Vite parallele di Lenin e Cadorna

Vedo che sui commenti al mio blog, si discute animatamente di Lenin.

C’è chi scrive

"tutti possono sapere, e con facilità, cosa ha fatto Lenin. E nessuno può sostenere che lo abbia fatto a beneficio "degli ultimi e dei diseredati, per la loro liberazione"

e chi gli risponde, "Non pretendo che tu riconosca la grandezza di Lenin." Infine, c’è chi controbatte, chiedendo

"Insomma quello che scrive Solzenicyn è tutto una frottola? E’ una frottola che già Lenin, ben prima di Stalin, ben prima dell’avvento del Nazismo, parlava di "epurazione" etnica e politica?"

Dico subito che mi fa piacere che si parli di Lenin: l’ottenebramento da società dello spettacolo è ormai tale che sembra che la storia inizi e si concluda con il mitico Adolf Hitler, uomo pazzo e cattivo, cattivo perché pazzo, e con la salvazione del mondo da lui, per opera dei marines. Tutto il resto della storia umana è diventata una sorta di glossa su questo su questo unico evento.

Anzi, temo che anche l’ottima Francesca sia un po’ vittima di questo meccanismo, quando deve agganciare anche l’ignaro Lenin, in qualche modo, all’"avvento del Nazismo": come se la gente non potesse nemmeno essere stata sanamente e autonomamente cattiva per conto proprio già prima di Hitler.

Pensare a Lenin, in qualunque modo lo si faccia, ci permette comunque di uscire dalla falsificazione teledrammatica della storia.

Come sempre, ogni volta che mettiamo a fuoco un qualunque singolo personaggio, possiamo trovare di tutto.

Ci sono tante frasi durissime, attribuite più o meno a ragione a Lenin. Certamente, tra queste frasi di fuoco, che invitavano anche a far fuori avversari politici ed economici, non ne troverete una che parli di epurazioni "etniche"; o se esiste una frase del genere, sarà totalmente estrapolata dal contesto – basti pensare a tutto ciò che Lenin ha teorizzato sull’autodeterminazione dei popoli, o la durezza con cui veniva punito l’antisemitismo.

Questa è una considerazione importante, perché ci aiuta a liberarci dal gioco della "frase nel pagliaio": tra le centomila cose che ha detto Berlusconi, sono sicuro che un ricercatore maniacale potrebbe trovare qualche frase dall’aspetto "comunista". E qualche anticomunista antiberlusconiano, teoricamente, potrebbe tirarla fuori per infamarlo. Allo stesso modo, un’unica frase "razzista" di Lenin, ammesso e non concesso che esista, non significa nulla; mentre certamente significavano qualcosa di pericoloso per i diretti interesssati, i suoi strali contro il ceto borghese russo.

E’ probabile che si possa stendere anche un lungo elenco di fucilazioni sommarie di cui fu responsabile Lenin, o che egli non fece nulla per fermare; fucilazioni spesso collettive, precursori artigianali e terreni dei bombardamenti aerei dei decenni successivi.

Certamente, gli si possono attribuire numerose astuzie politiche. Se non le avesse usate, non staremmo qui a parlare di Lenin, perché non avrebbe vinto. Infatti, Lenin voleva vincere, e questo ne fa un pragmatico occidentale, molto diverso da Gandhi, che invece non era affatto interessato a vincere.

E’ il solito paradosso del potere: noi possiamo migliorare le cose, solo se possediamo il potere; ma il potere si fa conquistare unicamente con mezzi discutibili. Oggi sappiamo tutto sui mezzi discutibili che ha usato Lenin, che rimangono in qualche modo fissati dalla storia.

Fermarci su questo piano significa perderci in una discussione infinita sui dettagli; dettagli che, tanto più sono minuziosi e insignificanti oggi, tanto più generano furore in chi li scova. La discussione, in questi casi, tende a raggiungere tali livelli di aggressività che si perde completamente di visto quello che si stava cercando di dimostrare. Anche se nessuna delle parti lo ammetterebbe, entrambe finiscono senza volerlo a portare prove attinenti a un solo argomento: se un certo tizio, morto oltre ottant’anni fa, fosse davvero, nel suo intimo, di indole buona o malvagia.

L’unico modo per uscire dai vicoli ciechi di questo tipo consiste nel cercare un termine di confronto. Ovviamente che sia un termine sensato, significativo per la persona che stiamo cercando di analizzare, e non solo utile per sciocche discussioni su "chi ne ha ammazzati di più".[1]

Noi sappiamo che fino al 1917, a parte qualche minima eccezione, in Europa e in Russia, il movimento di cui faceva parte anche Lenin era sostanzialmente pacifico. Dopo, ha scelto un’altra strada, come sappiamo; però si tratta dello stesso movimento.

Ma quell’anno, 1917, non è esistito solo in Russia. Era l’anno, da noi, di Caporetto. L’anno del generale Cadorna.

Cadorna rappresenta una categoria di uomini, abbastanza simili tra di loro, che dirigevano tutti gli eserciti in lotta all’epoca. E poiché il suo nome lo conosciamo dai libri di scuola e dai nomi delle strade e le piazze, lo uso per rappresentare tutta la categoria.

Il Cadorna collettivo ha ucciso 10 milioni di soldati e 5 milioni di civili, e ne ha mutilati altri 8 milioni. Il vero monumento a Cadorna non sono le strade che portano il suo nome, ma le innumerevoli colonne che si trovano in tutti i comuni d’Europa, con i nomi dei diciottenni morti arsi vivi, baionettati o soffocati nelle trincee: per gli altri milioni di ciechi, di storpi, la processione breugheliana delle strade europee dei decenni successivi, non esiste nemmeno quello.

Il padre dello storico Angelo Del Boca faceva vedere a suo figlio la cartolina che riproduceva il monumento ai caduti del loro paese:

"Ci sono venticinque nomi incisi su questa pietra. Venticinque morti in un paese di mille abitanti. E quattro portano il nostro cognome, e altri otto sono lontani parenti. Adesso capisci perché odio Cadorna?" [2]

Cadorna ha commesso i suoi omicidi seriali per un semplice scopo: quello di far durare il più a lungo possibile il più mostruoso e arbitrario delitto immaginabile, la "inutile strage" – e cito il Papa di allora, non Lenin.

Lenin le sue mosse politiche e le sue fucilazioni le ha fatto per far uscire un popolo da quel massacro, e dal sistema che vi aveva condotto. E ha usato ogni metodo possibile per farlo; come d’altronde i suoi avversari, da Denikin a Wrangel agli inglesi che sbarcarono a Nurmansk, hanno usato ogni metodo possibile non solo per rovesciarlo, ma soprattutto per costringere la Russia a continuare nell’inutile strage.

Dovremmo ritornare a Plutarco: qualcuno dovrebbe scrivere le vite parallele di Lenin e di Cadorna.

Perché è solo capendo Cadorna, che possiamo capire Lenin.

Ma come Lenin non si può capire senza Cadorna, non è nemmeno giusto giudicare Cadorna in isolamento. Perché Cadorna ha semplicemente applicato all’Europa i metodi che mille Cadorna stavano sistematicamente applicando a tutto il resto del mondo.

Sven Lindqvist riferisce di come lo storico Arno J. Mayer, per trovare un parallelo ai crimini nazisti, dica che bisogna risalire al massacro di 1.100 ebrei di Magonza da parte dei crociati, nel 1096. Come siamo ciechi… In realtà, Lindqvist dice,

"Solo durante il mio viaggio attraverso il Sahara sono stato in due Magonze. Una si chiama Zaatcha. A Zaatcha, nel 1849, tutta la popolazione fu sterminata dai francesi. L’altra si chiama Laghouat. Lì, dopo la presa della città il 3 dicembre 1852, furono massacrati tutti i sopravvissuti, principalmente donne e bambini. In un solo pozzo furono rinvenuti 256 cadaveri".[3]


[1] Solzhenicyn in realtà fa un’accusa molto più seria contro Lenin, della semplice conta dei morti: il progetto di Lenin, egli sostiene, si basava sul più ingenuo ottimismo progressista ottocentesco, qualcosa di molto occidentale e quindi di estraneo alla cultura russa. Ma chi adopera strumentalmente Solzhenicyn contro Lenin tende a tacere di questa accusa, perché vale ancora di più per l’attuale americanizzazione capitalista della Russia.

