Il Volto di Qana (XI)

Sembra una divagazione, e poi non sapete ancora cosa sia il Volto di Qana. Ma nei prossimo post, vedrete perché non lo è.Sul blog Voci fuori dal coro, Andrea Franzoni ha scritto qualcosa che mi ha fatto riflettere:

Fra i tanti canali che abbiamo a disposizione per assistere ai massacri di libanesi e palestinesi di questi giorni ce ne sono alcuni che si differenziano dagli altri che, sebbene numericamente siano tanti, ripetono tutti lo stesso pensiero unico.

Alcuni blog, in particolare, svelano un punto di vista prezioso su questo conflitto e, spesso, sull’intera contrapposizione occidente-islam. Il pregio di questi blog è quello di essere curati da persone, oltre che colte e volonterose, cosmopolite.

Da questi blog, in questi giorni, sto prendendo diversi post anche per questo mio blog-raccoglitore. Ne cito alcuni: Salamelik (greco-egiziano trapiantato a Torino, collaboratore di testate nazionali) e Kelebek (messicano con madre statunitense, cresciuto in Italia e in Egitto, traduttore e interprete di lingue mediorientali). Teneteli d’occhio, anche se qui saranno sempre di casa.

Ringrazio Andrea dei complimenti (la realtà è più banale, ho solo studiato lingue mediorientali, ma lavoro con l’inglese), però il punto è un altro.

Franzoni dice cosmopolita. Questo termine è tradizionalmente legato agli ebrei.

Anche le brevi note che Franzoni associa a ciascuno dei blogger fanno venire in mente le storie di tanti ebrei dell’Ottocento e della prima metà del Novecento.

Proprio in questi giorni sto leggendo una bella biografia [1] di quel misterioso personaggio degli anni Venti e Trenta che scriveva sotto il nome di Essad Bey, i cui libri sull’Oriente e sulla Russia si trovano su tante bancarelle. Non sono opere straordinariamente profonde, ma sono affascinanti perché si coglie uno sguardo che è insieme affettuoso e distaccato, amante degli antichi mondi che il capitalismo e le rivoluzioni stanno spazzando via, ma non legato ad alcun culto identitario.

Leggere Essad Bey mi fa sempre venire in mente la volta che un gruppo di tifosi mi fece entrare gratuitamente allo stadio per il derby Roma-Lazio. I tifosi sono l’unica cosa che mi piace del calcio, ed ero felicissimo di stare con loro, finché uno di loro, perplesso, mi chiese perché non gridavo e saltavo, ma mi limitavo a guardarli. Non avrei potuto fare diversamente, perché non avrei potuto condividere istintivamente la loro storia: potevo solo osservarla, con rispetto, da fuori. Sono con voi, noto di voi cose che forse per l’abitudine vi sfuggono, ma non sono come voi.

Tom Reiss, l’autore della biografia di Essad Bey, ha scoperto che il suo oggetto di studio era in realtà nato sotto il nome di Lev Nussimbaum in una ricca famiglia di Baku, ebreo – ma decisamente laico – in una città largamente russa in terra islamica. Essad Bey/Naussimbaum aveva vissuto l’avvento di Lenin a Baku, il crollo dell’impero ottomano a Costantinopoli, la grande emigrazione russa a Parigi, gli ultimi strascichi rivoluzionari a Berlino – dove si convertì all’Islam – , il sorgere del sionismo romantico, l’avvento del nazismo, e sarebbe morto a Positano, sepolto sotto l’unica lapide islamica del cimitero (ovviamente in terra non consacrata).

Tutto questo ci ricorda tanti altri personaggi di quegli anni, molto spesso di origine ebraica. Il libro che sto leggendo è che sottolinea quanti di questi si siano innamorati dell’Islam e del mondo islamico (curiosiamente non cita uno dei più importanti studiosi dell’Islam, Emmanuel Goldziher, studente di al-Azhar, musulmano nell’anima, di mestiere custode di una povera sinagoga a Budapest).

Eppure tutto questo è molto lontano dalla cultura tradizionale ebraica, e le persone come Essad Bey non hanno quasi mai parlato “come ebrei”. Per quasi tutti, l’ebraismo era solo una delle loro molte e cangevoli identità.

Forse più che di ebraismo, si tratta di un modo di essere cosmopolita, il prodotto di certi imperi tolleranti, come quello di Alessandro Magno, quello ottomano o quello austroungarico. Un cosmopolitismo che ha potuto manifestarsi solo per una straordinaria coincidenza.

