Dâr Fûr (IX)

Oggi, la grande via del deserto che porta i migranti in fuga dal Corno d’Africa, verso la Libia e l’Italia, evita il Darfur, aggirandolo a nord; ma l’equivalente storico di questa strada, un tempo, aveva inizio proprio nel Darfur.

Si trattava della Via dei Quaranta Giorni, il darb al-arba’in, lo spaventoso percorso, già descritto da Erodoto e seguito ogni inverno da carovane di migliaia di cammelli e uomini. Per caricare zanne di elefante, spezie e schiavi.

Lungo queste strade si sono gonfiati regni che appaiono come enormi macchie di colore sulle mappe dell’Africa precoloniale. 

Come predicano gli anarcoliberisti, ogni commercio, nel suo fluire, arricchisce il lavoratore virtuoso: il cuoco dell’autogrill, il meccanico, il rapinatore, il venditore di fazzoletti, il casellante, l’autista e la prostituta.

E quindi assursero a grandi ma effimere potenza e ricchezza, sia i Fur che i Baggara: cioè le due popolazioni che oggi, almeno nella rappresentazione mediatica, costituiscono gli avversari nel Darfur.

Questo offre il pretesto per qualche divagazione in materia di schiavitù.

La schiavitù, o il suo immaginario, ha giocato un ruolo notevole nella percezione mediatica della guerra civile nel sud del Sudan, grazie a una pittoresca nobildonna inglese, l’ex-infermiera e baronessa Caroline Cox.

La baronessa Cox, a capo di un gruppo fondamentalista evangelico denominato Christian Solidarity International, aveva lanciato una campagna in cui accusava "milizie arabe filogovernative" di condurre razzie di schiavi tra i Dinka del Sudan meridionale.

E’ difficile documentare quanto vi sia di vero, quanto di falso e quanto si basi, invece, su malintesi: ad esempio, la tradizionale prassi di prendere, o di scambiare, ostaggi tra i villaggi. Certamente tutti, dall’ONU a Antislavery International, hanno smentito la tesi di fondo della baronessa.

La baronessa raccolse fondi nel mondo cristiano per comprare e liberare i presunti schiavi.

I media hanno documentato alcuni episodi tragicomici, in cui i ricchi donatori inglesi e americani si facevano spennare in teatrali mercati di schiavi appositamente allestiti dai movimenti di guerriglia, comprando e ricomprando gli stessi bambini, già ovviamente liberi.

La schiavitù è la forma normale del lavoro dipendente nella società familistica, prima del trionfo del denaro. Non veniva messo in dubbio né a Pechino, né a Livorno: in quest’ultima città, un cronista, nel 1616, stimò a 3.000 gli schiavi "turchi"  – il 37% della popolazione (1).

La stessa esistenza di vincoli aguzza l’ingegno: il divieto islamico di ridurre in schiavitù altri musulmani, nonché di compiere mutilazioni corporee, ha creato presto una forma lodevole di ecumenismo. I cristiani tedeschi razziavano gli slavi, ancora pagani, e li rivendevano agli ebrei. Che non non avevano problemi a castrare i giovani pagani. A quel punto, nemmeno il più pignolo dei mufti poteva trovare qualcosa da ridire, se un emiro dell’Andalusia acquistava dagli ebrei il prodotto umano da altri condito e conciato.

La schiavitù non è separabile da tutti gli altri rapporti umani dell’Africa precoloniale. Fa piuttosto

"parte di un continuum di rapporti, che se da un lato rientrava nel regno della parentela, dall’altro consentiva l’uso di persone come oggetti. La schiavitù è una combinazione di elementi, che nelle sue varie forme – basta un ingrediente in più o in meno – si trasforma in adozione, matrimonio, patria potestà, obbligo nei confronti dei parenti, clientela e così via".[2]

Il contratto implicito obbliga a porsi a servizio in cambio dell’inserimento in una famiglia e del mantenimento a vita.

Nella schiavitù africana prevale l’aspetto personale: l’allargamento familiare, il prestigio, l’affetto, la crudeltà individuale.

Tutt’altra storia dalla schiavitù delle Americhe, dove non ci fu adozione, ma meccanizzazione – in mancanza di un’apposita macchina, serve per raccogliere prodotti che poi vengono a loro volta pagati con il denaro.

Tutti sappiamo come i colonialisti bianchi abbiano menato vanto di aver "abolito la schiavitù".

Ma i colonialisti scoprirono quasi subito che il denaro non serviva a far lavorare come volevano loro gli africani, interessati soprattutto a coltivare i propri piccoli campi. Senza esitare, reintrodussero quindi la schiavitù sotto forma di lavori forzati: a dimostrazione di quanto sia mistificatoria l’idea che schiavitù e lavoro retribuito siano opposti l’una all’altro.

Nel 1887, il colonnello francese, Gallieni, in linea con tutta la retorica dell’Occidente, ideò i "villages de liberté", in cui gli schiavi liberati venivano condotti ai lavori forzati; e sui lavori forzati si basò tutta l’economia, privata e pubblica, dell’Africa Occidentale francese, fino al 1946 e oltre:  i campi di lavoro sovietici e tedeschi avevano dei degni precedenti.

Nel 1885, il re del Belgio, Leopoldo, si impossessò personalmente del Congo, proclamando una missione degna delle Nazioni Unite:

"abolire la tratta degli schiavi, stabilire la pace tra i capi e procurare loro un arbitro giusto e imparziale"

Nel corso di questa missione umanitaria, l’intero paese fu saccheggiato alla ricerca di gomma naturale, non ancora coltivata industrialmente. Tenendo ovviamente presente la natura incerta di ogni statistica in materia, il più serio studioso dell’impresa di Leopoldo, Adam Hochschildt, stima che sia costata la vita a qualcosa tra i cinque e gli otto milioni di nativi africani.[3]

Ma a dimostrazione della nostra percezione delle cose, sul Congo

"non c’è nemmeno una parola nel libro di Chalk e Jonassohn, The History and Sociology of Genocide, in Genocide di Kuper e nell’Encyclopedia of Genocide in due volumi di Charny.

Troviamo invece un solo paragrafo, senza alcuna stima delle perdite, nel Century of Genocide di Totten, Parsons e Charny."

 Su scala minore, i coloni italiani dell’Uebi Scebeli, in Somalia, negli anni Venti, coltivavano i loro prodotti per l’esportazione – cotone, banane e altro – con una manodopera di 7000 schiavi somali; come denunciava il coraggioso segretario federale fascista della Somalia, Marcello Serrazanetti, i proprietari italiani avevano aggiunto un tocco liberale alla schiavitù.

Tradizionalmente, infatti, questa pratica obbligava i padroni all’assistenza a vita agli schiavi anziani e invalidi; ma i padroni italiani, appena i loro schiavi si ammalavano, li lasciavano a godere della propria libertà  e chiedevano la sostituzione al "competente Ufficio Governativo". Imitando, così, gli astuti mercanti della Ragusa dalmata, che erano soliti liberare i propri schiavi dopo aver loro rubato la gioventù.

Serrazanetti fu destituito da Mussolini, i "concessionari" italiani restarono.(4)

Quella italiana divergeva quindi dalla schiavitù tradizionale del mondo africano e islamico, che  in fondo è il contrario del lavoro flessibile.

Infatti, in una celebre intervista a Horace Greeley, Brigham Young, l’apostolo dei mormoni, dichiarò la schiavitù una "istituzione divina", fondata sulla maledizione di Cam e dei suoi discendenti; ma precisava anche che lui stesso aveva solo lavoratori liberi, perché, diceva, gli schiavi costavano troppo: i mormoni avevano fatto il primo passo verso la cultura del call center e del lavoro interinale.

Note:

[1] Stefano Allievi, Islam italiano. Viaggio nella seconda religione del paese, Einaudi, 2003, p. 110.

[2] S. Miers e I. Kopytoff, Slavery in Africa: Historical and Anthropological Perspectives, University of Wisconsin Press, Madison, 1977, p. 66, citato in John Reader, Africa. Biografia di un continente, Mondadori, 2001, p. 246.

[3] Adam Hochschild, Gli spettri del Congo: re Leopoldo II del Belgio e l’olocausto dimenticato, Rizzoli, Milano.

[4] Angelo Del Boca, Italiani, brava gente? Neri Pozza, Vicenza, 2005, pp. 156 ss.

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87 Responses to Dâr Fûr (IX)

  1. iperhomo says:

    Eccellente. Molto ben scritto, peraltro come sempre. Te lo linko subito, visto che domani è la liberazione. Tanto siamo tutti freedomdipendenti.

    Ciao. Ipo

  2. utente anonimo says:

    complimenti

    fenice

  3. grandioso.

    ammirevole la perseveranza nel ricercare e fornire informazioni su questioni giudicate marginali dai media occidentali.

    grazie

    Fabio

  4. utente anonimo says:

    Insomma, se ho ben capito la schiavitù in salsa africana c’aveva l’INPS incorporata, mentre quella dei biekissimi occidentali praticava la rottamazione degli schiavi.

    E’ vero, noi occidentali facciamo letteralmente ribrezzo: ci dobbiamo nascondere per la vergogna e invece stiamo qui a cazzeggiare via web:-)

    Ciao

    Ritvan

    P.S. Quella degli ebrei castratori di schiavi slavi non è male, altro che le fandonie di Ariel Toaff sui cristianucci sgozzati per fare il pane azzimo. Ma Ahmadinejad la sa ‘sta storia?:-)

    P.S.2 Ma quei benedetti slavi, non potevano autodefinirsi in altro modo? Il solito ebreucco dal naso grifagno passava di lì e gli chiedeva: “Che sei tu?” e qello “Sono slave*”. “Ma c’hai un padrone?” “No”. “Ah, ho capito, sei uno slave fuggito, adesso vieni con me che ti faccio una bella operazioncina e poi ti porto in un bel posticino pieno di minareti, dove starai beato fra le donne”

    *”slave” in inglese “schiavo”.

  5. falecius says:

    Ritvan, lo so che lo sai, ma forse chi legge no. E’ la parola schiavo (slave, esclave, esclavo, etc.) a derivare da “slavo” (il nome che gli slavi, per l’appunto, davano a se stessi) e non il contrario :)

  6. utente anonimo says:

    Si, lo so Falecius, però volevo fare la mia solita battuta. E so anche che i commercianti ebrei (una specie di “multinazionale del commercio” dell’epoca) che commerciavano ANCHE in schiavi venivano chiamati Rahdaniti.

