Per un’altra politica (II)

Dopo la prima, ecco la seconda e ultima puntata dell’appello di Marino Badiale e Massimo Bontempelli.

**************

A partire dagli anni Ottanta del Novecento, l’organizzazione sociale ed economica del mondo occidentale si è imposta all’intero pianeta come l’unica possibile.

Ma questa organizzazione sociale, questo modo di produrre, consumare, vivere, per il quale usiamo l’espressione “capitalismo assoluto”, è insostenibile sul piano geopolitico, sociale, ecologico.

Sul piano geopolitico, la realtà dominante è oggi l’impero statunitense, la cui politica di controllo globale porta instabilità e guerre in ogni angolo del pianeta.

Sul piano sociale, il dominio assoluto dei principi di convenienza aziendale, l’idea che può e deve essere fatto solo ciò che rappresenta un profitto monetario privato, sta rapidamente portando all’aumento del disagio, dell’insicurezza, della difficoltà di vivere in larghi strati della popolazione, generando tensioni che minacciano la stabilità sociale e il legame fra gli individui.

Sul piano ecologico, è evidente, a chiunque non abbia ancora rinunciato a pensare, che l’idea di uno sviluppo economico illimitato è incompatibile con la finitezza del nostro pianeta, delle risorse, dell’acqua che beviamo e dell’aria che respiriamo.

L’insostenibilità del nostro modello di produzione, di consumo, di vita, assieme alla crescita di conflitti dovuta alle aggressioni USA, sta portando a una profonda crisi di civiltà.

Rispetto a questi problemi non c’è nulla da sperare né da destra né da sinistra, perché destra  e sinistra hanno accettato il capitalismo assoluto come unico orizzonte possibile, hanno introiettato l’idea che “non c’è alternativa”.

In questo modo le scelte decisive, sul piano economico e sociale, sono sottratte alla politica. Ad essa resta l’unico compito di gestire le conseguenze sociali, più o meno sgradevoli, dei meccanismi economici autoreferenziali del capitalismo assoluto.

Priva della possibilità di fare scelte significative, la politica si riduce ovviamente a puro gioco di potere, ad affare privato di una ceto che pensa solo ai propri privilegi. Questo implica la fine di ogni contrapposizione fra destra e sinistra che non sia mera lotta di spartizione del potere.

Tentare oggi di elaborare una politica che sappia opporsi alla rovina cui il capitalismo assoluto sta portando natura e società, implica l’abbandono di destra e sinistra.

Una politica di opposizione deve avere come propri cardini il rifiuto del dogma dello sviluppo, il rifiuto delle politiche economiche neoliberiste, il rifiuto delle guerre imperiali USA.

Ma quale potrà essere la leva su cui agire per inceppare i meccanismi distruttivi del capitalismo assoluto?

Tali meccanismi creano sofferenza e disagio in molti modi diversi, ma difficilmente sofferenza e disagio si traducono in coscienza e lotta, perché vengono vissuti come drammi privati: gli incidenti sul lavoro, le difficoltà di una vita da precari, il lento impoverimento dei ceti medi e bassi, non hanno creato in questi anni un’opposizione sociale.

Vi è invece un punto, altrettanto importante dei precedenti, rispetto al quale si sono viste forti mobilitazioni: quello della difesa del territorio. Dalla Val di Susa a Vicenza, le comunità locali hanno saputo mobilitarsi e combattere in difesa del proprio territorio.

Non si tratta di un tema secondario o “puramente locale”: nella logica del capitalismo assoluto, che è la logica della crescita forsennata dell’economia del profitto, l’aggressione al territorio è necessaria esattamente come l’aggressione ai diritti dei lavoratori. Il capitalismo assoluto pretende di piegare ogni aspetto della realtà sociale e naturale all’esigenza del profitto. Arrivati al livello di sviluppo di un paese come l’Italia, questo implica una continua aggressione al territorio.

