Derechos de permanencia

Pubblico qui un resoconto scritto di getto, da parte della rappresentante del Campo Antimperialista al Campo Bolivariano in Venezuela.

So che a qualcuno potrà apparire un discorso un po’ passionale e latinoamericano, ma ci sono ottimi motivi per cui lo sia.


Barinas, Venezuela
2 febbraio 2006
Festa per la Consegna dei "Derechos de pemanencia".

Il titolo di proprietà della terra, chiamato giuridicamente "diritto di permanenza", è stato consegnato oggi giovedì 2 febbraio duemilasei, a tantissime cooperative di contadini, passando dalla mano dello Stato di Chavez alle mani sudate e stanche di persone che per troppo tempo hanno tenuto questo sogno nascosto in un polveroso cassetto di speranza.

Io ero presente come delegata del Campo Antimperialista ed ho visto le lacrime dei "campesinos" trasformarsi finalmente in lacrime di gioia, pronte a far risplendere i loro volti come scintille nella banalità del mondo: erano talmente coinvolgenti che anche scrivere parole su un foglio bianco di carta non può avere un senso: perché le emozioni non si possono trasmettere con lettere combinate come in una fantasia molecolare, perché le emozioni si vivono un istante e poi restano dentro come un pilastro difficile da costruire ancora una volta con gli stessi frammenti di passione. La passione, descrivibile oggi in ogni sua forma, come poche volte nella vita si può fare, è quella sensazione che ti coinvolge e ti rende perfetto, pieno di buoni auspici e di intenzioni cordiali, la stessa che ti prende e ti scaglia contro le banalità del mondo e che da sempre alimenta l’anima della Rivoluzione: perché le due cose sono nate l’una con l’altra.

 

Non esiste Rivoluzione senza passione.

L’INTI (Istituto Nacional de Tierras), con i suoi rappresentanti ha chiamato sotto al palco una ad una le cooperative per consegnare loro il "foglio" che gli darà il diritto di coltivare quella terra in cui sono nati, quella terra a lungo tenuta improduttiva dei grandi proprietari terrieri e che lo Stato con Presidente Chavez ha ripreso nelle sue mani con la politica di abolizione del Latifondo. Le parole di ogni rappresentante echeggiano sotto il cielo grigio di una giornata qualunque fino a scorgere di nuovo un raggio di sole sincero, allegro come la musica che accompagna la festa.

"Qui stiamo rivendicando ciò che per molti anni ci è stato negato, si sta rivendicando la lotta del movimento contadino" grida Ramon Virigay, membro della cooperativa Los Angeles che è la cooperativa referente a livello nazionale del movimento. "Qualcuno non vuole che il movimento avanzi, perché stiamo toccando interessi di comuni e sindaci corrotti, di giunte circoscrizionali che non stanno dalla nostra parte e che non vogliono lavorare con noi; però il movimento contadino deve continuare a lavorare per questa finalità perché è vitale: è nostro dovere stare vicini e lottare con Chavez. Il progetto politico che c’è in Venezuela deve iniziare da noi e con noi, i contadini, perché a volte non siamo capaci di autostimarci; con il nostro lavoro abbiamo fatto vivere bene tutti coloro che ci hanno sfruttato, coloro che hanno mangiato alle nostre spalle e che da sempre ci hanno umiliati."

Le parole di Ramon, rimbombano come un tuono di buone intenzioni fra i mille volti di persone finalmente in possesso non solo di un foglio di carta, ma di una personalità e di una dignità che già avrebbero dovuto far parte dell’immenso bagaglio storico di questi popoli, e stimolano Edur Machado, il funzionario responsabile della consegna dei titoli di "proprietà" della terra, che continua ad incalzare i sentimenti dicendo:

"Noi siamo qui a rivendicare la lotta contadina, che per molti anni è rimasta in letargo per colpa della politica consenziente con i latifondisti. Oggi grazie al Governo Chavez stiamo consegnando titoli di permanenza agli occupanti precari che non avevano nessun diritto sulla loro terra, non avevano accesso al credito ed ai finanziamenti, perché non avevano nessun documento che dava loro dei diritti: oggi stiamo rivendicando questa lotta, fatta nel piano nazionale del governo con la lotta al latifondo".