    Ciao

    Ritvan

  7. ikalaseppia says:

    anche l’italianissimo ciao viene infatti da slavo, solo che assume un senso più nobile, segno certo che c’è modo e modo di essere schiavi.

    Nella Roma antica molti schiavi se la passavano meglio dei lavoratori minuti e di certo meglio di molti lavoratori oggi: per alcuni c’erano le galere, è vero, dove se la passavano malissimo, ma per la gran parte degli schiavi oltre alla sicurezza del posto di lavoro anche le terme per tutti e pure il colosseo in cui assistere allo spettacolo della sofferenza altrui.

    Il gladiatore aveva meno diritti civili dello schiavo ma più possibilità di avere un’amante bella e altolocata.

    è vero, testiomonia Aristotele, la schiavitù è stata considerata per secoli come cosa naturale, analogamente all’odierna “libertà di lavorare o di morir di fame”, tuttavia forse dire che “La schiavitù è la forma normale del lavoro dipendente nella società familistica” è un pò eccessivo. In India non ve n’è traccia, ad esempio: le Caste hanno svolto altrimenti ed egregiamente la loro funzione sociale.

    Liberi…

    Si diventa schiavi in seguito alla sconfitta. L’umanità sta perdendo la guerra contro il sub umano, senza combattere, e il giogo che ci attende già lacera il collo.

  8. falecius says:

    x Ika: in India di schiavitù c’è traccia eccome. Non sono in grado di darti esattamente le fonti, ma mi pare averlo letto nella “storia dell’India” di Stanley Wolpert. Ad ogni modo, si potrebbe discutere parecchio se sia più umano un sistema di schiavitù familiare (è vero che in alcune società la schiavitù era anche una specie di rozzo ammortizzatore sociale) o un sistema castale ereditario di tipo indiano.

  9. utente anonimo says:

    certo ragazzi che per parlare di “sicurezza del posto del lavoro” per lo schiavetto romano bisogna veramente avere una bella pelliccia sullo stomaco…

    roberto

  10. utente anonimo says:

    Lo schiavo è sicuro del suo posto di lavoro solo perchè vi è obbligato, e anche così a volte non è mica tanto sicuro (Miguel ne segnala casi interessanti).

    Invece l’insicurezza odierna è in fondo un’altra forma di schiavitù

    (da cui liberrarsi con forme di sciopero PRElavorativo- nessuno si presenti più ai colloqui!).

    La schiavitù può assumere forme più o meno umane- il caso dei Sudra indiani, che da semplici schiavi sono passati, forse per l’esacerbarsi della rigidità castale come reazione anti-buddhista, a casta di schiavi, mi pare ben poco umano- perchè in esso entra così un elemento ereditario e forse razziale.

    per quanto l’essere riconosciuto come “casta” in fondo smorza la condizione servile, in parte (ma ancora in teoria sono esclusi dai riti).

    Paolo

  11. utente anonimo says:

    Molto bello anche questo capitolo 9 – ma punti al Bancarella dei Blog ??

    Io per dissacrare un po’ il tema, vi saluto con un macigno di industria globale dell’intrattenimento_ Mi immagino che qualche mercenario schiavista francese la canticchiasse nei momenti di noia_

    ” J’ai travaillé

    Des années

    Sans répit,

    Jour et nuit,

    Pour réussir,

    Pour gravir

    Les sommets,

    En oubliant

    Souvent, dans

    Ma course contre le temps,

    Mes amis, mes amours, mes emmerdes ”

    Alla prossima

    Leonardo Migliarini

  12. kelebek says:

    Per Leonardo n. 11

    Perché, il Bancarella lo danno per la prolissità?

    :-))

    Miguel Martinez

  13. utente anonimo says:

    >certo ragazzi che per parlare di “sicurezza del posto del lavoro” per lo schiavetto romano bisogna veramente avere una bella pelliccia sullo stomaco… roberto< Concordo. Specie se si considera che gli schiavetti (e le schiavette, per par condicio) fungevano spesso e volentieri da…ehm..per così dire “svago sessuale” del padrone e dei suoi amici.
    Certo che chi ha la pelliccia antikapitalista sullo stomaco potrebbe facilmente ribattere che non era escluso che lo schiavetto/la schiavetta ci godessero pure:-).

    Ciao

    Ritvan

    P.S. Ah, sempre per gli “impellicciati”. Non dimentichiamoci che a quel tempo non c’era la Turco-Napolitano-Bossi-Fini per consentire i ricongiungimenti familiari. Il padrone era liberissimo di vendere moglie e figli dello schiavo dove e quando gli pareva.

  14. utente anonimo says:

    Kel, non sei affatto prolisso, se per prolisso si intende dilungarsi inutilmente o ribadire sempre lo stesso concetto.

    Aurora.

  15. utente anonimo says:

    #7

    per alcuni c’erano le galere, è vero, dove se la passavano malissimo, ma per la gran parte degli schiavi oltre alla sicurezza del posto di lavoro anche le terme per tutti e pure il colosseo in cui assistere allo spettacolo della sofferenza altrui.

    Ancora meglio stavano gli internati di Auschwitz. Avevano il posto fisso, il permesso di fare gli straordinari ogni domenica, tabacco gratis a fine settimana (per i più capaci e meritevoli) e docce calde per tutti. E nessuno di loro si è mai licenziato :-)

    Z.

  16. utente anonimo says:

    Attento fratello Z., non scherzare su Auschwitz, qualcuno si potrebbe inkazzare ad minchiam (a me è successo recentemente sul blog di Dacia) e hai voglia tu poi a dire che Z. significa nientemeno che “Zionist”:-)

    Ciao

    Ritvan

  17. utente anonimo says:

    >Kel, non sei affatto prolisso, se per prolisso si intende dilungarsi inutilmente o ribadire sempre lo stesso concetto. Aurora.< Se è una questione semantica, l’Unica Fonte del Supremo Sapere è il Divin Paravia:
    pro|lìs|so

    agg.

    CO

    1a di qcn., che si dilunga più del dovuto nel parlare o nello scrivere, spec. suscitando noia e fastidio: un interlocutore p.

    1b di discorso o scritto, molto esteso, pieno di lunghe e inutili precisazioni e giri di parole: una conferenza prolissa, un libro p. in alcuni capitoli

    Alla luce delle nuove prove portate dal sullodato Sacro Paravia, vuole per caso modificare qualcosa delle sue dichiarazioni rese in precedenza, avvocato?:-)

    Ciao

    Ritvan

  18. utente anonimo says:

    No, Ritvan, non voglio aggiungere nulla.

    Ma può essere ritenuto prolisso anche uno che la fa lunga come te, senza essere- specificamente- sempre noiosissimo.

    Aurora.

  19. utente anonimo says:

    comunque,

    se c’è qualche precario interessato, posso offrire fino a quattro posti da schiavetto a casa mia (più di tanto non ce ne stanno in cantina).

    le condizioni sono le migliori mai offerte sul mercato degli schiavi:

    poche frustate, nessuna angheria sessuale, vitto decente e sufficente, un gorno di ferie all’anno per il più meritevole e fedele dei quattro, un paio di francobolli all’anno per scrivere alla mamma.

    la cantina è abbastanza spaziosa, con una finestrella, c’è anche la presa tv (48 canali).

    sarete trattati umanamente e potrete chiamarmi semplicemente “Padrone”.

    non verrete picchiati per le vostre mancanze se non dopo un richiamo formale.

    potrete approfittare del giardino (mentre tagliate l’erba e innaffiate le piante).

    contratto a vita naturalmente.

    posizioni ricercate: un giardiniere, un/a addetto/a alle pulizie della casa, un precettore per la piccola (almeno bilingue ita/ted, conoscenza del tedeso un vantaggio), un artigiano capce di occuparsi della casa.

    roberto

  20. utente anonimo says:

    cogita filiorum nos modestia delectari, uernularum licentia (seneca, de providentia, i)

    Sugli schiavi nell’antica roma la cosa è piuttosto differenziata (basta pensare ai potentissimi liberti (ex schiavi) in età imperiale; ad uno d’essi, pallante, lo stesso seneca in esilio in corsica manda una “consolazione” per ingraziarselo). I “vernulae” erano i piccoli schiavi nati in casa, che venivano così vezzeggiati da permettere loro (e dilettarsene) un comportamento da “monello” che ai figli non era permesso. Anche perché la rivolta di spartaco non poteva far insorgere gli schiavi nelle città, che stavano meglio d’altri schiavi, essa fu destinata alla sconfitta. La loro condizione di “res”, letteralmente, era comunque atroce, e anche se degli schiavi potevano star meglio materialmente d’un lavoratore d’oggi, la loro condizione era peggiore. Il motivo è che la dipendenza d’uno schiavo era personale, quella d’un lavoratore è impersonale, dipende da un contratto non da una proprietà. È questo diverso rapporto di dipendenza col “padrone” che apre prospettive per i lavoratori, all’interno della società stessa, non si pensi immediatamente che io alluda alla rivoluzione, diverse e più ampie di quanto potessero aprire la dipendenza personale. Da quel che ho capito, i poveri schiavi in mano ai proprietari italiani avevano la “fortuna” di godere della condizione di schiavo come rapporto di dipendenza, ma interpretata secondo la condizione di salariato, che diventa semplicemente un costo se non ci si guadagna sopra, dalla mentalità capitalistica dei proprietari italiani. È la condizione peggiore immaginabile: s’è legati al peggio del vecchio e del nuovo, senza avere alcun vantaggio dal nuovo. In questo preciso senso, le forme di schiavitù di ritorno sono peggiori della schiavitù antica o tradizionale dove persiste. Ben trovato il passo di miguel sull’apostolo mormone che accetta moralmente la schiavitù per la forma mentis biblica (verrebbe da dire precristiana) ma la respinge praticamente per la forma mentis economica, che ne vede i costi eccessivi in un paese come i nascenti usa. È da dire però che quella libertà dal rapporto di dipendenza personale era un vantaggio anche per i lavoratori liberi (di vendersi).p

  21. bel post…

    ma noi italiani non eravamo stati degli schiavisti diversi? più umani? brava gente insomma? eh eh ;-)

    ciao Miguel

    orso

  22. utente anonimo says:

    >No, Ritvan, non voglio aggiungere nulla. Ma può essere ritenuto prolisso anche uno che la fa lunga come te, senza essere- specificamente- sempre noiosissimo. Aurora.<
    “Essere prolissi” e “farla lunga” sono due cose differenti. Come è altra cosa “tirarsela”:-).

