio né divisa, ma avevano la promessa di parte del bottino e un’encomienda, un "affidamento": il diritto di ricevere tributi e lavoro forzato dagli indigeni sottomessi.[1]

Le encomiendas si concedevano in base al capitale investito in queste imprese commerciali, che si chiamavano infatti compañías: unico legame con la Spagna erano gli adelantados, le concessioni "anticipate" che la corona vendeva alle companias, cedendo i titoli a certe terre in cambio di un quinto del bottino.

Anche per questo, le terre dovevano rendere subito, a qualunque prezzo umano.

Gli imprenditori della conquista si insediavano solo dove trovavano molti indios da far lavorare per loro: la maggior parte del Messico non fu in realtà mai completamente sottomessa. 

Questi imprenditori ebbero moltissimi figli dalle loro Camballe, volontarie e no, e comunque plurali: gli arabi scoprirono la poligamia su grande scala quando invasero la Persia, gli spagnoli in Messico, gli inglesi in India.

Ogni grado di mescolanza aveva un proprio nome, insieme vincolante e spregiativo:

Criollo (spagnolo) con india, mestizo,
mestiza
con criollo, castizo,
castizo
con criollo, criollo,
criollo
con negra, mulato,
mulata
con criollo, morisco,
morisco
con criollo, chino,
chino
con india, salta atras,
salta atr
ás con mulata, lobo,
lobo
con china, jíbaro,
jíbaro
con mulata, albarazado,
albarazado
con negra, cambujo,
cambujo
con india, zambaigo,
zambaigo
con loba, calpa mulato,
calpa mulato
con cambuja, tente en el aire,
tente en el aire
con mulata, no te entiendo,
no te entiendo
con india, torna atrás [2]

In un certo senso, tutti questi costituivano una famiglia. Ma in questa famiglia solo lo spagnolo, il criollo, era un adulto.

I Michele da Cuneo, poi, dovevano fare i conti con i propri alleati: il Messico fu conquistato anche grazie ai guerrieri invisibili, le migliaia e migliaia di indigeni che colsero l’occasione per ribellarsi contro gli aztechi.

Tutto il tessuto era tenuto insieme da un unico filo: il dominio simbolico della Chiesa.

Prima di tutto, la Chiesa giustificava il potere: l’invincibile Cortés si inginocchiò ostentamente davanti ai primi religiosi arrivati dalla Spagna.

Dimostrava così, ai nativi messicani, che la sua vittoria aveva una fonte, in grado poi di legittimare qualunque cosa avrebbe fatto in seguito l’empresario della conquista.

Ci sono stati dei frati che hanno denunciato con coraggio la violenza, rifacendosi anche ad antiche correnti del pensiero cattolico.

Ma la Chiesa è un’organizzazione, e non c’è dubbio che quell’organizzazione ha giustificato l’esproprio che era alla base di quella violenza: non c’è Messori che tenga.

La Chiesa benediceva, poi, quella famiglia di sanguemisti dai bizzarri nomi, di cui il criollo era padre e patriarca a vita. Facendo così, manteneva gli altri membri nel loro stato di perenne infanzia.

Eppure concedeva lo status di umanità a questi altri familiari.

La Chiesa infatti, tramite la Vergine di Guadalupe, assunse ed espresse l’anima di comunità che avevano e hanno una visione sacra anche della realtà più profana.

In questo, l’oppio e il té si confondono.

La Chiesa non è solo veicolo di salvezza individuale, come nel mondo protestante e capitalista.

Nell’America contadina, si esiste da sempre come membri di una comunità, che permette di sopravvivere alla violenza dello sfruttamento, di condividere ciò che si ha, di integrare vita e morte.

La Chiesa ha saputo farsi anima della comunità, come i Michele da Cuneo non avrebbero mai saputo fare.

Cosa fondamentale, la Chiesa è spettacolo e rito, che i vuoti gusci del monumentalismo laicista non potranno sostituire.

La Controriforma costituisce la prima grande Guerra delle Immagini della storia[3], in cui il genio artistico del clero produce monumenti straordinari, fuochi d’artificio, immagini che fanno leva sul dolore, la speranza e la tenerezza.