Nella varietà dei colori dei manifesti appesi fra gli alberi e vicini al palco, si vedono i nomi delle delegazioni presenti: Los Guajiros, "Puro Amor" de San Rafeal de Canagua,Taguaripe, Comunidad Organizada la Pradera, Asociación cooperativa Fénix, Tacamajaca, El Renacer, ed infine il Frente Nacional Campesino Ezequiel Zamora, invitato sul palco con i rappresentanti della delegazione internazionale fra cui io e Pablo del Movimento dei lavoratori disoccupati dell’Argentina. Veniamo accolti con un lungo applauso, con sorrisi veri e osannati per aver avuto la costanza di arrivare fino là, così distanti dalle nostre realtà quotidiane, per condividere quella giornata di festa che vede un unico obiettivo comune, trasversale geograficamente: dall’Europa all’America Latina.

Guardando la folla dall’alto non posso non pensare a quanto possiamo dare a questo processo rivoluzionario, quanto possiamo fare, con un piccolo sforzo autentico e sincero, per lanciare ogni dove il messaggio della povertà che si ribella, che non ce la fa più, che vuole conquistare ancora la coscienza di tutti con la parola d’ordine: umanità giusta.

Mi sono tornate in mente le manifestazioni fatte negli anni novanta in Peru, dove mi trovavo per motivi familiari, ed ho scorto una differenza sostanziale: le parole d’ordine sono cambiate, questa volta non si tratta soltanto di distruggere qualcosa, ma di COSTRUIRE INSIEME.

Costruire un nuovo mondo che abbia fondamenta tanto solide quanto grandi, una società che finalmente sia giusta, ma che ha bisogno allo stesso tempo di essere curata e di essere seguita in ogni suo passo per non rischiare di trovare incidenti di percorso dettati da quel potere occulto, che entra come una spina di maledizioni in ogni angolo di Paradiso e in ogni modo.

E’ anche nostro dovere partecipare ad un processo che sta concretizzando tutto ciò per cui abbiamo speso energie e sudore, è nostro dovere essere presenti e rispondere all’appello che Chavez ha lanciato a tutti coloro che lottano contro il potere subdolo di un imperialismo che degli esseri umani sa fare solo carneficina e che vuole conquistare questo mondo che tanto ci è caro. Non avrei mai creduto di poter vedere tutto questo, adesso, proprio quando sul nostro piccolissimo pianeta si scatenano processi di condanna a coloro che della libertà vogliono farne il vessillo da sfoggiare come arma migliore del genere umano; non avrei mai creduto di avere davanti agli occhi tanto amore e tanta voglia di costruire l’alternativa vera, a cui tutti aspiriamo.

Prima di sbarcare all’aeroporto di Caracas ero scettica, come tanti altri, non avevo idea di ciò che realmente stesse accadendo in questo paese dalle mille risorse, non volevo aprire gli occhi perché continuavo a sottovalutare il lavoro di queste folle di "rivoluzionari", e non ero preparata a questo susseguirsi di emozioni e impulsi reali. Nei giorni trascorsi alle riunioni organizzative dei gruppi che hanno partecipato al campo bolivariano nel barrio 23 enero di Caracas, non si respirava la stessa aria, questa aria nuova, fatta di poche parole e di fatti concreti, questa aria così pulita e giovane, piena di buoni odori e sapori impossibili da trasmettere a chi leggerà queste righe scritte come un reporter di circostanza.

Adesso dentro di me ci sono miliardi di parole confuse scagliate a caso contro una tastiera di un personal computer, ma ben ordinate restano impresse nella mia mente le parole di una donna, Augustina Gucurù Zambrano che è stata una beneficiaria del titolo di permaneza: "Ora mi sento più sicura, perché se non mi tormenteranno più i terratenenti, posso lavorare tranquilla, come ho sperato per anni. Come posso dire di non essere felice? Chavez è l’unico presidente che ha ridato un volto al popolo venezuelano".

Vorrei da qua, lanciare un appello a tutti coloro che ancora non hanno capito cosa sia la lotta contadina, vorrei dire loro che dalla terra parte l’intera umanità e che la parola più giusta da usare è "MADRE TERRA".