Primo, infatti, ci voleva l’esistenza di una comunità diffusa in molti paesi, benestante rispetto alla media di coloro chi li circondavano, ma che non si identificava nei luoghi comuni dei paesi in cui si trovava.

Secondo, ci voleva che quella comunità venisse sciolta attraverso la cosiddetta emancipazione, lasciando liberi centinaia di migliaia di individui, che erano dentro innumerevoli mondi, ma anche fuori, capaci di guardarli tutti criticamente. Assieme ai cosmopoliti in questo senso si emanciparono anche trafficanti e illusionisti, come è naturale in qualunque comunità: ma non dimentichiamo che, se furono persone di origine ebraica a creare l’industria culturale statunitense, furono altre persone di origine ebraica come Horckheimer e Adorno a portare a quell’industria la critica più radicale.

Questo mondo cosmopolita finisce con il doppio colpo delle stragi naziste e del rifiuto radicale del cosmopolitismo che è il sionismo reale (ben diverso da certi sogni dei suoi fondatori). Non si può essere aperti, curiosi, affezionati eppure disincantati osservatori di tanti mondi, quando si vive nel culto ossessivo di sangue e suolo, ergendo attorno a sé muri fisici e psicologici, scrivendo con un alfabeto e una lingua artificiale che isolano da tutto il resto dell’umanità, e pensando unicamente a come combattere i propri vicini.

Gli abitanti d’Israele hanno una provenienza cosmopolita e un alto livello di istruzione. Eppure, il sionismo reale ha prodotto ottimi ingenieri elettronici, brillanti addestratori militari, ma una cultura che non è più interessante di quella di qualunque altro piccolo paese.

Basta pensare al livello infimo del sionismo con cui ci possiamo scontrare in rete. Il sionista medio da web è tenace, onnipresente, pignolo, arriva come un rappresentante della Folletto con la sua cartellina di slogan prefabbricati, di foto del Mufti di Gerusalemme, la sua “e che mi dici del palestinese che nel 1965 scrisse che gli ebrei hanno la coda”, il suo complotto islamonazicomunista contro l’Occidente e quant’altro.

Ma la capacità di discutere, di chiedersi il senso delle cose, è praticamente nulla.

Forse il ruolo dei cosmopoliti – che è il contrario esatto della devastazione globalizzante – sarà recitato da altri, figli questa volta non di uno specifico gruppo etnico, ma del generale sommovimento del mondo.


[1] Tom Reiss, L’orientalista. L’ebreo che volle essere un principe musulmano, Garzanti, Milano, 2005.

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18 Responses to Il Volto di Qana (XI)

  1. utente anonimo says:

    >Sembra una divagazione, e poi non sapete ancora cosa sia il Volto di Qana. MM<
    Può darsi, ma conoscendoti:-) scommetterei che qualsiasi cosa sia abbia qualcosa a che fare con il bombardamento di Qana (la probabile Cana biblica) da parte dello Tsahal nel 1996, bombardamento che fece un centinaio di vittime civili.

    Ciao

    Ritvan

  2. Una riflessione molto interessante, anche se decisamente personale. Da modernista posso solo dire che definire l’Impero Ottomano “tollerante” è una parziale semplificazione. Quello degli Osmanli è stato a mio parere il più utilitarista e intelligente impero di tutti i tempi, insieme a quello romano cui per molti versi assomigliava, ma probabilmente anche uno dei più restii ad accettare una visione “universale” o “umanitaria” (anche qui, come i Romani che producevano Seneca ma intanto non la smettevano certo con lo schiavismo). Certamente la Turchia era il paese in cui (diventando musulmano, sia chiaro) ogni serbo bosniaco, albanese, greco, calabrese, ecc… poteva acquisire tramite il merito e il valore posizioni dominanti. Però, insomma, era pur sempre il paese dei vilayet, dei comunitarismi a strati (ossia non tutti a pari dignità), del terrore come tattica di guerra ma anche come mezzo quotidiano di governo, in una proporzione che probabilmente non si trova negli Stati suoi contemporanei. In estrema sintesi, anche se questo tema è sterminato (come gli abitanti di Chio o di Nicosia dai turchi stessi, diciamo), si può sostenere che dietro la razionale tolleranza verso gli uomini di ingegno, di scienza, o comunque quelli utili alla causa, c’era pur sempre “l’Asia infinita, col suo misticimo e la sua barbarie”. Qui cito a memoria da uno scrittore musulmano europeo… Ciao.

    Tamas

  3. kelebek says:

    Per Tamas,

    sono abbastanza d’accordo con te sull’impero ottomano.