Le lotte in difesa del territorio sono quindi il punto di partenza più significativo, nell’attuale situazione. E’ chiaro che il passaggio fondamentale è quello di farle uscire dalla dimensione locale e dare ad esse una dimensione nazionale. Siamo arrivati al paradosso che la Val di Susa va alla manifestazione di Vicenza contro la nuova base, cioè al fatto che un territorio esprime solidarietà ad un altro territorio, senza che esista un riferimento politico nazionale per le lotte di entrambi.

E’ questo riferimento politico nazionale il “qualcosa di nuovo” di cui c’è estremo bisogno.

Questo “qualcosa di nuovo” non dovrà essere un partito di sinistra. E’ la dicotomia stessa di destra e sinistra che va rifiutata. Tantomento dovrà preoccuparsi dell’ “unità della sinistra”, che va anzi distrutta quanto prima per liberare le forze di autentica opposizione ancora imprigionate nel “popolo di sinistra”.

Questo “qualcosa di nuovo” non dovrà essere un partito comunista o rivoluzionario in senso marxista. Non c’è oggi nessuno spazio per una cosa di questo tipo, e non si tratta di sognare impossibili rivoluzioni proletarie, ma di salvare i valori di civiltà che il capitalismo assoluto mette in pericolo.

Ma quale può essere allora la base ideale di un nuovo partito?

Non occorre inventare nulla di nuovo, essa esiste ed è, o dovrebbe essere, ben nota ad ogni italiano: si tratta della Costituzione della Repubblica Italiana.

Questo splendido risultato della Resistenza antifascista, questa sintesi di alto livello delle tre grandi tradizioni di pensiero liberale, cattolica, social-comunista, contiene in sé, come abbiamo visto, quei germi di civiltà che costituiscono altrettante pietre d’inciampo per la progressione distruttiva del capitalismo assoluto.

Una nuova forza politica dovrebbe quindi avere la Costituzione come asse attorno al quale elaborare un programma, e le lotte in difesa del territorio come campo nel quale esercitare le proprie capacità e cercare adesioni e alleanze.

Dovrebbe rifiutare la futile dicotomia di destra e sinistra e combattere senza tentennamenti contro il mito dello sviluppo illimitato, contro le politiche economiche neoliberiste, contro la partecipazione italiana alle guerre imperiali USA. Una tale forza politica sarà aperta alle persone delle più diverse provenienze culturali e politiche, che condividano questi punti essenziali.

Per difendere la civiltà di questo paese, perché la nostra società non si disgreghi sotto l’azione dissolvente delle sciagurate politiche economiche neoliberiste, del malaffare della politica, del potere delle mafie, il compito urgente, indifferibile, è oggi quello di mettere in movimento tutte le energie disponibili a far nascere questa nuova forza politica, il “Partito della Costituzione”.

Marino Badiale, Massimo Bontempelli, febbraio-marzo 07.

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27 Responses to Per un’altra politica (II)

  1. Miguel rispondo qui sia al tuo commento sul mio blog sia a questo tuo post perchè trattano di un argomento simile

    il testo di Badiale è interessante come altre cose che ho letto di lui

    Però vorrei far notare due cose:

    1) esiste una differenza tra il ceto dirigente con il potere ed il militante o il dirigente politico senza potere. E su quest’ultimo (il dirigente politico senza potere) bisogna stare accorti perchè spesso l’unica differenza tra i due è solo il potere. E non basta dir “io sono contro” che non si mostrano già chiari segni di discontinuità strutturale. Sostituire un’arroganza o un sopruso ad un altro non ha alcun senso

    2) non sono d’accordo con il superamento del confronto tra sinistra e destra . Sia perchè il sistema liberalcapitalista ha una sua funzione positiva . Sia soprattuto perchè secondo me , quelle aspirazioni di Badiale al nonaccettare il capitalismo assoluto (io spesso e volentieri parlo di capitalismo totalizzante) sono già contenute in un altra dottrina: il SOCIALISMO.

    ti faccio degli esempi ( cliccarci sopra):

    democrazia (formale) e socialismo
    di Palme . dal blog di un giovane ricercatore di economia (

    naturalmente socialista)

    politics is will di Olof Palme dallo stesso blog di prima

    solo per citarti le prime cose che ho sotto mano (ma in Italia tra Nenni e Pertini neanche abbiamo scherzato!!) e testi di leader affermati in contesti ufficiali (quindi per forza di cose “moderati”)

