Di coboldi, lupi e nere farfalle

Già una volta, abbiamo parlato di cani, a essere precisi, del perro algofifa, invariante per rotazione, e del tristissimo e commestibile xoloitzcuintli.

Anche questa volta, partiamo da un cane, questa volta descritto da Goethe. Si tratta di un cane nero, un “barbone mattacchione“, che Faust accoglie in casa e che si trasforma in un essere inquietante. Per placarlo, Faust pronuncia il seguente scongiuro:

Erst zu begegnen dem Tiere,
brauch’ ich den Spruch der Viere:

Salamander soll glühen
Undene sich winden,
Sylphe verschwinden,
Kobold sich mühen.

“Per prima cosa affronterò la bestia / con lo scongiuro dei quattro: / La Salamandra avvampi, / si ritorca l’Ondina, / si dissolva la Silfide,/il Coboldo si sfianchi!”.

Il riferimento è agli elementali, i signori del mondo immaginale: salamandre del fuoco, ondine delle acque, silfidi dell’aria e coboldi (o più spesso gnomi) della terra.

Gli esoteristi amano attribuire simili idee a quella vaga categoria che sono “gli antichi”. E certamente il concetto di un mondo di mezzo è universale.

Ma pare che l’idea di associare certi spiriti ai quattro elementi, sia una delle molte invenzioni di quello straordinario genio, precursore e ciarlatano che si chiamava, nientemeno, Philippus Theophrastus Bombastus von Hohenheim. Noi lo conosciamo come Paracelso, e sappiamo che fu l’autore – tra altre opere – del Liber de nymphis, sylphis, pygmaeis et salamandris et de caeteris spiritibus. I pygmaei o gnomi di Paracelo sono i coboldi di Goethe.

Questo post è tutto di incisi, ma reprimiamo la tentazione di commentare anche gli sviluppi di queste storie nella cultura teosofica e poi nell’immaginario, non sempre sano, del fantasy contemporaneo.

Secondo lo storico dei sassoni Eccard, coboldo era il nome che gli slavi mettevano a certi virunculos metallicos, evanescenti e un po’ terrificanti abitatori dei misteriosi e soffocanti recessi dei cunicoli in cui i minatori incontravano buio, avvelenamento e morte.

Alcuni siti assegnano al termine coboldo una perentoria etimologia: deriverebbe dal medio alto tedesco kobe, “capanna” e holt, “gnomo”; quest’ultimo a sua volta un eufemismo derivato da hold, “grazioso” o “amichevole”.

A usare questo nome sarebbero stati i minatori del Harz per indicare le rocce ricche del minerale cui i coboldi hanno dato il loro nome: il cobalto, pericolosamente carico di arsenico e di zolfo. C’è qualcosa di convincente nella precisione di questa etimologia, ma come spesso succede, manca ogni indicazione delle fonti.

I dizionari etimologici, in genere, non ci raccontano nulla della fatica di chi ha ricostruito l’origine delle parole, e nemmeno dell’attendibilità della ricostruzione, che può andare dalla certezza alla pittoresca fantasia.

Le parole, sappiamo, hanno sempre un’origine; solo che quasi mai riusciamo a stabilirla. Lo storico delle parole deve immergersi in un mondo di sogni, di frammenti di manoscritti, di rari sussurri, nell’immenso silenzio dei morti.

Il filologo vive quindi di intuizioni, in un campo in cui prospera facilmente la pura fantasia, o in cui i fanatici rivestono l’ignoto delle loro follie, associando semplicemente un suono in una lingua a un altro, di un’altra lingua.

Un eccentrico fiorentino, Giovanni Semerano, ha scritto numerosi e pignoli volumi, per negare l’esistenza stessa di una famiglia linguistica indoeuropea. Il suo metodo consisteva, semplicemente, nell’accostare innumerevoli parole di lingue semitiche a parole di lingue europee. Senza pensare che non basta una vaga assonanza con una certa parola italiana per rendere fallici i gatti tedeschi, o persone poco serie gli antichi khazari. [1]

Semerano era mosso dalle migliori intenzioni: demolendo l’ipotesi indoeuropea, sperava di restituire dignità alle vittime dell’imperialismo occidentale. Certamente una causa ben più dignitosa di quella sposata da un suo simile, Ettore Tolomei, l’impostore che inventò “l’originario nome italiano” per migliaia di impronunciabili luoghi sudtirolesi (e persino per i cognomi degli abitanti), ottenendo infine la nomina a “Conte della Vetta d’Italia”.