[2] Angelo Del Boca, Italiani brava gente, Neri Pozza, Verona, 2005, p. 133.

[3] Sven Lindqvist, Sterminate quelle bestie, TEA, Milano, 2003, p. 197.  

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46 Responses to Vite parallele di Lenin e Cadorna

  1. “Lenin voleva vincere, e questo ne fa un pragmatico occidentale, molto diverso da Gandhi, che invece non era affatto interessato a vincere.” Scusami Miguel ma quello che dici deve essere riaggiustato. Lenin voleva vincere (termine più adatto ad una partita di calcio che alla volontà rivoluzionaria che animava il nostro) perchè era l’unica alternativa per il popolo russo alla barbarie zarista, laddove i vetusti meccanismi sociali e la cecità dei Romanov distuggevano dall’interno il tessuto connettivo della società russa. Per altro senza quella rivoluzione, la Russia sarebbe divenuta terreno di spartizione economica (forse anche militare) per l’imperialismo occidentale. Non è un caso che dopo la presa del potere Lenin attuò una cosa che si chiamava NEP (tentativo di modernizzazione capitalistica di una società in sfascio che altrimenti non avrebbe potuto competere con le più robuste economie capitalistiche europee). Lenin, inoltre, fu sempre in dubbio sull’opportunità di avviare una transizione borghese – che riformasse i rapporti sociali ed economico-produttivi – oppure attivare da subito una rivoluzione comunista che però non avrebbe avuto come base il capovolgimento dei rapporti di produzione descritti da Marx. Si optò (a ragione) per la seconda ipotesi perchè la borghesia russa era debole ed incapace. Adesso fare come fa Solzenicyn e dire che il cancro è nelle premesse di certe esperienze è una operazione grottesca e revisionistica (pagata da chi?) e storicamente inutile. Chi direbbe che Pertini è un assassino per aver votato a favore della fucilazione del duce? Lenin compie la stessa giusta operazione con i Romanov e con le formazioni economico-sociali che li sostenevano (operazione necessaria per chiudere una fase e non covare vipere in seno). Lo stesso Solzenicyn può guardare ora in faccia i nuovi uomini liberi che fanno i loro comodi in Russia e dichiarano guerra alle ex repubbliche consociate, sotto lo sguardo volutamente impotente (merce di scambio per le scorribande americane) dell’Europa e degli Usa. Oppure anche questi sono figli del comunismo di Lenin?

    Il Capitalismo ingoia tutto e ponendosi in maniera tolta racconta la storia (la sua storia) da una sua originarietà artefatta e contraffatta. Usando una splendida espressione di La Grassa ” Il capitalismo è un’apertura nell’essere nella quale tutto è caduto” e, aggiungo io, viene risputato fuori come la nuova natura capitalistica comanda”. Per cui stiamo attenti alle azioni revisionistiche. La rivoluzione russa si giustifica da sè, era l’unica “reazione” possibile all’imperialismo dell’epoca.

  2. kelebek says:

    Caro RM, non c’è contraddizione tra quello che dici tu e quello che dico io.

    Non ho una visione calcistica di Lenin; più semplicemente voglio distinguere tra due vie.

    Per realizzare quello che dici tu, un mistico prega e digiuna e predica; un pragmatico si impegna nella lotta concreta e cerca di vincere, affrontando i nemici di petti.

    Gandhi rientra certamente nella prima categoria, Lenin nella seconda.

    L’unicità di Gandhi sta nel fatto che è riuscito a operare così, senza rendersi strumento del dominio, e ciò anche grazie alle radici culturali dell’India.

    Il guaio è che ci sono persone che esaltano i pragmatici come Bush e Sharon, e poi dicono che noi dovremmo comportarci come Gandhi.

    Miguel Martinez

  3. Infatti si trattava di un riaggiustamento, non concettuale, ma puramente espressivo perchè l’immaginario generale va in direzione di una divisione dicotomica delle cose (bipolarismo, bipartitismo, uno contro l’altro etc.) che è bene non corroborare. (Cosa che, ovviamente, non era nelle tue intenzioni perchè sei una persona molto intelligente e le discussioni su questo blog lo dimostrano). comunque attendo le opinioni degli altri marxisti e degli anti-comunisti.

  4. utente anonimo says:

    Caro Miguel,

    non ho il tempo materiale di controllare, ma direi che stai enormemente sottovalutando le male azioni di Lenin. Allo scopo di farlo sfigurare (come cattivone) in confronto al “Cadorna collettivo”.

    Ma mi incuriosce molto di più la cifra di 5 miloni di civili morti, uno ogni due soldati. Dalle mie fonti pacifiste la Grande Guerra era il paradigma del conflitto in cui i morti erano quasi solo combattenti. Del resto non è che i fronti si siano mossi moltissimo.

    Non c’è qualche lettore storico che possa fornire qualche fatto relativo alla società russa del primo novecento? Ho sempre più difficoltà a credere ai cascami della propaganda rivoluzionaria dell’epoca, sia per quello che era prima (e tutti conosciamo i grandi scrittori russi), sia per il livello di sviluppo economico che aveva già raggiunto. Sarebbe utile per togliere molti alibi alle “azioni terribili ma necessarie” dei compagni bolscevichi.

    Ciao

    Francesco

  5. Ste65 says:

    MM,

    Interessanti le tue riflessioni sul “Cadorna collettivo”. In proposito mi ricordo di aver letto un libro sulla battaglia dello Jutland (S. Valzania “Jutland” Mondadori 2004) in cui l’autore analizzava la battaglia anche dal punto di vista “sociologico” (concludendo che la Grand Fleet e la Hochseeflotte erano il riflesso delle società inglesi e tedesche del tempo, di cui riproducevano pregi e difetti) ed aveva esteso quest’analisi anche alle caratteristiche dei comandanti delle due flotte (Sheer e Hipper contro Jellicoe e Beatty), che erano piuttosto affini al “Cadorna collettivo” di cui parli.

    Francesco,

    Quanto ai morti della prima guerra mondiale, da “dilettante” ti posso dire che la cifra di 15 milioni è quella più citata tra le varie stime note (v. ad es. http://it.wikipedia.org/wiki/Prima_guerra_mondiale), e 5 milioni di morti tra i civili è purtroppo una stima attendibile (secondo la relativa tabella di Wikipedia sarebbero anzi oltre 6 milioni e mezzo).

    Occorre però tener conto del fatto che queste stime si riferiscono ai “morti” e non agli “uccisi” e che l’ultimo periodo della prima guerra mondiale coincide con la famigerata epidemia di “spagnola” del 1918. Nel corso della guerra vi sono inoltre state altre epidemie (tifo, colera, vaiolo ecc.) sia al fronte che nei territori delle nazioni belligeranti, in molti casi “facilitate” dalla guerra.

    Di conseguenza alcune delle stime possono comprendere morti per malattia (ad es. non credo che la stima dei morti civili inglesi, 31.000, comprenda i morti di “spagnola” mentre penso che quelle dei morti civili russi e turchi, rispettivamente 3 ed 1 milione, comprendano anche molti morti di epidemia).

    Quanto al tuo secondo quesito sulla società russa, non conosco abbastanza a fondo la questione per permettermi di citare qualche dato. Se ci riesco vedrò di spulciare in qualche libro.

  6. utente anonimo says:

    Grazie Ste65

    Per il mio secondo quesito, cito il fatto che la Russia zarista avesse costruito la ferrovia transiberiana. Mi pare difficilmente conciliabile con una società economicamente e tecnologicamente “primitiva”. Di solito imprese di queste dimensioni sono volani per uno sviluppo complessivo della società (in senso materiale, non necessariamente umanitario).

    Francesco

    PS quindi i morti della guerra civile russa sono messi sul conto della Grande Guerra? Mi pare assai discutibile.

  7. kelebek says:

    O, Francesco si è risvegliato e inizia a mordere :-)

    Ottima cosa.

    Ho preso la cifra di 5 milioni di civili morti dallo stesso libro di Del Boca che cito nell’articolo; Del Boca vi aggiunge i 20 milioni di morti della spagnola, che io invece ho omesso.

    E’ possibile (ma è solo una mia ipotesi) che la cifra includa, oltre ai tantissimi civili morti in guerra (non è che tra il Piave e l’Isonzo, ad esempio, non abitasse nessuno…) anche i molti milioni di fame negli Imperi Centrali negli ultimi anni dell’embargo.