    Se poi vuoi leggere qualcosa di semplici militanti allora nel tag “socialismo e socialdemocrazia” del mio blog oppure dal blog di titollo (da cui ho tratto gli articoli) o da quello del liberalsocialista Luca Bagatin (se vuoi uno più arrabbiato contro il duo destra/sinistra)

    Tu mi potrai dire che sono discorsi di leader defunti (assassinati) o di giovani socialisti e che non hanno attinenza con quel che sono i DS o lo SDI o Rifondazione.

    Certo ma i vostri che sono?

    non sono discorsi di minoranza? che non hanno potere?

    io sono convinto che se ci contiamo sono di più i rudy, i filomeno, i luca che i miguel

    vogliamo metterci insieme e cambiare le cose?

    bene, diventate socialisti. perchè noi non smetteremo di essere socialisti . non lo abbiamo fatto in passato e non lo faremo in futuro.

    saluti

    ah dimenticavo kilombo: kilombo nasce come fusionista tra varie anime della Sinistra. La mia risposta è valida per la struttura che ha. Certo ci sarebbero vari modi di superare quella struttura: uno è di scinderlo (ma sarebbe l’ennessima scissione e sono chiaramente contrario) , l’altro è di fondersi razionalmente … e credo che allora in questo processo di fusione razionale tra cuore e mente si diverrebbe tutti socialisti (con varie sfumature, chi lombardiana, chi nenniano, chi saragatiano)

  2. uno dei due link non funziona.

    te lo riporto qui sotto:

    http://titollo.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1335663

    (comunque lo trovi linkato sul blog all’altro link)

    ciao

  3. Bello. Idealmente bello.

    Ma immagino che scatenera’ le reazioni di tutti coloro che nell’identificazione con un partito o “lato” politico ripongono una parte piu’ o meno consistente del proprio Io. E siccome ci siamo scostati di poco dalla fase delle guerre tribali, penso che questo appello incontrera’ grosse resistenze.

    uppe

  4. utente anonimo says:

    Il capitalismo ha avuto un’evoluzione storica naturalmente più complessa dei sistemi concorrenti. Ha esternalizzato i paradossi e internalizzato il “corso della storia”. Vale a dire, come suggerisci, ciò che si imputa alla struttura portante diviene fattore singolo, slegato dalla stessa secondo un processo che comporta sovrapposizione fra potere ed esistente. Non è cosa nuova: tutti i poteri con un minimo di forza per mantenere la propria durata hanno fatto mondo di se stessi, e ciò vale anche per il fallimentare tentativo di comunismo “secolare” sovietico, scoperto come tale solo al suo declino, cioè all’intrusione STORICA di un potere concorrente. Sotto Stalin e Breznev, proprio nei periodi peggiori dell’U.R.R.S. questa sovrapposizione non si è mai data come così forte. Quando Andropov e Gorbacev hanno cominciato a spurgare l’elefante sovietico, ecco che il principio viene meno, perchè autodenunciatosi come tale e non come sempice realtà.

    In questo momento gli Stati Uniti vivono allo stesso tempo nella loro solo unica realtà e allo stesso tempo stanno sperimentando, forse per la prima, vera, volta il trauma dell’Altro da Sè. Per questo non concordo con le idee di chi pensa che il sistema attuale possa reggere come ha “sempre” fatto: la minaccia del salto storico non risparmia nessuno.

    Qual è la conseguenza del pensiero “gli USA sono troppo forti, su scala epocale, per crollare”? Se escludiamo il fideismo nel mercato, che si spiega da solo ed è tautologico, restano due opzioni: il dar credito a realtà alternative che da ogni parte mancano di quella totalità almeno potenziale che ad un impero è concessa, oppure riuscire a un sempre più frequente dato d’immaginario, in qualche modo teleologico: la prospettiva apocalittica (non la semplice apocalisse atomica, che rimane una delle “suluzioni”).