Quella "madre terra" riportata non a caso nei poemi, descritta da San Francesco nel Cantico delle Creature, nel Corano così come negli occhi dei monaci buddisti, descritta così bene ed adorata dai riti animisti e vodoo dell’Africa Equatoriale: quella madre che unisce veramente tutti i figli, senza distinzioni di pelle, di fisionomie.

Le emozioni sono difficili da trattenere, perché anche queste fanno parte della storia, sono la mina scatenante dei conflitti e della lotta per la giustizia, l’uguaglianza e la libertà. Libertà di "essere umani", di poter vivere la vita per gli altri e con gli altri, per arrivare a scrivere su un murales la parola dignità e renderla propria, come nella migliore delle favole con un finale che può solo rendere verità i sogni della gente.

Anika Cordova y Pablo

 

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37 Responses to Derechos de permanencia

  1. talib says:

    Terra è liberta. L’asse del male è estesissimo, dallo Zimbabwe al Venezuela passando per Siria e Iran, ma che scocciatura, bisognerà che i paesi per bene alzino ancora di più i fondi per l’industria bellica.

  2. utente anonimo says:

    Mi astengo dai commenti perchè oggi non mi sento abbastanza cattivo.

    Però mi viene una curiosità: il titolo di proprietà sulla terra (espropriata a qualcun altro, se ho ben capito) è stato dato a delle cooperative? Non a delle singole persone fisiche ma a dei gruppi?

    Se così fosse, saremmo di fronte ad un interessante esperimento sociale. Che io sappia, questo esperimento ha avuto un esito invariabilmente negativo ma perchè disperare del futuro?

    Grazie dei chiarimenti

    Francesco

    PS Talib, in Zimbabwe l’asse del male sta riuscendo ad autoeliminarsi per inedia, puoi ridurre di un tot le spese militari.

  3. utente anonimo says:

    Anch’io, oggi, come Francesco, non mi sento molto kattivo:-), pertanto avrei solo una domanda da porre, così, per curiosità (e mi meraviglio che il nostro suddetto economista non l’abbia posta prima di me:-) ). Il famoso “derecho de permanencia” per i kolkhos in salsa sudamericana, equivale in tutto e per tutto – giuridicamente parlando – ad un titolo di proprietà di matrice biecamente occidentale? Ossia, uno dei “cooperativisti” o tutti, o la maggioranza hanno o no il diritto di vendere la propria quota/tutta la terra, di lasciarla in garanzia ipotecaria ad una banca et similia?

    Grazie in anticipo a chi mi vorrà rispondere. Poi, eventualmente potrei porre un paio di altre domande:-).

    Ciao

    Ritvan

    P.S. A proposito di Zimbabwe, il caro leader Mugabe le terre FERTILI espropriate SENZA INDENNIZZO ai biechi farmers bianchi mi risulta le abbia distribuite INDIVIDUALMENTE ai suoi cari compagnucci neri di lotta e di governo, col diritto sacrosanto di ipotecarle o venderle anche per comprarsi whisky e donnine allegre, tanto finito il primo pezzo di terra, se ne può sempre rivendicare un secondo, mica li hanno cacciati tutti i farmers bianchi, no? Così si fa!:-)

  4. talib says:

    no dai. Vuol dire che devo levare il poster di Mugabe dalla mia camerett.. dalla mia grotta??!

    :D (Ritvy vedrai quando preparo la tessera del fans club)

  5. utente anonimo says:

    Bel pezzo di MM, niente da dire.

    Ma chi mette sullo stesso piano di Mugabe il povero Chavez (che pure non adoro) lo insulta pesantemente.

    Mugabe, IMHO, è una campagna pubblicitaria vivente per l’Apartheid…

    JZ

  6. Per JZ,

    grazie, ma non sono io l’autore, come si vede dalla firma in fondo.

    Miguel Martinez

  7. utente anonimo says:

    Io mi sento come sempre…

    Per me la componente essenziale delle Rivoluzioni la individuò la vecchia canzonetta di Rita Pavone: ….la fame (!!!)

    ….Altrimenti come ve lo spiegate il Gran Finale di……”The Corporation” ???

    Davide

  8. utente anonimo says:

    x Davide:

    infatti le rivoluzioni inglese e americana hanno quella motivazione, così come le lotte di indipendenza degli stati iberoamericani …

    ma che stai a dì?