    Io non sottovaluto la violenza usata da Lenin. La metto semplicemente nel contesto di una guerra mondiale, in cui tutti gli sforzi delle società europee erano finalizzate unicamente all’uccisione del massimo numero di esseri umani.

    Anche se cito Denikin e Wrangel, credo che il vero confronto non sia tra la “cattiveria” dei bianchi e dei rossi nella guerra civile russa, ma tra le azioni di entrambi e la guerra mondiale europea.

    E credo che qui non solo i rossi, ma anche i bianchi ne escono ben più puliti dei Cadorna.

    Non capisco la questione del grado di sviluppo della Russia: come se la rivoluzione fosse giustificata se il PIL fosse stato sotto una certa cifra, non giustificata se fosse stato al di sopra.

    Questo caso mai potrebbe giustificare una rivoluzione “borghese”.

    In ogni caso, sia le tue obiezioni riguardanti lo sviluppo della Russia all’epoca, sia quello che dici della cattiveria di Lenin, presuppongono una tua domanda, se la rivoluzione sia stata “giusta” o meno.

    Non mi sembra una domanda sensata, dal momento che la rivoluzione c’è stata.

    C’è stata, come sai, nel marzo del 1917, e ha coinvolto tutta la società russa. Ma non poteva fermarsi a quello stadio, dal momento in cui il nuovo governo ha deciso di continuare la guerra.

    E quindi subito dopo iniziano gli ammutinamenti nelle trincee, i soldati iniziano a tornare a casa e prendono possesso dei latifondi e delle fabbriche. In questo senso, il processo si è svolto da solo.

    Lenin a un certo punto si è messo a testa di tutto questo processo, con un progetto di stato: senza di lui, forse, la rivoluzione avrebbe potuto prendere altre pieghe. Anche quella di un semplice, totale bagno di sangue.

    Casomai ci possiamo chiedere, date queste circostanze e dato che Lenin doveva comunque tirare a indovinare visto che nessuno può prevedere il futuro, quali erano le singole decisioni azzeccate di Lenin, e quali quelle sbagliate?

    Miguel Martinez

  8. utente anonimo says:

    Non vedo tanti parallelismi tra Lenin ( fama mondiale) e Cadorna ( credo attualmente sconosciuto fuori dai confini d’Italia), tranne il fatto che, se si vuole dire che il fine giustifica i mezzi, al primo sarebbe andata meglio che al secondo. In effetti l’ obiettivo iniziale, il bene della collettività, può essere molto diverso dal risultato finale, una catastrofe. Uno, stolto, pensa di vincere e invece perde, realizza di aver mandato allo sbaraglio l’esercito, e passa al prossimo pezzo di storia come un incapace, colpevole, tra l’altro, di ” processioni breugheliane”.

    Mi ha incuriosito l’accusa rivolta a Lenin di ” ingenuo progetto fondato sull’ottimismo progressista ottocentesco, qualcosa di molto occidentale, contrario alla cultura russa”.

    Da dove si estirpa la cultura russa, su cosa si doveva fondare un progetto di rinnovamento, sul pessimismo realista, sulla disillusa rassegnazione ?

    E poi cosa dire di Dostoiewskij , come descriverlo ? …. E’ russo.

    Aurora.

  9. utente anonimo says:

    Personalmente di Lenin so troppo poco per poter partecipare in modo produttivo al dibattito. Tra le poche cose che so, vi sono le seguenti: a) che arrivò a Mosca in treno (i maligni destrorsi dicono che era in prima classe, in di quei treni che l’anarchico della “Locomotiva” di Guccini avrebbe voluto far saltare in aria. I maligni destrorsi destrorsi aggiungono anche che fu tutto generosamente pagato da banche inglesi-israelite…), b) che guidò un colpo di stato, che poi venne definito rivoluzione, con il quale sostituì le elite corrotte e ripiegate su se stesse dei Romanov e c) che era pelato.

    Di solito, non volendo improvvisare come Francesco o avvitarmi in volteggi sofistici, peraltro raffinati e spesso gradevoli, come Ritvan :-), mi limito a parlare di cose di cui ho (o credo di avere) un minimo di competenza. Stavolta, invece, permettetemi di prendere spunto da questo argomento per dire alcune riflessioni.

    Non so se basta il fatto di aver fatto fucilare qualche oppositore a fare di Lenin un “cattivo”. Né sono certo di poterlo esaltare come un grande rivoluzionario per il fatto di aver rovesciato un regime dispotico. Quello intuisco, invece, da quel poco che so di Lenin riguarda il carattere delle rivoluzioni moderne, in modo molto generale.

    Credo di averlo già fatto, quindi se mi ripeto, chiedo scusa: vi invito a vedere un meraviglioso film di Rhomer, “L’anglaise et le Duc”, del 2001, credo. Ecco, quel film – insieme alla mia lunga e ancor in atto esperienza (di vita e professionale, una questione d’amore, in fondo) con un paese “rivoluzionario” – oltre a essere straordinario dal punto di vista registico e visivo, ha segnato profondamente la mia coscienza in merito alla nozione moderna di rivoluzione, facendo emergere in modo sintetico, con la forza di un’icona, sensazioni che avevo dentro da un po’ . Il film è un ritratto spietato del periodo del“terrore” seguito alla rivoluzione francese , vissuto da chi era bensì rivoluzionario, ma che della rivoluzione non aveva saputo acquisire i codici, i luoghi comuni, le etichette. Era rimasto, in qualche modo, a metà strada.

    Ecco, a parte la maccanica generazione di “conformismo”, sono convinto che il tratto che maggiormente emerge da tutti i capi rivoluzionari moderni sia una sorta di hybris, che li porta (va da sé, in buona fede e con le migliori intenzioni) a farsi carico di tutto il male dell’universo, certi di poterlo sconfiggere.

    Malvagi? No, certo. Buoni, buonissimi. Tanto da diventare una via di mezzo tra dei super-buoni e “tre volte buoni”. Come Superman. Non cattivi. Almeno non nel senso semplicistico e paninaio che noi diamo al termine. Ma macchiati di hybris, quello sì. E per i Greci, che la sapevano lunga, la hybris non era cosa di poco conto; faceva incazzare gli dèi, mamma quanto s’incazzavano. E avevano ragione. Eccome, se avevano ragione. Chi è il leader rivoluzionario di turno, per dire che io sono un “controrivoluzionario” e fucilarmi? E chi glie l’ha detto che lui non fa peggio di me? E’ sufficiente a scagionarlo, la sua “buona fede”? Il giacobinismo, in tutte le sue forme, è la malattia terminale delle rivoluzioni che vincono.

    E, guardate, non è un caso se i neocon hanno per lo più trascorsi trotzkisti. Non hanno forse definito “rivoluzionaria” la nuova dottrina ultra-imperialista? Non è una forma estrema di giacobinismo il massacro indiscriminato di un popolo per “liberarlo” da un tiranno? Non sono azioni da orgia post-rivoluzionaria (una rivoluzione su sacla planetaria, che non ammette constrorivoluzionari di sorta) le deportazioni, le torture, i rapimenti di sospetti “terroristi”, in nome della “libertà”, della “sicurezza” (del mercato, non lo dicono quasi mai, si vergognano, forse…). Che agiscano in nome della “verità scientifica”, delle “magnifiche sorti e progressive”, della “libertà”, la sostanza non cambia.

    Non me ne voglia Ripensaremarx, ma quando leggo quello che scrive, non riesco a non pensare a cosa farebbe se, per disgrazia, avesse delle responsabilità nel futuro governo rivoluzionario che non vedrà mai. Le sue parole mi ricordano una definizione di De André, il quale diceva che l’uomo può trasformarsi in uno spaventoso impasto di istinto e raziocinio,“una specie di cinghiale laureato in matematica pura”, una figura tetra e spietata, un po’ come i giudici delle canzoni, sempre di De André. Non sono molto sollevato dal fatto che la sua rivoluzione non si realizzerà, per il semplice fatto che cose ben peggiori stanno già accadendo, a opera dei ben più potenti e pericolosi “rivoluzionari” neocon, che le purghe le stanno già facendo. Gli riconosco la buona fede, ma non vedo molta differenza tra i suoi propositi e quelli dei suoi ben più pragmatici nemici d’oltreatlantico. La sola differenza e che, oggi, Ripensaremarx fa capo a una “cultura subalterna”, mentre i neocon a una, anzi: alla “cultura dominante”.