    Antonello

    Nota: proprio riguardo al “capitalismo come esistente”, essenza del tardo capitalismo, Mendel diceva che per affrontarlo (da qualsiasi punto di vista, non solo di scontro) bisogna pensarlo come “allo stesso tempo la migliore delle cose possibili e la peggiore delle cose possibili”.

  5. utente anonimo says:

    un capitalismo che non ha come faro il profitto è un assurdo.

    qualunque capitalismo di qualunque natura (da quello “democratico” occidentale a quello “statalista” dei regimi sedicenti socialisti) DEVE mettere il profitto sopra tutto per la sua stessa riproduzione.

    il crollo dei capitalismi di stato detti “comunisti” non deve farci buttare nella pattumiera il pensiero di Marx.

    Frenare le contraddizioni insite nel capitalismo senza superare il capitalismo è un illusione, un utopia che

    per ingenuità fa impallidire i vari gruppetti marxisti rivoluzionari che ancora sopravvivono.

    La precarietà ad esempio, non è certo causata da politici “cattivi” nemici dei lavoratori, ma è il risultato inevitabile dell’emergere di nuove potenze su scala continentale, della formazione di un nuovo giovane proletariato che offre manodopera a prezzi irrisori.

    Bisogna smantellare i diritti dei lavoratori europei per far si che le fabbriche europee tardino a delocalizzare…delocalizzazione che se da una parte avvantaggia l’imprenditore, dall’altra ne mina il mercato d’origine. Da queste contraddizioni non si può uscire.

    Sventolare la costituzione di una democrazia borghese come “asse programmatico” per un mondo più giusto ha poco senso, da questo punto di vista. Presupporrebbe un economia mondiale determinata dalla politica…che è assurdo.

    o si è contro il capitalismo o ne si accettano le sue ineludibili contraddizioni naturali… la via di mezzo riformista è un illusione ideologica che sopravvive solo grazie alla non conoscenza della natura del sistema che si pretende di voler cambiare.

    k.

  6. se ti interessa c’è questo nuovo progetto:

    http://www.migliorforum.com/politicacostruttiva/

    per essere critici coscienti, e per capire cosa serve al nostro paese per progredire.

  7. Skeight says:

    Se siamo d’accordo sugli obiettivi di fondo, però credo ci siano dubbi sul metodo (che poi è da sempre il contrasto di metodo che è alla base delle scissioni politiche che con il tempo arrivano a toccare anche il merito).

    Già nel momento in cui parla di inceppare il meccanismo del capitalismo da dentro, siamo nell’ottica non di una rivoluzione, ma di un superamento del sistema dall’interno. E su questo siamo perfettamente d’accordo. Ma quali sarebbero le pratiche da perseguire? Un “sabotaggio” costante delle politiche di questo sistema, volto a dimostrare come il rigetto e l’adozione di una nuova forma, magari più incentrata sulla cooperazione tra individui, sia più conveniente per tutti? O forse sarebbe meglio tentare di sviluppare gli elementi positivi del sistema capitalistico, in modo da poter fare poi con più facilità il secondo passo con l’eliminazione delle sue componenti negative e distruttive? E’ possibile abbandonare adesso la logica del mercato, in un momento storico in cui i cittadini ricorrono alla forma “associazione di consumatori” per portare avanti molte delle loro legittimi richieste?

    Molte domande e molti dubbi, a cui sinceramente non saprei rispondere

  8. utente anonimo says:

    Stimo Bontempelli e Badiale, ma purtroppo si muovono alll’interno di una prospettiva che non porta da nessuna parte. Il nodo strategico di una politica anticapitalista richiede più coraggio. Ha ragione La Grassa a dire . Giustissimo il superamento della dicotomia sinistra/destra che ormai funziona come trappola mortale per chi si voglia porre il problema strategico della trasformazione anticapitalistica della società. E’ ormai tempo che si mettano da parte queste categorie, zavorra di un’epoca ormai definitivamente tramontata. Su questo Costanzo Preve ha scritto delle pagine che vanno considerate per chi voglia affrontare questa problematica.