Negli angoli remoti dell’Impero, quelli che non interessavano direttamente agli imprenditori della conquista, il cattolicesimo ha subito trasformazioni straordinarie.

Gli indomiti Yaqui, che avevano sconfitto gli eserciti spagnoli, nel 1610 invitarono due gesuiti e si fecero, a modo loro, cattolici.

Crearono confraternite che gestivano i riti, dedicati alla Vergine Maria e al Padre che però è Gesù.

Alla Vergine e a Gesù, si offrono ancora oggi le danze del cervo e del coyote, per conciliare il mondo animale, quello umano, quello dei fiori e  della morte: i fiori, o le anime, nascono dal sangue versato durante la crocifissione.

Crearono una gerarchia religiosa propria, in cui il "Maistro" tuttora celebra il rito tridentino in latino, omettendo solo la consacrazione.

Con i gesuiti, gli yaqui si organizzarono in una prospera comunità, che fu sciolta con la cacciata dei Gesuiti nel 1730, una delle prime tappe della lunga guerra che le autorità avrebbero condotto contro di loro.

E, come vedremo, la grande organizzazione ecclesiastica sarà sempre pronta a tradire.

Nota:

 [1] Si pensi a Juán Valiente, nato da qualche parte a sud del Senegal, schiavo, impiegato a Puebla in Messico: in un sistema volto allo sfruttamento degli indios, i neri erano spesso gli assistenti armati dei loro padroni o semplici simboli di status sociale, e diversi parteciparono alla conquista.

Juán riuscì a convincere il suo padrone a mandarlo in un’impresa di conquista per quattro anni, in cambio dei suoi guadagni. Combattè in Perù, poi cambiò ditta e partecipò alla conquista del Cile, ottenendo una proprietà fuori Santiago.

Dopo la scadenza dei quattro anni, il padrone lo cercò a lungo attraverso tutto l’immenso continente, per farlo rientrare o almeno vendergli la libertà, ma il conquistatore nero fu ucciso prima in battaglia, dagli araucani, i nativi del Cile. La sua storia viene raccontata da Matthew Restall, in Seven Myths of the Spanish Conquest, Oxford University Press, 2003.

[2] Si veda Florencio Zamarripa, Anecdotario de la Insurgencia, Editorial Futuro, Mexico, 1960.

Le qualifiche venivano citate sul certificato di battesimo. I genitori di José María Morelos, forse la più grande figura rivoluzionaria dell’Ottocento e visibilmente mestizo (forse anche con sangre nero), riuscirono a far scrivere criollo sul certificato del proprio figlio.

[3] Su questo argomento, si consiglia la lettura di Serge Gruzinski, La guerra delle immagini. Da Cristoforo Colombo a Blade Runner, Sugarco Edizioni, 1991.

(Continua…)

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39 Responses to Messico tra Conquista e Cristeros (VI)

  1. un bellissimo lavoro, miguel….davvero

    i miei complimenti…

    un saluto

    orso

  2. utente anonimo says:

  3. kelebek says:

    n. 2

    Firmare sempre, anche con un nick qualsiasi…

    Toh, chi si rivede, l’Uomo con la Bandana della mia infanzia!

    Tra parentesi, come si fa a mettere un’immagine tra i commenti?

    Miguel Martinez

  4. utente anonimo says:

    Non c’è un sistema di caricamento automatico. Bisogna farlo manualmente.

    Se conosci l’indirizzo dell’immagine (in questo caso:http://usuarios.lycos.es/Aime/mrelos.jpg),

    basta usare il dedicato tag in html.

    Ovvero:

    < IMG SRC = " inserire indirizzo dell’immagine ” >

    Gli SPAZI dopo la prima parentesi uncinata e prima dell’ultima, nonché quelli prima e dopo il segno di uguale e di virgolette vanno TOLTI. Li ho messi qui, perché altrimenti il codice non verrebbe visualizzato in chiaro, ma interpretato come rimando all’immagine.

    Mr. XYZ

  5. utente anonimo says:

    Dimenticavo: non sono io l’anonimo n.2.

    Mr. XYZ

  6. khalastin says:

    Nulla voleva essere solo un “gentile omaggio” a corredo di uno splendido post.