    E’ per tutte queste ragioni che, provato da anni di frequentazione fiduciosa del paese rivoluzionario di cui sopra, dopo aver visto il film di Rhomer ho cessato definitivamente di definirmi un “rivoluzionario”. Perché io non voglio che i Nomi di Dio (i suoi “aiutanti dèi”) un giorno mi dicano che sono incazzati neri perché mi sono sostituito a loro in un impeto di hybris, no no. Diffido da chi parla e agisce come solo un profeta avrebbe il diritto di fare; e la Profezia e sigillata. Dal che deduco che tutti costoro sono dei piccoli Dajjal, chi più chi meno. Anche perché i testi sacri (almeno, quelli sacri a me) parlano chiaro: “Ogni vessillo innalzato prima che sia tornato l’Imam (il mahdi), sarà un vessillo d’oppressione e ingiustizia”; e “prima che l’Imam abbia fatto la sua ricomparsa, avranno governato tutti (nel senso di tutti i tipi di governo e tutte le classi). E tutti avranno fallito”.

    Tutto questo, ovviamente, senza alcun intento denigratorio: ho sempre avuto, e continuo ad avere, la più profonda stima, considerazione e rispetto per i movimenti rivoluzionari (di cui continuo a subire il fascino e che, come posso, normalmente sostengo) e anche per i singoli individui rivoluzionari nella loro “pars destruens”. Chi è disposto a versare il proprio sangue per, diciamo il termine più neutro possibile (anche per non cadere in una retorica ciampiana), “la giustizia” merita certamente più rispetto di chi, al sicuro e al caldo, accumula sottraendo a chi già non ha e si disinteressa della sofferenza solo perché la rimuove dai propri orizzonti. Tuttavia, è quando la disponibilità a versare il proprio sangue si trasforma con leggerezza in quella a versare il sangue di altri, che mi travolgono, come un macigno, le mie perplessità.

    Scusate per il post lungo

    Alessandro

  10. utente anonimo says:

    Ripensaremarx, la biografia su lenin di Solzhenicyn non è un opera revisionistica, né è pagata da qualcuno. Un buon testo, io devo sempre leggerlo, miei compagni l’hanno letto e trovato interessante e letterariamente, va da sé, valido. Noi siamo lo stesso con lenin, e dove lui vede il “mostro” noi vediamo il rivoluzionario. Nessun mito del progresso, in ciò solzhenicyn confondeva, come molti altri. Si è rivoluzionari perché non si crede nel progresso e nella teoria dei piccoli passi. Infine, lenin era molto più “pazzo” di come lo dipingete. La sua intuizione non è stata la rivoluzione in russia, ma la rivoluzione mondiale. Per non meno di questo ha combattuto. Ad alessandro, non gli inglesi, ma i tedeschi gli hanno gentilmente offerto il passaggio. p

  11. Ste65 says:

    Francesco,

    No, i morti russi posteriori al 1917 non credo siano stati messi nel novero (almeno, questo è quello che dice la prima tabella).

    MM

    I morti dell’epidemia spagnola (inclusi però anche quelli dei paesi non belligeranti) sono stimati tra i 40 e i 50 milioni. Quindi il dato di Del Boca (20 milioni, suppongo tra i belligeranti) parrebbe corretto.

    Aurora,

    Purtroppo Cadorna è ancora famoso anche all’estero (ovviamente meno di Lenin ) …come esempio negativo, a causa di Caporetto.

  12. utente anonimo says:

    P., sì, lo so, il treno era tedesco. Ma mi riferivo a un pamphlet letto tanti anni fa, che alludeva a finanziamenti più “strutturali” di grandi banchieri ebrei inglesi. Ovviamente non so se sia vero. Tra l’altro è irrilevante rispetto al contenuto del mio post, che prende solo spunto dalla vicenda leniniana.

    Ale

  13. kelebek says:

    Merita molta attenzione quello che dice Alessandro.

    Avevo accennato proprio a questo tema nella mia nota su Solzhenicyn.

    Solo una precisazione. I neocon non sono ex-trotzkisti, come si sente spesso dire, soprattutto negli ambienti di destra che vi si oppongono.

    Irving Kristol, un po’ il fondatore del movimento, è stato trotzkista a vent’anni, età in cui io facevo di peggio… Gli altri neocon storici non sono mai stati trotzkisti. E poi anche il Campo Antimperialista è stato fondato da ex-trotzkisti :-)

    D’altronde sul trotzkismo si sono diffusi molti miti, sia per colpa della propaganda stalinista, sia per certi atteggiamenti settari e a volte proprio bizzarri di questa minoranza perseguitata da tutti, che sentiva di detenere la verità assoluta.

    Il trotzkismo ha prodotto alcune vere e proprie sette che per guruismo e demenza non hanno nulla da invidiare ai seguaci del reverendo Moon, a parte i soldi.

    Se invece intendi dire che quasi tutti i neocon sono pervasi da un atteggiamento di trionfalismo storico, che è stato un elemento fortissimo anche nel movimento comunista storico, hai pienamente ragione.

    Come mi diceva Preve, anche D’Alema in questo senso è rimasto un “comunista”: va dove va l’invincibile forza della storia, o dove gli sembra che vada… ossia verso il capitalismo più sfrenato :-)

    Un atteggiamento simile, che non è caratteristico di chi ha una formazione di destra, lo percepisco benissimo in Giuliano Ferrara.

    D’altronde, è nella critica allo “spirito rivoluzionario” che la destra culturale ha dato il meglio di sé: e la pretesa rivoluzionaria dei neocon è proprio la negazione di questo elemento interessante della destra (mi chiedo come faccia Francesco a definirsi insieme teocon e cattolico quasi tradizionalista).

    Però questa critica viene sempre fatta in modo astratto, facendo finta che le rivoluzioni non nascano in ambienti terribilmente concreti.

    Ecco perché credo che di Lenin non si debba parlare in astratto, ma sempre agganciandolo ai Cadorna del suo tempo.

    Se ti interessa una visione assolutamente diversa di tutte le vicende russe, che rovescia ogni luogo comune, ti consiglio di leggere Aleksandr Zinov’ev, “La caduta dell’impero del male”.

    Miguel Martinez

  14. elio_c says:

    Però Cadorna era solo una rotella del meccanismo, non poteva far altro che applicare i principi che gli avevano fatto studiare (non essendo abbastanza “genio” per innovare). Avesse girato in un altro senso sarebbe stato immediatamente sostituito. E d’altronde cosa pretendere da un generale, in un epoca in cui persino degli “artisti” potevano scrivere questo:

    Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.

    ?

  15. utente anonimo says:

    una piccolissima precisazione: i primi sviluppi industriali della Russia in epoca zarista (come ad esempio quello ferroviario o la comparsa dell’industria pesante) non necessariamente fungono da volano per uno sviluppo generale. I presupposti, lungi da un determinismo che possa portare a ottenere uno “sviluppo” seguendo linee fissate da esperienze vissute in altre realtà completamente diverse, semplicemente non c’erano. Ad esempio le tecnologie necessarie alla nascita della ferrovia o dell’industria siderurgica e meccanica furono acquisite attingendo a tecnologie “save labour” tedesche, inglesi e in seguito americane, coi capitali forniti direttamente dal governo e ottenuti tramite una politica fiscale durissima e espropri forzati.

    Sam

  16. utente anonimo says:

    se solo rileggessi i post, onde evitare errori di grammatica… spero sia passato almeno il senso dell’intervento..

    Sam

  17. utente anonimo says:

    Stefano, sono contenta( ma mica tanto dato che si tratta di Caporetto) di sapere che all’estero conoscano i nostri generali. Figurati che io non solo non ho mai sentito nominare i vari ” Cadorna” d’Europa che, collettivamente, avrebbero causato la “Caporetto europea”,con i dieci milioni di morti ecc., ma non so neppure che viso avesse il nostro. Mentre invece, sarà perchè gli hanno fatto tanta pubblicità e dedicato un mausoleo, ho ben presente il ritratto di Lenin, il cui corpo mi pare sia stato imbalsamato.