 

ettore tolomei
Ettore Tolomei
Nessuna persona che abbia studiato la linguistica può prendere sul serio Semerano; ma la sua indubbia buona fede, l’apparente seriosità dei suoi testi e le sue idee politicamente corrette hanno incontrato l’approvazione di numerosi intellettuali e giornalisti e gli hanno guadagnato addirittura il posto di direttore della Biblioteca Nazionale.

Ciò che distingue il filologo dall’uomo dalle idee fisse, quindi, è solo la lucidità e l’umiltà di sapere che ogni ipotesi potrebbe essere sbagliata.

Per gioco, e facendo forse un po’ il Semerano anch’io, vorrei proporre una nuova etimologia per il termine coboldo. Non ha alcun valore scientifico, ed è costruita sostanzialmente su una sola fonte, il meraviglioso sito del Tower of Babel Project, qualcosa di infinitamente più affascinante di tutti i siti di informazione o controinformazione con cui ci angosciamo quotidianamente.

Purtroppo non ho mai studiato la turcologia – all’università già ti guardavano storto se facevi due lingue orientali, una terza era praticamente vietata. Non credo nemmeno che esista un buon testo in italiano di turcologia, che vada oltre l’elencazione di lingue e popoli; qualcosa, insomma, di paragonabile all’opera di Francisco Villar, Gli indoeuropei e le origini dell’Europa (Il Mulino, 1997). E quindi le mie letture in materia sono piuttosto sporadiche.

Il turco è una famiglia linguistica che si ritrova nei luoghi più impensati: ci sono i turcomanni dell’Iraq, massacrati in questi mesi dagli americani, fino ai karaim della Lituania, seguaci di un giudaismo che non ha mai accettato il Talmud, e che parlano una lingua quasi estinta; i misteriosi gagauzi della Moldavia, cristiani ortodossi che parlano una lingua vicinissima al turco moderno (imprestiti arabi compresi) senza che si sappia bene perché; gli sciamanici yakuti che vivono nella taiga siberiana fino all’artico.

Anche i turchi ci riportano ai canidi: dai loro destan (dastan), o poemi epici, apprendiamo che i turchi discendono dal Boz Kurt, un enorme lupo grigio-azzurrino, curiosamente piumato; mentre i kirghisi, secondo l’etimologia popolare, discendono dalle kırk kız, le quaranta fanciulle sopravvissute di una tribù sterminata, che si accoppiarono con un cane rosso.

In quasi tutte le lingue turche, la farfalla si chiama con un nome simile a quello scelto per questo blog.

Kelebek, però è in realtà una metatesi del turco moderno, con un’inversione di consonanti, come quando un contadino di Assisi mi indicò un sentiero che iniziava “dopo la cerqua”. La forma prototurca doveva, infatti essere qualcosa come kepelek, arrotondata in molte lingue turche a forme come köpölök nel kirghiso.

Il termine finisce per sovrapporsi proprio alla parola turca per cane, köpek, che con varie desinenze e inserti un po’ vezzeggiativi, diventa ad esempio nell’antico kipçak, köbelek. L’antico kipçak si parlava nel Medioevo nella Russia meridionale, e ci è noto grazie al Codex Cumanicus, un glossario che si trova attualmente nella Biblioteca di San Marco a Venezia. Di eco in eco, il kipçak fa venire in mente l’armeno-kipçak, un dialetto turco scritto in caratteri armeni e parlato da una comunità di uniati cattolici della Transilvania: uno dei mille mondi che lo sconvolgimento cosmico sta annientando.

Chi è allora la qara köbölök dei kirghisi, descritta come “uno spirito malvagio che compare sotto forma di ragazza, vestito di nero e con un levriero nero“?

Qara è certamente “nero”, come in tutte le lingue turche. Ma köbölök? Si tratta proprio del levriero nero, cioè di un cane, con cui condivide tutte le vocali? Oppure è qualcosa di ancora più inquietante: una farfalla, con cui condivide la sonorizzazione della “p” in “b”?