    Visto che nel tuo #14 esprimevi un dubbio semantico, mi è sembrato opportuno riportare quanto scrive in merito il Divino Paravia. Pertanto, se per caso tu avessi da rimproverare prolissità anche al Paravia, non hai che da protestare presso il prof Tullio de Mauro.

    Ciao

    Ritvan

  23. utente anonimo says:

    >Anche perché la rivolta di spartaco non poteva far insorgere gli schiavi nelle città, che stavano meglio d’altri schiavi, essa fu destinata alla sconfitta…p.< Ehm…mi sembra una spiegazione un po’ troppo…come dire…ecco, marxista:-).
    Gli schiavi “benestanti” delle città, “colletti bianchi” servili dei padroni e pertanto traditori della causa del proletariato schiavistico? Non mi pare proprio. Intanto va detto che nelle piccole città conquistate da Spartaco la stragrande maggioranza degli schiavi in grado di portar armi si unì a lui. Quelli che rimasero, probabilmente erano inabili a fare la vita da “partigiano”, oppure non credevano (e la storia diede loro ragione a posteriori) in un progetto “politico” di Spartaco, i cui tentennamenti in questo senso (“esportare” la rivoluzione? ognuno ritornasse libero a “casa sua”? attaccare Roma? e poi che farne, prendere il posto dei padroni e ridurre quelli in schiavitù? raderla al suolo e massacrarne tutti gli abitanti? e così via….) sono noti.

    Per quanto riguarda gli schiavi di Roma, i più numerosi e, in teoria, capaci di far avere a Spartaco la superiorità numerica nei confronti dell’esercito romano, essi non potevano ribellarsi: senza armi, senza addestramento, senza organizzazione (mica c’avevano il partito o il sindacato, loro:-) ), senza un capo, sarebbero stati massacrati fino all’ultimo: erano schiavi, ma il cervello gli funzionava:-).

    Certo, è molto eroico dire:”Meglio morire combattendo che vivere senza libertà, seppir agiatamente”. Ma se lo scopo è solo quello di morire e non c’è uno straccio di progetto politico decente, allora tanto vale risparmiarsi la fatica di girare per mesi fra le montagne e farla finita con una buona coppa di cicuta, alla Socrate. Io la penso così.

    Personalmente, se fossi stato schiavo a Roma e avessi avuto l’opportunità di incontrare Spartaco, gli avrei chiesto:”Scusa, caro kompagno, ma qual’è il tuo progetto politico?” e se lui mi avesse risposto:”Ma, per il momento non ne abbiamo uno. Per adesso si combatte e si ammazzano romani, poi, magari, si vedrà”, il mio commento sarebbe stato:”Ma va a morì ammazzato, mica son scemo a venirti appresso!”. Sarei stato facile profeta:-).

    Ciao

    Ritvan

  24. utente anonimo says:

    difatti ho parlato di rivolta. Ma tu hai solo la rivoluzione in testa. Io ho anche altro.p

  25. utente anonimo says:

    A beneficio dei kompagni/kamerati razzistoidi, nonché del lerciume leghistoide a cui ogni tanto la magnanimità del “padrone di casa” lascia depositare i loro fetenti escrementi sul blog.

    La terra da cui attualmente vi piovono addosso puttane, lenoni, rapinatori di ville e pulitori di vetri di mercedesse di quarta mano (comprate dopo aver inchiappettato e truffato un po’ di muratori extracomunitari in nero) non ha mai conosciuto la schiavitù.

    Gli antichi Illiri non addottarono mai lo sistema schiavistico, ritenuto indegno di uomini liberi. Tutti lavoravano e, se qualcuno, per bisogno, lavorava per un altro, veniva pagato. I debitori erano costretti al lavoro forzato a beneficio del creditore, ma una volta estinto il debito tornavano automaticamente liberi. Non era permessa la compravendita degli esseri umani.

    I prigionieri catturati in guerra (o nelle scorrerie corsare delle tribù della costa es. i liburni che poi furono causa della guerra romano-illira) venivano trattenuti in attesa del pagamento di un riscatto o di uno scambio di prigionieri: certo, dovevano lavorare in cambio del vitto e alloggio, ma non era permesso fossero maltrattati in alcun modo e neanche venduti.

    Tutto questo, però, ebbe un prezzo. Gli illiri non poterono mai – in assenza di manodopera schiavistica a buon mercato -costruire una civiltà raffinata e filosofeggiante, né lasciare monumentali e gigantesche opere d’arte. Pertanto, i benpensanti d’oggi li definiscono “civiltà inferiore”. Come i razzistoidi del cazzo che, in difetto d’argomenti e d’intelligenza, torano fuori le solite puttane e i soliti lenoni albanesi, dimenticandosi bellamente di quando – non nell’antichità, appena 60 anni fa – “affittavano” le loro figlie e sorelle ai soldati amerikani in cambio di qualche pacchetto di sigarette.

    Ritvan

  26. utente anonimo says:

    >…Ma tu hai solo la rivoluzione in testa..p.< Già, la rivoluzione in testa ce l’ho io:-). Un po’ come dire – per rimanere in tema – che io sono lo schiavo negro, sfruttatore e pure razzista:-).
    Ciao

    Ritvan

  27. utente anonimo says:

    Be’ sì. Guarda il mio commento e il tuo. Chia ha parlato di rivoluzione. Tu. È un dato di fatto o una mia interpretazione “ideologica”?p

  28. utente anonimo says:

    Parlando seriamente, caro p., io so benissimo la differenza che passa fra rivoluzione e rivolta. Ma anche la rivolta deve avere uno scopo ben preciso, anche se molto più limitato di quello della rivoluzione, altrimenti diventa solo gazzarra da ubriachi.

    Ecco, se p.es. Spartaco avesse detto :”Cari kompagni schiavi, io ho preso le armi allo scopo di farvi avere – al posto delle anonime catene arrugginite che vi stringono le caviglie – delle graziose catenine placcate argento e firmate Traci (che era, come ben sappiamo, l’antenato di Bulgari:-) )”:-) non avrei avuto nulla da eccepire. Basta che ci fosse chiarezza d’intenti. Se invece, lo scopo della rivolta era far passare la vita ai suoi seguaci scorrazzando per l’Italia, ammazzando, rapinando e facendo le peggio porcate, per finire poi inevitabilmente in croce, beh, mi dispiace ma io, da bieko e servile “servo dei padroni” avrei preferito di gran lunga le catenine firmate Traci.

    Ciao

    Ritvan

  29. utente anonimo says:

    “La terra (…)non ha mai conosciuto la schiavitù”

    fino a hoxha naturalmente

    :-)

    scherzi a parte, puntualizzazione interessante la tua

    roberto

  30. utente anonimo says:

    >Be’ sì. Guarda il mio commento e il tuo. Chia ha parlato di rivoluzione. Tu. È un dato di fatto o una mia interpretazione “ideologica”?p< Caro p., fare i finti tonti:-) non è degno di un marxista. A meno che non si voglia conservare del marxismo solo la risposta – da finto tonto, appunto – che Marx diede a chi chi gli chiedeva chi avrebbe lustrato le scarpe nella società comunista.
    Ciao

    Ritvan

    P.S. Secondo te, Rosa Luxembourg e Karl Liebknecht, noti marxisti, definendosi “spartakisti” facevano anch’essi confusione “ideologica” fra rivolta e rivoluzione?

    P.S. A proposito di mestieri dopo la GRP, nella raccolta pubblicata in questi giorni da Moni Ovadia, sedicente:-) marxista, “Proletari di tutto il mondo ridete!”, c’è un gustoso dialogo fra due sovietici:

    - Compagno, ma nella società comunista ci sarà ancora il KGB?

    - No compagno, allora tutti i compagni avranno imparato ad arrestarsi da soli.

  31. utente anonimo says:

    >”La terra (…)non ha mai conosciuto la schiavitù”

    fino a hoxha naturalmente

    :-) scherzi a parte, puntualizzazione interessante la tua

    roberto< Magari fosse uno scherzo! “Lo schiavismo rosso” è stata una tragica realtà, purtroppo. Grazie dell’apprezzamento.
    Ciao

    Ritvan

  32. utente anonimo says:

    Che noi si abbia idee diversissime, e le si applichino anche alla storia romana, è pacifico. Quello che meno mi piace è che mi si attribuiscano idee che non sono le mie. Fu spartaco un rivoluzionario, da tenere nel pantheon, per usare un termine di moda in questi giorni, comunista? Sì. Fece una rivoluzione? No (le rivoluzioni non “si fanno”). Fu spartaco un partigiano, per quanto preso in senso lato il termine? Assolutamente no, o non sarebbe nel nostro pantheon, dal mio punto di vista. Invece sembra quasi che tu dia sempre per scontato queste cose quando hai di fronte uno che si dichiari marxista. Poi in rete si trova di tutto, anche chi ha l’icona di spartaco a grandi dimensioni sul blog e aderisce al partito democratico. Probabilmente proprio perché lo vede come un resistente temporibus illis. Poco mi piace, seppure involontariamente, credo in questo caso, essere accostato a persone simili.p

  33. utente anonimo says:

    >Che noi si abbia idee diversissime, e le si applichino anche alla storia romana, è pacifico. Quello che meno mi piace è che mi si attribuiscano idee che non sono le mie. Fu spartaco un rivoluzionario, da tenere nel pantheon, per usare un termine di moda in questi giorni, comunista? Sì. Fece una rivoluzione? No (le rivoluzioni non “si fanno”).<
    Abbi pazienza, caro p., però dire che Spartaco fu un rivoluzionario ma non fece la rivoluzione (o almeno non tentò di farla, fa l’istess) è un po’ come dire che sor Giggetto fu un insigne poeta, ma non compose un verso in vita sua:-).