    Francesco

  9. utente anonimo says:

    PS rispondere alle cortesi domande di Ritvan e del sottoscritto fa proprio schifo?

    F

  10. utente anonimo says:

    x Francesco

    Attenzione: ci sono Rivoluzioni di (sola) Elite [d’ Ispirazione Liberale] e Rivoluzioni di (anche) Popolo [d’ Ispirazione Socialista] … i contadini analfabeti bigotti se non sono ridotti alla fame non si muovono…non c’ è nessuno di + conservatore e tradizionalista di loro !

    l’ Eterogenesi dei Fini delle Rivoluzioni è dovuta alle Utopie delle Elites che, quando e se riescono a coinvolgere le Masse, vanno giù di testa col Mito dell’ Uomo Nuovo….che purtroppo non ha mai dato i frutti sperati ;-(

    Le Elites chiamano le Masse “Popolo” [dopo il Fascismo “la Ggènte”] quando esse fanno quel che loro desiderano, “gentaglia”, “plebe” quando invece no

    Davide

  11. utente anonimo says:

    °°Correzione:°°

    L’ Epopea di “Ggènte” inizia con il Consumismo Sfrenato degli Anni Ottanta.

    [Anche perché per ovvie ragioni anagrafiche non ho Ricordi Storici precedenti al Reaganismo !]

    Davide

  12. utente anonimo says:

    Sorry Miguel.

    Avevo capito, ho messo un “di” di troppo :)

    JZ

  13. utente anonimo says:

    Io, e credo anche Ritvan, ci stiamo struggendo per la mancanza di risposte …

    Non è che qualcuno si è offeso per la nostra (mia) indifferenza allo strabordare di retorica liberatoria?

    Eppure tra le righe dell’introduzione si leggeva la consapevolezza dell’effetto ridicolo che aleggiava sul pezzo. E noi da bravi a porre domande politiche serie.

    Non è giusto trattarci così!

    Francesco

  14. utente anonimo says:

    >Io, e credo anche Ritvan, ci stiamo struggendo per la mancanza di risposte … Francesco<
    Caro mio, anche l’assenza di risposta può essere una risposta. Molto eloquente:-).

    Ciao

    Ritvan

    P.S. Così, tanto per chiacchierare (a suo tempo ho letto un lavoro dell’ONU sulle riforme agrarie in giro per il mondo) lo sai che la riforma agraria che ha messo fine ai rapporti feudali nei villaggi giapponesi l’hanno fatta i biechi okkupatori amerikani? E i contadini di una volta che divennero proprietari dei piccoli appezzamenti di terra – anche se oggi vivono in città e i loro figli e nipoti lavorano alla Toyota – conservano gelosamente la proprietà di quella terra, dono dei biechi e rapaci :-)imperialisti amerikani, esportatori di democrazia…..

  15. utente anonimo says:

    Caro Ritvan

    non per niente la più grande e disastrosa strage compiuta dai bolscevichi fu quella ai danni dei kulaki.

    E da quel giorno mangiarono solo col beneplacito delle potenze occidentali, che vendevano le loro eccedenze di grano (mentre fedeli alla linea i libri di testo spiegavano che era colpa del clima).

    Sono le cose che mi fanno dubitare della mia gioventù reaganista, ma quessti manco mangiavano senza il capitalismo, ma che avversari erano?

    Ciao

    Francesco

    PS per il momento mi astengo dal dedurre alcunchè dal silenzio, di solito MM riesce a sorprendermi in positivo

  16. utente anonimo says:

    Mio caro Francesco, ma come, non capisci perché l’agricoltura dell’URSS fallì?! Non hai letto forse il pregevolo “Amarcord” messoci a suo tempo graziosamente a disposizione da p. a proposito della inferiorità dell’industria sovietica rispetto a quella amerikana, inferiorità dovuta esclusivamente alla inferiore “socializzazione” (nel senso di concentrazione) dell’industria sovietica, la quale, disgraziata, teneva 300 fabbriche di pannolini, mentre le bieche multinazionali amerikane ne tenevano appena 100 !