Stranamente, i linguisti tendono a pensare che si tratti proprio della farfalla. Una farfalla-spirito, come la greca psyché.

Il bello della filologia è proprio questo: non possiamo escludere. E quindi voglio non escludere che la nera köbölök sia passata nel mondo slavo, così intimamente legato a quello turco; e che gli slavi – come dice Eccard – abbiano dato quel nome a un altro tenebroso spirito, che si aggira nelle miniere. E che da lì sia nato il coboldo.

Per poi tornare, di nuovo sotto la sua veste originaria, proprio qui.

Su Kelebek.

Nella nostra estrema banalità e miseria, rendere omaggio all’ambigua anima della farfalla-lupo.

Print Friendly
This entry was posted in mundus imaginalis, Questo blog and tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , . Bookmark the permalink.

34 Responses to Di coboldi, lupi e nere farfalle

  1. utente anonimo says:

    Il post giusto nel giorno della vittoria elettorale del centrosinistra:-). Invito subliminale al Mortadella ad andare a caccia di farfalle?:-).

    Ciao

    Ritvan

  2. safaviddoors says:

    Aggiungo un’altra possibile suggestione, Miguel: in turco, lupo si dice “kurt”, che in persiano diventa “gorg”. Non è da escludere a priori la parentela con kobolok, vista il facile slittamento fonetico dei due fonemi liquidi. La Georgia(Gorjestan), dove si parla una lingua sud-caucasica, sarebbe quindi la “terra dei lupi” e la leggendaria terra d’origine di San Giorgio (probabilmente un ufficiale dell’esercito romano, proveniente dalla Cappadocia, martirizzato nel 303 d.C., sotto l’Imperatore Diocleziano a Lidda l”attuale Lod, in Israele), il cavaliere mitico che rappresenta l’anima razionale che, sconfiggendo il drago/anima passionale libera la figlia del re di Silene/spirito. Questa probabile paretimologia (ma ti ricordo cosa scrisse Guénon sulle paretimologie…) collega attraverso il Caucaso la tua affascinante farfalla-lupo alla funzione liberatrice di San Giorgio.

    Ma c’è di più. I coboldi assomigliano molto da vicino ai Jinn della tradizione islamica, misteriosi e bizzarri abitanti della terra di mezzo degli arabi pre e post islamici. Il termine deriva molto probabilmente dal latino genius, ma curiosamente condivide la radice trilittera JNN con il vocabolo che gli arabi usano per dire “paradiso”, janna, o jinan…

    Comunque bel post, e straordinario il Tower of Babel Project.

    Ale

  3. rubimasco says:

    Nel mio barbarico uraniano farfalla si dice “jale”….sostituendo un paio di consonanti e moltiplicando qualche vocale senz’ altro si arriva a “kelebek”, “coboldo” ma volendo anche a “commercialista” oppure “acceleratore di particelle”, non ricordo bene…..sì, vedrai che è così, mi par che etimologicamente ci siamo:-)

    saluti

    Rubimasco

  4. utente anonimo says:

    Io devo ancora capire se dei Gorbetti parenti miei c’hanno antenati zingari.

    Un mio amico ha montato un documentario sui dei bluesman della bassa reggiana (dei tipi molto interessanti e pittoreschi che vanno ingiro vestiti da cowboys) e sentendo le interviste ai loro familiari ho scoperto che molti vantano (proprio così, vantano :-) ) origini Rom e balcaniche; non ricordo bene com’era la faccenda, ma in pratica dicevano che la terra gli era stata concessa nel secolo scorso (“noi siamo zingari della Grecia” questa frase me la ricordo).

    Chissà quanti loro parenti ne hanno perso nozione e avranno magari assunto atteggiamenti razzisti…

    Paolo

  5. utente anonimo says:

    Trovo suggestivo il passaggio di alcune parole/esseri mitici (ma perchè non dire mitologici, se pensiamo ad un immaginario condivisibile ancorchè seppellito dal razionalismo) dal centro del mondo (il Caucaso) a questo triste e raffermo occidente.

    Mi dispiaccio della mia nulla preparazione in filologia (qualcosa recupero in linguistica) ma dove sono oggi coboldi, farfalle-lupo e cani neri?

    Perchè Faust non sembra mai pagare dazio anche in assenza della sua Margherita?