    Perché allora dare la qualifica di “rivoluzionario” a Spartaco? Fu certo un combattente per la propria libertà dallo stato di detenzione schiavistica a cui indubbiamente era sottoposto. Ma se questo è il criterio, allora si può mettere nel “Pantheon dei rivoluzionari” anche un certo Papillon:-). E la mia non è una battuta: ricordiamoci – se le fonti storiche non sono un’opinione – che Spartaco fu inizialmente un soldato mercenario dell’esercito romano che fu “condannato” alla schiavitù per diserzione.

    >Fu spartaco un partigiano, per quanto preso in senso lato il termine? Assolutamente no, o non sarebbe nel nostro pantheon, dal mio punto di vista.<
    Non era detto in senso lato (come portatore di “ideologia” di parte), era detto in senso “stretto”, ossia dal punto di vista militare. L’esercito di Spartaco conduceva una guerra che oggi definiremmo “partigiana”, affrontando le truppe romane solo dove voleva lui e solo se in superiorità numerica, due capisaldi della strategia militare partigiana.

    >Invece sembra quasi che tu dia sempre per scontato queste cose quando hai di fronte uno che si dichiari marxista.<
    No, la questione non è tanto semplice. Vedi sopra.

    >Poi in rete si trova di tutto, anche chi ha l’icona di spartaco a grandi dimensioni sul blog e aderisce al partito democratico. Probabilmente proprio perché lo vede come un resistente temporibus illis. Poco mi piace, seppure involontariamente, credo in questo caso, essere accostato a persone simili.p<
    Beh, se tale blasfemo:-) accostamento c’è mai stato, sicuramente non è stata opera mia: io non ho mai supposto una tua adesione al Partito Democratico. Ma, per come la vedo io, se un membro del PD tiene Spartaco come icona della ribellione – anche armata – ad una palese ingiustizia (e la riduzione perenne in schiavitù solo per la diserzione, ancor più se non si trattava di cittadino romano, indubbiamente era una palese ingiustizia), non potendo avere giustizia in altro modo, ebbene in questo non ci vedo nulla di male.

    Ciao

    Ritvan

  34. utente anonimo says:

    Ma qui è la differenza. Io mi dico rivoluzionario proprio perché non faccio ( e non intendo fare) nessuna rivoluzione; mi dico comunista proprio perché non sono comunista. È la mia “ideologia” o pazzia, se vuoi, ma è quella non un altra. E su questa interpreto anche il resto della storia.

    Le tattiche di guerriglia non le hanno inventate i partigiani. Ma i partigiani le hanno usate per scopi controrivoluzionari, è questa la differenza. E controrivoluzionario (come è lui) crede che sia spartaco quel tale del blog. È questa la differenza sostanziale con quello. Mica la sua adesione al partito democratico.p

  35. utente anonimo says:

    Boh

    a me pare che Spartaco abbia fatto una rivolta, non una rivoluzione (tantomeno “la Rivoluzione”).

    Voleva cambiare la situazione sua e dei suoi compagni, non la struttura della società nel suo complesso; la libertà per se e per chi si univa a lui, non l’abolizione della schiavitù come istituto giuridico.

    Dire che fu “partigiano” mi sembra ancora più fuorviante: per quale parte lo fu? Ovviamente, fu partigiano per se, ma questo lo sono tutti.

    Al limite trovo più giusto dire che in certe circostanze fu “guerrigliero”, anche se fece anche scontri in campo aperto, e non pochi.

    Poi a uno può essere simpatico, perchè i rivoltosi piacciono, a un altro (e sono io) antipatico, perchè come Ritvan “tiene” per gli Illiri io tifo Romani.

    Paolo

  36. utente anonimo says:

    >Ma qui è la differenza. Io mi dico rivoluzionario proprio perché non faccio ( e non intendo fare) nessuna rivoluzione;<
    P., con te c’è veramente bisogno dell’interprete:-). Allora, possiamo dire che sei un “rivoluzionario evoluzionista”, ovvero che crede che la naturale evoluzione della società umana porterà inesorabilmente verso la rivoluzione, senza che qualcuno ogni tanto guardi l’orologio e poi gridi:”Compagni, è suonata l’ora, sulle barricateeeee!”?

    >mi dico comunista proprio perché non sono comunista.<
    Il mio interprete dal “piese”:-) mi dice che il primo “comunista” è da intendersi in senso marxista-filosofico, mentre il secondo in senso storico-politico (membro del PCI, per intenderci). Ha ragione?

    >È la mia “ideologia” o pazzia, se vuoi, ma è quella non un altra. E su questa interpreto anche il resto della storia.<
    No, non credo sia una pazzia. Anzi, se l’interpretazione che mi ha dato sopra il mio interprete è quella giusta, è una teoria molto sensata. E che soprattutto non fa danni:-).

    >Le tattiche di guerriglia non le hanno inventate i partigiani.<
    Non ho detto questo. Erano conosciute fin dall’antichità. “Strategia partigiana” è un termine moderno, come il tuo “panteon dei rivoluzionari”, che io non mi sono permesso di contestare in modo capzioso, p.es. dicendo che “teon” sono gli dei e i rivoluzionari non possono essere associati a divinità:-).

    >Ma i partigiani le hanno usate per scopi controrivoluzionari, è questa la differenza.<
    Vedi sopra. Inoltre, non per prendere le difese dei bieki partigiani rossi “controrivoluzionari”, ma – come ho già raccontato – un certo Pajetta ci provò ad okkupare la Prefettura di Milano coi suoi partigiani, e ci riuscì pure, ma Il Migliore – che io penso avesse in quel momento una visione della tempistica rivoluzionaria simile alla tua – lo gelò al telefono, dicendogli:”Molto bene, kompagno. E adesso che pensi di fartene?”:-)

    >E controrivoluzionario (come è lui) crede che sia spartaco quel tale del blog. È questa la differenza sostanziale con quello. Mica la sua adesione al partito democratico.p<
    Ah, adesso mi pare di aver capito. Insomma, se ho capito bene stavolta, per non essere bollati come “controrivoluzionari” ed aver diritto a tenere Spartaco in bacheca, i suddetti si devono riunire in bande armate e scorrazzare per l’Italia in lungo e in largo, ammazzando, rapinando, incendiando e liberando dalle catene impiegati a tempo determinato dei call center:-), così da assimilarsi al “rivoluzionario” Spartaco? No, mi sa che non ho capito bene, vero?

    Ciao

    Ritvan

  37. utente anonimo says:

    >a me pare che Spartaco abbia fatto una rivolta, non una rivoluzione (tantomeno “la Rivoluzione”). Paolo<
    Su questo si concordava tutti mi pare. Comunque, il tuo contributo è beneaccetto:-)

    >Voleva cambiare la situazione sua e dei suoi compagni, non la struttura della società nel suo complesso; la libertà per se e per chi si univa a lui, non l’abolizione della schiavitù come istituto giuridico.<
    E neanche su questo ci piove, infatti.

    >Dire che fu “partigiano” mi sembra ancora più fuorviante: per quale parte lo fu? Ovviamente, fu partigiano per se, ma questo lo sono tutti.<
    Credo che tu qui ti rivolga a me, visto che p. rigetta l’applicazione di tale appellativo a Spartaco. Se vedi bene, però, io nel mio #23 scrivevo, a proposito degli schiavi non disposti a seguire Spartaco “…erano inabili a fare la vita da “partigiano” “. Ovviamente, nel linguaggio comune, “vita da partigiano” significa “vita difficile e pericolosa”, nascondersi nei monti, in balìa delle intemperie, mangiare quel che si trovava, scontrarsi con l’esercito, fare marce forzate e quant’altro. Una donna o uno schiavo precettore “diversamente abile” o un vecchio, avevano o no il diritto di rifiutare tale vita e optare per la “schiavitù dorata”? Che minchia c’entra la “partigianeria”, intesa come faziosità??!!

    >Al limite trovo più giusto dire che in certe circostanze fu “guerrigliero”, anche se fece anche scontri in campo aperto, e non pochi.<
    Sì, li fece, ma sempre in condizioni di schiacciante superiorità numerica: è questo uno dei capisaldi della dottrina militare partigiana, non il fatto di sparare nascosto dai cespugli:-). L’unica volta in cui si trovò – e non certo per sua scelta – in inferiorità numerica davanti a Crasso, perse.

    “Guerrigliero” e “partigiano” credo non siano sinonimi. Almeno durante la IIGM e nei paesi dell’est. In Albania – che adoperava la “nomenlatura” sovietica – i ruoli erano ben distinti. I partigiani erano “legali”, si muovevano apertamente armati in gruppi e conducevano operazioni militari, anche in campo aperto, purché in superiorità numerica, fuori dalle città. I guerriglieri, invece, erano gruppi di cittadini (clandestini e non) che compivano attentati nelle città, rifuggendo, per quanto possibile dal contatto fisico col nemico (altrimenti finirebbero inesorabilmente annientati). In quest’ottica “albanese” Spartaco e i suoi furono “partigiani” piuttosto che “guerriglieri”. Nell’ottica di paesi latinoamericani, invece, non saprei.

    >Poi a uno può essere simpatico, perchè i rivoltosi piacciono,<
    Alle kompagne di sicuro:-): i cronisti dell’epoca lo descrivono alto, bello, biondo, muscoloso e carismatico.

    >a un altro (e sono io) antipatico, perchè come Ritvan “tiene” per gli Illiri io tifo Romani.

    Non è che ce l’hai pure tu – freudianamente parlando:-) – con l’extracomuntario Spartaco che non rispettava i “padroni di casa” romani e le loro leggi?:-) :-) :-).

    Ciao

    Ritvan

  38. utente anonimo says:

    Ritvan,

    - Attento fratello Z., non scherzare su Auschwitz –

    Ma come, l’ha detto anche Berlusconi che è il passatempo ufficiale degli italiani! :-)

    - qualcuno si potrebbe inkazzare ad minchiam –

    Ah, faccia pure… vorrà dire che gli toccherà di scazzarsi e fare due fatiche. Contento lui/lei/l’altro :-))

    Z.

  39. utente anonimo says:

    I partigiani erano controrivoluzionari perché se avessero fatto la loro società, cosa già giudicata impossibile dai nostri maestri, visto il rapporto di forze, sarebbe stata comunque una società controrivoluzionaria. Da negare né più né meno di questa, che del resto porta anche la loro impronta. Non sono comunista, molto più semplicemente, perché nessuno è esente dagli influssi d’una società che comunista non è. Abbiamo anche noi le “stimmate”. Molto materiale e poco filosofico, se vuoi.