    Anch’io sono rimasto affascinato dal Servo della Guadalupana – mia “scoperta” recente in verità – il suo essere un anti-soter “nazionalista” sorprendentemente precoce, il suo contrapporsi alla candida Vergine dei Rimedi brandendo il sogno di una carta costituzionale.

    Mi sono imbattuto in Morelos per vie “zapatiste” e mi si aprì un mondo completamente ignoto che stai rendendo benissimo.

    ps: la sintassi base del tag immagine in html è img src=” “. tra le virgolette devi inserire l’URL del file immagine, x esempio nel caso specifico http://usuarios.lycos.es/Aime/mrelos.jpg (mi raccomando non dimenticare l’http e l’estensione del file!!!). Ovviamente tutto il tag va inserito all’interno dei simboli minore all’inizio e maggiore alla fine. Il tag img non va chiuso (quindi non serve uno /img).

  7. utente anonimo says:

    #4

    >Gli SPAZI dopo la prima parentesi uncinata e prima dell’ultima, nonché quelli prima e dopo il segno di uguale e di virgolette vanno TOLTI. Li ho messi qui, perché altrimenti il codice non verrebbe visualizzato in chiaro.

    Lo sai nn lo sapevo? Il fatto degli spazi dico… m’ero sempre chiesto come si dovesse fare. Grazie!

    diego

  8. utente anonimo says:

    Fantastico post!

    Posso chiedere fino a che punto è durao l sistema delle “qualifiche razziali” (in cui mi ero imbattuto anni fa conversando in un forum americano di antropologia)?

    Voglio dire, già nel modo in cui lo hai postato è evidentemente lo specchio di una società estremamente mista e in ricerca si direbbe ossessiva di “ordine”- ma che succede se un “torna atràs” (che le illustrazioni d’epoca mostravano come nero nato da due genitori chiari- questo per spiegare il nome) si mette con una “loba”?

    Si inventava un’altra qualifica?

    A un certo punto avranno dovuto fermarsi, no? Ecco, ero curioso di sapere quando.

    Comunque, la storia delle Americhe è un argomento troppo affascinante, quando raccontata così bene come hai fatto tu.

    Paolo

  9. kelebek says:

    Per Paolo n. 8

    Grazie a te (e a Orso e a Diego), avevo paura che il tema non interessasse più di tanto, poi sono post lunghissimi.

    La risposta è, non ho idea… sto semplicemente dando fondo alla mia biblioteca di messicanistica, aggiungendovi le mie riflessioni ed esperienze personali.

    Miguel Martinez

  10. iperhomo says:

    Solo chez Kelebek è possibile, al tempo stesso, apprendere cose che ignori e della storia e dell’informatica. Un blog serio è quello i cui commenti valgono quanto i relativi post, insomma. Congratulazioni, perché te le sei guadagnate sul campo.

    Ciao. Ipo

  11. kelebek says:

    Per Ipo n. 10

    a parte i complimenti, credo di avere una fortuna sfacciata in termini di qualità dei commenti.

    Miguel Martinez

  12. falecius says:

    Anche se molto non mi giunge nuovo, si imparano sempre un sacco di cose. E ne sono contento.

  13. utente anonimo says:

    Per parafrasare un tipico cliscé che contraddistingue il pensiero liberal-imperial-ammeregano, ogni blog ha i commenti che si merita :-)

    Z.

  14. utente anonimo says:

    grazie, grazie, troppo buoni …

    Francesco (ignorante di informatica quanto di Messico, temo)

  15. blacksheep77 says:

    grazie della visita al mio blog. parliamo di cose diverse, ma… mi riprometto di soffermarmi sui tuoi post, appena avrò tempo di leggerli con calma. non sono cose da “una scorsa veloce e via”.

  16. kelebek says:

    Per tutti,

    La visita di Blacksheep 77 (n. 15) non è casuale: ho scoperto il suo blog grazie a quello di Ipo, e l’ho subito linkato.

    Se andate a farci una visita, capirete perché.

    Miguel Martinez

  17. utente anonimo says:

    Miguel #9

    ¡Cómo se te ocurre! pensare che non interessasse il tema_

    Forse avevi battuto una craniata sulla cappa della cucina nel tentativo di girare un omelette?