    Lo stesso principio, mio caro, vale anche per l’agricoltura. Se quei disgraziati miscredenti (marxisticamente parlando, è ovvio) non avessero lasciato a metà il processo della collettivizzazione delle terre agricole, la URSS sarebbe diventato di nuovo, come ai tempi degli zar, “il granaio d’Europa”. Come dici? Che dovevano fare di più in quel senso oltre a creare i kolkhos e i sovkhos? Ma allora non hai capito niente della lezione marxista sui vantaggi della concentrazione/socializzazione della produzione! Un solo kolkhoz dovevano creare i disgraziati, al massimo due, tié, uno per l’Europa e uno per l’Asia. E se le terre arabili non confinavano e qualche montagnola si opponeva alla “concentrazione/socializzazione” della produzione agricola, via, spianarla a colpi di piccone! Anzi, proprio perché i cari kolkhosiani non si disperdessero per campi e pascoli, impedendo così quella benedetta socializzazione che tanto bene faceva ai loro colleghi proletari delle fabbriche, avrebbero dovuto costruire dei giganteschi grattacieli, con uno strato di terra coltivata per ogni piano e tanti ascensori perché i kolkhosiani di ogni piano potessero agevolmente produrre socializzando coi colleghi! Altro che chiacchiere!

    Ciao

    Ritvan

  17. utente anonimo says:

    >per il momento mi astengo dal dedurre alcunchè dal silenzio, di solito MM riesce a sorprendermi in positivo..Francesco<
    Scusa ma che c’entra MM? Il pregevole papiro era a cura della senora/senorita (non so come si faccia la cedilla:-) ) Anika Cordova y Pablo. Semmai dovrebbe essere lei a risponderci…E se non ci risponde avrà i suoi buoni motivi, non credi?:-).

    Ciao

    Ritvan

  18. utente anonimo says:

    X Ritvan

    Credo si chiami “tilde” il segno e “egne” il grafema ispanico

    Davide

  19. kelebek says:

    Per tutti,

    Anika si scrive senza “tilde”, è un nome serbo.

    Anika è continuamente in viaggio in luoghi improbabili, ed è piuttosto allergica a Internet, per cui rispondo io, per quello che posso.

    Credo che la discussione sulle teorie o le prassi sovietiche siano abbastanza irrelevanti.

    Prima di tutto, perché l’ideologia di Chavez non c’entra nulla con quella sovietica.

    E poi qui non si tratta di pianificare un’economia in stile sovietico, perché la fonte di reddito nazionale non è l’agricoltura o l’industria, ma il petrolio.

    Nelle campagne, si cerca di creare un sistema giusto, non necessariamente un sistema molto redditizio.

    Nell’America indigena, la proprietà della terra è da sempre collettiva, quindi non si sta parlando di imporre innaturali utopie in stile albanese a nessuno.

    Non sarà il sistema più efficente del mondo dal punto di vista dell’iperproduttività, ma non lo è nemmeno il tipico latifondo in semi-abbandono.

    Probabilmente il sistema più produttivo sarebbe quello di invitare una multinazionale americana con un sacco di macchinari e cacciare i contadini.

    A volte funziona, e fa meraviglie per il PIL; per la gente è un’altra storia.

    Miguel Martinez

  20. utente anonimo says:

    >Anika si scrive senza “tilde”, è un nome serbo.<
    E te pareva che gli ispanofoni non insorgessero!:-). Comunque, la tilde – come si evince dal contesto -la invocavo per senora/senorita e non per il nome Anika. A proposito del quale nome direi che sia in genere “slavo”. Vabbè che i cari serbi vogliono tenersi il Kosovo abitato da albanesi, ma che ci mettano il copyright anche sui nomi comuni a tutti i popoli slavi mi sembra un po’ eccessivo:-).

    Ciao

    Ritvan

  21. utente anonimo says:

    >Credo che la discussione sulle teorie o le prassi sovietiche siano abbastanza irrelevanti.<
    Nulla di ciò che è umano dovrebbe essere irrilevante.

    >Prima di tutto, perché l’ideologia di Chavez non c’entra nulla con quella sovietica.<
    Basta la parola?:-). Allora diciamo solo che c’entra con quella del suo (di Chavez) ottimo amico Fidel, il quale non ha nulla, ma proprio nulla di sovietico:-).