    Mi conforta poi che Cadorna fosse una “rotella” tra tante ” rotelle ” che agivano tutte sull’onda di una concezione comune all’epoca, e che quindi il suo operato sia frutto più di una mentalità a cui si era stati educati che non di una decisione autonoma, impietosa, di una ambiziosa volontà distruttiva diretta alla conquista o alla conservazione del potere, di uno sciagurato orgoglio personale. Kel dice non avere importanza se fosse di indole buona oppure no, ha ragione. Guardando i fatti, anzichè le intenzioni, possiamo dire che cumulativamente tutti i Cadorna d’europa avrebbero fatto quasi tanti danni quanti Lenin da solo (?).

    Che Lenin venga posto in parallelo con tutti i Cadorna d’ Europa mi pare tuttavia ancora riduttivo per il primo, sia nel bene che nel male. Lenin era un motore, un razzo, non una mera rotella.

    Aurora.

  18. utente anonimo says:

    Lenin fu “mummificato” piu’ volte nel corso della storia. Se per “mummificare” si intende lo “svuotamento dei contenuti” e l’applicazione di “sostanze e maschere esterne” possiamo senz’altro dire che Stalin per primo ne mummifico’ il corpo ed il “pensiero”.

    Francamente non mi ritrovo molto in una discussione che sembra vertere “sul numero dei morti” e sulla “malvagita’ d’animo”. L’avrei preferita piu’ politica e storica…

    Anche perche’ imputare la “brama di far morti” a chi voleva uscire a tutti i costi dalla carneficina imperialista mi sembra alquanto singolare. Se vi stona l’aggettivo imperialista cambiatelo, non mi interessa, la sostanza e’ che quella guerra era una guerra per rispartirsi colonie, terre e materie prime… non per salvare i buoni e sconfiggere i cattivi.

    Non solo. La famosa “guerra civile” di cui parlate io la vedrei soprattutto da un’altra angolazione. La Russia rivoluzionaria fu aggredita innanzitutto dalle altre potenze imperialiste, che provarono in tutti i modi a sconfiggere la Russia sovietica nei 4 anni POST rivoluzione. E i sovietici, incredibile, si difesero… e uccisero… Che assassini eh?

    Nessuno ha parlato del perche’ le grandi potenze volevano sconfiggere il neonato potere sovietico… per la cattiveria di Lenin? O perche’ per la prima volta al mondo era stata fatta la piu’ totale riforma agraria con la distruzione del latifondo e la terra data finalmente ai contadini? Oppure per l’espropriazione di banche e industrie e del capitale in generale?Oppure per le avanzatissime leggi sociali pur in piena aggressione straniera?

    Devo dire che non mi piace nemmeno la visione di un Lenin vittima della “religione positivista del progresso storico” e del “dogma teocratico marxiano”… Se fosse stato cosi’ non sarebbe mai stato per la rivoluzione in un paese arretrato, non sarebbe mai stato uno “scienziato e artista della politica” che partiva SEMPRE “dall’analisi concreta della situazione concreta”… Chi lo ha letto ha visto le problematiche di chi si avventurava in un “mondo nuovo”, di chi cercava una strada per una miglior organizzazione sociale, di chi analizzava costantemente i propri errori… Senza Vangeli di riferimento… Nel ’22, in pratica appena finita l’epoca delle guerre di aggressione, fu costretto ad abbandonare di fatto la politica, lasciando tonnellate di scritti chiarissimi che oggi sembrano totalmente cancellati e dimenticati. Lenin ha sempre parlato di capitalismo di stato nella Russia sovietica, di gestione dello sviluppo capitalistico. Di alleanze con altri ceti e classi (vedi Nep). Di lavoro politico per la rivoluzione europea e mondiale, perche’ se non si sconfiggeva il capitalismo a livello internazionale c’era la sconfitta. Di sviluppo dei soviet e del sindacato, perche’ senza la continuazione della lotta di classe e della dialettica sociale la rivoluzione sarebbe stata sconfitta. Su ogni aspetto politico, teorico e sociale Stalin compi’ di fatto un’inversione e un cambiamento totali, nello stesso momento in cui a parole “santificava” il leninismo di fatto lo “mummificava”…

    Non sono un “fedele”… ho letto Lenin e credo che quel pensiero politico e teorico, che non e’ personale, ma espressione di un movimento ben piu’ ampio, quel pensiero dicevo e quella realta’ storica, credo rappresentino il punto piu’ elevato mai raggiunto dalla societa’ umana sul piano della “giustizia sociale” in senso lato…

    Il dramma e’ che e’ passato quasi un secolo… e che all’orizzonte nulla si intravvede…

    Massimo

  19. Il post di Alessandro è davvero interessante anche se, ovviamente, quello che farei in un eventuale governo rivoluzionario dipenderebbe dalle contingenze storiche immediate e dall’opportunità che si prospetterebbero per rafforzare la rivoluzione. Certo non sono Lenin (al quale mi accosterei come un vatusso vicino ad un gigante), ma psicologicamente non potrei mai essere nemmeno Stalin. Tuttavia ritengo che gli errori politici di Lenin siano stati pochi e irrilevanti (nel contesto rivoluzionario reale) e, anche quando partivano da riflessioni teoriche non efficaci, si risolvevano in una pratica politica rivoluzionaria efficacissima. Un esempio:Lenin pensava che il capitalismo fosse arrivato (fase superimperialistica definitiva con il formarsi di un monopolio gigantesco) ma non vedeva in ciò un gigante dai piedi di argilla che sarebbe crollato sotto il suo peso, bensì considerava l’ultraimperialismo una fase (ultima) di acerrima conflittualità imperialistica nell’ambito della quale i comunisti dovevano organizzarsi per la rivoluzione (e questo si fece in russia).

    il contributo teorico più importante che Lenin ci lascia riguarda proprio l’imperialismo con le sue 5 caratteristiche fasiche: 1) centralizzazione massima del capitale e passaggio dalla concorrenza al monopolio; 2) simbiosi tra capitale industriale e bancario con formazione del capitale finanziario; 3) sviluppo più celere dell’esportazione dei capitali rispetto a quella di merci; 4) divisione del mercato mondiale mediante lotta tra le grandi associazioni monopolistiche dell’industria e della finanza; 5) divisione del mondo in sfere di influenza per le quali si battono le grandi potenze capitalistiche.

    Lenin darà importanza decisiva alla prima fase, in questo influenzato da Hilferding, e ciò determinerà un sedimento deleterio che lo condurrà dritto nelle braccia della teorizzazione kautskyiana della formazione di un unico trust mondial-finanziario rispecchiamento della teoria marxiana della polarizzazione della società in pochi rentier al cospetto di una massa sterminata di sfruttati. Da qui Kautsky derivava la fine del capitalismo per “soffocamento numerico” e pacifico. Lenin invece, distanziandosene, sostenne che il monopolio era una concorrenza esasperata di livello più elevato, cioè di acuta lotta intercapitalistica. Tutto ciò risulta vero ma purtroppo per noi non si trattava della famigerata “ultima fase”. Il capitalismo è più forte che mai, il suo sviluppo sembra rispondere più a spirali cicliche che non stadiali.

  20. Scusate non volevo dire vatusso ma pigmeo (lapsus freudiano)!

  21. utente anonimo says:

    Grazie per la precisazione Miguel.

    In effetti io non intendevo dire che “i neocon sono ex trotskisti”, solo tracciare una sorta di mappa di affinità. Se proprio si volesse fare una genealogia intellettuale dei neocon, attraverso la formazione accademica di molti di essi, sarebbe più preciso dire che sono straussiani.

    Attraverso Strauss, magari heideggeriani, quindi “platonici”. Ma andremmo troppo in là. E siccome la filiazione accademica non si trasmette come una khirqa, definire i neocon “platonici” mi sembrerebbe un’operazione un po’ diabolica.

    Al di là delle deinizioni, in ogni caso, la dottrina della guerra permanente (fino in qualche modo alla fine della storia, nel senso di Fukuyama, altro straussiano) ricorda da vicino quella della rivoluzione permanente.

    Interessante anche l’appunto su D’Alema e Ferrara. La cosa vale ancora di più nel caso dei Radicali. Che sono, secondo me, i più autentici eredi spirituali del progressismo (più che del comunismo, fenomeno storicamente molto più complesso) storico. E non a caso – pur non valendo una cicca dal punto di vista parlamentare – riescono a essere influentemente trasversali.