    Questa consapevolezza tra l’altro entra in quel piano di sottoproduzione di fesserie che tragicamente mancava ai sessantottini, tutti protesi nelle loro volontà: vogliamo tutto, vogliamo subito. Adesso vogliono il capitalismo più becero. Ma anche in questo sono semplici mosche cocchiere.

    Per paolo: rivoltosi ce n’è stati molti in roma. Ma non tutti possono stare nel nostro “pantheon”. Non catilina per esempio, pur ammirevole per certi versi. La particolarità della rivolta di spartaco era che quel grido, nato da condizioni disperate, seppe negare tutto della società romana, non le chiedeva nulla. Altre rivolte, pur importanti, non seppero arrivare fino a questo punto. In questo spartaco era rivoluzionario e noi possiamo dire di proseguire la sua lotta.

    Infine miguel: ho visto che dopo santaruina hai giustamente messo anche il rimando a iperhomo. Secondo me meriterebbe anche, se ti va questo piccolo consiglio, ikalaseppia, che ha molte cose in comune con i due citati.p

  40. utente anonimo says:

    >Ah, faccia pure… vorrà dire che gli toccherà di scazzarsi e fare due fatiche. Contento lui/lei/l’altro :-)) Z.< Veramente qui a Rome si dice che le fatiche siano ben 3 :-).
    Ciao

    Ritvan

  41. utente anonimo says:

    Ma non tutti possono stare nel nostro “pantheon”. Non catilina per esempio, pur ammirevole per certi versi. La particolarità della rivolta di spartaco era che quel grido, nato da condizioni disperate, seppe negare tutto della società romana, non le chiedeva nulla. Altre rivolte, pur importanti, non seppero arrivare fino a questo punto. In questo spartaco era rivoluzionario e noi possiamo dire di proseguire la sua lotta. p.

    maria

    caro p. , sei una persona abbastanza enigmatica, il più virtuale di tutti noi, nel senso che di te lasci trasparire ben poco , se non la tua cultura poetica e politica, e la simpatia per i facchini napoletani:-)

    Come Spartaco, lotti, contro lo stato di cose attuali , senza proporti però nessun cambiamento.

    Ma Spartaco nella sua rivolta, perse la vita, fu percepito e considerato estremamente pericoloso per le sue idee, che avrebbero minato alla radice la società in cui viveva,non era soltanto un rivoltoso ma anche un rivoluzionario allora, perchè secondo me è rivoluzionario chiunque avanzando delle idee di cambiamento RISCHIA MOLTO.

    Ma tu perchè non ti proponi nulla, forse ritieni che fare delle analisi sia di per sè agire politicamente?

    Ma questo non contrasta con il marxismo?

    maria

  42. utente anonimo says:

    >caro p. , sei una persona abbastanza enigmatica, il più virtuale di tutti noi, nel senso che di te lasci trasparire ben poco , se non la tua cultura poetica…< Ecco perché piace tanto a vosotras:-).
    Ciao

    Ritvan

  43. utente anonimo says:

    >I partigiani erano controrivoluzionari perché se avessero fatto la loro società, cosa già giudicata impossibile dai nostri maestri, visto il rapporto di forze, sarebbe stata comunque una società controrivoluzionaria. p.<
    Beh, “controrivoluzionaria” per “controrivoluzionaria”, io son contento che abbiano scelto (anche se non hanno scelto loro, come ho già detto in passato, bensì Stalin) la controrivoluzione alle vongole piuttosto che quella al gula(g)sh:-), altrimenti ora col mio gommone avrei dovuto navigare fino in Francia, trovando in Italia la stessa miseria postcomunista. Anzi, a dire la verità io avrei preferito che i Gloriosi partigiani Italici 8che saluto affettuosamente, nella ricorrenza di oggi) avessero fatto una scelta ancor più “controrivoluzionaria”: lasciare che gli Alleati se la sbrigassero da soli contro i crucchi, come avevano iniziato a fare. Si sarebbero di certo risparmiate alcune decine di migliaia di morti (innocenti e non) italiani.

    >Da negare né più né meno di questa, che del resto porta anche la loro impronta.<
    Come già detto, nel gioco della torre preferisco di gran lunga l’impronta kompagnesca alle vongole rispetto a quella al gula(g)sh.

    >Non sono comunista, molto più semplicemente, perché nessuno è esente dagli influssi d’una società che comunista non è. Abbiamo anche noi le “stimmate”. Molto materiale e poco filosofico, se vuoi.<
    Già. E anche piuttosto cattolico, direi. Nel senso di “lo spirito e forte ma la carne è debole, fratelli: siamo tutti peccatori, crediamo fermamente in Dio, ma viviamo nel modo del peccato”:-).

    >Questa consapevolezza tra l’altro entra in quel piano di sottoproduzione di fesserie che tragicamente mancava ai sessantottini, tutti protesi nelle loro volontà: vogliamo tutto, vogliamo subito. Adesso vogliono il capitalismo più becero. Ma anche in questo sono semplici mosche cocchiere.<
    Sì, ma solo quelli che oggi hanno raggiunto una posizione tale da trarre profitto (momentaneo, ma gli imbecilli non se ne accorgono, oppure come i nobili francesi della Reggenza dicono:”aprés moi le deluge”) dal capitalismo più becero. Gli altri, gli sfigati, continuano a strillare “Vogliamo la rivoluzione, adesso, tutta e subito” e si comprono dai kompagni albanesi sul gommone mitra da nascondere in giardino (e anche un po’ d’erba, già che ci sono:-) ). Solo pochissimi di loro hanno acquisito, col passare degli anni, anche il senso della misura e dell’equità.

    >Per paolo: rivoltosi ce n’è stati molti in roma. Ma non tutti possono stare nel nostro “pantheon”. Non catilina per esempio, pur ammirevole per certi versi.<
    Eh, lo vorrei proprio vedere Catilina nel Pantheon Rosso: gli altri kopmpagni girerebbero nella tomba come ventilatori:-). Egli fu, come lo potremmo definire oggi, una specie di “peronista” in salsa antica, rappresentante dei “piccoli proprietari” contro i cosiddetti “poteri forti”. Un po’ come fa anche il nostro Berlusca:-), ma con più successo, poiché a differenza di Catilina sommerso dai debiti il Berlusca è anch’egli un “potere forte”. Un’altra analogia Berlusca-Catilina è che per impedirgli di essere eletto a Catilina istruirono diversi processi, da cui ne uscì prosciolto, ma intanto le elezioni erano passate.

    Come si diceva ai tempi di Catilina “nihil novo sub sole”:-).

    >La particolarità della rivolta di spartaco era che quel grido, nato da condizioni disperate, seppe negare tutto della società romana, non le chiedeva nulla.<
    Ne sei proprio sicuro, fratello? Hai una qualche fonte, secondo cui a Spartaco fu promesso dal Senato romano ampia amnistia e anche navi per portare se stesso e i compagni nelle loro case, pur di toglierlo dalle scatole? In mancanza di ciò, io continuerò a credere, invece, che la sua “scelta” fosse obbligata. Il Senato non poteva permettersi di trattare coi “terroristi”( Altri tempi, altri italici:-) ). E la scelta del Senato alla lunga si rivelò vincente.

    >Altre rivolte, pur importanti, non seppero arrivare fino a questo punto.<
    Perché, magari – e diversamente dal caso di Spartaco – fu offerta loro una via di compromesso. Vedi, caro p., per fare il solito paragone religioso:-) i martiri cristiani stanno nel Pantheon del Martiri Cristiani non perché furono trucidati, bensì perché PUR POTENDO SCEGLIERE fino all’iltimo SCELSERO di morire, piuttosto che scendere a compromessi. Spartaco no, perché – fino a prova contraria, a tuo carico, però:-) – nessuno gli offrì un compromesso. Però, nel fare cotanto arzigogolato ragionamento, sono ben conscio che tu mi potrai sempre rispondere che le regole d’ammissione al Pantheon dei kompagni le fai tu e non il Vaticano:-).

    >In questo spartaco era rivoluzionario e noi possiamo dire di proseguire la sua lotta.<
    Sì, ma state attenti a Crasso, eh!:-)

    Ciao

    Ritvan

  44. utente anonimo says:

    Be’, maria, meglio i facchini napoletani che gli stakanov. Guarda che il cambiamento lo vogliono tutti e l’ottengono pure, vedi il partito democratico, che è stata, dicono certi “esperti”, una “rivoluzione” politica (una delle tante di questa società, aggiungo io da inesperto). Chi vuole il cambiamento ha tante formazioni politiche da scegliere per ottenerlo. Scelga e buon pro gli faccia. Io non voglio cambiare questa società, la nego in toto, non so se percepisci la “lieve” differenza. Siamo pochi? Poco importa, stiamo con i pochi e i partiti di massa vadano dove gli pare e piace. Ma è una negazione sterile, si potrebbe obiettare. Questa è una fesseria. Sarei matto, in questo caso veramente un matto megalomane, se pensassi che la mia negazione ipso facto potesse causare la caduta della cosa, un’intera società!, negata. Non è sterile, è insufficiente, ma questo lo so fin da subito. Io mi accontento di essere coerente, per quanto m’è possibile, con quanto sento. Il resto, che non appartiene alle mie possibilità, non deve appartenere neppure alla mia volontà.

    Be’ ritvan hai dato le tue interpretazioni storiche e va bene così. Solo che noi non siamo cattolici e neghiamo la duplicità di spirito e carne. Ma non abbiamo la pretesa di essere ciò che non siamo. Non avendo una natura stabilita in eterno da seguire, questo è cristiano, non possiamo che seguire quella determinata dallo svolgimento storico. Ma per noi la storia e la natura, non considerandola dal buco della serratura d’una vita singola, è non solo presente o tutt’al più presente e passato, ma già anche futuro.p

  45. utente anonimo says:

    Tre? Confesso che mi manca la terza :-)

    Z.

  46. utente anonimo says:

    (ner zenzo che non so quale sia…)

  47. utente anonimo says:

    >Be’, maria, meglio i facchini napoletani che gli stakanov. p.<
    Sicuramente. Anche perché gli stakhanov crepano molto presto. (a proposito, pare che fosse la solita operazione demagogica truffaldina sovietica: il caro stakhanov, è vero, era un gran lavoratore, ma non un mostro dal rendimento di 17 operai: gli hanno messo a disposizione fronte di lavoro e mezzi senza alcun paragone con il minatore “normale”).