    È una settimana che aspetto con ardore di ricucire tutto il cammino_

    Perché non è finito, vero????

    Leonardo M.

  18. utente anonimo says:

    Non sono sicuro, perché per quel poco che mi conosco potrei finire a fare il produttore porno come il monaco, il cameriere o portiere di notte, o il clochard a Parigi – ma sono poi topoi così distinti come sembrerebbero??_

    Ma ho l’impressione di sentirmi molto più vicino alla vita di “Blacksheep 77″ che al Campo Antimperialista_

    Nonostante quest’ultimo non mi ripugni affatto, tutt’altro_

    A proposito_ Sapevate che, sembrerebbe in vista di possibili patatrack economici di sistema, ma non è chhiaro, ci sono grandi consulenti di investimenti USA che cominciano a investire in azioni di “produzione di grano”, “allevamenti di maiali”, “fondi agricoli”?

    Francesco, nel caso di un botto, o anche di un bottino, che te ne parrebbe dell’idea di accumulare grossissime scorte di farina e mettere su un pollaio con 20 galline e un gallo??

    Leonardo M.

  19. utente anonimo says:

    La farina non dura, se il sistema crolla sarebbe utile un bue per arare il campo

    Ma stante la durata di Ak47 e munizioni dovrebbe vincere l’anarchia e la morte che ne consegue

    Vedo bene i sionisti estremisti e gli africani, forse gli indigeni amerindi

    e gli svedesi? chissà

    Francesco

  20. falecius says:

    Per Miguel 16: qualcosa a che fare con ciò che qualche decina di post fa Francesco chiamava “Resistenza Strapaese”? :)

    Comunque il blog di blacksheep è interessante,

  21. utente anonimo says:

    x Miguel

    OT

    la tua griglia di inquadramento dell’universo “imperialismo-resistenza” è applicabile anche al conflitto in Spagna?

    quello che usualmente si chiama Reconquista?

    chi gioca quale ruolo, nel caso?

    grazie

    Francesco

  22. kelebek says:

    Per Francesco n. 21

    Non sono sicuro di aver capito.

    Tecnicamente, la griglia “imperialismo-resistenza” è applicabile a qualunque situazione in cui un gruppo parte alla conquista di un altro e l’altro gruppo resiste: vale ad esempio per i tlaxcalteca che si opponevano alle conquiste azteche.

    Mentre però è chiaro il concetto di resistenza (chi resiste… fa resistenza), è meno chiaro quello di imperialismo.

    Forse è meglio riservare questo termine a meccanismi di tipo moderno, dove la conquista implica anche una forte accumulazione di capitali: in questo senso, non sarei nemmeno sicuro che quello spagnolo nelle Americhe fosse un “imperialismo” compiuto.

    Preferirei riservare il termine per l’imperialismo francese, inglese e poi statunitense.

    Comunque le sfumature sono tante.

    In Spagna c’è stato un primo momento di espansione islamica, quasi ottocento anni prima di Colombo, che se vuoi puoi chiamare “imperialista”.

    In seguito è stata però una storia di continue ritirate di fronte agli staterelli cristiani sorti ai confini (non di fronte a ribellioni interne), con in mezzo qualche episodio di violenta espansione di gruppi nordafricani isolati, che difficilmente si possono inquadrare in qualche “impero”.

    Comunque dimmi anche il tuo parere in merito.

    Miguel Martinez

  23. kelebek says:

    Un po’ per tutti…

    mi accorgo solo adesso di una serie di commenti interessanti al post n. III di questa serie.

    Ho risposto lì, ve lo segnalo perché potrebbero sfuggire.

    Miguel Martinez

  24. Santaruina says:

    ottimo come sempre Miguel.

    Solo un appunto: Il continente fu conquistato da liberi imprenditori, in genere piccoli artigiani, spesso plebei, raramente piccoli nobili, quasi mai militari.

    In verità credo che un piccolo imprenditore senza uno stato alle spalle, e la sua organizzazione, e il suo esercito, possa fare ben poco.

    L’imperialismo è roba da pianificazione centrale, ovvero ciò che sta agli antipodi dei liberi imprenditori.