  6. utente anonimo says:

    Scusate, non che serva ma il mio nome, di etimologia incerta è Fabio Brunazzi

  7. …Taqiye permettendo, la Valent avrebbe confessato “faccine invisibili” [v.di il suo Blog] … le usi anke te Miguel ?

    In ogni caso, l’ elogio di un certo Stefano Calzetti a Ritvan nostro è meritato comunque ….

  8. utente anonimo says:

    Per Rubimasco,

    Non è così semplice.

    Tutti possiamo fare delle ipotesi.

    Poi bisogna verificare, ad esempio:

    1) se i cambiamenti fonetici sono compatibili con quelli effettivamente registrati in altri casi di imprestiti turco > slavo e slavo > tedesco

    2) se in antropologia, si riscontrano casi simili in cui nomi di esseri del mondo di mezzo vengono passati da una lingua all’altra (in inglese senz’altro: fairy, gnome, ghoul, elf ecc. vengono tutti da altre lingue)

    3) se vi furono effettivamente minatori slavi nel Harz

    4) se esistono prove molto forti a sostegno della spiegazione “ufficiale” che quindi rendano superflua una spiegazione alternativa.

    Ed è solo un inizio della discussione… è questo che distingue la filologia dalla follia.

    Miguel Martinez

  9. utente anonimo says:

    Per Rubimasco,

    Aggiungo che:

    1) il contatto tra gli uraniani e i terrestri risale a dopo l’invenzione dei commercialisti :-) Ecco che per fare filologia, bisogna conoscere non solo le lingue, ma anche la storia.

    2) Il termine “commercialista” ha un’origine facilmente dimostrabile nella parola “commercio”, che immagino sia in uso dai tempi della Roma repubblicana. Ecco che per fare filologia di un termine contemporaneo, bisogna conoscere anche gli angoli reconditi della letteratura di 2000 anni fa.

    3) Non basta cambiare una consonante o una vocale qualunque. Infatti il punto più debole della mia ipotesi è costituito proprio da quello che un “profano” considererebbe il meno sospetto: la “k” iniziale.

    Infatti, le lingue turche hanno tutte caratteristicamente due suoni “k”: di fronte a una vocale frontale, la “k” è leggermente palatalizzata, tende cioè al suono della parola “chiesa” in italiano, anche se meno marcato. Quindi, non si dice esattamente “kelebek” ma “kjelebekj”.

    Ora quella “k” è molto instabile. C’è una legge assolutamente trasversale ai gruppi linguistici che dice che la “k” palatalizzata tende a diventare “ç” (come la “c” di “cena”) nelle lingue neolatine come in romané come in cinese.

    E quindi “köbölök” potrebbe benissimo diventare “çöbölök”, allontanandosi irrevocabilmente da “kobold” (credo che in nessuna lingua, la “ç” diventi “k”).

    Miguel Martinez

  10. rubimasco says:

    sul resto non discuto perchè conosco molto poco la materia (e comunque ne verrebbero fuori discussioni infinite) ma:

    1) il contatto tra gli uraniani e i terrestri risale a dopo l’invenzione dei commercialisti :-)

    eheheheh, errore comune:-) i barbarici uraniani sono un gruppo di lingue terrestri. Quasi esclusivamente liturgiche, “canalizzate” ma pur sempre terrestri. Sì, insomma, noi caoti ce le siamo inventate, però funzionano.

    ti suggerisco un sito di un tizio che ama ideare lingue e culture artificiali (e che secondo me è abbastanza partito di testa):

    http://www.zompist.com/virtuver.htm

    ci puoi passare qualche ora di divertimento.

    Poi un’ altra cosa: fate attenzione ai lupi , perchè a quanto pare Gengis Khan morì proprio per un lupo che gli provocò una caduta da cavallo. La leggenda dice che era lo spirito di un suo antenato che veniva a prenderlo. Direte: cosa c’ entra? C’ entra perchè a quanto pare l’ impero di G.K. ha molto influenzato la cultura turca (Tamerlano era suo discendente, per dirne una….)

    saluti

    Rubimasco

  11. rubimasco says:

    poi ancora una domandina.