    Diciamo che se eri un ricco mercante greco, ebreo o armeno, avevi un tuo spazio che ti permetteva di fare il cosmopolita, cioè di viaggiare liberamente, parlare molte lingue e sentire molte storie.

    Miguel Martinez

  4. utente anonimo says:

    Certo che sono antipatici forti i tuoi cosmopoliti, con questa inevitabile aria di superiorità nei confronti del bestiame umano che vive prigioniero nei recinti culturali e geografici …

    Quasi (quasi) come i fanatici comunitaristi che scatenano le guerre e non sanno parlare se non per rivendicare la propria superiorità.

    Ciao

    Francesco

    PS non ti viene in mente che tra le “stragi naziste” e il “sionismo reale” ci possa essere una relazione?

  5. utente anonimo says:

    Domanda per Miguel,

    Perché giudichi il tuo cosmopolitismo – improntato al tuo essere messicano-statunitense-italiano e che ti dà, immagino, la possibilità di lavorare con l’inglese – “più banale” della versione fornita dal Franzoni che ti vede “traduttore e interprete di lingue mediorientali

    pam

  6. utente anonimo says:

    Ma che bella conicidenza, anch’io sto leggendo “L’orientalista”.

    Mi trasmette la sensazione delle varietà dell’esistenza e la vacuità di qualsivolgia intento classificatorio.

    Giuseppe

  7. utente anonimo says:

    Invece a me la mentalità cosmopolita piace molto, e mi pare che sia conseguenza quasi naturale del viaggiare e del conoscere personalmente popoli e luoghi o del frequentare posti in cui si incontrano persone di diverse nazionalità, per esempio alcuni centri universitari o di ricerca o anche, molto più semplicemente, gli ostelli della gioventù, le case studentesche.

    Quando poi, come gli ebrei, si ha una storia di radicamento e sradicamento, di necessità di integrarsi con gli altri popoli e nel contempo la volontà di mantenere un legame con il proprio popolo sparso per il mondo, si vive in un continuo scambio di “culture” e di informazioni , ed è inevitabile che la conoscenza si ampli. Si diventa “superiori” non per ragionamento , ma grazie alle diverse esperienze di vita che mancano spesso a chi vive nel proprio guscio. Non è una novità che la conoscenza sia un” mezzo di potere”. Se io conosco, non solo in astratto ma anche in concreto, la realtà e i meccanismi di un mercato straniero, sarò più in grado di introdurmici. Se conosco, perchè le ho studiate e le vivo , la storia e l’attualità e la mentalità dei popoli dei paesi medio-orientali posso con cognizione di causa, pur con dei limiti, esprimere una opinione a livello diplomatico o politico o giornalistico o salottiero. Altrimenti meglio che taccia.

    Da mera spettatrice posso solo osservare che i titolari di blog, Miguel, Lia, Dacia e i commentatori Reza, Ale, e non ricordo più chi altri, sono i soli qui che pare abbiano esperienza diretta di quello di cui trattano, che cioè hanno frequentato luoghi e popoli islamici.

    Infine, è ovvio che un intelligente nel recinto sarà sempre meglio di un cretino cosmopolita, giacchè, come direbbe p, non c’è nulla che possa far diminuire o aumentare la naturale stupidità.

    Aurora.

  8. utente anonimo says:

    >Certo che sono antipatici forti i tuoi cosmopoliti, con questa inevitabile aria di superiorità nei confronti del bestiame umano che vive prigioniero nei recinti culturali e geografici …Francesco<
    Guarda che anch’io mi considero – nel mio piccolo:-) – un cosmopolita. Però, siccome non ho un blog non sono stato compreso nella classifica:-).

    Ciao

    Ritvan

    P.S. Essere cosmopoliti non vuol dire fare lo Zelig (riferito al film di Allen, non al programma comico TV) e zompare da una religione all’altra o da un modo di vestire all’altro. Io credo che un cosmopolita sia quello che si sente a suo agio in contesti geoculturali diversi, riesce a comprendere l’altro e farsi comprendere, senza per questo rinunciare necessariamente alla propria identità e al proprio carattere.

  9. utente anonimo says:

    Da mera spettatrice posso solo osservare che i titolari di blog, >Miguel, Lia, Dacia e i commentatori Reza, Ale, e non ricordo più chi altri, sono i soli qui che pare abbiano esperienza diretta di quello di cui trattano, che cioè hanno frequentato luoghi e popoli islamici.<
    Non è che tu non ricordi, cara, tu rimuovi deliberatamente:-)

    Ciao

    Ritvan Già Abituale Frequentatore di Luoghi Infestati da Islamici

  10. utente anonimo says:

    Io parlavo dei tizi che Miguel cita, non dei tenutari di blog, che in due casi su tre mancano tragicamente di quell’apertura mentale e quel distacco tipici del cosmopolita.