    Blessed be

  25. utente anonimo says:

    ot

    leggo sui giornali che stamattina Busch si è svegliato con il mal di pancia:-)

    maria

  26. kelebek says:

    Per Santaruina n. 24

    Infatti, si può dubitare che quello spagnolo fosse un vero imperialismo.

    Comunque è una questione di definizioni.

    Miguel Martinez

  27. utente anonimo says:

    ehm …

    una definizione per cui l’Impero spagnolo non fu un’opera imperialista forse è un pochino difettosa, non credi?

    ogni tanto sei un giardiniere veramente fanatico, mascherato da linguista – stavo per dire azzeccagarbugli

    ciao

    Francesco

  28. utente anonimo says:

    >leggo sui giornali che stamattina Busch si è svegliato con il mal di pancia:-) maria< E’ la reazione PREVENTIVA del suo subconscio a quello che l’aspetta domani per le vie del centro di Roma:-).
    Ciao

    Ritvan

  29. utente anonimo says:

    Francesco

    se ho capito bene, SantaRuina dice che non si costruisce un impero senza avere un’organizzazione di qualche tipo alle spalle, uno stato, e un esercito.

    Che ci vuole pianificazione dietro i piccoli imprenditori.

    Ci devo pensare, ma credo che sia probabile che abbia ragione.

    Ma qual è l’entità e il tipo di organizzazione minimo necessario?

    Credo che la domanda sia questa.

    Lo stato spagnolo dell’epoca era in grado di fornire ai suoi piccoli, anche piccolissimi imprenditori, i mezzi fisici per raggiungere, scomodamente, le colonie;

    un fine ideale che servisse da giustificazione e appoggio morale;

    di conseguenza, la certezza che gli imprenditori in questione avrebbero avuto dalla loro parte, salvo casi eccezionali, le leggi spagnole e gli apparati dello stato spagnolo, nella misura in cui leggi e apparati potevano essere efficaci in quei territori.

    Insomma, se sparavano a un indio o lo infilzavano con la spada o gli moriva sotto le sferzate, sapevano che era abbastanza probabile che l’avrebbero fatta franca.

    Detto questo, la responsabilità di conquistare fisicamente e organizzare i coloni, da quello che capisco, oltre che ovviamente i rischi pratici, era tutta roba lasciata alla libera iniziativa dell'”imprenditore”.

    Se era l’indio a sparare o a infilzare lui, amen.

    Non erano, per fare un paragone turistico, viaggiatori Alpitour; erano viaggiatori “Avventure nel mondo”.

    Anche Avventure nel mondo un’organizzazione di base te la da, poi però se il responsabile della cassa di fa rapinare i soldi del gruppo in Guatemala o in Chad, sono affaracci del gruppo.

    Paolo

  30. utente anonimo says:

    >mi accorgo solo adesso di una serie di commenti interessanti al post n. III di questa serie. Ho risposto lì, ve lo segnalo perché potrebbero sfuggire. Miguel Martinez<
    Anch’io ho lasciato un commento interessante lì: te lo segnalo, così lo puoi cancellare subito:-).

    Ciao

    Ritvan

  31. utente anonimo says:

    Per Kelebek,

    Qual è l’opinione comune che il Messico ha di Cortés? Parlo dell’opinione dei messicani, non dei massicanisti. E’ davvero così mal ricordato come si dice?

    Mi chiedo soprattutto il perché. La cosa infatti mi stupisce, poiché di fatto i messicani di oggi, volenti o nolenti, sono i discendenti non solo degli Aztechi, ma anche degli avventurieri venuti dalla Spagna. Quindi Cortés, piaccia o non piaccia, è un padre della patria.

    Cosa ne pensano i messicani di genealogia puramente europea? Bistrattano anche loro la figura di Cortés? E sempre a proposito di questi ultimi messicani, condividono anche loro il noto disprezzo per Malintzin, la concubina-interprete del conquistador?

    Mi piacerebbe anche sapere, se qualcuno sa dirmelo, se gli spagnoli la pensano su queste cose allo stesso modo dei messicani.

    Scrivendo queste righe stavo riflettendo sul fatto che mi piacerebbe apprendere lo spagnolo. Conoscendo decisamente bene la lingua ufficiale del “Nord” del mondo, mi piacerebbe ora imparare anche quella ufficiosa del “Sud” (o meglio, una di esse, anche l’arabo ha la sua importanza).