    Ho letto da qualche parte che il

    1%-5% delle parole di una qualsiasi lingua assomigliano alle parole di un’ altra qualsiasi. Questo per un fatto di casualità. Chessò “Shams” assomiglia a “sciame”, per dire. Ti risulta? Credo che sia per quello che serve anche la giustificazione storica.

    comunque il caso più strano che mi è capitato è questo:

    la parola “pentolino” in danese si dice “Kazeroler”, nel dialetto delle mie parti “pentolino” si dice “cazzarola”.

    saluti

    Rubimasco

  12. utente anonimo says:

    Rubimasco:

    In italiano si può dire casseruola, in francese casserole. In svedese, poi, l’hanno fatto diventare kastrull…

    Anna

  13. kelebek says:

    per Rubimasco,

    Sulle somiglianze tra le lingue…

    Ovviamente ci sono molte parole in diverse lingue che si somigliano semplicemente per suono.

    E’ interessante quando due parole si somigliano anche per significato.

    Qui possiamo avere almeno quattro casi:

    1) Due parole isolate, che non hanno sicuramente alcuna parentela tra di loro. Da qualche parte ho letto che in una lingua estinta dei nativi della California, “valle” si dice “tal”, proprio come in tedesco. Qui chiaramente vige il caso.

    2) Due parole che hanno un suono simile, indicano lo stesso oggetto (spesso un oggetto d’uso) e appartengono a culture a stretto contatto.

    In questi casi (vedi la casseruola di cui si discuteva) possiamo essere praticamente certi di una parentela.

    2) Due parole che hanno un suono e significato simile in due lingue molto diverse. Il suono indica qualcosa di molto “naturale”, che una cultura non ha probabilmente importato dall’altra.

    E’ il caso della misteriosa somiglianza tra il latino “taurus” e l’arabo “thawru”.

    4) Il quarto caso è quello di due parole in due lingue diverse che hanno un suono completamente diverso, ma sono imparentate.

    Ne parlo nel prossimo commento, per non superare la soglia-splinder.

    Miguel Martinez

  14. kelebek says:

    L’esempio del quarto caso che mi piace di più è “chakra” (meglio scritto “cakra”) in sanscrito e “wheel” in inglese.

    Entrambi significano “ruota” (il senso spirituale di “cakra” nasce dopo), ma non si somigliano certamente. Almeno a prima vista.

    In realtà, entrambi derivano da una parola protoindoeuropea che possiamo ricostruire, più o meno, come “kwel” o “kwer” – i ristoratori cinesi ci insegnano quanto “l” ed “r” si confondono.

    Alcune lingue hanno raddoppiato la prima consonante, cosa piuttosto diffusa nel mondo indoeuropeo: da qui il greco “kuklos”, che viene da “ku-kwel-os”.

    Lo ha fatto anche il sanscrito; ma il sanscrito ha inoltre messo una vocale vaga che noi trascriviamo come “a” (suona all’incirca come la “u” di “but” in inglese) e ha palatalizzato la prima “k”, proprio come ha fatto anche l’italiano, palatalizzando la “k” di “kuklos” in “ciclo”.

    Così nasce “ca-kra”, da “ka-kwar”.

    Torniamo in occidente: io faccio parte di quegli anglofoni che ancora aspirano la “wh” di “wheel”: cioè non dicono “wiyl” ma “hwiyl”. Quella aspirazione – come quella dei toscani – è l’ultima traccia di una “k”: viene quindi direttissimante da “kwel”.

    Cosa che ci porta a una conclusione interessante: almeno in questo caso, il modernissimo inglese è molto più vicino all’antico indoeuropeo di quanto lo sia il vecchio sanscrito.

    Miguel Martinez

  15. talib says:

    In genovese fazzoletto si dice mandillu, in arabo mandil

    Shurbìi sempre in genovese vuol dire bere, come in arabo.. ce ne sono delle altre ma ora non mi vengono in mente!

    Miguel quante firme devo raccogliere per farti aprire una tag interlingua?!

  16. kelebek says:

    Per Talib,

    esiste anche uno straordinario dizionario dei termini marinareschi arabo-siculo-genovesi. Contiene tra l’altro il testo di un trattato tra il bey di Tunisi e il sovrano delle Due Sicilie (se ben ricordo) scritto in dialetto siculo, ma in lettere arabe!

    Miguel Martinez

  17. utente anonimo says:

    Ma dove li possiamo reperire noi mortali?