    Alessandro

  22. utente anonimo says:

    >Francamente non mi ritrovo molto in una discussione che sembra vertere “sul numero dei morti” e sulla “malvagita’ d’animo”. < Francamente, non so che cosa tu abbia letto, Stefano. Si sta parlando di tutt’altro. Mi opare invece che tu sì, abbia scritto un panegirico sulla “grandezza” e “superiorità” di Lenin. Alessandro

  23. utente anonimo says:

    Caro Miguel,

    una piccola spiegazione sulla mia modesta persona. Da molti secoli i cattolici si trovano ai margini della Storia e, a mio avviso, hanno sviluppato una negativa attitudine al gregariato, allo stare da parte, al non assumersi responsabilità (che tanto nessuno gli dava). Ora, questo va benissimo nel rapporto tra l’uomo e Dio (e mi spinge a condannare Lenin, che giocò a fare Dio, altro che essere cattivo; senza di lui la Russia stava avendo la sua evoluzione borghese, altro che il collasso arditamente ipotizzato da MM).

    Beh, non va poi così bene nei rapporti tra uomini: a volte mi sembra che l’umiltà dei cattolici sia diventata essere rinunciatari, spirituali, astratti. Bisogna iinvece che esista un “modo cattolico” di avere responsabilità.

    E, senza deificare la democrazia o il mercato, smettere di trattare il Presidente degli Stati Uniti come il Dittatore dell’Iraq o il Re del Catai, ci sono anche delle differenze e devono emergere. Per questo mi tentano i neo-con (sui teo-con direi che si tratta di una battuta degna di Francesco Merlo, ma mi piace prendere il nome per scandalizzare i benpensanti, che vogliono i cattolici accodati senza disturbare il manovratore).

    Ciao

    Francesco

  24. kelebek says:

    Per Francesco,

    da non cattolico, io non mi permetto di giudicare le dinamiche interne del mondo cattolico; ma di rifletterci, sì.

    E la scelta teocon mi sembra che oggi costituisca la massima rinuncia a un’identità cattolica.

    Se hai tempo, potresti dare un’occhiata qui?

    http://www.kelebekler.com/occ/copert00.htm

    Si tratta delle riflessioni in merito di un cattolico lontanissimo da quello che un tempo si chiamava il cattolicesimo “progressista”, non certo sospetto di simpatie di sinistra.

    Miguel Martinez

  25. utente anonimo says:

    Ciao Miguel,

    sono d’accordo con quello che scrivi, ma sbagli se pensi che il mio affermare che Lenin ha parlato di “giusta purgazione della Russia da fastidiosissimi insetti” prima dell’avvento di Stalin, o del Nazismo, avesse l’intenzione di mischiare ‘la zuppa col pan bagnato’. So benissimo che la cattiveria può essere tale in sé, e non per forza derivare da quella di qualcun altro. La mia era solo un’osservazione un po’ perplessa sull’opportunità, in quanto personaggi storici e politici aventi avuto un ‘certo’ seguito, di paragonare le gesta di Gandhi con quelle di Lenin, poiché a me così simili non sembrano. Stop!

    ciao, ciao

    Francesca31082

  26. utente anonimo says:

    Carissimo Miguel,

    avevo già letto l’articolo. Adesso non posso riprenderlo perchè è chilometrico, anzi peggio.

    Ma di certo esagera la portata della frattura tra cattolici e protestanti, ignora quanto di cristiano vi sia come origine e ispirazione (distorta) nella laica modernità anglosassone (e si dimentica bellamente la Francia perchè essa non rientra nello schemino).

    Noi Occidentali ci scopriamo più vicini di quanto credevamo al confronto con i non occidentali, un’esperienza banale che facciamo la prima volta che attraversiamo il confine italiano e scopriamo di essere fratelli dei romani e dei napoletani (anche se facciamo gli stronzetti e fingiamo di essere inglesi).

    Nessuno è a casa sua più a Tunisi o ad Istanbul (e neppure a Mosca) di quanto lo sia a New York, a San Paolo, a Melbourne. E per nessuno intendo una infima minoranza.

    Di certo nessun cattolico può stare ingenuamente in compagnia di Oriana Fallaci, di CA Ciampi, neppure di Bush. Ma la “razza” è una.

    Poi i cattolici sono universali e i loro fratelli di fede stanno anche a Bagdad e a Gerusalemme (pochi ormai) e al Cairo.

    E questo ci impedisce di bearci in “guerre di civiltà”*.

    *Ti faccio notare che questa NON è la posizione dei neo-con, per i quali gli attuali governi “arabi” non sono affatto una civiltà avversaria ma solo degli stronzi, e i popoli arabi sono lì ad aspettare di essere liberati e, una volta liberi, non ci sarà scontro ma pacifica convivenza … almeno possibilità di pacifica convivenza.

    Ciao

    Francesco

  27. utente anonimo says:

    E’ un po’ di tempo che leggo spesso di simulacri : ha iniziato Kel parlando di un comunismo vuoto, per cui il contenuto ora sarebbe, per i comunisti, paradossalmente, il vuoto medesimo.

    Ha continuato p, insinuando, se ho ben capito, che Stalin e seguaci avrebbero, come becchini, fatto un bel funerale a Marx, e delle sue idee non sarebbe rimasto che lo scheletro, come inerte reliquia , scorrendo invece la linfa ancora unicamente attraverso gruppi minoritari ,isolati e incompresi.

    Ha proseguito Antonio con il simulacro di Gesù Cristo in processione.

    Infine, Massimo, nel commento che precede, in questo post, ci parla di mummificazione di Lenin, con svuotamento delle sue idee.

    In più, anche le immagini confortano : Santa Muerte raffigurata come scheletro e visioni scheletriche, stilizzate, di corpi umani nel blog di Elio C.

    Memore del memento.., consapevole delle previsioni apocalittiche, in attesa che l’ amore e la povertà , alla San Francesco e alla Ghandi, redimino il mondo, mi offro una birra e una sigaretta.

    Aurora.

  28. utente anonimo says:

    miguel, comunista d’alema? passi stalin, ma d’alema!

    «Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,

    le cose», disse, «che ne son lontano;

    cotanto ancor ne splende il sommo duce.

    Quando s’appressano o son, tutto è vano

    nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,

    nulla sapem di vostro stato umano.

    Però comprender puoi che tutta morta

    fia nostra conoscenza da quel punto

    che del futuro fia chiusa la porta».

    X, inferno

    Questa è la condizione di d’alema!

  29. utente anonimo says:

    Aurora,

    Francesco d’Assisi era cristiano e per lui a redimere il mondo c’era Cristo, non l’amore o la povertà, che erano la sua via per aderire a Cristo.

    E comunque dovevi usare il congiuntivo (redimano il mondo).

    Bella la notazione sui simulacri, come se non ci fosse più possibile aderire veramente a niente e ci accontentassimo di seguire una bandiera, senza poter dire cosa rappresenta. Spero non sia vero.

    Francesco

  30. utente anonimo says:

    Qualsiasi fosse l’obiettivo di Lenin l’arma è stata molto efficace: l’indifferenza per la vita umana. La “malvagità” è semplicemente questo. Non si tratta di un sentimento attivo, ma della fredda insensibilità al dolore altrui.

    Non intendo difendere nè i Romanov, nè la struttura politica zarista, ma semplicemente ricordare i compagni rivoluzionari di Lenin, presto mutati dalla propaganda in “agenti della borghesia internazionale”, e quei poveri disgraziati, colpevoli di crimini inventati, che sono finiti in quelle che Solzenicyn chiama le “nostre fogne”.

    Filippo

  31. utente anonimo says:

    Francesco, ti ho risposto nel post successivo.

    Aurora.

  32. utente anonimo says:

    Eh, Ale, mi hai evocato come un Dajjal?:-). Adesso beccati il mio “volo radente” e per nulla sofistico.

    1. Come dice giustamente p. (che di cose russe se ne deve intendere per forza:-) ) il treno (e anche un bel po’ di soldini) a Lenin fu graziosamente offerto dal kaiser. Ormai il consesso storico concorda su questo. Quello del “foraggiamento” anglo-israelitico è la solita balla inventata da Hitler a posteriori.