    >Guarda che il cambiamento lo vogliono tutti e l’ottengono pure, vedi il partito democratico, che è stata, dicono certi “esperti”, una “rivoluzione” politica (una delle tante di questa società, aggiungo io da inesperto).<
    Ma stai scherzando, vero? Quale “rivoluzione” e “rivoluzione”! Una cosa nel più puro stile gattopardesco: cambiare tutto per non cambiare nulla! I postcomunisti che si cono coperti con la foglia di …margherita! Ah, ah, ah, quasi quasi preferisco Mussi!

    >Chi vuole il cambiamento ha tante formazioni politiche da scegliere per ottenerlo.<
    Ah, ho capito, sei ironico:-).

    >Scelga e buon pro gli faccia.<
    Idem come sopra:-)

    >Io non voglio cambiare questa società, la nego in toto, non so se percepisci la “lieve” differenza.<
    Io si.

    >Siamo pochi? Poco importa, stiamo con i pochi e i partiti di massa vadano dove gli pare e piace.

    Ma è una negazione sterile, si potrebbe obiettare. Questa è una fesseria. Sarei matto, in questo caso veramente un matto megalomane, se pensassi che la mia negazione ipso facto potesse causare la caduta della cosa, un’intera società!, negata. Non è sterile, è insufficiente, ma questo lo so fin da subito.<
    Chiarissimo.

    >Io mi accontento di essere coerente, per quanto m’è possibile, con quanto sento. Il resto, che non appartiene alle mie possibilità, non deve appartenere neppure alla mia volontà. Be’ ritvan hai dato le tue interpretazioni storiche e va bene così.<
    Getti la spugna, eh!:-)

    >Solo che noi non siamo cattolici e neghiamo la duplicità di spirito e carne. Ma non abbiamo la pretesa di essere ciò che non siamo. Non avendo una natura stabilita in eterno da seguire, questo è cristiano, non possiamo che seguire quella determinata dallo svolgimento storico. Ma per noi la storia e la natura, non considerandola dal buco della serratura d’una vita singola, è non solo presente o tutt’al più presente e passato, ma già anche futuro.p<
    No, un momento, tu quoque? Quando parlavo di “spirito forte e carne debole”, mica mi riferivo alla tua camera da letto, eh, perché tu mi rinfacci “buchi di serratura”. Di comportamenti SOLCIALI e DI COSCIENZA parlavo io. Come dici tu sopra “Io mi accontento di essere coerente, per quanto m’è possibile, con quanto sento”.

    Ecco, a quello mi riferivo io. Sapere che la società non la puoi cambiare nel senso che vorresti va bene. Ma poi? Sempre parlando di CAMPO SOCIALE E POLITICO (e non di camera da letto), facciamo due ipotesi:

    1. Vinci il Superenalotto (non mi dire che non giochi, per favore, facciamo finta che il biglietto te l’abbia regalato qualcuno). Un centinaio di milioni di euri. Che fai, in attesa della GRP?

    2. Nella tua piccola città sei conosciuto, stimato e benvoluto da tutti (malgrado la tua innocua mania:-) di credere alla GRP) come persona integerrima e intelligente.

    Elezioni per il sindaco. Una delle coalizioni presenta un candidato che tu sai sia un ladro, un incapace e un mascalzone, ma ha moltissimi agganci. L’altra coalizione individua in te l’unico candidato in grado di sconfiggere il mariuolo. Che fai, accetti la candidatura, o pensi che tanto chissenefrega, la GRP quando verrà, verrà, sindaco mariuolo o meno?

    Ciao

    Ritvan

  48. utente anonimo says:

    >Tre? Confesso che mi manca la terza :-) (ner zenzo che non so quale sia…) Z.< La terza è che va a fa…lo:-).
    Ciao

    Ritvan

    P.S. Giuro che è così.

  49. utente anonimo says:

    Ma non getto la spugna. Più o meno, nei limiti d’un commento a un blog, abbiano detto la nostra su alcuni avvenimenti, e chi vorrà leggere deciderà… d’avere un’altra opinione ancora.

    1a ipotesi. Me li spendo.

    2a ipotesi. Non avviene che io accetti, perché non sono interessato a gestire l’esistente. In fin dei conti è anche un “dovere” di chi ci crede.p

  50. utente anonimo says:

    >1a ipotesi. Me li spendo. p<
    Grazie al cavolo, ci manca pure il marxista che li deposita in fondi di investimenti, magari di fabbriche d’armi:-). La domanda implicita era COME li spendi (e non t’azzardare a dirmi “tirando fuori le banconote dalle tasche, sai le multinazionali delle carte di credito mi fanno schifo”:-)).

    >2a ipotesi. Non avviene che io accetti, perché non sono interessato a gestire l’esistente. In fin dei conti è anche un “dovere” di chi ci crede.<
    Hmmm…male, molto male. Vabbè, lo so che sto dicendo una corbelleria, marxisticamente parlando, visto che – sempre marxisticamente parlano – il “bene” e “il male” non esistono. Pertanto, come non detto.

    Ciao

    Ritvan

  51. utente anonimo says:

    Ritvan, ti ricordi che hai postato un pezzo dell’ Ecclesiaste ? :

    C’è un tempo per/….







    C’ è un tempo per ogni cosa.

    Anche per pensare a come spendersi ( per sè) 100 milioni di euro vinti al Superenalotto.

    Però, fino a che non si sono vinti, perché perdere tempo a pensarci ?

    Aurora.

  52. utente anonimo says:

    >Anche per pensare a come spendersi ( per sè) 100 milioni di euro vinti al Superenalotto.Aurora<
    Ti ricordo molto umilmente che “per sé” è un tuo “tocco personale”. Lui non lo ha detto ancora “come” li spenderebbe.

    Se non ti dispiace, posso aspettare la risposta di p., oppure mi devo appellare al CPK, sezione “quelli che rispondono al posto di altri su domande personali”?:-) :-).

    Ciao

    Ritvan

  53. utente anonimo says:

    Sono sostanzialmente d’accordo con le riflessioni di Miguel sulla schiavità antica.

    E credo che valga lo stesso per quella americana moderna.

    Piuttosto mi chiedo quanti accetterebbero la posizione di schiavo nell’Italia di oggi, credo proprio moltissimi.

    Francesco

  54. ikalaseppia says:

    per dirla tutta solo l’essere autosufficiente sia in termini materiali che spirituali è veramente libero. Perciò il nomade è (era) più libero del sedentario dove si è sviluppata la specializzazione del lavoro. Non a caso per gli Indù, solo il rinunciante è al di sopra delle caste. Per il resto si è sempre, inevitabilmente costretti ad una posizione nella rete gerarchica sociale, anche se la moderna ideologia recita il contrario. Lo schiavo non va comunque confuso con il servo, egli ha letteralmente perso, per sé e per i suoi discendenti la vita. A molti antichi la cosa pareva naturale, segno certo che la decadenza dell’umanità era già in una fase assai avanzata. è solo per questo che mi sembra sbagliato assolutizzare troppo la questione, saluti

  55. utente anonimo says:

    x n.53

    Francesco II (sei tu, vero?), ti prego, abbi pietà delle mie coronarie, in un primo momento ho creduto che il mio buon amico e “sodale” Francesco I – fino a poco tempo fa di tutt’altro avviso sulla faccenda della schiavitù – fosse uscito improvvisamente di senno e, siccome io alla salute mentale dei miei amici ci tengo, quasi m’è preso un infarto!

    Per favore, in futuro non dimeticarti l’ordinale dopo il nome. Grazie.

    Ciao

    Ritvan

  56. utente anonimo says:

    Come li spendo? Non lo so, immediatamente penso che lascerei il lavoro. Quello sì. In fin dei conti sarebbe questo il cambiamento più importante. Per il resto, a parte una maggior comodità e qualche possibilità di spese in più per gli sfizi, non credo che la mia vita cambierebbe di molto. La rivoluzione? Molto maggior contributo al gruppo di quanto possa fare adesso. Ma non penso di mettere in piedi chissà quali attività, perché a poco servirebbe. Poi, che ne so, potrei anche perdere la testa di fronte a un mucchio di soldi. Scappare nei mari del sud e dimenticare nei bagordi la vita fino a che la vita si dimentichi di me. Sulle fabbirche d’armi, io ci lavoro in una fabbrica anche d’armi. Non investirei perché non mi andrebbe di seguire la borsa. Ho visto che è molto assorbente in chi ci gioca, per avere buoni risultati, e io vorrei essere assorbito da altro. Le carte di credito vanno benissimo. È buon segno che il denaro si stia smaterializzando sempre più. Almeno per questa scuola bizantina.

    Sull’impegno istituzionale: a parte che io credo davvero che la gestione del capitalismo vada lasciata a chi al capitalismo ci crede, in qualunque forma gli piaccia, c’è un punto un po’ più profondo. Teoria e azione per noi non sono divisibili. Se agisci in un certo modo, alla fine devierai anche la teoria secondo quel modo d’agire. Gli esempi della storia marxista di questo fenomeno sono fin troppo abbondanti.p

  57. utente anonimo says:

    x p. (n.56).

    Esauriente. E, credo, anche sincero. Grazie.

    Ritvan (in veste di marxistologo curioso)

  58. utente anonimo says:

    No, carissimo Ritvan

    sempre io sono. Francesco I re della Borgogna (solo per i vini rossi).

    Sai, per noi cattolici la riflessione sulla schiavitù inizia (almeno) con San Paolo, per cui le distinzioni fondamentali nell’umanità dei suoi tempi (greco-barbaro, uomo-donna, schiavo-libero) vengono superate dalla fratellanza cristiana. Non abolite ma rese secondarie.

    Poi ho nasato qualcosina sulla responsabilità del padrone (di schiavi come di servi) e sulla non responsabilità del datore di lavoro (che si ferma al contratto). La questione è certamente ambigua e molto interessante.

    Infine, capisco che per te sia folle, con la tua storia, ma rifletti su quelli che conosci: quanti cederebbero la propria libertà (di cui neppure hanno coscienza) per una rassicurante bambagia?