    Francesco il malcompreso

  11. utente anonimo says:

    Ritvan,

    non ho molto ben presente il tuo curriculum vitae, mi ricordo un bisnonno imam, ma da quel momento in poi i tratti religiosi della tua famiglia e delle frequentazioni mi diventano sfocati. Perché dici ” infestati” ?

    Francesco,

    buona vacanza !

    Aurora.

  12. utente anonimo says:

    >Ritvan, non ho molto ben presente il tuo curriculum vitae, mi ricordo un bisnonno imam, ma da quel momento in poi i tratti religiosi della tua famiglia e delle frequentazioni mi diventano sfocati. Aurora<
    Non ti basta che io – da buon albanese trapiantato in Italia – abbia frequentazioni albanesi? Il bisnonno imam ovviamente non l’ho conosciuto di persona, ma ho conosciuto i miei nonni, gente molto religiosa, e ho vissuto in Albania dal 1990 al 1998, anni del ripristino delle religioni nel paese, Islam compreso. Islam laico, certo, ma non credo che tu per “…hanno frequentato luoghi e popoli islamici…” intendevi per forza “fondamentalisti islamici”:-).

    >Perché dici ” infestati” ?<
    Non farci caso, è il mio solito modo scherzoso di esprimermi alla JZ:-)

    Ciao

    Ritvan

  13. utente anonimo says:

    Ecco un buon esempio di superiorità cosmopolita, aurora, nella famosa frase di ennio, il fondatore riconosciuto dell’epica romana, di possedere tre cuori sapendo tre lingue, il greco, l’osco e il latino. Che, guarda un po’, era malvisto dal conservatore catone e protetto invece dagli scipioni. Caeterum censeo historiam delendam esse, potrebbe essere il tormentone, non di catone, ma di qualche neocone.p

  14. utente anonimo says:

    Caspita, la frase mi s’è volatizzata nel fumo del sigaro (toscano, non cubano, per i maliziosi). Rimedio subito.

    Quintus Ennius tria corda habere sese dicebat, quod loqui Graece et Osce et Latine sciret. -Aulus Gellius, Noctes Atticae 17.17

    Gellio, che la riporta come un detto memorabile è invece un erudito del secondo secolo dopo cristo.p

  15. utente anonimo says:

    p, bastasse conoscere tre lingue, oggi sarebbero cosmopolite anche le receptionist ( come fa il plurale ?) . Anche i venditori di tappeti di Instanbul ti parlano fluentemente inglese , ma dubito che abbiano un cuore in più per Albione.

    Forse bisogna essere poeti per catturare solo con la lingua anche il cuore.

    Aurora.

    p.s. : fumi i toscanelli o il tipo ” Garibaldi” ?

  16. utente anonimo says:

    Dopo aver terminato la lettura del libro, Miguel, mi permeto di osservare come Tu abbia tralasciato due piccoli dettagli:

    1) I mussulmani di stanza in Germania rinnegarono Essad Bey e lo esclusero dai loro circoli, associandosi ai critici tedeschi prenazisti, che attaccarono veementemente l’autore, proprio in virtù delle sue orgini ebree.

    2) Gli attuali accademici azeri negano l’esistenza di Essad Bey, non potendo ammettere che il loro maggiore romanziere sia di origini giudee.

    Mi resta, però, negli occhi la fotografia che ritrae famiglie ebree e mussulmane di Baku nell’atto di festeggiare insieme il … natale cristiano.

    Che sia nel sincretismo la soluzione del conflitto israelo-palestinese?

    Giuseppe

  17. utente anonimo says:

    Magari avessi io un inglese fluente, almeno scritto. Invece è piuttosto “ininfluente”, purtroppo. Fumacchio toscanacci normali, non il toscanello né il “garibaldi” voluto da mario soldati. Col quale concordo con la famosa boutade che “l’unica eredità positiva del risorgimento è il sigaro toscano”.p

  18. utente anonimo says:

    >p, bastasse conoscere tre lingue, oggi sarebbero cosmopolite anche le receptionist ( come fa il plurale ?) Aurora<
    Visto che p. fa lo gnorri:-) te lo dico io. Esattamente come il singolare. Questa è la regola per le parole straniere entrate nel vocabolario italico, con rare eccezioni, come p.es. “fans”.

    Ciao

    Ritvan il Linguista alle Vongole

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