    2. Lenin non sostituì “le elite …ecc…, ecc., dei Romanov”. Come accenna Miguel, lo Zar abdicò con la rivoluzione borghese di marzo e tutta la sua “elite” fu spazzata via. Lenin eliminò solo rivoluzionari come lui. Il suo fu – come giustamente dici tu- un putsch contro il governo legittimamente eletto e non contro un “regime dispotico”. Proprio come quello di Pinochet contro Allende. Ma vuoi mettere Pinochet, quel bieco reazionario!:-).

    3. Il tuo paragone fra i comunisti e i neocon lo trovo in gran parte azzeccato, almeno per quanto riguarda la forma. L’espressione “esportazione della democrazia” ricorda tristemente la famigerata “esportazione della rivoluzione”, tanto cara al Che e anche a Breznev che tentò con discreto successo di esportarla (la rivoluzione) anche in Africa, tramite mercenari cubani. Ma la similitudine finisce qui. Perché un conto è esportare TERRORE PERENNE, COME S’è RIVELATO IL COMUNISMO SOTTO OGNI LATITUDINE e un altro è esportare un sistema che ha dato tutt’altra prova di sé nell’Occidente e da secoli. Non dico che il fine giustifica sempre e comunque mezzi ignobili, ma una differenza fra un FINE SCHIFOSO e un fine come quello Occidentale ci sarà o no?

    4. Il tuo dubbio amletico sull’ipotetica sorte di RipensareMarx in un regime ispirato a Marx (ripensato o meno che sia) te lo sciolgo io. O ammazzerà i suoi “concorrenti” e arriverà così al vertice, oppure verrà ammazzato da uno di essi. Tertium non datur, visto che – data la brillante militanza del soggetto in questo blog, nonché la sua idea non conformista di “ripensare” addirittura l’immortale Marx – non lo vedo proprio fare “tappezzeria” e vegetare silenzioso all’ombra del (pre)potente rosso di turno.

    5. Ho saputo che in Iran è stata annunciato il ritorno del Mahdi fra un paio d’anni circa. Ne sai qualcosa? Nel caso, sarei curioso di vedere come sarà il suo Governo Mondiale. Però, ti avverto, se mi proibisce il rock m’inkazzo di brutto e prendo il kalashnikov. Abbiamo o no il diritto alla Resistenza?:-)

    Ciao

    Ritvan

  33. utente anonimo says:

    >…per la prima volta al mondo era stata fatta la piu’ totale riforma agraria con la distruzione del latifondo e la terra data finalmente ai contadini…Massimo<
    Si, ma per riprendergliela subito dopo perché era diventato un “kulak” e lasciarlo morire di fame! Ma per favore!

    Ritvan

  34. utente anonimo says:

    >Tutto ciò risulta vero ma purtroppo per noi non si trattava della famigerata “ultima fase”. Il capitalismo è più forte che mai, il suo sviluppo sembra rispondere più a spirali cicliche che non stadiali. Ripensaremarx<
    E meno male, dico io!:-). Povero Lenin, anche lui vittima del “wishful thinking”….Orsù, kompagni, non disperate, questo bieco kapitalismo/imperialismo prima o poi arriverà alla sua “fase di purefazione” (come diceva il buon vecchio Lenin). Basta aver fede….

    Ciao

    Ritvan

  35. utente anonimo says:

    Errata corrige: “putrefazione”, non “purefazione” (che c’entra il puré?:-) ).

    Ritvan

  36. utente anonimo says:

    Ritvan non sia mai, non mi riferivo certo a te evocando Dajjal. In qualche modo abbiamo tutti della “dajjalitudine” in noi, ma lungi da me volerla attribuire in particolare agli innocui commentatori di Kelebek.

    Proponi delle riflessioni interessanti, come sempre. Però non so dove tu abbia sentito la “previsione” del ritorno del Mahdi, visto che è esplicitamente vietata. Anche perché il suo governo si situa in un tempo “non storico”, in qualche modo fuori dal tempo. O almeno, in un tempo “trasfigurato”. Quindi non preoccuparti per il rock :-).

    Ale

  37. utente anonimo says:

    Caro Miguel,

    stavo riflettendo sul rapporto tra kattolici e teo-coni, per dirla come un giornalista.

    La svolta fondamentalista ed identitaria di Bush è, agli occhi dei kattolici, l’ammissione del fallimento del progetto massonico-illuministico di rifondare la civiltà occidentale senza Dio (e nello specifico senza la Chiesa Cattolica).

    Nel momento in cui iniziano a dubitare della solidità della loro costruzione (perchè non sanno dire chi sono a fronte degli islamisti), noi siamo lì a rivendicare la nostra fedeltà all’unica possibile base dell’identità, quella religiosa. Non quella cattolica nello specifico (saremmo assai rozzi) ma quella propria di ogni tradizione (cattolici, ebrei, protestanti), purchè voglia andare al fondo delle domande e rifiutare i compromessi a fine del faciel vivere dal laicismo. In termini dei nostri avversari, ci vanno bene tutti purchè fondamentalisti.

    Siamo coscienti di quanto possa essere soggettivamente strumentale la richiesta di sostegno (si legga la Fallaci) ma siamo convinti che oggettivamente i fatti stiano così e che parleranno da soli, al di là delle intenzioni. Prendiamo in parola la retorica “imperial-democratica” e chiederemo conto al momento opportuno.

    Ecco, vista così forse si spiega questo innaturale connubio. Che con Clinton o Kerry non sarebbe mai possibile, per intendersi, come non lo è con il laicissimo Blair.

    Saluti

    Francesco

  38. yourcenar says:

    Caro Miguel, a proposito della Russia degli anni 30, ma soprattutto per una attenta riflessione sui metodi e sulle utilità di certi metodi antidemocratici e violenti che trovavano per chi li compiva giustificazione in un “futuro migliore”, segnalo il grande romanzo “Darkness at noon” o “Buio a Mezzogiorno” di Arthur Koestler

    ciao

    Y

  39. kelebek says:

    per Francesco,

    interessante la tua riflessione. Ma c’è anche chi vede un altro aspetto.

    Esiste una trasformazione feroce delle cose, una fornace, un turbine…

    Ci si era illusi di poter dare un ordine a questa trasformazione. Oggi, ci si bea della pura e semplice devastazione, e in questo c’è il passaggio dalla cultura del “capitalismo dal volto umano”, della socialdemocrazie, che riteneva possibile conciliare capitalismo e civiltà; c’è il passaggio da quella cultura, alla cultura del puro e semplice godimento della violenza.

    Una cultura che però, mancando di qualunque idealità propria, deve trovare la propria idealità rispolverando antichi nomi religiosi, ma ristrutturandoli totalmente e ponendoli al servizio della grande devastatrice.

    Per questo, c’è chi parla di un meccanismo “cristomimetico”.

    Miguel Martinez

  40. utente anonimo says:

    >Ritvan non sia mai, non mi riferivo certo a te evocando Dajjal.<
    E dai, Ale, che scherzavo, non hai visto la faccina sghignazzante?

    A proposito, in albanese uno dei nomi del Demonio è appunto “Djall”. Probabilmente influenza linguistica turca.

    >Proponi delle riflessioni interessanti, come sempre.<
    Grazie, altrettanto.

    >Però non so dove tu abbia sentito la “previsione” del ritorno del Mahdi, visto che è esplicitamente vietata.<
    Ne riferisce l’onorevole membro del Pentacolo dell’Odio 8per dirla con Miguel) “Libero” di Feltri. E’ vietato dici? Guarda che anche il regime albanese vietava la diffusione di molte cose, eppure anche le più segrete decisioni del Politburò alla fin fine trapelavano. Perché vedi, caro Ale, anche i membri del Politburò in genere hanno una moglie (figurati quelli del “Politburò” iraniano che possono avere più di una:-) ), la quale generalmente ha una madre e un’amica del cuore….e così via:-).

    >Anche perché il suo governo si situa in un tempo “non storico”, in qualche modo fuori dal tempo.O almeno, in un tempo “trasfigurato”.

    Teoria quantistica?!