    Ciao

    Francesco

  59. utente anonimo says:

    p. ma se vinci tanti miliardi farai un piccolo regalo anche a tutti noi, vero?:-))

    maria

  60. utente anonimo says:

    >p. ma se vinci tanti miliardi farai un piccolo regalo anche a tutti noi, vero?:-)) maria< No. Sarebbe assistenzialismo e egualitarismo biecamente bolscevico. Sulla vincità saranno state trattenute le imposte alla fonte che andranno per costruzione di scuole, asili, piste ciclabili e rastrelliere per biciclette. Ti dovrebbe bastare, come “giustizia sociale”, non mi fare l’ingorda.-).
    Ciao

    Ritvan

    P.S. In Albania, all’inizio degli anni ’60, anni della fratellanza sovietica, c’era la Lotteria della Croce Rossa. Si vinceva da una bicicletta (minimo)ad un miniappartamento (massimo). Alla fine di quegli anni, però, dopo il ripudio dei fratelli sovietici e l’adozione dei fratelli cinesi, lo scimmiottamento della Gloriosa Rivoluzione Culturale Proletaria di Mao abolì anche quella. Perché il mondo socialista verace non riconosce il “culo”, solo il frutto diretto del lavoro. Per fortuna non si arrivò alla soppressione automatica di chi superava l’età media della popolazione:-).

    P.S.2 Adesso che ci penso, sarebbe interessante sapere come si comportavano i kompagni della Croce Rossa albanese nel caso qualche premio risultasse vinto da un “nemico del popolo”, a cui un inspiegabile vuoto normativo:-) non proibiva l’acquisto dei biglietti della lotteria. Secondo me, per evitare imbarazzi, i vincitori venivano scelti previa approvazione del Comitato Centrale del Partito:-).

  61. utente anonimo says:

    insomma, l’estrazione dei biglietti vincenti la facevate organizzare a Moggi …

    Francesco

  62. utente anonimo says:

    >insomma, l’estrazione dei biglietti vincenti la facevate organizzare a Moggi … Francesco< Non solo quella. Tutta la vita sembrava esser stata progettata da Moggi. E tutto si risolveva – se si risolveva- tramite telefonate. Ma purtroppo nessuno intercettava.
    Ciao

    Ritvan

  63. utente anonimo says:

    non hai risposto alla mia domanda sugli aspiranti schiavi …

    Francesco

  64. utente anonimo says:

    “Ma purtroppo nessuno intercettava”

    o meglio tutti intercettavano, ma erano i cattivi…

    vari colleghi baltici mi ha raccontato che all’epoca dell’urss l’intercettazione era non solo sistematica ma talmente palese e rozza che potevi sentire l’intercettante che starnutiva (uno mi ha raccontato che una volta ha risposto “salute!” ed è stato qualche giorno dopo convocato al commissariato per una ramanzina perchè non rispettava il compagno che lavorava per la sicurezza nazionale)

    ciao

    roberto

  65. utente anonimo says:

    Pare sia una delle battute preferite di Cossiga, relativamente ai franchi rapporti interni alla DC dei bei tempi …

    Ciao

    Francesco

  66. utente anonimo says:

    >non hai risposto alla mia domanda sugli aspiranti schiavi … Francesco<
    Perchè credevo che stessi smaltendo il troppo Borgogna:-) o cazzeggiando.

    Ma hai letto l’annuncio di Roberto che cercava schiavi domestici? Mica s’è presentato qualcuno, eh, altrimenti Roberto ce l’avrebbe detto. E sì che le condizioni erano favolose, rispetto a quelle dell’antica Roma:-). O dici che questo blog viene letto solo da “resistenti” e non da aspiranti servi o schiavi: allora, vogliamo mettere un annuncio sul “Corriere”:-)?

    Ciao

    Ritvan

    P.S. Certo, un/a povero/a diavolo/a nel Congo che vede periodicamente passare sul proprio corpo drappelli armati e inkazzati che lo/la riducono a uno straccio, magari venderebbe anche l’anima al diavolo, altro che schiavitù in casa di un buon uomo bianco. Ma è solo perché le scorribande dei suddetti drappelli sono un abominio ancora peggiore, non perché la schiavitù sia ‘nu babbà.

    Ciao

    Ritvan

  67. utente anonimo says:

    Caro Ritvan,

    ci sono alcuni lievi problemi giuridici e di costume da superare ma rimango della mia idea.

    Tu garantisci agli schiavi i loro “diritti” consuetudinari (vitto, alloggio, Scherzi a parte la sera, protezione, cure, sicurezza del futuro) e vedi se non accorrono a frotte.

    Temo.

    Francesco

  68. utente anonimo says:

    >Tu garantisci agli schiavi i loro “diritti” consuetudinari (vitto, alloggio, Scherzi a parte la sera, protezione, cure, sicurezza del futuro) e vedi se non accorrono a frotte.<
    E’ proprio quello il punto, caro Francesco, che la schiavitù non è compatibile coi “diritti consuetudinari” di nessuno. Se dovesse diventare compatibile non sarebbe più schiavitù, bensì lavoro dipendente in pubblica amministrazione e alloggio popolare con bicicletta e abbonamento del tram in una delle regioni rosse dell’Italia:-) (e questo che volevi dire, vero, bieko reazionario che non sei altro?:-))

    Ciao

    Ritvan

  69. utente anonimo says:

    E’ bello poter parlare qui, un poco come i bambini quando vengono sentiti dal giudice, dal p.m., e dai difensori degli imputati, che nascosti dietro ad una finta parete a specchio, rivolgono le domande tramite lo psicologo. Con “modalità protette”.

    Così io posso dire a Francesco, senza essere suggestionata dalla sua espressione facciale o dai suoi toni, che quando ad uno gli garantisci ” vitto e alloggio” poi è libero di dedicarsi a tutti i suoi interessi. Per uno è il calcio, per un altro il telescopio, per un altro la filosofia, e via, via, frequentare gli amici, gli sbandati, gli infermi, vagolare con la mente e con i piedi, rilassare la mente e il fisico, conoscere i pensieri degli altri e l’ambiente, libero di ” espandersi” nel mondo. ( no, Francesco, non è pertinente la rivista economica ” Espansione” e neppure ” Il Mondo”)

    Se, per es. ad una donna è garantita l’indipendenza, vitto e alloggio, forse non si sente prigioniera a casa sua, e può essere libera di dire al marito una volta sola ” non mi piaci più”, anziché, tutte le sere, ” ho mal di testa”.

    Aurora.

  70. utente anonimo says:

    Rif.

    Aurora, ti prego, ragiona! Così facendo chi te le cambia più le lampadine che si fulminano? E i tasselli per i quadri? E i rubinetti che gocciolano? E la spazzatura da portar nel cassonetto?

    Ciao Sardina

  71. utente anonimo says:

    Sardina, ma il mio gusto è sragionare, sregolata : fare quel che mi pare se mi pare quando mi pare, senza orari, senza obblighi, rilassata. Ah, che senso di libertà !

    Con qualche lampadina fulminata,

    Aurora.

  72. utente anonimo says:

    >Aurora, ti prego, ragiona! Così facendo chi te le cambia più le lampadine che si fulminano? Sardina<
    Ma l’eletricista, che diamine! Nel vitto e alloggio è compresa anche la pecunia neccessaria per le spese d’ammortamento, mica vorremmo essere così pitocchi! Un bel fustacchione somigliante a Raoul Bova, scelto a caso:-) nel catalogo a colori disponibile presso la camera di commercio locale.

    >E i tasselli per i quadri?<
    Ma da un falegname con l’hobby della poesia, scelto sempre a caso dal catalogo di cui sopra.

    >E i rubinetti che gocciolano?<
    Ma c’è l’idraulico polacco, parbleuosca, quell’adone che sorrideva tempo fa dai manifesti affissi in tutta Francia. Così s’impara pure una lingua straniera.

    >E la spazzatura da portar nel cassonetto?<
    E no, eh, qui non ci casco, con l’operatore ecologico no!:-). Nel nostro comune c’è il servizio a domicilio, ogni mattina verso le 9. Basta dire all’elettricista, idraulico, o quello che è, la mattina dopo, quando si sarà rivestito e ti avrà portato il caffè a letto, se per cortesia prende anche il sacchetto della monneza e lo lascia giù all’ingresso.

    Ciao

    Ritvan

  73. utente anonimo says:

    Sardina, ma il mio gusto è sragionare, sregolata : fare quel che mi pare se mi pare quando mi pare, senza orari, senza obblighi, rilassata. Ah, che senso di libertà !

    maria

    quoto:-) e mi viene in mente cosa disse l’avvocata Bongiorno in proposito, quando torno a casa dal lavoro non voglio persone tra i piedi….

  74. utente anonimo says:

    Rif. 71 73

    Ho capito ragazze!…

    … Indosso l’elmetto…

    …Sono pronta! Caricaaaaaa!…

    Ciao Sardina

    PS Mica sapevo niente di questo catalogo, altrimenti!…

  75. utente anonimo says:

    Girls just want to have fun; cyndi lauper

    http://www.youtube.com/watch?v=17dQIu1lO6M

    p

  76. utente anonimo says:

    Kelebek carissimo,

    Nel Tempio del Dialogo un Giovine (“i”) Ebreo t’ invoca …

    http://ritvanarium.splinder.com/post/11927735#comment

    by

    Ritvanarium

  77. utente anonimo says:

    >quoto:-) e mi viene in mente cosa disse l’avvocata Bongiorno in proposito, quando torno a casa dal lavoro non voglio persone tra i piedi….maria<
    Ah, ha precisato “persone”? Voglio assolutamente diventare il veterinario dell’avvocato Bongiorno: con quello che ha spillato ad Andreotti camperei praticamente di rendita:-).

    Ciao

    Ritvan

    P.S. Piccola barza in tema.

    - Moglie: Caro, la lampadina del bagno non funziona, ti dispiace provvedere?

    - Marito: E che sono un elettricista io?!

    ……

    - Moglie: Caro, il rubinetto perde, puoi fare qualcosa?

    - Marito: Non sono neanche idraulico, lo sai, no?

    ……..

    - Moglie: Caro, il vetro della finestra della cucina è rot…

    - Marito: Lo sai bene che non faccio neanche il vetraio, perciò non mi seccare più con queste lamentele, provvedi da sola, per favore!

    …….

    …….

    Dopo alcuni giorni, il marito, tornando a casa trova la luce del bagno funzionante, il rubinetto che non sgocciolava e il vetro sostituito.