    Filomeno dice che c’è . Non tenerne conto potrebbe farci prendere degli abbagli. Ma il punto è che, purtroppo, il militante politico (lascerei il dirigente) nutre le stesse illusioni -mortali per chi si volesse incamminare sulla strada della critica dell’esistente- del “ceto dirigente con il potere”. E questa informazione ce la dà non l’ideologia, ma la bruta realtà.

    Antonio

  9. utente anonimo says:

    Antonio #8. Non so perché alcune parti virgolettate non sono apparse. Recupero.

    Stimo Bontempelli e Badiale, ma purtroppo si muovono alll’interno di una prospettiva che non porta da nessuna parte. Il nodo strategico di una politica anticapitalista richiede più coraggio. Ha ragione La Grassa a dire “alla larga da un ‘Partito della Costituzione’, un organismo realmente reazionario e che porterebbe le lancette dell´orologio ad un´epoca lontana da noi ormai qualche secolo”.

    Giustissimo il superamento della dicotomia sinistra/destra che ormai funziona come trappola mortale per chi si voglia porre il problema strategico della trasformazione anticapitalistica della società. E’ ormai tempo che si mettano da parte queste categorie, zavorra di un’epoca ormai definitivamente tramontata. Su questo Costanzo Preve ha scritto delle pagine che vanno considerate per chi voglia affrontare questa problematica.

    Filomeno dice che c’è “differenza tra il ceto dirigente con il potere ed il militante o il dirigente politico senza potere” . Non tenerne conto potrebbe farci prendere degli abbagli. Ma il punto è che, purtroppo, il militante politico (lascerei il dirigente) nutre le stesse illusioni -mortali per chi si volesse incamminare sulla strada della critica dell’esistente- del “ceto dirigente con il potere”. E questa informazione ce la dà non l’ideologia, ma la bruta realtà.

    Antonio

  10. kelebek says:

    Un po’ per tutti… spero sempre che intervenga Marino Badiale :-)))

    Miguel Martinez

  11. utente anonimo says:

    scrivi solo stronzate, è per colpa di quelli come te che è caduto il governo prodi.Parole inutili perchè prive di realismo. il realismo è un punto di partenza irrinunciabile, una premessa indispensabile, senza il quale tutto il discorso non è che vuoto, inutile

  12. utente anonimo says:

    Su un punto b e b hanno ragione. Non c’è spazio oggi – ma non è una cosa negativa – per un partito rivoluzionario. Ma questo vuol dire automaticamente che non ci sia spazio per un’azione rivoluzionaria? Dipende da cosa s’intende per rivoluzione, non semplicemente dai dati di fatto. Ma capisco che chi punta a poste più immediate pensi ad altro. Bisognerebbe invece salvare alcuni tratti di civiltà dal supercapitalismo odierno. Senza entrare in discussione su questa tesi, più che pensare a un partito della costituzione si può pensare a un partito anticasta, in cui lo spariglio destra/sinistra sia il modo per cercare di rompere quei gruppi privilegiati economico-politici – e il servidorame che sopra è concresciuto – che in italia si sono storicamente formati partendo da questa divisione. Esempi d’insofferenza a questa situazione esistono già, e fortissimi, anche da tradizioni non di sinistra, e basterebbe pensare a massimo fini. Qui spazi di manovra ci sono, per quanto difficili da tradurre in una politica efficace, e sicuramente una simile politica sarebbe molto più saggia – detto da un comunista – delle velleità di voler formare l’ennesimo partitino rivoluzionario di tradizione terzinternazionalista.p

  13. bell’appello, con spunti interessanti e ho avuto modo di discuterne in un altre situazioni…anche secondo me sono molto importanti le vicende della TAV e di Vicenza.

    una cosa che mi trova con dei dubbi è il superamento del binomio destra e sinistra, nel senso che si potrebbe anche non parlarne, ma di fondo dietro a queste due “categorie” c’è della storia, c’è una originaria cultura di fondo che determina modi diversi di “vedere” le cose…

    bisognerebbe anche approfondire bene il discorso del “partito della costituzione”…non sia mai…

    a presto

    ciao

    orso

  14. utente anonimo says:

    No per me La Grassa, persona pur brillante, non ha ragione.