    Stradivari

  32. utente anonimo says:

    Stradivari #31

    mi intrometto un attimo dato che anch’io, chissà perché, pensavo di trovare qua in Cile qualche cileno inca…ato con gli spagnoli, come imperialisti conquistatori – almeno fra gli anarco-insurrezionalisti o i comunisti più rigidi_

    In realtà non esiste nessuno che li veda così_ Per i cileni di oggi sia quegli spagnoli purosangue che durante le guerre d’indipendenza addirittura stavano con il re, sia los criollos, cioè la borghesia militare, produttiva e intellettuale che era nata e cresciuta qui già da generazioni, fossero potenti governatori o latifondisti o piccoli commercianti, sono sempre visti come dei “padri”_

    Un problema simile al limite nasce con le minoranze etniche indigene, qua in particolare con i Mapuches, che sono ancora una comunità forte in certe regioni e compatta intorno alla propria cultura_ Addirittura negli uffici pubblici ci sono iscrizioni bilingue, in spagnolo e Mapugundún, la lingua mapuche_

    Altre minoranze etniche numerose possono essere rimaste nel nord: Atacameños, Aymara, questi ultimi sono soprattutto peruviani – ma sono molto più rassegnati a non ottenere più di tanto riconoscimento dal governo centrale e per fortuna, nonostante siano zone di povertà estrema, hanno almeno un po’ di turismo che li sostiene_

    I Mapuches sono del sud, della regione subito superiore ai ghiacciai e ai fiordi di Aysén, dove invece materialmente era impossibile vivere prima dell’era tecnologica_

    Un altro popolo di quelle latitudini erano, e sono, i Chilotes, gli indigeni dell’Isola di Chiloé, una cultura tutta particolare e quasi misteriosa che si è fortemente mescolata anche all’arrivo dei coloni ed è rimasta unica e isolata nel tempo_

    Più a sud di questa regione frastagliata di ghiacciai, fiordi, isole, laghi, fiumi, foreste millenarie impenetrabili e montagne, si apre la pianura patagonica_ Là vivevano altri popoli: Yagane, Onas, e vari popoli della Terra del Fuoco, che oggi è principalmente territorio argentino_

    Fatto curioso – molti di questi popoli andavano quasi nudi per molti mesi dell’anno, e in autunno e inverno si coprivano solo con pellicce di animali – inoltre tutti questi indigeni hanno sempre avuto un rapporto di timore ed impotenza nei confronti del mare, non avendo la tecnica adeguata per navigare_ Mentre erano ottimi costruttori di canoe e pescatori da acqua dolce_ Gli unici maestri assoluti nel navigare erano i Polinesiani, che infatti arrivarono fino all’Isola di Pasqua, alle coste del Cile, alle Hawaii_

    Un documento inestimabile sulla vita delle ultime generazioni di questi popoli patagonici ancora incontaminati si deve a un prete italiano, Alberto Maria de Agostini, esperto in fotografia e tecniche di filmazione, appassionato delle culture indigene e rispettoso dei loro costumi e del metodo di studio come il miglior antropologo_ Lui filmò e fotografò per anni tutte quelle popolazioni prima che si mescolassero o venissero “espulse” dalla cultura dei colonizzatori_

    Altro elemento curioso_ In Patagonia uno dei primi esperimenti di colonizzazione fu quello di un gruppo di Spagnoli nel XVI sec. che fondarono un paesino nell’estremo sud_ Non è ben chiaro per quali motivi, fra i quali sicuramente grossi problemi di organizzazione civico-politica, tutti gli abitanti di questo paese morirono nel giro di poche generazioni per scarsezza di risorse_ Qualche tempo dopo furono scoperti da un corsaro inglese che battezzò il paese come “Port famine” (Porto della fame), e infatti oggi è conosciuto como Puerto del Hambre_ Non so comunque se il paese esista ancora o sia solo un sito archeologico_

    Ultima curiosità_ Poco tempo fa dettero un documentario su un signora vicina all’ottantina che si chiamava Cristina Calderón ed era l’ultima persona al mondo a conoscere la lingua Yagane_ I suoi figli erano cresciuti parlando solo spagnolo, burocratizzati_