    - Marito: Ecco brava, così si fa. Quanto è costato il tutto, che ti dò i soldi?

    - Moglie: No, caro, il figlio del portiere, sai quel raggazzone appena tornato dal servizio militare, che s’è offerto di farmi questi lavoretti non ha voluto assolutamente sentir parlare di soldi.

    - Marito: Ma tu non lo avrai lasciato andare senza una ricompensa, spero, non voglio essere in debito col figlio del portiere, io!

    - Moglie: No, no, vedi, dopo che ho insistito lui mi ha detto:”Va bene signora, allora o mi prepara una torta con le sue mani o me la dà”.

    - Marito: Che sfacciato! E tu gli hai fatto la torta, vero?

    -Moglie: Ma neanche per idea, mica sono una pasticciera io!

  78. utente anonimo says:

    >Kelebek carissimo,

    Nel Tempio del Dialogo un Giovine (“i”) Ebreo t’ invoca …

    http://ritvanarium.splinder.com/post/11927735#comment

    by Ritvanarium< Avevo letto. A costo di andare contro i miei interessi:-) devo dire che forse il Giovin Ebreo avrebbe fatto meglio a contestare qui. Kelebek non censura i post intelligenti. E non mangia ebrei.
    Ciao

    Ritvan (Nume Tutelare:-) di “Ritvanarium”)

  79. utente anonimo says:

    CVD

    “quando ad uno gli garantisci ” vitto e alloggio” poi è libero di dedicarsi a tutti i suoi interessi.”

    a parte che anche nell’URSS di LB dovevi far finta di lavorare, altro che dedicarti ai tuoi interessi, come immaginavo ci sono persone che leggono la definizione di schiavità e scrivono libertà. Poi si lamentano che avanzano alcune caselle nello schema di parole crociate. Lo trovo affascinante.

    Francesco

    PS x Ritvan: non crederai che tutti i possessori di schiavi fossero persone crudeli e malvage, è solo propaganda capitalista per favorire i contratti di lavoro.

  80. utente anonimo says:

    CVD

    nel tuo cruciverba non può mancare il riferimento all’ URSS, perché uno schema ( mentale) consuetudinario così prevede.

    La tua frase mi è comunque , in effetti, enigmatica.

    Mi sembra di capire che per te il lavorare è incompatibile con il coltivare i propri interessi, la propria persona ( mente e corpo), che tu per esempio, sei disposto a diventare addirittura “schiavo”, sostituitendo a un mero datore di lavoro, un padrone assoluto della tua vita. Purchè ti garantisca le tue consuetudini : cibo, tetto, cure e…protezione, sicurezza del futuro.

    Nonché svago televisivo.

    Sembri non renderti conto che il datore di lavoro di oggi, per esempio con i precari, diventa ” padrone” nel momento stesso in cui ti ricatta proprio su questo punto : non avrai sicurezze se non farai quello che dico io.

    E’ sfruttando l’incertezza e la tua paura di perdere il posto, che egli alimenta il suo strapotere sulla globalità della tua persona : non sai se potrai pagare la rata del mutuo, onorare i prestiti, arrivare alla fine del mese successivo, non dormi tranquillo, non godi la tua esistenza nelle poche ore di libertà che hai. Non sei sereno e questo si riflette sulla vita familiare e sociale.

    La tua persona intera è nelle mani di un altro, che ti mette lo zuccherino della possibilità della proroga e la frusta della possibile perdita del lavoro.

    Capisco che tu non hai questi problemi, essendo cattolico, confidi nella Provvidenza, e il tuo materasso a molle ti garantisce sonni tranquilli. Per te nulla bolle.

    Aurora.

  81. utente anonimo says:

    Aurora

    più che la mia frase, è il concetto di libertà che ti è enigmatico.

    Chi chiede ad altri garanzie, ha già rinunicato alla libertà.

    O se vuoi un approccio meno polemico, tra garanzie e libertà esiste un rapporto di scambio, che deve trovare un punto di equilibrio ragionevole da entrambi i lati.

    Nell’URSS le garanzie erano assai forti (su livelli infimi, naturalmente), per questo la ho citata. Idem per i dipendenti pubblici italiani.

    In altri posti pochissime garanzie e moltissima libertà.

    Ma credo sia meglio in grado di risponderti Miguel, con le sue descrizioni non ostili di società tradizionali ricche di garanzie quanto poverissime di libertà.

    Ciao

    Francesco

  82. utente anonimo says:

    >Se, per es. ad una donna è garantita l’indipendenza, vitto e alloggio, forse non si sente prigioniera a casa sua, e può essere libera di dire al marito una volta sola ” non mi piaci più”, anziché, tutte le sere, ” ho mal di testa”. Aurora.< Non fa una grinza, anche se così la famiglia, la “cellula base” di ogni società umana conosciuta, in questo modo va indubbiamente a donne di facili costumi (come sta andando, difatti, e non certo per colpa dei gai).
    Solo un piccolo dubbio: perché alla moglie buongustaia “vitto e alloggio” glielo dovrebbe garantire il poco piacente maritozzo? E non “vitto e alloggio” qualsiasi, attenzione, “congrui al tenore di vita del periodo coniugale”, ovvero, se il marito benestante le comprava un visone e un gioello Bulgari all’anno, dovrà continuare a comprarglieli vita natural durante! Ma che è, pena pecuniaria per non essere (più) emulo di Raoul Bova o Rocco Siffredi? Nell’Italia equa nonché solidale, una cassa integrazione, un assegno sociale o qualcosa di simile per donne a cui il marito non piace più e che non hanno voglia di fare un casso, no, eh? Già, comodo per il caro legislatore fare il gaio col culo degli altri!

    Ciao

    Ritvan

  83. utente anonimo says:

    x Francesco e Aurora.

    Mi sa che state facendo delle “convergenze parallele” di moroteana memoria:-). Ovvero vi parlate su piani astratti differenti.

    Aurora, secondo me, ha ragione a dire – sto parafrasando – che “libertà senza garanzie” è in pratica “libertà anche di crepare”, comunque uno stress d’insicurezza che ti rovina la vita. E Francesco ha ragione nel dire che “altrove” (ovviamente intende Grande Satana.-) ) c’è “moltissima libertà e pochissime garanzie” e si vive mediamente benissimo.

    Il punto è, cari amici, che non siamo nell’URSS brezneviana, dove nessuno (nemici del popolo esclusi) veniva licenziato a tutti era garantito un orribile buco dove vivere e lo stretto indispensabile per mangiare da schifo. E non siamo nemmeno nell’America postreaganiana, dove se sei povero in canna, lo Stato ti paga SEMPRE l’affitto di una squallida stamberga di periferia e le bollette di gas, luce e acqua, ma in cui di norma non c’è bisogno di alcuna “garanzia” di posto di lavoro, poiché se perdi un lavoro sei sicuro al 99,99% – se poco poco hai voglia di lavorare – di trovarne uno nuovo in pochi giorni grazie alla flessibilità TOTALE del sistema lavorativo.

    Siamo in Italia, amici. Hic Rhodus, hic salta. L’italia, dal punto di vista lavorativo, è un ircocervo mezzo brezneviano e mezzo reaganiano. Per cui, chi ha il posto statale è in cima alla piramide castale dei dipendenti, dorme fra due guanciali, sicurezza TOTALE garantita. Chi è dipendente privato, ha lo stesso (più o meno) trattamento economico, ma non la stessa sicurezza: infatti, il posto dipende dal fatto se la ditta ha più o meno di 15 dipendenti e in caso di fallimento o di crisi il dipendente è comunque fottuto e deve cercarsi un altro lavoro. Che col piffero troverà, visto che il mercato del lavoro è ingessato, o comunque, lo troverà dopo tanto tempo e a condizioni più svantaggiate rispetto a quello che aveva. Nel frattempo, a meno che tu non abbia la “cassa integrazione”, lo Stato non ti garantisce un cazzo, nemmeno le bollette ti paga. Altro che America, altro che URSS, regime borbonico menefreghista sembra!

    Infine, c’è la casta più bassa, quella dei “paria”, ovvero i precari, i contratti cosiddetti “atipici”, cococo o cocopro o come cazz si chiamano.

    Retribuzione da fame e garanzie zero. Altro che America!

    Ci si è riusciti a prendere il peggio del peggio di tutti gli altri sistemi! E costruire una società “castale” fra lavoratori facenti anche il medesimo mestiere, da far invidia all’India dei maharaja.

    Qui o si tolgono, subito e in un sol colpo, le garanzie A TUTTI o le si estendono A TUTTI. Mezza Italia sotto Breznev ricco e l’altra mezza sotto Reagan povero fa veramente schifo! Sarebbe questa l’unica “rivoluzione” da fare. ‘Sta “transizione alle vongole” fa veramente ribrezzo. Soprattutto in un paese in cui “niente è più definitivo del transitorio”.

    Ciao

    Ritvan ‘O Rivoluzionario Alle Vongole

  84. utente anonimo says:

    E costruire una società “castale” fra lavoratori facenti anche il medesimo mestiere, da far invidia all’India dei maharaja.

    maria

    quoto a parte l’india:-)

    Esistono dei lavoratori che fanno il solito mestiere, E NELLO STESSO LUOGO, e il cui stipendio e garanzie sono inferiori ai colleghi; il lavoro svolto è il medesimo e non di rado superiore o svolto in modo migliore.

    E’ una cosa indecente.

  85. utente anonimo says:

    ritvan (66)

    confermo: nessun aspirante schiavo mi ha contattato….

    eppure a leggere il blog parrebbe che le condizioni da me offerte siano migliori di quelle di un cocopro o cococo o cocodé

    roberto

  86. utente anonimo says:

    x 84

    non è lo stesso che fecero i tedeschi con gli allora famosi gast-arbeiter?

    Non avendo la capacità di abolire i privilegi per tutti, lo fecero solo per alcuni. Col risultato di far stare “troppo” bene chi sta sopra la linea e “troppè” male chi sta sotto.

    Francesco

  87. utente anonimo says:

    x Francesco

    Sì, ma i gast-arbeiter erano “ospiti”.-), mica “padroni di casa”! Da quando in qua l’ospite si può lamentare perché il padrone di casa non gli consente di andare a letto con la su’ (del padrone di casa, intendo) moglie?:-).

    Ciao

    Ritvan

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