    La sua analisi non propone nulla, a differenza di Badiale e Bontempelli.

    Comunque Badiale che Bontempelli hanno in comune con l’incazzato e simpatico La Grassa il punto fondamentale e più difficle da far accettare a sinistra, la scomparsa della dicotomia destra sinistra.

    Lo scoglio non è la mancanza di potere, o di proposte, a ben vedere, qui mi contraddico, ma la convinzione piena di questo fatto epocale.

    Se io domani mi convincessi che davvero tra destra e sinistra non c’è più differenza non mi preoccuperei più di nulla, sarebbe un fatto di partenza per sviluppi imprevedibili di ENORME IMPORTANZA.

    MARIA

  15. utente anonimo says:

    Maria #14,

    Se io domani mi convincessi che davvero tra destra e sinistra non c’è più differenza non mi preoccuperei più di nulla

    Io invece trovo che ho molto più tempo per preoccuparmi delle cose serie, da quando non devo passare ore a fare contorsioni mentali – ora per difendere la cosiddetta sinistra dalle critiche altrui, ora per formulare con esattezza le mie critiche personali…

    E’ riposante, veramente. :)

    Erika

    (Miguel e/o Marino, vi prego, fate cadere di nuovo il governo Prodi, eh? Grazie)

  16. utente anonimo says:

    Cara Erika e chi ti dice scusa che io non mi occupi di cose serie, mi conosci, forse?

    Quando si sta su un blog di discussione politica è inevitabile parlare e basta, non trovi? Non c’è bisogno di fare un elenco delle azioni concrete di vita…

    Quando io dico che non mi preoccuperei più di nulla significa che una volta acquisita una nuova visione delle cose politiche le sosterrei senza preoccuparmi della loro fattualità immediata.

    maria

  17. kelebek says:

    Per maria n. 16,

    conoscendo Erika, non credo che fosse una frecciata rivolta a te, quanto una riflessione su se stessa.

    Miguel Martinez

  18. utente anonimo says:

    se badiale interverrà,

    a proposito di tutela dell’ambiente mi piacerebbe sapere che ne pensa delle conclusioni del consiglio europeo di qualche giorno fa (obbligo di produrre il 20% di energia da fonti rinnovabili entro il 2020; obbligo di una quota minima del 10% per i biocarburanti nel totale dei consumi di benzina e gasolio per autotrazione dell’UE entro il 2020; invito al risparmio energetico del 20% rispetto alle proiezioni per il 2020)

    roberto

    http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=DOC/07/1&format=HTML&aged=0&language=IT&guiLanguage=en

  19. utente anonimo says:

    Maria, #16

    Maria, ma mica intendevo questo!

    Figuriamoci se accuso qualcuno di scarsa concretezza (da quale pulpito, poi).

    Tant’è che il verbo era preoccupare, non occupare. Mi era sembrato che tu descrivessi possibili effetti psicoideologici dell’abbandono della dicotomia destra/sinistra molto diversi dai miei, e questo volevo sottolineare.

    In realtà leggendo il tuo ultimo commento ho l’impressione di aver completamente frainteso e che tu intendessi circa quel che intendevo (o comunque che pensavo) anch’io a livello di ‘nuova visione delle cose politiche’, e che siano le valutazioni a differire.

    Erika

  20. utente anonimo says:

    Erika, ok, con questi monitor si possono creare piccoli equivoci, ma senza importanza.

    a presto:-))

    maria

  21. utente anonimo says:

    Salve a tutti,

    per prima cosa ringrazio dell’interesse per il testo mio e di Bontempelli. Devo scusarmi se non sono in grado di rispondere puntualmente a tutti. Ma dovrei esaminare in dettaglio 40 o 50 interventi, e per ciascuno dovrei chiarire molte cose che nel testo sono lasciate implicite (perché è un appello e non un libro). Davvero troppo per un matematico che deve dividersi fra almeno tre mestieri (appunto il matematico, il padre della più bella bambina del mondo, il libero pensatore anticapitalista). Quindi chiedo scusa agli intervenuti se non risponderò alle singole osservazioni. Volevo solo fare qualche considerazione generale per permettervi di inquadrare il senso di quello che diciamo. E già questo richiederà spazio.