    >E poi qui non si tratta di pianificare un’economia in stile sovietico, perché la fonte di reddito nazionale non è l’agricoltura o l’industria, ma il petrolio.<
    Dai tempo al tempo, Miguel, neanche l’URSS fu costruita in un solo giorno.

    >Nelle campagne, si cerca di creare un sistema giusto, non necessariamente un sistema molto redditizio.<
    Chi ha chiesto se fosse o meno redditizio il kolkhos alla Chavez? Il fatto ha dato semplicemente spunto per una amabile discussione fra me e Francesco sul fallimento della politica agricola dell’URSS. Dovevamo forse aspettare un tuo post dedicato specificatamente all’argomento prima di poter parlarne?:-)

    >Nell’America indigena, la proprietà della terra è da sempre collettiva, quindi non si sta parlando di imporre innaturali utopie in stile albanese a nessuno.<
    Veramente Miguel il copyright del kolkhos ce l’hanno i sovietici. Noi albanesi abbiamo modestamente solo copiato paro-paro, pertanto non ci sentiami degni dell’onore che ci fai:-).

    Anche nella Gallia di Asterix e Obelix la proprietà della terra era comune, ma non mi sembra una buona ragione perché la Francia di oggi istituisca forzatamente i kolkhos.

    >Non sarà il sistema più efficente del mondo dal punto di vista dell’iperproduttività, ma non lo è nemmeno il tipico latifondo in semi-abbandono.<
    Non parlavo di efficienza, bensì di COSTRIZIONE. E domandavo: Sarà per caso “O mangi questa minestra (il kolkhos alla Chavez) o vai nella bidonville con le pezze al culo”? Mi chiedevo se c’era il DIRITTO di avere la propria parte, in natura o in denaro, come in qualsiasi paese civile. Claro, hombre?

    >Probabilmente il sistema più produttivo sarebbe quello di invitare una multinazionale americana con un sacco di macchinari e cacciare i contadini. A volte funziona, e fa meraviglie per il PIL; per la gente è un’altra storia. <
    Ha, ha, ha, ha, ha!

    Ciao

    Ritvan

    P.S. Ovviamente non hai risposto alla mia domanda iniziale.

  22. kelebek says:

    Ritvan, sei frustrante quando cambi le carte in tavola.

    Miguel Martinez

  23. utente anonimo says:

    >Ritvan, sei frustrante quando cambi le carte in tavola.

    Miguel Martinez<
    Caro Miguel, non stiamo giocando a poker:-).

    Nel post n.3 che ha dato origine al nostro amabile scambio di carte, chiedevo (puoi verificare “le carte”, sono ancora lì:-) ):

    “Il famoso “derecho de permanencia” per i kolkhos in salsa sudamericana, equivale in tutto e per tutto – giuridicamente parlando – ad un titolo di proprietà di matrice biecamente occidentale? Ossia, uno dei “cooperativisti” o tutti, o la maggioranza hanno o no il diritto di vendere la propria quota/tutta la terra, di lasciarla in garanzia ipotecaria ad una banca et similia?

    Grazie in anticipo a chi mi vorrà rispondere. Poi, eventualmente potrei porre un paio di altre domande:-).”

    Non mi hai risposto. E non lamento frustrazioni, poiché posso vivere benissimo anche senza quella risposta. Ma, per favore, almeno non accusarmi di fare quel che fai, invece, tu.

    Ciao

    Ritvan

  24. kelebek says:

    Caro Ritvan,

    come sai ti voglio talmente bene che accetto praticamente tutto da te.

    Però questa volta, la quantità di frittate che hai rigirato nel commento n. 21 potrebbe rifornire un ristorante.

    Per quanto riguarda il titolo di proprietà collettiva, mi auguro che non sia cedibile, indebitabile o altrimenti perdibile.

    Miguel Martinez

  25. utente anonimo says:

    >Per quanto riguarda il titolo di proprietà collettiva, mi auguro che non sia cedibile, indebitabile o altrimenti perdibile. Miguel Martinez< Esattamente come era nei kolkhos sovietici. O sbatti la testa su quella terra, sotto gli ordini del “capocolkhos” nominato da Chavez, o vattene con le pive nel sacco. Come volevasi dimostrare. Sempre se il tuo augurio corrisponde alla realtà.
    Ciao

    Ritvan

    P.S. Spero che il ristorante sotto casa tua gradisca anche quest’ultima frittata:-).