    >Quindi non preoccuparti per il rock :-).<
    Io, comunque, ad ogni buon conto, il kalashnikov di famiglia me lo tengo ben oliato. Se il Mahdi si materializzerà solo in un Universo Parallelo, allora vuol dire che il suddetto atrezzo mi servirà nel caso più probabile della GRP (Gloriosa Rivoluzione Proletaria). Stavolta Enver Hoxha non mi frega più:-).

    Ciao

    Ritvan

    P.S. Se è come dici tu, mi spiace per il buon Ahmadinejad. Mi sa tanto che ci teneva a vedere il Mahdi a spazzar via Israele dalla carta geografica. In questo Tempo e in questo Spazio e al più presto possibile. Vabbè, vuol dire che ci dovrà pensare da solo con l’atomica…

  41. utente anonimo says:

    >Cadorna ha commesso i suoi omicidi seriali per un semplice scopo: quello di far durare il più a lungo possibile il più mostruoso e arbitrario delitto immaginabile, la “inutile strage” – e cito il Papa di allora, non Lenin…. MM<
    Eh, certo, poiché Cadorna era stato assunto con la legge Biagi – contratto co.co.co – e una volta terminata la guerra la sua povera famiglia sarebbe stata alla fame!:-). Miguel, questa cattiveria gratuita da un analista storico generalmente corretto come te non me lo sarei aspettato!

    Ciao

    Ritvan

    P.S. Lenin fece la “pace” di Brest-Litovsk (che egli stesso definì “oscena”) non perché pacifista o perché gli stesse a cuore la sorte dei soldati russi. Lo fece per puro spirito di sopravvivenza del proprio regime. Altrimenti la Rivoluzione d’ottobre sarebbe stata spazzata via dalle armate germaniche. Da furbetto qual’era consegnò ai crucchi l’Ucraina, il granaio della Russia e altri territori, probabilmente ragionando così:”Se vincono gli Imperi Centrali, la Russia se l’è cavata sempre abbastanza a buon mercato, rispetto a quel che toccherà a Francia e Inghilterra e se vince l’Intesa certamente non lascerà ai crucchi le terre russe e io me le potrò riprendere”. Più che a Cadorna somiglia ad un incrocio fra Badoglio e Vittorio Emanuele III !:-)

  42. utente anonimo says:

    Ritva, evito di commentare il tuo commento riduzionista :-).

    Però interessante la nota su Djall in albanese. Pensa che in dialetto dardaghese (Dardago è una frazione di Budoia, paese friulano di poche centinaia d’anime in cui sono cresciuto) uno dei termini per definire il diavolo (a onor del vero ormai desueto) è “tartaifel”, dal ted. “der Teufel”. Curioso, no?

    Ale

  43. utente anonimo says:

    Ah, dimenticavo, una volta consolidato un po’ il potere, il “pacifista” Lenin pensò bene di invadere la Polonia (la quale – detto per amor del vero – ci provò per prima a impossessarsi delle terre, grassa Ucraina in primis, che il caro Lenin aveva a suo tempo graziosamente regalato ai crucchi). Ovviamente non a scopo di rapina e di fare “inutili stragi”, no, ma quando mai!:-). Al solo benefico scopo di far godere anche al proletariato polacco delle delizie del socialismo reale, naturalmente. Purtroppo la raffazzonata Armata Rossa si prese una tale batosta alle porte di Varsavia che termino la precipitosa fuga solo quando si trovò all’interno del confine sovietico. Si dice che il Maresciallo Pilsudski, comandante in capo del piccolo – minuscolo, in confronto all’Armata Rossa – esercito polacco avesse invocato la benedizione della Madonna di Cheztochowa, avesse fatto dire messe davanti all’esercito ecc., rinfrancando in tal modo lo spirito dei propri soldati. (ancora oggi molti polacchi lo considerano un miracolo della Madonna). Come, del resto, fece Stalin l’Ateo che aprì le chiese dopo l’attacco tedesco. E funzionò di nuovo!:-).

    Ciao

    Ritvan

  44. utente anonimo says:

    Per Miguel

    dissento fortemente, anzi fortissimamente, dalla tua visione.

    Anzi ti accuso pubblicamente di miopia: di fronte a fenomeni economici di portata storica, che nella loro essenza possono essere spiegati con le ben nota Teoria Economica dei Vantaggi Comparati e dei suoi effetti sui redditi dei fattori produttivi (e siamo ancora nella teoria classica dell’economia capitalistica, pre-Marx), ti fai cogliere dalla vertigine.

    Sta “solo” succedendo che le barriere che impedivano ai salari asiatici di competere con quelli occidentali sono crollate, e che i salari occidentali si stanno riducendo.

    Con tutte le conseguenze del caso.

    Una grande opera di giustizia, grazie a cui miliardi di persone mangeranno di più (o mangeranno e basta) e noi occidentali dovremo tirare la cinghia. Non i ricchi, naturalmente, ma tutti gli altri. Anzi, pure molti ricchi scopriranno che anche le loro fonti di reddito stanno esaurendosi.

    Di fronte a questo fenomeno, anche eventuali tentativi usani di opporsi risulteranno patetici ed inefficaci (il che non significa che non si debba rompere i coglioni ai cinesi); e in linea di massima mi pare che le classi dirigenti lo abbiano compreso (un pò meno i sindacalisti e le sinistre).

    Hai mai letto il sito di Pfaal? Anche lui non ha molta simpatia per i miei amici d’Oltreoceano ma, a differenza di te, ogni due per tre annuncia che l’Impero è sprofondato come Atlantide.

    In questo scenario i nostri vicini arabi (anzi islamici) contano nella misura in cui hanno le terga appoggiate sulle riserve mondiali di idrocarburi ma non riescono a combinare nulla in proprio.

    Francesco

  45. Da questo ed altri articoli sembrerebbe che Martinez stia giungendo ad una conoscenza della storia e delle istanze del movimento socialista più dei socialisti stessi, ormai pallido riflesso della gloria che fu. E lo fa ricalcando quel solco che Marx stesso aveva già tracciato prendendo le difese nel ’77 dei “figli di Maometto di fronte a tutti i buffoni cristiani, e agli ipocriti denunziatori di atrocità”.

    Atteggiamento questo, che cerca di tracciare il limite tra rivoluzionario e guerrafondaio, tra oppresso ed oppressore, più che sufficiente per essere gettato nella Geenna da certi improbabili comunisti salottieri a cui siamo purtroppo assuefatti. In questi giorni in cui si consuma una tragedia paragonabile alle rappresaglie (o meglio “punizioni collettive” come le definisce acutamente un Portelli) dell’ultimo conflitto mondiale, sarebbe dovere d’ogni comunista onesto distinguersi dai buffoni nostrani denunziatori di atrocità (degli altri).

    Ed in dovere mi sento perciò di rigettare contestualmente anche alcune osservazioni dello stesso Martinez riguardo alla presunta natura del Movimento passato e presente, sempre che non si tratti di una mia errata percezione. Il frettoloso epiteto di “rivoluzionario da centro sociale” scovato in altro luogo mi fa pensare ad analoghe rappresentazioni un po’ macchiettistiche che appaiono tra le pieghe della poderosa opera, ma un po’ confusa nella sintesi, di Ugo Maria Tassinari. Posso rassicurare al riguardo che i Centri Sociali sono stati il veicolo principale per offrire una platea nel passato a personaggi come Daniel Ortega, Raùl Sendic (RIP), rappresentanti dell’FPLF e via discorrendo, che non possono esattamente essere considerati “rivoluzionari da operetta”. Non vorrei che si confondessero i Centri Sociali con certi buffi personaggi che popolavano un tempo il niusuair di Indymedia, sottoprodotto marginale d’un progetto nato verso la fine dell’83 a valle di lunghe e tormentate riunioni (tanto per smontare un altro mito, quello della “spontaneità”) e che ha visto protagonista una generazione di militanti vecchi e nuovi con idee molto più chiare di quanto Costanzo Preve sospetti. La pratica, perlomeno nella capitale, è stata ben altra cosa dalle teorie strampalate di Totonno.

    cico

    Ps: spero che ciò sia utile a Miguel per comprendere il PERCHE’ alcune formazioni comuniste, pur aborrendo ogni ipotesi di stato teocratico, non vedano in Hamas od Hezbollah una semplice manifestazione reazionaria come in certe frettolose ed eurocentriche analisi.

  46. Pingback: 10 febbraio, il Giorno dei Ricordi Rimossi e Falsati | Kelebek Blog

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