    Per prima cosa, il nostro testo non è il programma di un partito. I programi di partito li fanno i partiti, e il partito di cui parliamo noi non esiste e non può fare programmi. Il nostro testo vorrebbe essere un’altra cosa, l’invito a creare lo spazio culturale, sociale, e direi “mentale”, perché possa nascere una nuova forza politica. Questo spazio si può creare solo prendendo atto di una realtà che noi giudichiamo ormai innegabile e irreversibile, cioè l’esaurimento delle categorie di destra e sinistra, e solo cominciando a guardare la realtà al di fuori di queste categorie. Quando diciamo che non c’è più differenza fra destra e sinistra, vogliamo dire che non c’è differenza sostanziale, in riferimento ai fondamentali problemi della nostra realtà. Differenze di superficie ce ne sono tante, anzi è fondamentale che in superficie appaiano differenze, scontri, polemiche, solo così il meccanismo spettacolare della politica può funzionare. Non posso esaminare i singoli punti (i processi, la fiscalità ecc.), fatemi solo usare una metafora: se la destra mi prende e mi scaglia contro un muro di cemento a 300 km orari, io muoio. Quindi non voto per la destra. Ma se la sinistra mi dice che loro ovviamente sono contrari alla barbarie e all’inciviltà della destra, per cui mi scagliano contro il muro di cemento a soli 298,5 km orari, io non li voto, per il banale motivo che in quel modo muoio lo stesso. In questa situazione, 1,5 km orari in meno non mi fa differenza. La differenza la farebbe un deciso cambiamento di direzione. Non una rivoluzione, sia chiaro, ma qualcosa come i cento giorni di Roosevelt, e non necessariamente nei contenuti, ma certo, appunto, nella radicalità del cambiare direzione. Ma chiedere i cento giorni di Roosevelt, oggi, significa probabilmente già chiedere qualcosa di molto estremo, quasi una rivoluzione. Questo permette di offrire un interessante spunto di riflessione alle persone che ancora si sentono di sinistra e che pensano in termini di destra e sinistra: se Roosevelt è alla vostra estrema sinistra, voi dove siete?

    Riassumendo: la civiltà di questo paese muore sia con la destra sia con la sinistra, e l’unica speranza di salvare qualche “tratto di civiltà” (come dice bene p. nel n.12) è rompere con entrambi e creare lo spazio in cui nasca qualcosa di diverso da entrambi. Questo non è un lavoro politico, che al momento attuale non si può fare perché lo spazio della politica è completamente occupato da forze conniventi con le dinamiche distruttive del nostro mondo. E’ un lavoro culturale di preparazione delle condizioni per l’esistenza di una forza politica alternativa.

    Rispondo a due osservazioni specifiche: la frase sul giudice offeso a minacciato si riferisce a due fonti: una è quella indicata da Miguel, l’altra è un articolo del Corriere della Sera del 1 marzo, nel quale si parla della proposta, apparsa sulla stampa statunitense (mi pare il Washington Post), di una legge che renderebbe perseguibili magistrati stranieri nella posizione di Spataro.

    Per quanto riguarda i CPT, il punto è che essi rappresentano una violazione dell’articolo 13 della Costituzione, perché sono una forma di detenzione comminata per via amministrativa, non per atto di un giudice. E’ certo una detenzione breve, ma è detenzione, privazione della libertà, e l’articolo 13 è molto chiaro: “La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa alcuna forma di detenzione (..) se non per atto motivato dall’autorità giudiziaria”. L’articolo 13 rappresenta la versione italiana dell’habeas corpus, uno dei cardini della civiltà occidentale.

    Saluti a tutti

    Marino Badiale

  22. utente anonimo says:

    Anche su ripensare marx si sta discutendo dell’appello di Badiale e Bontempelli.

    maria

  23. utente anonimo says:

    Mah,

    non credo che si possa attaccare la casta dei privilegiati unendo ex-destri ed ex-sinistri con facilità. Perchè il motivo dell’incazzatura con il privilegio è diverso nelle culture di provenienza.