    Non mi dispiacerebbe darci un’occhiata!

    Grazie!!

    Paolo

  18. talib says:

    ma infatti! lui ne sa di quelle che.. UH!

    :D

  19. kelebek says:

    Per Paolo,

    quel dizionario ebbi l’onore di sfogliarlo nella mitica biblioteca comunale di Como, tra i libri di lingue.

    Non mi ricordo il titolo o altro, però se ci fosse qualche lettore di Como disposto a prenderlo in prestito e fare le fotocopie…

    Come ben sa Rubimasco, alla biblioteca di Como c’è anche la più divertente grammatica accadica mai scritta da un essere umano.

    Miguel Martinez

  20. In Francese “Tire-Bouchon” , in Bolognese “Tira-Buson”, in Francese “Arc-en-Ciel”, in Bolognese “Erch-in-Zil”,e poi ancora: in edilizia “Tavaillon” e “Tavajonn”, “Toubillon” e “Turbijonn”, “Mouillé” e “Mujé/Mojj” , stesso significato… poi i numeri si assomigliano moltissimo…facendo crollare il Falso Dualismo (vedi Beccaria) Lingua-Dialetto…. sono entrambi Idiomi Gallo-Latini o Latino-Gallici se preferite ….

    Poi la sillabicità quasi perfetta che accomuna Italiano e Giapponese dà vita a una quantità inesauribile di “Indovinelli Umoristici da Elementari” del tipo la Poetessa Okane Kekagi (“Ocane Checaghi”) ….In “Rashomon” dell’ Incommensurabile Akira Kurosswa

    [Eterna Pace ed Imperitura Gloria possano scendere su di Lui] i titoli sono trascritti all’ Italicissima come voleva il Ragazzone di Predappio*

    :-) del tipo: “Regia di Achira Curossava”

    (* Per me il Vero Mussolini è un Altro: il Giovine Socialista Rumagnòl che sfidò Dio con l’Orologio …. e si t+-+bò la Balabanova al posto di Turati e Bissolati che, gelosi, gli fecero le Scarpe)

  21. Errata Corrige

    “Tourbillon” … “Kurosawa”

    …..

  22. In Giapponese poi ci sono un fracco di Omofoni … distinguibili solo grazie alla Scrittura …..proprio come in Francese !

  23. utente anonimo says:

    La cosa interessante dell’indeuropeo è che una lingua ricostruita, del tutto ipotetica. Questo smentisce la fola che la scienza si occuperebbe solo di fatti, al contrario di altri metodi della conoscenza che si occuperebbe di “non fatti”. Dalle relazioni di alcune parole s’è ricosturito uno schema linguistico, e da questo si sono potute ricostruire le relazioni di altre parole che nessun “fatto” ci avrebbe potuto indicare. La parentela di Kyklos, wheel e cakra sono un bellissimo esempio della forza conoscitiva degli “schemi astratti” rispetto ai “dati concreti”.p

  24. In Giapponese ci sono un Sillabario detto Hiragana (“Sistema Piatto” ove “Hira” è “Piatto” e “Gana” l’ Eufonico di “Kana”, “Sistema”) per grammaticalizzare i Kanji [Ideogrammi Cinesi ove “Kan” sta per “Han”, l’ Etnia Xanthodermica ;-) + diffusa della “Terra di Mezzo” _ questo significa “Ch’ung K’uo”_ ] e uno detto Katagana [i “Kana” delle Forme … Kata sono anche gli Esercizi a Solo dell’ Addestramento Guerriero , l’ interpretazione locale nipponica del Tao Lu Marziale [Percorrimento della Via] Cinese ] per trascrivere le Parole di Origine Occidentale [Ci chiamano “Gai-Jin” che alla lettera sarebbe “Gente da Fuori”, tipo “Forestieri” …. Ma i Viaggiatori Ottocentesci Europei lo hyper-traducevano con “Scimmie Bianche” … che sarebbe stato invece “Shiro Saru” ] …….. Ad esempio avremo “Sumoku” come Fumo di Sigaretta e “Kemuri” come Fumo di Caminetto …. la trascrizione in Alfabeto Latino si chiama “Romaji” …il Segno di Roma …..Da ultimo ma non meno importante segnalo il Vietnamita, che, da almeno un Secolo, si scrive direttamente in Alfabeto Latino con un vallo di Diacritici …