  26. utente anonimo says:

    Caro Miguel,

    devo dare ragione a Ritvan.

    Un effetto dei titoli collettivi di proprietà della terra è al fortissima costrizione della libertà dei membri del collettivo.

    O almeno così viene insegnato nelle bieche scuole e università dell’Impero: le regole di gestione della cooperativa (o equivalente) portano invariabilmente al potere assoluto un capetto locale, notevole per asservimento alla linea del Capo (o del Partito), che non capisce una mazza di agricoltura.

    La produttività dell’appezzamento agricolo rimane bassissima e stabile, non ci sono mai mezzi per effettuare investimenti, chi è dentro si trova costretto ad adeguarsi o a fuggire “in mutande” in cerca di fortuna, spesso illegalmente. La situazione migliore per questo tipo di gestione era quella dei servi della gleba, che godevano di ampi diritti in quanto mezzi di produzione (e non in quanto esseri umani).

    Anyway, il fatto è che non abbiamo girato frittate: questo abbiamo chiesto entrambi, poi abbiamo divagato a causa della tua assenza. E neppure troppo: le pochie cognizioni di economia non capitalistica disponibili in America Latina sembrano essere quelle dell’ortodossia staliniana di Cuba e dei Teologi della Liberazione.

    Ciao

    Francesco

  27. utente anonimo says:

    Basta aver paura della scimmia …..e grazie ad una donna di quasi 77 che dimostra di aver piu’ palle di milioni di uomini in italia ed europa…grazie Oriana Fallaci. Qui’ non si e’ capito che quelli non sono 4 fanatici ( come li chiama lei sig. Guetta ) qui’ non si e’ capito che quelli sono un miliardo e piu di fanatici incazzati neri verso di noi e gelosi di quello che siamo e disposti a tutto per prendercelo.

    E quando penso che alcuni milioni di queste scimmie, si si scimmie basta vedere come si comportano durante le pubbliche manifestazioni, ce li siamo messi in casa in europa allora davvero penso che la ns Bolsaggine occidentale alla Veltroni si meritera’ la fine che si sta predisponendo. E’ ora di farla finita di indietreggiare e aver paura di questi subumani ….chiudiamo i commerci con loro, chiudiamo le immigrazioni da quei paesi privilegiando quelle che seppur provenienti dalla poverta’ hanno insito un valore universale di umanita’ e di civilta’.

    E per la legge di una reprocita’ da troppo repressa pretendiamo che per tenere aperta una macelleria islamica in italia si apra una salumeria alla Mecca…..e per un centro islamico a Firenze, una chiesa cattolica a Bengasi…e per poter accettare donne velate sui nostri autobus la liberta’ dei nostri turisti di sfoggiare capigliature, minigonne e crocifissi sfiziosi sui loro.

    Basta, ritroviamo l’ orgoglio di uomini vivi …..e diciamo NO adesso che siamo piu’ forti civilmente culturalmente e militarmente alla scimmia, fermandoli adesso ……perche se non sara’ cosi’, essa ci invadera’in un prossimo futuro piu’ forte di noi, rafforzata e arricchite dal tempo …ci invadera’ non lasciando prigionieri e sgozzando i nostri bambini ….compresi quelli di chi per falso patetico e vigliacco pacifismo adesso china il capo di fronte a loro ….in nome della pietosa fraterna amicizia tra i popoli.

    ma la storia e fatta di popoli e masse subumane….svegliamoci, svegliatevi….salviamoci.

  28. utente anonimo says:

    Scusa, caro anonimo cretino, perché ci inquini le dotte disquisizioni sulla riforma agraria venezuelana coi tuoi deliri da “Pianeta delle scimmie”? E poi, questo post è vecchio, non lo legge più nessuno (tranne me e Francesco, forse), pertanto perché non vai a cagare in un post più recente, così ci saranno più lettori a deliziarsi coi tuoi deliri?

    Con affetto (nel senso che ti affetterei volentieri come un prosciutto di maiale, da spedire in Arabia Saudita in omaggio alla reciprocità)

    Ritvan

  29. utente anonimo says:

    Oltre a te e Francesco, quando ho tempo ci sono anch’io Ritvan.