    Quando lei morirà, morirà per sempre anche la sua lingua_

    [ CONTINUA .. ]

  33. utente anonimo says:

    [.. SEGUE ]

    Infine – problemi fra i coloni e los criollos specialmente delle classi inferiori, che sono vastissime, io direi 65-70%, si hanno oggi soprattutto con le comunità che si sono formate nel XX secolo e che arrivarono da ogni angolo d’Europa e del Medio Oriente_

    Un problema molto sentito dalle classi inferiori è proprio che se uno dà un’occhiata ai gruppi dirigenti nell’economia, nell’informazione, nella cultura, nella politica, trova un numero impressionante di cognomi appartenenti a comunità di colonizzatori che sono rimaste compatte fin dal loro arrivo ed hanno investito risorse nella loro crescita, mentre si sono sempre opposte, insieme con le comunità dirigenti eredi dei vecchi proprietari e governanti locali, alle riforme necessarie per ridistribuire quelle risorse sulla società_

    Praticamente in quegli ambienti è tutto un fiorire di Croati, Tedeschi, Inglesi, Italiani, Siriani, Palestinesi, Ebrei, Francesi, Baschi, Irlandesi, e ovviamente Spagnoli e criollos di alto livello, che praticamente non esistono in nessuna delle aree abitate dalla classe medio-bassa o marginale, né in tutta l’attività produttiva di queste aree_ Loro vivono nei loro piccoli quartieri “recintati”, controllati da imprese di vigilanza privata, vanno nelle loro scuole e università private da 3000 euro mensili minimo, hanno le loro cliniche private, e investono nelle loro grandi imprese_

    Il resto del paese si divide fra emarginati, classi basse di impiego saltuario e sottopgato, classi medie, e classi medio-alte anche giovani, pieno impiego e stipendi più che decenti, create con l’avanzamento formativo avvenuto da dopo la dittatura_

    Ma in queste aree è impossibile trovare cognomi di quelle provenienze europee_

    Pensa che io vivo in un “Comune Metropolitano” di 2 milioni di abitanti, Puente Alto, e qua non ho mai visto nemmeno un italiano in 4 anni_ Durante i Mondiali la comunità italiana, quasi tutta “benestante”, si riuniva a far festa nel suo “club privato personale di lusso”, lo Stadio Italiano_

    E in queste aree l’economia viaggia a regime molto basso, quasi al limite del costo, perché non c’è mercato_ Ci sono un’infinità di attività commerciali “in strada”, di attività “a nero” o “illegali” come il mercato della musica, software e cinema pirata, etc.. Per esempio, in Italia chiunque riesca a mettere su un bar e ci si impegni un po’ riesce a crescere nel giro di 5 anni – qua ci sono “bar” che restano immobili nei profitti da 20 anni, come un barista che in Italia guadagnasse 800 euro netti per 20 anni – ovviamente al netto dell’inflazione_

    Questo almeno per quanto riguarda il Cile che, fra parentesi, proprio con il Messico è uno dei paesi latinoamericani più ricchi e sviluppati_

    Leonardo Migliarini

  34. utente anonimo says:

  35. utente anonimo says:

    Secondo voi il 34 è Miguel??

    Leonardo M.

  36. utente anonimo says:

  37. utente anonimo says:

    se lo fosse, la 36 sarebbe una delle sue ultime partners_

    + + + + + + + + + +

    bellissimo questo giochino di inserire le immagini_

    speriamo non si trasformi in un tormentone pre-estivo_

    Leonardo M.

  38. utente anonimo says:

    Secondo voi il 34 è Miguel??

    Leonardo M.

    assolutamente no:-)

    maria

  39. falecius says:

    Per Stradivari 31: e la hindi, e il portoghese. India e Brasile saranno le superpotenze del Sud. Per un italiano lo spagnolo è facilissimo, io l’ho imparato praticamente senza studiarlo, solo leggendolo e parlandolo, all’inizio facevo un sacco di errori e anche adesso a scrivere ho qualche difficoltà ma lo leggo e lo capisco senza problemi.

    L’arabo invece se non hai un sacco di tempo, forza di volontà ed un buon insegnante non so quanto ti convenga iniziare a studiarlo.

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