  25. Per p.

    Secondo Audacissimi Linguisti il Giapponese “Ura” (“all’ indietro”) avrebbe la stessa origine del latino “culus” ….difatti la “R” è notoriamente impronunciabile in Cina e Corea mentre la “L” lo è in Giappone ,,,, Si suppone quindi un arcaico “Hura” e un primordiale “Kura” …..Ma poi sorge il problema di “Kuro” [come in “Kurosawa”] che vuol dire “Nero” … donde “Kurayami” come “Oscurità” …

  26. chiedo venia: “Latino”

  27. Una Curiosità per tutta la Generazione Anime :

    il Nome Originale dell’ Uomo Tigre [Sia Gloria Eterna al Suo Sacro Nome] è “Taiga Masuku” …. cioè “Tiger Mask” in Katagana … mentre in Nipponico puro :-) sarebbe stato “Tora-No-Kamen” …. “Maschera di Tigre”, appunto

  28. … Ma non dimentichiamo neppure gli scherzi del Doppiaggio:

    Pare che il bellissimo Film di Takeshi Kitano “L’ Estate di Kikujiro” / “Kikujiro-No-Natsu”_ il Burbero Yakuza che deve ritrovare la Madre del piccolo Masao_ avesse in V.O. delle allusioni un po’ pedofile nei dialoghi dei due balordi ….. ma in qualsiasi altra ligua parrebbe ke si perdano !

  29. utente anonimo says:

    Allora, leggendo in questi giorni kilombo si può dire i “prodosi” (quanto “sprodolano”) hanno avuto pa-ura ma una botta di “ura” (per il momento) glie l’ha fatta passare, pa ra pa ra ura pa.p

  30. …..Ma poi sorge il problema di “Kuro” [come in “Kurosawa”] che vuol dire “Nero” … donde “Kurayami” come “Oscurità” …

    ….Chissà, forse un’ allusione astrologica geocentrica al Sole che è andato dietro ? …………”Andare in Occidente” è un detto poplare Pan-EstremoOrientale Asiatico per “Morire di Morte Naturale in Età Avanzata” …. Sarà un Caso ???

  31. Per p.

    “Ura” è solo un avverbio di modo di movimentazione nello spazio, il”Culus” è “Denbo”

  32. x p.

    …cmq alla fine scelsi di votare “Bara-De-Genkotsu” :-) —-“ghencozzu”____

  33. utente anonimo says:

    Precisazione importante, caro fallanciullo, visto che “movimentazione nello spazio (ristretto)” è una perfetta definizione per il verbo “inculare”. Un’altra indubbia relazione tra “culo” e “ura”. Vuoi vedere che quei linguisti burloni c’hanno azzeccato? Dopo il gayo comunismo, pure la gaya linguistica.p

  34. utente anonimo says:

    Contribuisco al dotto dibbatitto (sic) nippologico.

    Ciao

    Ritvan

    Il più famoso gay giapponese=MIFUMA LANO

    Il bambino più brutto del Giappone= SOUSHITO NAKAGATA

    L’automobilista modello giapponese=SOCIO ACI

    Il piu’ famoso dentista giapponese=TEKURO NAKARIE

    Il secondo piu’ famoso dentista giapponese=IODOO SAN

    Il piu’ famoso professore giapponese=SHIMU NITO

    La piu’ famosa cuoca giapponese=SONASEGA SUSUGHI

    Il più famoso lanciatore di coltelli giapponese= NDOKOYO KOYO

    …. e la sua assistente= SOTUTO NTAYO

    Il campione giapponese di tuffi= SESOKY MASPINTO

    Il sarto più alla moda giapponese=NAKAMISA SUMISURA

    Il piu’ famoso sadico giapponese=TAZZANNO NAZZINNA

    Il più grande regista giapponese di film hard=MOZUMA SUKAZO

    Il più grande salutista giapponese=KAGAPOKO KIFAPOKOMOTO

    Il più famoso calciatore panchinaro giapponese=YOKOPOKO MAYOKO

    La più grande massaggiatrice/geisha giapponese=YOSUDO TUGODI

    Il campione giapponese di motociclismo=HOFUSO LAMOTO

    Il milite ignoto giapponese=MAKIKAZO FU

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>