    Per i destri “capitalisti” il problema è la mancanza di giustificazione nel privilegio; per i rossi e i fasci è nella stessa differenza tra privilegiati e non.

    Per fare un esempio: a me dà fastidio che un calciatore guadagni miliardi perchè amico di Caio; a “voi” che guadagni miliardi tout court.

    Francesco

    PS se potete, fate cadere Prodi, per voi non cambia nulla, per me abbastanza.

  24. utente anonimo says:

    >Sul piano geopolitico, la realtà dominante è oggi l’impero statunitense, la cui politica di controllo globale porta instabilità e guerre in ogni angolo del pianeta…..Badiale & Bontempelli< Sì, perché se per assurdo riuscissimo a spedire il bieko impero yanqui su Marte, fra nosotros regnerebbe la Pace Universale e Nasrallah e Olmert (tanto per fare un esempio) si bacerebbero in bocca:-). Ma per favore! Come è possibile costruire qualcosa di positivo se cominciamo già a ciurlare nel manico sulle premesse?!
    Ciao

    Ritvan

  25. utente anonimo says:

    Guarda, Francesco, che non a caso io ho parlato di casta e non di classi. Decidere se lo schema del capitalismo di marx sia valido o faccia acqua si può fare a ben altro livello d’astrazione. Qui basta vedere che reti parassitarie d’interessi si sono incrostate in punti chiave del funzionamento della macchina economica e succhiano ricchezze. È una vista aperta, per chi la vuol vedere, sia da sinistra che da destra, sia a badiale che a fini (massimo). Ti faccio un esempio tera tera. Un gruppuscolo scrive le sue stronzate su una rivistine e le vende per abbonamento. Gli abbonati paganti sono poco più di duecento e non bastano a pagare tutte le spese, di cui la parte maggiore sono le spedizioni a tariffa non privilegiata, sostenute per la rivista. Sta sul mercato autotassandosi per il rimanente dei soldi. E i redattori vivono d’altro che facendo i giornalisti. Perfetto esempio di liberismo. Il “foglio” del liberista ferrara, grazie ad amicizie, sta sul mercato per i soldi delle tasse dei contribuenti. Che c’entra qui la disuguaglianza (comunque la si giudichi) che genera il mercato? Questi non stanno sul mercato. Incamerano soldi che gli arrivano da amicizie altolocate che possono spostare denaro d’altri, neppure i loro, a chi gli pare e piace. La differenza mi pare chiara e non c’è bisogno di scontrarsi sui massimi sistemi perché balzi agli occhi. L’unica questione da porre semmai sarebbe: è generalizzata questa forma di privilegio castale o sono casi isolati? Molti, sempre più, dicono di sì, e vedono nella forma politica destra/sinistra lo strumento istituzionale che l’ha formata nel tempo e la difende adesso. A questo si deve, se si vuole, dare una risposta.p

  26. utente anonimo says:

    caro p.

    se vuoi unirti a me e a pochi altri per abbattere i privilegi anticapitalistici e antimercato, messi in atto con tipiche giustificazioni “di sinistra”, sei ben accetto.

    Ma se vinciamo, ti piace un mondo in cui la mia ideologia mercatista è più forte di prima?

    Forse sì, in fondo Marx insegna che il capitalismo deve maturare prima di marcire.

    Ciao

    Francesco

  27. Si tratta di una vicenda che non dovevano sapere gli italiani per bene che finanziavano la stupidita dei furbi, che agivano contro di me e gli stranieri in una situazione vulnerabile. Non spettavano di scoprire l’esistenza di un sistema illegale che si usava per legittimare (violenza di stato e abuso di potere in un paese che si considerava democratico e civile).I miei persecutori hanno agito in questa vicenda dando l’impressione d’essere proprietari dello stato, non i suoi proprietari come si faceva in questa vicenda sotto i riflettori!

    Vedi il blog http://www.lemin.splinder.com

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