    Stavolta però avrei preferito non esserci. Mi disturba la mattinata.

    Il post dell’anonimo racchiude in sè la paura del diverso che normalmente alberga nella mente di ognuno ma che può essere utilizzata a sostegno di inquietanti obiettivi.

    Cocco

  30. utente anonimo says:

    Più che paura del diverso, direi paura del musulmano. Ben poco conosciuto e assai temuto.

    Però sta idea che a conoscersi ci si ama per forza mi sembra una fesseria. O almeno molto incompleta.

    Francesco

  31. utente anonimo says:

    >Però sta idea che a conoscersi ci si ama per forza mi sembra una fesseria. O almeno molto incompleta.< E chi l’avrebbe detta quella fesseria.
    Io no di certo.

    L’avrai sentita in parrocchia.

    Piuttosto direi che se non ci si conosce è più facile credere a chi ti lascia intendere che l’altro è cattivo.

    Cocco

  32. utente anonimo says:

    e perchè dovrebbe essere più facile a non conoscersi invece che a conoscersi, cara Cocco?

    Francesco

  33. utente anonimo says:

    Francesco, se una persona di cui mi si dice male, o anche bene, la conosco, posso discriminare anch’io.

    Nulla vieta che finisca col trovarmi d’accordo con ciò che mi è stato detto, però ho avuto la possibilità di fare un’esperienza diretta. Non credi?

    Cocco

  34. utente anonimo says:

    >…E chi l’avrebbe detta quella fesseria. Io no di certo. L’avrai sentita in parrocchia…Cocco<
    Sanguinosissima offesa alla parrocchia fu! Per fortuna i cattolici porgono l’altra guancia:-) :-).

    Ciao

    Ritvan

  35. utente anonimo says:

    Mai avuto desiderio di conoscere di persona dei fascisti o dei razzisti per detestarli meglio.

    E, soprattutto, la maggiore ostilità contro zingari e immigrati poveri viene da chi vive vicino a loro, mentre la solidarietà di solito è affare di chi vive in quartieri borghesi e alla sera se ne va.

    Spero che esista una possibilità di convivenza pacifica tra umani di diverse civiltà ma non credo che sia l’ignoranza il principale ostacolo.

    Ciao

    Francesco

  36. utente anonimo says:

    >Mai avuto desiderio di conoscere di persona dei fascisti o dei razzisti per detestarli meglio.< Francesco, io ho avuto invece occasione di conoscere degli insospettabili razzisti che però lo erano di brutto…… e ci sono stata malissimo. Come pure ho avuto modo di conoscere un imam messo in galera per presunti atti terroristici (poi scarcerato come tanti altri ma che nel frattempo aveva perso il lavoro e faticherà a trovarne un altro regolare) che è tra le persone più belle che abbia conosciuto in vita mia. >E, soprattutto, la maggiore ostilità contro zingari e immigrati poveri viene da chi vive vicino a loro, mentre la solidarietà di solito è affare di chi vive in quartieri borghesi e alla sera se ne va.< Cosa deduci da questo?
    Trai delle conclusioni negative sugli immigrati in blocco oppure il tuo discorso (vero) metterebbe in discussione le convinzioni e l’agire dei loro vicini e dei solidali lontani?

    >Spero che esista una possibilità di convivenza pacifica tra umani di diverse civiltà ma non credo che sia l’ignoranza il principale ostacolo.< Non saprei fare una gradazione degli ostacoli anche perché se ne aggiungono sempre ulteriori. L’ignoranza è però un ostacolo importante poiché impedisce il riconoscimento di un compagno (che non sta per “comunista”) tra persone di diversa cultura. Cocco

  37. utente anonimo says:

    >Non saprei fare una gradazione degli ostacoli anche perché se ne aggiungono sempre ulteriori. L’ignoranza è però un ostacolo importante poiché impedisce il riconoscimento di un compagno (che non sta per “comunista”) tra persone di diversa cultura. Cocco<
    Concordo. Aggiungo che l’ignoranza è di per sé un male, poiché sostituisce al cervello lo stomaco, gli organi genitali (di entrambi i sessi) e altro. E – come diceva Goya – il sonno della ragione genera mostri.

    Ciao

    Ritvan

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